Così vicini, così lontani

Il manifesto è stata un’avventura straordinaria. L’invenzione di una nuova forma della politica, quando ancora nessuno immaginava che politica e comunicazione sarebbero diventate la stessa cosa. L’esercizio quotidiano di un pensiero critico, in un sistema dell’informazione che di pensiero critico non abbonda. La tessitura incessante di una rete di relazioni ricchissima, con i lettori, i collaboratori, i sostenitori. La costruzione di uno spazio in cui un giovane sconosciuto, un operaio di Marghera, un collettivo femminista erano autorizzati a parlare quanto un intellettuale blasonato. La pratica quotidiana del confronto, talvolta ruvido ma sempre interessato alle differenze in gioco, fra la generazione dei fondatori espulsi dal Pci, quella del ’68, del ’77 e del femminismo, quella della Pantera e di Genova. Il luogo di frontiera libero da dove abbiamo avuto il privilegio di attraversare, raccontare, interpretare quarant’anni densissimi di storia politica e culturale del mondo e della sinistra.

Tutto questo, e molto più di tutto questo, sotto la testatina «quotidiano comunista». Che non è mai stata, per nessuno di noi – a cominciare da Rossanda e Parlato, da sempre schierati per un giornale di ricerca e di innovazione, non di partito ma di parte – un’etichetta identitaria, né un programma ideologico, né tantomeno una tessera. E’ stata e resta, fondamentalmente, il segno di due cose. La prima: che l’orizzonte del comunismo deve restare aperto, non come speranza per il futuro ma come contraddizione del presente, contro la volontà di potenza del capitalismo, contro la violenza sui corpi e sulle vite dei poteri vecchi e nuovi, contro i manipolatori delle menti e i colonizzatori dell’immaginario. La seconda: che fra quella testatina del giornale e la vita del gruppo che lo produce debba esserci una qualche coerenza. Non riconducibile solo alla formula proprietaria, pure importantissima, e all’egualitarismo salariale. Bensì ad uno stile delle relazioni fra noi, consapevole che quel «noi» è un soggetto prezioso e delicato, da trattare con la stessa cura dell’oggetto-giornale da mandare in edicola ogni giorno. Non dunque, come recita uno slogan oggi caro alla Direzione, un manifesto «oltre le nostre persone», ma le nostre persone nella scommessa del manifesto.

Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato. Ce lo chiedono con dispiacere, talvolta sorpresi perché non capiscono, talvolta irritati come se avessimo tradito un’aspettativa o una certezza, una missione o un dovere di resistenza. Hanno qualche ragione, perché avremmo dovuto dire più, e qualche torto, perché anche i silenzi parlano, ad esempio di un tentativo di non inasprire i toni, o del bisogno di elaborare una perdita. La risposta, comunque, è semplice: perché poco o nulla di quello che per noi è stato ed è il manifesto sopravviveva ormai in via Bargoni. Il che non significa pensare che il manifesto sia finito per sempre. Significa separarsi da un manifesto che in questo momento non è più quello che, fino all’ultimo, ci siamo spesi per tenere in vita e costruire.

Quando ci si separa, si sa che spesso volano gli stracci, e con gli stracci molte bugie. Non staremo a contestarle o smentirle una per una. Su qualcuna però non possiamo tacere.

Non è vero che siano emerse fra noi posizioni politiche e di politica editoriale incompatibili. Né che ci sia stato uno scontro tra fautori di un “giornale-partito” contro un “giornale-giornale”. E’ vero piuttosto che negli ultimi anni è stato programmaticamente eliminato il terreno stesso del confronto politico, culturale ed editoriale al nostro interno. Qualsiasi discussione è stata ritenuta superflua e perfino ostativa alla fattura di un giornale sempre più omologato, al di là dei singoli contributi pure spesso eccellenti, alla stampa mainstream, alla sua agenda, alle sue tematizzazioni; sempre meno sperimentale nella formula editoriale (rapporto carta-online, rapporto quotidiano-supplementi etc.); sempre più ridotto da intelligenza collettiva a macchina produttiva veicolo di interventi esterni. Questa ostinata chiusura della discussione ci ha oltretutto impedito di confrontarci con il dato duro di un forte calo delle vendite, sempre attribuito genericamente alla crisi della carta stampata e mai analizzato come sintomo specifico di una perdita di autorevolezza e di efficacia della testata.

Non è vero che la liquidazione coatta sia stata imposta dal Cda uscente, segnatamente nelle persone del suo presidente Valentino Parlato e dell’amministratore delegato Emanuele Bevilacqua. La liquidazione era l’unica opzione possibile per evitare la procedura fallimentare, tutelando i diritti e gli ammortizzatori sociali dei soci-lavoratori; lo sapevamo tutti, e l’abbiamo approvata tutti, salvo un paio di eccezioni. Essa non ci avrebbe impedito di tentare fin da subito – ormai un anno fa – di mettere a punto un piano di riacquisto della testata, con l’aiuto dei lettori e dei circoli, e di ridefinizione della cooperativa e della redazione secondo criteri organici a un piano di riforma del prodotto: per aggiornarne e rilanciarne il senso politico-editoriale, che si era appannato negli ultimi anni, e per risanare una gestione economica sbagliata, di cui tutti portiamo qualche responsabilità. Purtroppo è stata seguita un’altra strada. Nessun piano di riacquisto, mentre la cooperativa e la redazione venivano lasciati a un’emorragia spontanea di competenze professionali e di funzioni, senza nulla fare per tamponarla, e anzi giocando su sottoutilizzazioni e prepensionamenti – questi ultimi nient’affatto «scelti», come ora si dice, bensì accettati per ridurre i costi del lavoro, e per giunta additati come posizioni di privilegio e fatti oggetto di una brutta campagna «rottamatoria» – per sfrondare il giornale da posizioni non allineate.

Non è vero dunque che la nuova cooperativa nasca dalla differenza algebrica fra l’innocenza e la buona volontà di quanti «hanno tenuta aperta la casa» e «il menefrighismo di chi ha lasciato il giornale in un momento difficile». Essa è piuttosto il frutto dell’avocazione a sé, da parte della Direzione e delle rappresentanze sindacali, di funzioni di rappresentanza della proprietà collettiva del giornale che non sono di loro pertinenza. Fino al rifiuto di eleggere un organismo garante della trasparenza del delicato processo di transizione ed eventualmente di vendita della testata.

Altro che menefreghismo, esili volontari e porte sbattute. Su questi e su altri punti, di metodo e di sostanza, abbiamo continuato fino alla fine a proporre strade alternative e a dare battaglia, senza mai far mancare il nostro contributo gratuito di scrittura malgrado i dissensi, peraltro pubblicamente espressi sulle pagine del giornale ma mai raccolti, sempre respinti e più volte denigrati.

Sono queste le ragioni che ci hanno persuasi, non senza dolore, a non partecipare alla formazione della nuova cooperativa, di cui non ci è chiara né la prospettiva politico-editoriale né la discontinuità amministrativo-gestionale. E che nasce da una consapevole messa in mora, per non dire da un sostanziale disprezzo, di quello stile delle nostre relazioni che dicevamo all’inizio. Se ne può trarre la conclusione che noi ci siamo allontanati dal manifesto: ma solo dopo che il manifesto, «questo» manifesto, si era allontanato da noi. Quanto al domani, è tutto da scrivere.

Loris Campetti, Marco Cinque, Mariuccia Ciotta, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Tiziana Ferri, Marina Forti, Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Miriam Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos)

Dispiace che le compagne e i compagni firmatari di questa lettera non abbiano voluto raccogliere il significato dell’articolo “Una nuova storia”, pubblicato a nome di tutti noi. Stupisce l’affermazione sulla “programmatica eliminazione” del conflitto politico. Molte delle firme in coda a questa lettera hanno connotato la prima pagina del manifesto sempre, e nessuno può confermarlo meglio dei nostri lettori. Direzione e rappresentanze sindacali non hanno “avocato” alcun potere. Ogni cosa è stata decisa con il voto del collettivo. Chi propone strade alternative ha avuto, e ha ancora, la possibilità di esprimersi. Stando dentro, non fuori il giornale. E confrontandosi, in modo aperto e franco, come abbiamo sempre fatto nella nostra storia.

Perché la grande crisi non fa vendere centomila copie?

Come collaboratore esterno recente ho molto ritegno, come ha scritto Piero Bevilacqua, a entrare in un dibattito di cui purtroppo capisco bene l’asprezza. Col rischio di toccare suscettibilità esacerbate, senza riuscire a contribuire a un ragionamento. Ma come antico compagno politico dei fondatori del manifesto, movimento politico, ho una tale assuefazione alla presenza di questo giornale, che una sua scomparsa mi getterebbe in una terribile crisi di astinenza.

Mi pare che l’attacco di questa discussione, manifesto partito o no, con linea politica o no, comunista o no, e come, plurale o singolare non ci porti lontano. Partirei da una domanda che mi pare finora assente. Domanda in un certo senso opposta a quella fatta da Bevilacqua. Non si tratta di chiedersi se un giornale più “di linea” avrebbe più lettori. Domanda certamente cruciale se poi ci si deve domandare cosa cambiare. Ma che forse andrebbe preceduta dal chiedersi perché il giornale ha perso i lettori che aveva; domanda forse più sgradevole, ma necessaria. Non solo, ma perché molti di quei lettori rimasti continuano a comprarlo per sola affezione non apprezzandone l’impianto. In altri termini questo giornale è già morto, e non lo sa, perché rappresenta solo una parte dei suoi lettori; mentre i lettori rimasti sono a loro volta minoranza rispetto al bacino storico del giornale. Il paradosso è che di un giornale come il manifesto c’è invece un assoluto bisogno, con le competenze e la capacità unica, che gli deriva dalla sua storia, di mobilitare appoggi e contributi in tutti gli ambiti.

Posso suggerire una ragione, forse la più recente, ma che nel momento attuale ritengo molto importante, del difetto di rappresentanza di un ambito ampio di lettori. Viviamo ormai da cinque anni in una crisi che i Marx e Engels di metà Ottocento si sarebbero sognati. E nessuno a sinistra è in grado di rappresentarla. Non solo il manifesto non ha guadagnato lettori, ma né Sel né Rifondazione hanno guadagnato consensi. Quello che si muove oggi a sinistra, a parte Cgil e Fiom, è in gran parte radicalizzazione di fasce già a sinistra, e solo in misura limitata nuova mobilitazione. Grillo pesca elettoralmente più a destra, ormai – vedi Sicilia; anche se la sua militanza magari si sente di sinistra. I referendum, sull’acqua e gli altri, hanno certo mobilitato molti elettori, importantissimo, ma sarei molto stupito se Alba andasse elettoralmente molto oltre quelle aree di militanza che l’hanno promossa.

Dubito che oggi un giornale possa vivere di militanza, come quarant’anni fa’ fece il manifesto; che per di più aveva come interlocutori l’ampia platea degli iscritti al Pci. Bisognerebbe, credo, partire dalla banalità che un giornale vive se sa a quali lettori parla. Un esempio: il Fatto è nato e vissuto perché ha rappresentato un bisogno di legalità diffuso; poi oggi avrà un problema di ridefinizione. Ma intanto si era radicato. Esiste un tema di elezione del manifesto? A me parrebbe naturalmente la crisi. Il giornale la tratta, con buoni servizi redazionali e con contributi esterni, ma evidentemente tutto questo sforzo – pure non piccolo – dei redattori in condizioni infernali, non riesce a dare un’immagine complessivamente forte del giornale, che lo identifichi come il giornale a cui rivolgersi per primo se si vuole sapere e capire. Il manifesto evidentemente non riesce oggi a parlare a quelle tantissime di persone, non solo quelle travolte dalla crisi ma anche a quelle o molto preoccupate o interessate che, trovando nel giornale risposte a loro domande, specchio di loro problemi, lo potrebbero portare in lidi sicuri.

Non ho ricette, non sono giornalista e proprio non so come si può organizzare uno strumento di comunicazione di massa. Posso solo dire che come rappresentare questa crisi, che durerà, dovrebbe essere la domanda da porsi. A maggior ragione se la crisi non è solo del giornale, ma anche crisi dei lettori. C’è stata una rottura della comunicazione, tra coloro che hanno fondato il manifesto, tra molti che lo leggono oggi, e un ampia platea di giovani con cui non si trovano linguaggi comuni. Ma se non si riallaccia questa storia, non c’è alcuna prospettiva. Non si parla né ai tanti travolti dalla crisi da dentro il lavoro, né a quelli che ne sono travolti essendone lasciati fuori. Se ci si fa la domanda giusta, le risposte verranno. Il come farlo, con la pluralità oggi ineludibile, viene necessariamente dopo la do­manda cosa fare.

Domanda, il ‘che fare’, che forse ormai solo pochi lettori sanno chi la pose, e sanno che il porla cambiò il Novecento, e noi.

Un giornale plurale che si sporca le mani con la realtà di oggi

A chi osserva dall’esterno le vicende del giornale, pur collaborandovi attualmente e avendovi trascorso tanti anni della propria vita, alcune dinamiche del dibattito interno alla redazione appaiono incomprensibili. In particolare, non si comprende una sorta di eccesso di severità fino alla spietatezza sul giornale che ogni giorno va in edicola.

Negli ultimi mesi il manifesto ha fronteggiato la crisi più grave della sua storia con uno straordinario sacrificio della redazione che tutti (circoli, collaboratori, osservatori) dobbiamo anzitutto rispettare, ma non ha nel frattempo mollato il campo. Anzi, pur in una situazione di emergenza ha saputo rappresentare un importante riferimento nel dopo Berlusconi, esprimendo un radicale punto di vista critico sul governo Monti. Un ruolo essenziale perché ha tenuto aperto un varco in un sistema dell’informazione che, paradossalmente ma non tanto, dopo la fine dell’era Berlusconi a me appare meno libero di prima. Infatti, la grande informazione si è compattata attorno al pensiero unico di Monti e del suo governo, demonizzando chiunque osasse porsene fuori.

Le battaglie sui beni comuni, contro lo scempio dei diritti dei lavoratori, lo spazio offerto al mondo degli economisti antiliberisti, hanno contribuito a tenere aperto un luogo prezioso di critica e di proposta. Il modo radicale, ma intelligente e non settario, con il quale il manifesto ha esercitato questo ruolo lo rende oggi uno dei mattoni della libertà d’informazione in Italia.

E’ legittimo pensare che ciò non basti e immaginare che il manifesto dovrebb’essere il motore di una riorganizzazione politico-culturale della sinistra anticapitalistica. Non è un dibattito nuovo, esso attraversa, in forme diverse la storia del giornale. Ma sarebbe un grave errore pensare che un luogo di elaborazione possa vivere senza contaminarsi con la vita quotidiana delle persone in carne ed ossa e sporcarsi con la necessità di proporre ogni giorno una propria idea in quella forma originale della politica che è un giornale, necessariamente incompleta e parziale.

Non mi aspetto dal manifesto una visione compiuta, una “linea”, ma che sia uno dei luoghi dove con pazienza certosina si raccolgono gli spezzoni di un pensiero critico, si accumulano i materiali di una nuova radicalità, di un’alternativa a una società che ha messo il denaro e la ricchezza privata al centro di tutto.

Anche la crisi del sistema dei partiti è figlia di questa egemonia predatoria: la politica è uno strumento per conquistare la ricchezza ed usa la ricchezza per conquistare e mantenere il potere. La grande maggioranza dei cittadini ne è fuori: la vera antipolitica non è il Movimento5Stelle, ma la politica attuale, un mix orribile di corruzione e rigorismo contro i più deboli. La critica della politica, del suo agire e delle sue forme è un patrimonio storico del manifesto. Sarebbe strano che questa attitudine non trovasse oggi una sua rinnovata ragion d’essere, cogliendo nel presente tutto ciò che sta fuori dalla logica mercantile, anche quando si esprime in forme spurie e non “ideologicamente” affini. Penso, per esempio, che dentro il voto a Grillo confluiscano anche tanti elettori delusi della sinistra, cui una critica della politica quale quella che il manifesto ha esercitato per tanti anni potrebbe parlare.

La parte più viva della storia del manifesto, che molti di noi continuano a vivere come propria pur se diversamente collocati nella propria esperienza attuale, è una capacità continua di indagare il presente, portando la propria critica nel cuore dei nuovi processi di aggregazione sociale, nel costume, nella politica.

Ci vuole un giornale come luogo aperto e plurale, non concluso, di critica dell’esistente. Una redazione in grado di proporre ogni giorno la propria lettura dei fatti, i lettori organizzati che restituiscono un feed-back e diventano il motore di uno scambio continuo sul web che si alimenta del quotidiano cartaceo e al tempo stesso lo alimenta di nuove idee e punti di vista che provengono direttamente dalla società.

Non capisco ulteriori richiami identitari che avrebbero come risultato il risucchio in una logica ultraminoritaria. Milioni di persone oggi cercano risposte al liberismo fuori dai tradizionali confini della politica, il manifesto ha tutte le caratteristiche per incontrarle. Non provarci sarebbe un delitto.

Distanza critica e nuovi linguaggi

La crisi de il manifesto deriva da un difetto di «linea politica»? Io penso di no. Credo che l’elemento principale che spieghi la condizione attuale del giornale stia nel più generale problema della crisi della carta stampata – e dei quotidiani in particolare. Una crisi che la mia generazione (ho trentuno anni) rispecchia: anche gli istruiti e «impegnati» accedono all’informazione e formano la propria opinione prevalentemente attraverso altri canali. Il web, soprattutto, ma anche settimanali come Internazionale o fonti di lingua non italiana.

Per evitare fraintendimenti, ho l’impressione che su questa diagnosi dovrebbe esserci il consenso di tutti. Le energie per il rilancio de il manifesto dovrebbero, a mio avviso, essere spese soprattutto per capire come riuscire a costruire, con pochi mezzi, un quotidiano politico e senza padroni dentro la rivoluzione che investe il modo con il quale si comunica e ci si fa un’idea del mondo.

Ciò non significa sottovalutare un punto di vista come quello autorevolmente rappresentato da Rossanda e condiviso da molti compagni. Al contrario: penso che Rossanda abbia ragione nel richiamare il giornale a «un lavoro politico e culturale di lunga lena (…), smettendo di galleggiare su obbiettivi generici e a breve». Non dimenticando, però, mi permetto di aggiungere, di essere un quotidiano. Se toccasse a me – ultimo arrivato dei collaboratori esterni, lettore fedele da sedici anni – tradurre in pratica l’indicazione di Rossanda, direi: non facciamoci mai organo di nessuna delle frazioni della malconcia sinistra italiana e manteniamo la dovuta distanza critica dalla politique politicienne.

Distanza critica che non va confusa con anti-politica. Ci mancherebbe altro. E tantomeno con indifferenza. Ciò che accade sulla scena politica nazionale va capito e raccontato, soprattutto mostrandone le contraddizioni. In particolare quando riguardano il nostro campo: amicus Plato, sed magis amica veritas. Ma senza dimenticare che, spesso, le cose più interessanti – e importanti – sono quelle che accadono «al di sotto» o «al di sopra» del piano in cui si muovono gli attori considerati «politici». Laddove cioè operano i poteri reali, economici e ideologici, e i contropoteri politico-sociali, che per fortuna esistono e resistono.

Credo, infatti, che il richiamo di Rossanda possa essere letto anche come uno sprone a guardare di più e meglio oltre i nostri confini. Impegnandosi nel compito di chiarire ciò che buona parte delle altre testate hanno interesse a mantenere oscuro: il difficile linguaggio dell’economia internazionale, le formule magiche usate dai poteri europei, la fitta trama di istituzioni pubblico-private – dalle agenzie di rating alla Banca centrale europea – che condizionano pesantemente la nostra vita. Perché la sfida è sempre quella antica del pensiero critico: denunciare come socialmente determinati quei rapporti sociali che il potere presenta come naturali.

Mi sento di dire, tuttavia, che su questo terreno il manifesto non sta lesinando energie. Certo, si può sempre fare di più e meglio. Si può, ad esempio, cercare di mettere di più e meglio in relazione le sinistre europee (politiche e sociali) che contestano l’ideologia e la pratica dell’austerità. Riuscendo, nel fare ciò, a costringere la pigra sinistra italiana a sprovincializzarsi.

Se il giornale vivrà, come spero, tutto ciò potrà essere realizzato. Insieme a molte altre cose, che il manifesto è tra i pochi a tentare: fare i conti con il patriarcato in tutte le sue manifestazioni, indagare il rapporto tra scienza e potere, tra capitalismo e natura, denunciare le offese alla dignità umana operate dalle «istituzioni totali», difendere le ragioni del garantismo, esplorare le sperimentazioni delle avanguardie e della cultura fuori dai circuiti mainstream.

Una missione ambiziosa, che non basta enunciare. Occorre capire, qui e ora, quali siano gli strumenti e i linguaggi più adatti. Nella consapevolezza del fatto che «le giovani generazioni non sanno neppure cosa voglia dire “comunismo”», come giustamente hanno scritto Rangeri e Mastrandrea. Non possiamo ignorarlo: i venti-trentenni per orientarsi nel mondo usano bussole diverse dal passato. Questo giornale deve riuscire ad essere una di quelle bussole. Che aiuti le nuove generazioni a interpretare diversamente il mondo. E a trasformarlo.

Oltre l’esistente, senza rimpianti di passate stagioni

Essere all’altezza del nostro presente, per noi del manifesto e per chi ci sostiene, deve voler dire – oggi – prendere atto della realtà non più aggirabile dei fatti, a meno che non si voglia credere che anche questa sia solo una interpretazione: parliamo della scadenza ormai prossima della liquidazione amministrativa, alla quale seguirà – se non riusciremo a costituire una seconda cooperativa in grado di dare continuità proprietaria al giornale – la messa all’asta della testata. A fronte di questa contingenza, c’è chi – a cominciare dalla direzione – sta lavorando per assicurare l’uscita del giornale, un giorno dopo l’altro: impresa niente affatto scontata in questi climi. E c’è chi si è fatto da parte e, coerentemente con le proprie recriminazioni, si è già attrezzato a costruirsi una alternativa per il futuro: una alternativa in forma di s.r.l., il cui obiettivo è lavorare, intanto, alla demolizione della credibilità del manifesto, per poi aspettare il passaggio del suo cadavere e raccoglierne a poco prezzo le spoglie.

Alcuni credono di nobilitare la propria condizione invitando gli altri a chiamarli «estremisti», e perciò assegnandosi – come ha scritto in un suo saggio Paolo Virno – a quella «attitudine lamentosa o iraconda, comunque segnata da risentimento e subalternità» che non ha mai trovato asilo nella tradizione del pensiero critico. Gli uni e gli altri vorrebbero potersi dire sotto l’ala protettrice dei fondatori del manifesto, che comprensibilmente ritraggono quell’ala, anche se più generoso sarebbe da parte loro sincronizzarsi con l’urgenza dettata dalle contingenze, con la fatica quotidiana della redazione, che forse non immaginano, e con l’onere senza onori della responsabilità che – nel bene e nel male – ci si assume ogni giorno davanti ai lettori.

La verità – diceva Goethe – ama i piccoli numeri. E tra noi e i piccoli numeri c’è una storica, fatale coincidenza. Naturalmente, la verità, per noi, è tutt’altro che una antica metafora. Non siamo mai stati sedotti dalla favola postmoderna, nemmeno se raccontata nel registro suggestivo di un antirealismo magico. Il discredito del sapere, l’antintellettualismo diffuso, l’orgia decostruttiva avvitata su se stessa senza alcuna istanza ricostruttiva a rianimarla sono opzioni che intendiamo combattere nei loro approdi manifestamente populisti. Per questo sì, come lamentava la ricorrente polemica di un recente intervento, abbiamo dedicato molto spazio alla riattualizzazione di un realismo militante, discussa in interventi che sono stati conformisticamente stigmatizzati come «accademici», uno di quegli aggettivi la cui ricorrenza lamentosa ci ha per troppo tempo indotto alla coazione difensiva di una risposta immeritatamente vile. Occorrerà finalmente emanciparsene: perché, piaccia o no, l’università è l’approdo statisticamente più diffuso per chi, quanto meno, ambiva a fare dello studio la propria professione; dunque è l’ovvio, sebbene naturalmente non il solo, serbatoio al quale attingere, selezionando – come si fa da ogni fonte – i contributi dei molti che, in questi anni, hanno provato con successo l’ebbrezza di affrancarsi da un lessico sterilmente autoreferenziale.

Ma forse il fatto è che abbiamo, ormai, obiettivi dissimili: nei nostri desideri c’è ancora e sempre quello di radunare le forze interne e esterne per interpretare e rendere parlante la nostra disaffezione verso quelle forme di vita che sono oggi le più premiate; aggiornare via via la cassetta degli attrezzi introducendovi, magari, oggetti non ancora identificati che ci serviranno a alimentare il nostro spirito critico; accompagnare con sguardo vigile le oscillazioni di tutte le arti, tra aspirazioni a istigare l’indignazione sociale e velleità di rientrare, forse anche proprio attraverso quella finestra, nel porto sicuro del canone.

Sta a noi indicare alternative praticabili alle parole d’ordine dei nostri tempi: flessibilità, adattività, mobilità; prendere coscienza attiva dello sfruttamento cui sono sottoposte, sul mercato del lavoro posfordista, le nostre connaturate attitudini linguistiche: oggi non è più tanto il sudore della fronte a venire ricercato, ma quello dell’intelletto. Il mercato del lavoro pesca da tempo nei requisiti più connotanti della natura umana: non a caso una marea di nuove occupazioni fluttuanti, e per antonomasia precarie, sono nate intorno alla capacità di mettere a frutto le istanze comunicative dell’uomo che gli derivano dalla facoltà di linguaggio. Dovremo guardare oltre l’esistente smarcandoci senza indugi dal rimpianto di trascorse e più fortunate stagioni; riservare i nostri sentimenti di appartenenza alla comunità di coloro che sono senza comunità; indagare l’intreccio tra le nuove manifestazioni di disagio psichico e il loro contesto sociale; prendere criticamente atto del primo piano che ha acquisito, nel senso comune, il mercato dell’equilibrio interiore, che mobilita diverse professionalità sulle quali non si indaga da tempo, probabilmente perché sopraffatti dalla crociata farmacologica che ha tagliato corto, almeno nelle pratiche più ricorrenti, con ogni ricorso alla cura fondata sulla parola.

Siamo in una fase regressiva, ma abbiamo intenzione di aggredire l’esistente. Non pretendiamo, ogni volta, di chiudere il pugno sul significato. Di certo intendiamo praticare al meglio della nostra radicalità l’uso potenzialmente infinito di quei mezzi finiti che sono le nostre parole.

Nella nuova impresa tutti, Circoli compresi

Leggendo i vari interventi, più o meno interessanti, anche a volte suggestivi, ho notato che si sfugge – non da parte di tutti – da una questione fondamentale: se si vuole continuare a far uscire il manifesto occorre fare la scelta, difficile e drammatica, del come.

Questa scelta è legata ovviamente a quale giornale vogliamo e potremo fare. Parlare ora di un progetto per il manifesto (nuovo o vecchio) in 70 righe mi sembra impossibile e soprattutto è troppo tardi – se avessimo avuto idee brillanti forse non saremmo arrivati a questo punto, nessuno ce l’ha impedito. E comunque non può essere separato dalla discussione sul come continuare dopo il 31 dicembre.

Non voglio sfuggire al problema: la soluzione migliore sarebbe una raccolta di fondi che ci permetta di comprare la testata. Ma pensate veramente che in due mesi si possa fare? Con la crisi economica che attanaglia tutti noi, tranne quelli che forse non sono interessati a far sopravvivere il manifesto? Col senno del poi si può dire che bisognava cominciare un anno fa con questo obiettivo, ora il tempo è scaduto. Ci siamo illusi o ci hanno voluto illudere che fosse possibile salvare il manifesto con la “liquidazione coatta”!

La proposta Bevilacqua & Co, a quanto sostiene lui non è ancora compiuta, forse lo sarà prima del 31 dicembre. La terza ipotesi è quella di un imprenditore “amico” che ovviamente porrà delle condizioni ma a sua volta dovrà attenersi alle condizioni di vendita della testata. È un abbaglio? Può essere. Chi avrebbe mai pensato che ci fosse qualcuno disposto a finanziarci senza mettere direttamente le mani sul giornale? Dietro c’è il trucco? Andiamo a vedere. Così potremo fare le valutazioni concrete delle varie possibilità.

Si parla di una cooperativa nuova formata da 25 dipendenti. Che la cooperativa debba essere nuova è inevitabile, vista l’eliminazione della “bad company”. Ma qui nasce il problema che sembra dilaniare più degli altri noi sopravvissuti del manifesto e chi cerca ancora il modo di sopravvivere. Penso che tirare Valentino e Rossana (e anche Pintor) da una parte e dall’altra sia ingeneroso. Tutti noi siamo cresciuti con loro, abbiamo condiviso scelte e ne abbiamo contrastate altre, sull’eredità politica non penso ci sia qualcuno in grado di interpretarla meglio di altri, ma non ne facciamo dei monumenti, fortunatamente sono ancora in grado di escluderci dal testamento.

Non c’è dubbio che il problema resta chi si salva e chi no (materialmente e non politicamente). Il manifesto è arrivato a questo punto per il numero eccessivo di dipendenti (che il basso salario non bastava a mantenere), quindi per continuare occorre ridurne il numero, scelta drammatica.

Per me qui si pone un problema decisivo, ma che si evita di trattare nella sua crudezza: nella cooperativa, almeno la maggioranza deve essere formata da chi fa il giornale, dunque dipendenti. C’è chi si è allontanato volontariamente e ha alleggerito il compito di chi dovrà risolvere la questione. Tuttavia nessuno sembra porsi il problema dei dipendenti che perderanno il lavoro. Com’è possibile che noi che ogni giorno difendiamo le lotte di tutti quelli che perdono il posto e vanno in cassa integrazione, poi non ci preoccupiamo di chi lavora con noi, magari pensandola anche diversamente, e non potrà più farlo? Sono loro – tecnici, giornalisti, direzione compresa – che hanno garantito l’uscita del giornale, con tutte le carenze e gli errori che vogliamo. Tutti abbiamo fatto e continueremo a fare degli errori, ma dovremmo avere l’onesta di riconoscerlo senza scatenare anatemi. E poi che ruolo dare alle “firme” che sono in pensione, ma che non sono un corpo unico, compagne/i con le loro idee, analisi, che spesso si sono scontrate ma che hanno costituito la ricchezza e comunque la storia del giornale.

Non ho, ovviamente, una soluzione ma penso che possano esserci diversi organismi dove coinvolgere gli uni e gli altri e soprattutto che tutti possano continuare a scrivere, naturalmente compresi i numerosi collaboratori e gli appartenenti ai circoli. Ecco, i circoli sono il legame con il territorio che spesso perdiamo nell’affanno di fare il giornale (non parlo per me che ne sono fuori e invece giro molto, incontrando anche spesso lettori del manifesto).

Se posso permettermi di contraddirmi rispetto a quello che ho detto prima: i circoli avrebbero potuto e potrebbero ancora costituire l’ossatura per trasformare il nostro sito web in una vera e propria agenzia di informazione alternativa. Un servizio per promuovere il manifesto in carta e non per sostituirlo.

Le forze ci sono, perché lasciare proprio ora?

Se il nostro dibattito continua così, nessuno riesce più a capire quello che sta accadendo e, mentre la casa brucia, continua la recita dell’attacco alla direzione. Come se fosse davvero colpevole di tutto, dalla caduta della Comune di Parigi, fino alla sconfitta della Rivoluzione culturale cinese; e perfino responsabile di tutti gli errori della nostra storia, dalla scelta elettorale del 1972, al giornale di partito del 1976. Così, nella ricerca del nemico (noi/voi), ci si dimentica di come e quando questa direzione è nata. È nata poco più di due anni e mezzo fa, dopo più di otto mesi di assemblee permanenti e conflitti rabbiosi che approdarono ad una sorta di primarie dalle quali uscirono solo due candidati, poi eletti. Norma Rangeri, firma storica del giornale e Angelo Mastrandrea. Davanti, il compito impossibile: risollevare le sorti del giornale che già precipitava in copie e ascolto, a mani nude, senza mezzi economici. Di fronte a una verità da non nascondere: il debito che ci ha strangolato non dipende da questa direzione, si è prodotto nelle fasi di «vacche grasse», scrivono i compagni dell’ex Cda.

Quindi questa direzione senza alternativa andava sostenuta, anche da chi, pur giudicandola negativa, non si era candidato. Da alcune parti invece del sostegno c’è stata la fuga quando non l’accanimento distruttivo. Si è dunque prodotta un’ulteriore frattura, mentre nel deserto prodotto anche dalla cassa integrazione, in modo forsennato, tutti i giorni abbiamo fatto uscire il giornale, impegnato in campagne mirate straordinarie. Dai beni comuni, alla valenza generale per la sinistra delle elezioni «locali» a Milano, Genova e Napoli, alla denuncia delle spese militari; con un’attenzione inusitata alla crisi europea con due o più pagine al giorno. Un anno e mezzo fa abbiamo resocontato le straordinarie rivolte arabe, intravedendone limiti e contraddizioni poi dimostrate ahimé reali; affrontando, non senza drammatiche divisioni, la questione della crisi libica e della guerra «umanitaria» della Nato, i cui contraccolpi ambigui, dopo l’uccisione a Bengasi l’11 settembre scorso dell’ambasciatore Usa, pesano anche sulla campagna elettorale di Obama; con la denuncia della guerra che torna costante strutturale del capitalismo globalizzato in crisi. Il tutto nella convinzione che la continuità editoriale del manifesto fosse fondamentale. Lo è ancora?

Se continua così, la questione pensionati/dipendenti diventa un enigma. E invece è più che comprensibile. Quanto alla considerazione del lavoro dei pensionati (in prepensionamento per salvare il giornale quindi penalizzati ma ora meno disperati dei dipendenti), i liquidatori hanno chiesto la loro collaborazione mettendo, «come da mandato» al primo posto le garanzie per i dipendenti. Il patto politico generazionale, il nostro «atto d’amore» fondativo tanto caro a Carla Casalini, è stata la prima vittima. Attentato anche da dichiarazioni scellerate – ma in assoluta minoranza e poi superate -, che negavano addirittura il diritto alla presenza nel giornale dei soci-pensionati. Alle quali si è voluto rispondere con un altro grave errore, così riassumibile: se non ci volete, allora tutti i giorni non ci siamo più e ce lo facciamo noi un altro manifesto. Verso una rottamazione vicendevole. Al punto che invece di rappresentare qualcosa di più nella crisi del Belpaese (v. le «guerre» sociali di Taranto e Pomigliano) rischiamo di diventarne lo specchio fedele.

Io ho lavorato per suturare questa ferita. Non ci sono riuscito. Ma il giornale che è stato fatto fino a stamattina è il manifesto del punto di vista, con la sua ispirazione antiliberista. E allora le vendite? Ma non sta scritto da nessuno parte che la «linea giusta» faccia vendere di più – e la storia del manifesto lo chiarisce, basta andarla a leggere per scoprire che le attuali vendite non sono un «limite storico» ma corrispondono proprio a quanto vendevamo a fine anni Settanta. Quando, per uscire dal disastro, Rossana Rossanda impegnò una parte di noi nella costruzione della «Cooperativa Il Manifesto Anni ’80» (a cui si ispirò la Taz), una società politica di soci-lettori. Proprio come dovremmo fare oggi.

Infine, se continua così, non c’è prospettiva concreta. Al contrario c’è, e articolata. In primo luogo riguarda lettori e circoli. I quali, nonostante voci deliranti («dagli ai bargonisti»?) e denuncia del «giornalista che fa tutto da sé» – ma questo è il giornale del non-giornalista ma testimone Vittorio Arrigoni – pongono a tutti noi una richiesta sacrosanta: quella della proprietà collettiva. Nessuno ha più il diritto di chiedere sostegno senza una giusta restituzione politica, dalla fattura del giornale (il pubblico del manifesto è un pubblico che scrive) al sostegno organizzato al manifesto. Altresì, e non c’è contraddizione se non, per ora, solo temporale, è necessario attrezzare una cooperativa di lavoratori (nessuna Comune nasce contro i diritti dei lavoratori del giornale, redattori e poligrafici), in massima parte soci-dipendenti e in minor parte soci-non dipendenti, con corresponsione di quote individuali, perché ogni impresa, anche collettiva, è un rischio personale. Questa cooperativa va costituita nelle prossime ore-giorni (il voto dell’assemblea del 6 ottobre corrispondeva a questa urgenza).

Entrambe le forme (ma può essere una sola proprietà collettiva che si articola in una parte editoriale e in una cooperativa di gestione, senza dimenticare che una forma residua di proprietà collettiva esiste ed è la Spa) hanno però davanti un nodo tremendo che mette in discussione la storica indipendenza economica della testata: dal 1 gennaio 2013, a 42 anni dalla sua nascita, il manifesto è in vendita, e già è comparso un imprenditore-investitore (almeno uno) interessato, oltre che a guadagnare, a scommettere su di noi. Se ci avvieremo verso questa trattativa, vista l’impossibilità nell’immediato di una sottoscrizione significativa, si pone, come propone Tonino Perna, la sfida dell’opzione al riacquisto della testata. L’esempio «Luca Fazio» ci dice inoltre che il primo compito dovrà essere un Fondo di solidarietà per i più deboli. Ma questa trama di possibilità sarebbe nulla senza una carta politico-culturale d’intenti (con netta vocazione europea), che lancia il nuovo manifesto e senza una valutazione d’impresa sul nuovo lavoro possibile (dalla rinnovata edizione on-line, agli inserti Alias, Talpalibri, pubblicitari, al «gioiello» Le Monde Diplomatique). Dal punto di vista della carta d’intenti, il documento di Rossana Rossanda «Il manifesto. Da dove ricominciare» è il nostro terreno fondamentale da dissodare, il punto su dove siamo arrivati, le domande ineludibili per ognuno/a di noi. Per questo dobbiamo assumerlo, anche con una votazione.

Concludendo. Sono convinto che le forze per il nuovo manifesto ci sono, fuori e nella redazione. Dove, oltre allo straordinario rapporto tra donne e uomini della mia generazione che non smetterò di amare pur confliggendo con loro e con le madri e i padri (perché solo così si esce dall’Edipo irrisolto che siamo), ho avuto il privilegio di lavorare insieme a giovani eccezionali quanto a contenuti e capacità. La mia resta una speranza umile, comunista e umile. Sono andato a rileggere i versi che ho scritto mentre con Isabella, Loris, Astrit e Miriam accudivamo nella sua casa Luigi Pintor che ci lasciava dopo aver scritto l’ultima verità: che la sinistra che avevamo conosciuto non c’era più. Forse avremmo dovuto dichiarare fallimento nel 2003? Se non l’abbiamo fatto, perché abbandonare ora con la crisi del neoliberismo a portata di mano?

Un giornale nel campo largo della sinistra

Leggo e rileggo il drammatico scambio tra Valentino Parlato e i direttori del manifesto, e non me ne capacito. So della crisi del giornale e delle gravi difficoltà in cui si dibatte (distinguo, perché la crisi finanziaria è di gran parte della carta stampata, forse di tutta; altra cosa sono le difficoltà specifiche del manifesto, che meritano un’attenzione particolare), ma non mi sarei aspettato tanta asprezza. Non è che me ne scandalizzi, né me ne rammarico, purché il dissenso sulle cose non tracimi in dissapori personali. Solo, mi meraviglio. Perché, pur cogliendo la divergenza, mi trovo a condividere gran parte di ciò che scrivono tutti i contendenti. Non è cerchiobottismo. Forse un limite dovuto alla distanza da cui per forza di cose seguo questa discussione. Se, ciò nonostante, non mi astengo dal parteciparvi, è perché il manifesto è parte fondamentale di questo paese. Un bene comune, come si dice. Res publica, si sarebbe detto un tempo. Che superi l’impasse è troppo importante perché possano prevalere reticenze o timidezze.

Ho due cose da dire, connesse tra di loro. La prima è che questo giornale è necessario. Oggi la sinistra italiana non ha voce. Anzi, a prima vista (sta qui una differenza essenziale rispetto a tutta la prima fase di vita del manifesto, tra gli anni Settanta e Novanta) la sinistra in Italia non esiste più. Ma le sue forze – disperse e frammentate, in primo luogo per responsabilità dei gruppi dirigenti – ci sono eccome. Cospicue. In grado, virtualmente, di determinare la direttrice per tirare fuori il paese dal vicolo cieco nel quale si è cacciato, e di contribuire a una dinamica progressiva dell’Europa. La necessità del manifesto è parallela, in qualche misura identica, alla necessità di riunire i disiecta membra della sinistra. Questo parallelismo è evidente, e tenerne conto è indispensabile anche per non sbagliare la lettura delle difficoltà del giornale, delle loro cause, in gran parte esterne, oggettive, storiche. Resta che soltanto il manifesto è in grado di dare voce alla sinistra, contribuendo, innanzi tutto, a riunirla, senza forzature o esclusioni. La sua storia e le energie che ha e può mobilitare lo mettono in questa posizione. Gli consegnano questa responsabilità. E si può sostenere che, proprio perché è necessario che questo compito venga assunto e assolto, proprio per questo la soluzione deve esistere. Non si tratta tanto di escogitarla, quanto di scoprirla, sapendo che l’intelletto collettivo che da quarant’anni vive intorno al giornale alimentandolo e traendone, a sua volta, nutrimento, questo intelletto è ancora vasto e robusto.

La seconda questione riguarda il ruolo della redazione: la sua identità, prima ancora che il suo modo di operare. Qui sta, parrebbe, il motivo della contesa tra Parlato e la direzione, ma forse le cose sono più semplici (o più complesse). Non credo ci si divida tra chi sa che il manifesto è “soltanto” un giornale e chi invece lo immagina come organo di un partito che non c’è. La questione della linea del giornale è seria, non va caricaturizzata. D’altra parte non la si può affrontare come se fuori dalle stanze in cui si fa il giornale la realtà fosse diversa da com’è. Non è un caso che intorno a questo tema si dibatta, poiché una situazione caotica la complica. La difficoltà che il manifesto ha dinanzi a sé consegue in buona misura proprio all’evanescenza (alla frammentazione innanzitutto culturale) di quella sinistra che costituisce il suo referente naturale. Se le cose stanno così, a me sembra che tutta questa discussione potrebbe configurarsi in termini meno dilemmatici riformulandola così: si tratta di capire come mettere a valore il patrimonio di capacità e di esperienza della redazione salvaguardando l’apertura del giornale al largo campo delle soggettività cui esso si rivolge; come tutelare l’autonomia di chi fa il giornale, soddisfacendo al tempo stesso il bisogno di voce e di protagonismo dell’area articolata e polimorfa (oggi persino amorfa e disorganica) della sinistra sociale, intellettuale e politica.

Questo, secondo me, è il punto, la bussola per la linea del giornale. Da qui deve muovere anche la ricerca delle soluzioni alla sua crisi finanziaria. Sembrerò, forse, ingenuamente ottimista, ma sono persuaso che, se l’attenzione di quanti partecipano alla discussione sulle sorti del giornale si concentrerà su questo problema, anche le divergenze manifestatesi sinora si riveleranno in gran parte apparenti. Anzi, funzionali all’individuazione della formula più utile per i prossimi quarant’anni del manifesto.

Dovete indagare le trasformazioni del lavoro

Premetto che, quand’anche nel merito non lo fossi, sto con lo «psicotico» Parlato, l’«esagitata» Rossanda ed il «suicida eccellente» Magri, perché trovo inaccettabile lo stile alla Grillo di Ermanno Rea. Forse, però, questo stile dice di per sé quello che è il problema de il manifesto: la sua oscillazione tra l’essere “quotidiano comunista” ed essere “né di destra, né di sinistra”, come sostengono alcuni suoi autorevoli collaboratori.

Non ce la si può cavare dicendo che il giornale è osservatorio di tutta la sinistra, perché è proprio questa nozione che è stata stravolta dallo “tsunami” culturale del neoliberismo, che ha imposto come centrali i diritti individuali di libertà e le relazioni di comunità contro ogni idea di trasformazione collettiva dello stato di cose esistenti. Conseguenza è stata che, dal new labour di Tony Blair alle culture trans-classiste dei movimenti, nella sinistra moderata come in quella radicale si è venuto negando ruolo e centralità al conflitto capitale-lavoro.

Nei trent’anni di neoliberismo il lavoro in tutte le sue forme è stato sistematicamente reso meno sicuro, meno pagato, meno riconosciuto nel suo valore sociale e professionale. Si è venuta formando con il precariato un’aggregazione sociale (una nuova «classe», la definisce Guy Standing), tenuta insieme da un comune senso di insicurezza, senza un’idea di come intervenire sui nodi nevralgici della produzione e della distribuzione.

Si è ottenuto, così, un risultato politico di grande pericolosità: costruire una separazione tra “garantiti” (i lavoratori salariati e sindacalizzati) e “non garantiti”: la vasta area dei disoccupati, degli inoccupati, dei precari, che non si sentono parte di una comunità solidale di lavoratori. Sono estranei all’organizzazione sindacale e spesso la sostituiscono con i social network. È l’istantaneità delle rivolte la cifra delle loro mobilitazioni, ma questo non dà loro una prospettiva di futuro. L’attenzione che va prestata alle iniziative della Fiom (e di importanti settori della Cgil, come lo Spi, che tanto insiste sulla unificazione del lavoro anche attraverso un’alleanza tra generazioni diverse e per questo si batte per chiudere la parentesi negativa del governo tecnico e impedirne la continuità in qualsiasi forma) non può ridursi alla solidarietà per una classe operaia impoverita e senza diritti. I metalmeccanici con le loro lotte sono la prova evidente che se si vuole dare una prospettiva di cambiamento allo spirito di ribellione che nasce dalla crisi del capitalismo «i tentativi di assegnare ad altri gruppi sociali il ruolo che era stato posto nella classe operaia non ha avuto (e non ha) esito» come dice Rossanda.

Per questo è necessario che una proposta di radicale cambiamento delle produzioni e dei prodotti (quella che va sotto il nome di “riconversione ecologica dell’economia”) si ricongiunga alla valorizzazione del lavoro nelle forme nuove che questa trasformazione richiede: più autonomia, più responsabilità, più sapere. È in atto una integrazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che vale per gli operai come per i professionisti della Rete, come c’è tra lavoro dipendente e indipendente. A ciò si oppone un processo mondiale di organizzazione dei rapporti di produzione che mischia insieme lavoro operaio taylorista ed un sistema di relazioni “partecipate in via gerarchica”. Questo vale anche per il lavoro autonomo, dove la distinzione tra indipendenza e dipendenza è spesso aleatoria e mutevole. Per questo rimane attuale, in una fase in cui è aperto il conflitto nella struttura gerarchica che motiva e sorregge l’organizzazione del lavoro nella fabbrica toyotista come nella rete, la lezione di Bruno Trentin che indicava come protagonista della trasformazione sociale «una classe di produttori spossessati», in grado di rivendicare più potere e libertà. La capacità di leggere questi processi di trasformazione, fuori da ogni falsa coscienza, deve essere la cifra di un manifesto rifondato.

Un’impresa collettiva da «recuperare»

Partiamo da alcuni fatti condivisi. Il manifesto ha accumulato in oltre quarant’anni uno straordinario patrimonio politico-culturale, ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per una vasta area di sinistra – partiti, movimenti, società civile organizzata, ecc – ha formato una parte significativa dei giornalisti italiani più prestigiosi, ha avuto alti e bassi, seguendo il ciclo dei movimenti e della cultura della sinistra. Più volte è entrato in crisi e l’ha superata, grazie al sacrificio di chi ci lavora, al sostegno dei militanti e di tanti cittadini appartenenti ad una vasta area democratica e di sinistra.

Come sappiamo, la cooperativa che l’ha gestito si trova oggi di fronte, per la prima volta, alla “liquidazione” di questa straordinaria storia. Non si tratta più, come in passato, di “salvare” il manifesto, ma di “recuperare” questa impresa, che è al contempo economica, politica e autogestita. Per molti lettori e collaboratori, nonché per i giornalisti che hanno speso la loro vita in questo giornale, questa prospettiva è inaccettabile e l’emergenza ci impone di trovare una via d’uscita che salvi la storia politica del manifesto ed, allo stesso tempo, la sua capacità di far quadrare i conti. Per questo ci sembra che l’esperienza delle imprese recuperate in Argentina abbia qualcosa da insegnarci.

Il fenomeno delle “imprese recuperate” in Argentina è poco conosciuto nel nostro paese, anche vi sono stati diversi articoli e qualche saggio, ma è mancato un approfondimento dei caratteri peculiari di questo fenomeno, ben oltre una visione “romantica”. Le oltre duecento “imprese recuperate” che sono ancora in piena attività, a distanza di oltre dieci anni, devono il loro successo ad un insieme di fattori. Il primo, in ordine cronologico e d’importanza, è legato all’uso dell’assemblea dei lavoratori come luogo privilegiato dove prendere le decisioni più importanti. Il secondo, riguarda il rapporto stretto con il territorio, con tutti i cittadini che hanno sentito l’impresa recuperata come facente parte del proprio patrimonio, della propria identità, ed hanno sostenuto i lavoratori in tutti i modi, fin dalla prima fase. Il terzo, riguarda l’aspetto più complesso e doloroso: il processo di ristrutturazione e rilancio dell’impresa autogestita che ha richiesto un taglio degli addetti per poter ripartire. Un processo non privo di tensioni, ma che è stato vissuto con la più ampia partecipazione dei lavoratori, che hanno trovato criteri condivisi – in base a professionalità, condizione familiare, ecc – che hanno consentito all’impresa di recuperare la sostenibilità economica all’interno di uno scenario del rilancio delle attività. È stato riformulato un piano industriale, anche servendosi del lavoro di esperti, per individuare uno spazio di mercato sufficiente a mantenere in vita l’impresa ed i lavoratori. Perché deve essere chiaro che le imprese recuperate non sono assistite dallo Stato e quindi devono trovare un proprio spazio di mercato.

Il metodo assembleare per prendere le decisioni più importanti, il rapporto con il territorio (i circoli e non solo), la ristrutturazione aziendale all’interno di una individuazione di strategia politico-economica, sono i tre punti cardine che, a mio avviso, possono portare al recupero – non di breve periodo – di questa impresa “speciale” che è il manifesto. Un’impresa che è stata mantenuta in vita miracolosamente dall’attuale redazione e direzione, ed è stata abbandonata da quelli che hanno preferito la ricerca della sicurezza, economica e/o identitaria.

La sfida è di alto profilo. La stampa è in crisi in tutto il mondo e la comunicazione digitale avanza irresistibilmente, eppure ancora migliaia di persone non vogliono rinunciare al manifesto, ma devono farsi sentire, partecipare a questa scommessa. Come ha scritto Serge Halimi su Le Monde diplomatique di ottobre, analizzando la crisi di vendite del mensile più diffuso al mondo, noi oggi «non abbiamo più tempo…». Se continuiamo lungo la strada della lotta intestina, del pregiudizio, del complotto, possiamo ritenere già chiusa questa storia. Se invece comprendiamo l’urgenza di “recuperare” il manifesto come impresa collettiva, come giornale partecipato della sinistra radicale e plurale, allora dobbiamo fare i conti con le scadenze immediate.

Per mantenere la proprietà collettiva del manifesto bisogna mobilitarsi da subito e raccogliere i fondi per comprare la testata. Se l’operazione non dovesse riuscire e intervenisse un imprenditore privato, bisogna cercare di ricomprare la testata nel giro di qualche anno. Contemporaneamente bisogna pensare ad un piano industriale di rilancio del giornale, per aumentarne le copie vendute, effettuando nuovi investimenti, a partire dal miglioramento del sito web. Per l’inevitabile processo di ristrutturazione aziendale, il passaggio più doloroso, bisogna trovare criteri condivisi e perseguirli. Tutto il processo deve avvenire nella massima trasparenza e con il massimo della partecipazione possibile. Soprattutto, evitiamo di fare come nella nota poesia di Brecht: «Mentre la casa brucia si discute del tempo che farà domani».