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Buio a Mezzogiorno, l’Italia amputata della sua dolce metà

Il declino che l’Italia vive si configura nel Mezzogiorno come un vero e proprio collasso, economico e sociale, mai prima sperimentato nella storia d’Italia in tempi di pace. Letti insieme, i dati più aggiornati disponibili tracciano nella loro oggettiva, fredda crudezza un quadro sconvolgente.

Dal 2008 il Pil («reale») è caduto dell’8% al Centro-Nord (CN), del 14% al Sud (con punte “greche” del 16% in Molise e Basilicata).

I consumi privati hanno subìto una flessione del 6% al CN, del 13% al Sud, con la componente alimentare scemata del 15% al Sud.

Gli investimenti hanno ceduto del 24% al CN, del 33% al Sud.

Il Pil pro-capite medio a prezzi correnti del Meridione è sceso da 18mila euro l’anno a 17mila, ovvero al 56% rispetto al CN.

L’occupazione totale è diminuita del 2% (320mila unità) nel CN, del 19% (670mila unità) al Sud.

Il tasso dell’occupazione giovanile è del 28% nel Mezzogiorno, del 48% al CN. A fine 2014 il tasso di disoccupazione era del 9% al Nord, del 12% al Centro, del 21% al Sud.

La spesa per opere pubbliche al Sud si è ridotta a 2 miliardi di euro (prezzi 2005) nel 2014, rispetto ai 10 miliardi del 1992 e a 11 miliardi, sempre nel 2014, nel CN.

Fra il 2007 e il 20013 la quota delle famiglie in condizione di povertà assoluta è passata dal 3 al 6% nel CN, dal 6 al 12% nel Meridione.

Fra il 2001 e il 2011, al netto degli stranieri, la popolazione è rimasta invariata al CN, mentre è calata di 260mila unità al Sud, con i figli per donna pari (nel 2012) a 1,46 nel CN, a 1,36 nel Sud.

Fra il 2001 e il 2013 su base netta sono emigrate dal Mezzogiorno 700mila persone, 188mila delle quali laureate.

Ilva

Ciò che è più grave, il Sud rischia la desertificazione industriale. Fra il 2007 e il 2013 la quota della manifattura sul Pil è diminuita dal 14 al 12% nel Mezzogiorno. Il valore aggiunto manifatturiero per addetto si è ridotto del 3% al Sud, dell’1% al CN.

Ciò è avvenuto a seguito di una caduta della produzione del 27% al Sud e del 16% al CN e di un precipitare degli investimenti manufatturieri del 54% nel Meridione, rispetto alla loro diminuzione del 25% nel resto d’Italia.

Governi, partiti, sindacati, imprese devono tornare a porsi con assoluta priorità questa nuova Questione Meridionale, da troppo tempo nei fatti disattesa!

Quando l’intera economia si deteriora l’area meno solida soffre in modo accentuato. Il rilancio complessivo dell’economia, in termini sia di domanda (investimenti) sia d’offerta (produttività di trend), è quindi il presupposto mancando il quale il Sud non può progredire. Questo rilancio stenta. Se c’è, la ripresa ciclica è molto debole, si cifra comunque in decimi di punto percentuale, rispetto a una caduta del Pil di quasi 10 punti dal 2008.

Ma va pensata e realizzata un’azione specifica, pubblica e privata, per il Mezzogiorno. Con piena evidenza sono gli investimenti nelle infrastrutture, materiali e immateriali a doversi rilanciare con urgenza nel Sud: messa in sicurezza del territorio e tutela dell’ambiente, utilities, istruzione e sanità, trasporti e comunicazioni, legalità e giustizia, amministrazione.

Deve unirvisi l’impegno degli uomini migliori. Lo Stato non può fungere da occupatore d’ultima istanza. Il reddito di cittadinanza non risolve. Non valgono i trasferimenti, gli sgravi, i sussidi. Sfiora il ridicolo l’idea di uscire dall’euro – una buona moneta, da non confondere con una cattiva Europa – per un assurdo ritorno alla lira, se non a ducati, piastre, tarì del Borbone di Napoli!

Se le imprese private continuassero a non contribuire alla crescita e neppure a rispondere positivamente in un migliorato contesto, di necessità tornerà a proporsi il ruolo di supplenza dell’impresa pubblica, segnatamente nell’industria. L’impresa pubblica – Eni dal 1953, Enel dal 1962, soprattutto Iri già dall’anteguerra (rinvio a «La storia dell’Iri» nei sei volumi Laterza) – fu decisiva nell’industrializzazione del Mezzogiorno. Lungo tale via, obbligata per fuoruscire dalla miseria, nel 1951-1971, in soli 20 anni, il Pil pro-capite (corretto) delle regioni meridionali si moltiplicò di oltre tre volte e si innalzò dal 54% al 72 % rispetto al livello del Centro-Nord.

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Di Matteo Bartocci

Lavoro al manifesto dal 2003. Laureato in filosofia della scienza, bassista, motociclista convinto e scalatore dilettante, ho collaborato tra gli altri per Cbs News, Reset, Radio3 Scienza, Galileo, Sapere, il Corriere della Sera, Carta, Apcom e Adnkronos. Sono sposato con Laura e ho due figlie, Olivia e Anita.