Tenga il resto, buon uomo

Ci sono telefonate che allungano la vita. Pronto? Sono Aldo. Ciao… So che vi serve un furgone. Forse hai sbagliato numero, questo è il manifesto. Eh!, non dobbiamo mica portare le monetine a De Corato? Beh, sì… Il mio carica due tonnellate, vi basta?

Basta, e avanza. Ma adesso fermatevi: tonnellata più tonnellata meno, in pochi giorni abbiamo raggiunto e superato la cifra che dovevamo dare all’ex vice sindaco di Milano (20.320 euro). Straordinario. Aveva vinto una causa per diffamazione accanendosi contro uno di noi, ha perso la partita più importante: ci ha restituito il gusto di tornare a lottare per un obiettivo minimo (togliere dai guai il sottoscritto) che inaspettatamente si è traformato in una battaglia politica. Non per un senso di giustizia astratto, ma per impedire un sopruso. Il messaggio ha colpito nel segno, e non ci capita tutti i giorni.

Come mai tanti lettori si sono entusiasmati per questa singolare campagna? Dare una risposta sola non è così scontato. E presto avremo occasione di riparlarne, perché vogliamo ringraziarvi di persona.

I nostri lettori sono come Aldo, si sono scatenati, hanno saccheggiato i bar a caccia di monetine, si sono messi una mano sul cuore e l’altra sull’Iban, e adesso vogliono andare fino in fondo. Unendo l’utile al dilettevole, ecco un altro miracolo qui in fondo a sinistra.

Cari e care, significa che non è finita qui. Siamo pronti ad accogliere altri chili di vile metallo per divertirci un po’. Dateci una mano, fatevi sentire, esagerate con le idee. Presto Milano si prenderà gioco del forte che straperde col debole.

Pagheremo il conto e lasceremo la mancia dopo una parata divertita, poi ci rinchiuderemo da qualche parte per una festa che più aperta non si può. Tenga il resto, buon uomo.

Chi porterà le monetine a De Corato?

E così, tra le tante cose di cui il manifesto ha bisogno, servirà pure tra qualche giorno una cooperativa di facchinaggio e trasporti, gente di muscoli e logistica in grado di consegnare a Riccardo De Corato qualche quintale di monetine, spiccioli e centesimi contati fino all’ultimo, fino alla cifra di 20.320 euro. Il parlamentare e consigliere comunale che incassa, attraverso una sentenza, ventimila euro dal cassintegrato potrà così entrare negli annali e nella vasta pubblicistica sulla casta, o meglio ancora nella sterminata letteratura del forte che si accanisce sul debole. Grazie ai lettori de il manifesto, Luca Fazio, giornalista, non si vedrà pignorato il comò, e sempre grazie a loro potremo ora sbizzarrirci nell’inventare forme di risarcimento democratico. I soldini raccolti per De Corato, ad esempio, potrebbero essere consegnati in sacchetti dai bambini rom che fece sgomberare dai campi di Milano (sotto elezioni, ovvio), con orchestrina tzigana di complemento. Oppure trasportati a domicilio dai truci terroristi dei centri sociali milanesi, o ancora dagli extracomunitari rastrellati alle fermate del tram come usava ai tempi di De Corato vicesindaco di Milano, law, order e un po’ di ridicolo. Più volte candidato sindaco di Milano, il nostro eroe non è mai arrivato alla meta. Faceva parte del Msi e il Msi non c’è più. Era di An e An è scomparsa. È del Pdl e sappiamo che fine sta facendo quella benemerita azienda, il cui capo annuncia l’addio e il ritorno a intervalli di quindici minuti. Insomma, politicamente parlando, di De Corato si può dire che l’insuccesso gli ha dato alla testa. Ora, mentre il Parlamento si accinge a varare una legge sulla stampa che penalizza i giornali poveri e premia i giornali ricchi con la scusa di salvare dalla galera un diffamatore con «spiccata capacità a delinquere» (parole della Cassazione) come Alessandro Sallusti, le nostre monetine hanno un significato ancora più prezioso. Stanno lì tintinnanti a significare che sì, siamo messi maluccio, ma non tanto da temere lo sceriffo di Nottingham, e la ghigna securitaria con cui governava Milano.

Ecco, buon uomo. Tenga il resto.

I comici la buttano sul ridere per dare i soldi a De Corato

Diffamati e affamatori di «poveri giornalisti», calmi. Stiamo scherzando, Diego Parassole è un comico di Zelig – non è Grillo – e comunque prima di pubblicare questa intervista abbiamo consultato due studi legali. Diego, lunedì prossimo, alla Camera del Lavoro di Milano – su iniziativa dell’associazione Adesso Basta (ore 20-22) – salirà sul palco con alcuni colleghi per ritrovare la capacità di indignarsi, ma buttandola sul ridere. Dedicheranno questa serata alla nostra campagna per risarcire De Corato.

Beh, grazie.

E’ doveroso. Mi hanno girato una mail, ho letto di questa cosa assurda capitata al manifesto e ho pensato che bisognasse fare qualcosa, è sconcertante. Cercano di far tacere un certo giornalismo, e poi De Corato, insomma!

Occhio…

Ricordo che una volta l’ho inserito in un mio spettacolo, aveva detto che bisognava rimandare gli albanesi in Africa… ma allora noi rimandiamo De Corato in geografia. E’ surreale che abbia insistito con voi per avere dei soldi per una faccenda simile.

Pensa che abbiamo perso la causa per una battuta su Materazzi.

Cavolo, ha un bel caratterino come Materazzi, se invece di incontrare uno del manifesto incontrava uno come Zidane, andava a finire anche peggio.

La sottoscrizione va bene, ci inventeremo qualcosa per la consegna dell’assegno, magari una festa con gli «ultimi», i bersagli di De Corato.

Buona idea, per Milano sarebbe una cosa bellissima. Se De Corato perde un voto per ogni centesimo che avete raccolto mi sa che siamo a cavallo.

Sul palco voi comici come siete messi con il reato di diffamazione?

Esiste il diritto di satira, però quando ci sono di mezzo aziende o marchi dobbiamo stare attenti, alcune battute devo farle approvare dall’avvocato.

Succederà anche per gli articoli.

Questa legge in discussione in parlamento è assurda, scatterebbe anche una censura sui libri, in qualche modo bisogna trovare la forza di reagire, di fare qualcosa, di parlare con le persone.

Quali battute devi censurare?

Non è proprio censura, ci sono cose che devo sfumare. Per esempio se dico che in una famosa bibita gasata (bip…) ci sono sette bustine di zucchero, non posso dire non bevete la (bip…), devo limitarmi a dare la notizia. Oppure è preferibile dire è meglio bere l’acqua del rubinetto piuttosto che dire non bevete (bip…). Se ti fa causa una multinazionale, altro che 20 mila euro.

Sei un comico, cosa dici di Grillo?

Condivido alcune sue battaglie, ma non quando dice di non dare la cittadinanza ai figli degli immigrati, o che la mafia è meglio dello stato. E’ chiaro che una battuta vive di paradossi, ne ho parlato anche con lui e mi ha detto che se non dici vaffanculo certi messaggi sui media non passano. Lui porta sulla scena un discorso estremo, ma ormai il suo movimento è diventato interessante: per non perdere voti adesso anche gli altri sono costretti a darsi una mossa, non sei più un qualunquista se parli dei privilegi dei politici. Del resto sono stati i primi a cogliere l’importanza di certe battaglie. Ricordo che quando con alcuni comici ero in tourneé per parlare di acqua e nucleare, lui ci ha offerto piazza Duomo mentre molte amministrazioni di centrosinistra ci hanno negato gli spazi.

Tu sei di sinistra. Lo voti?

No… non so cosa andrò a votare, ne parlavo l’altro giorno con alcuni amici, siamo tutti molto disorientati.

Un debito di cinque tonnellate

Ma come glieli portiamo? Ci vorrebbe una carriola. Mi sa che non basta. Allora costruiamo un salvadanaio di cartapesta tipo carro di carnevale e poi arriviamo fin sotto… Prima lezione, che dovrebbe costringerci ad un surplus di onestà in un momento così delicato per la storia del giornale. I lettori del manifesto ci prendono molto sul serio. Abbiamo detto in monetine da un centesimo? E così sia. Ci penserà Riccardo De Corato a sistemarle nel suo portafoglio, quando gli consegneremo i soldi dovuti (poco più di 20 mila euro) per una causa che abbiamo perso. Ma i lettori vogliono vincere, e forse questa volta riusciremo a riaprire la partita.

Lucio viene da Bergamo. A Milano avrebbe potuto venirci di corsa, visto che è un maratoneta e ogni giorno si allena con una sgambata da 20 chilometri. Vuole vedere il salvadanaio per versare la sua manciata di monetine, finiscono in un barattolo di vetro già pieno, poi ci pensa la sua compagna, Marcella, a fare un ritocchino con una banconota. Fabrizio è fuori, arriva con 14 euro in pezzi da 1 centesimo impilati in un sacchetto della spesa. Il suo contributo. Ha un’idea: saccheggiamo i bar di Milano (per modo di dire), per loro le monetine sono un fastidio e poi le banche non le cambiano. Intanto il bar Enosud di Radio Popolare – sotto le finestre della redazione milanese – per la causa ha già infilato 100 pezzi da 1 centesimo in un blister cilindrico trasparente. Un euro. Merci. Soprattutto alla radio, che ogni giorno ci dà una mano per diffondere una colletta che rischia di trasformarsi in un piccolo evento politico.

Certo, il personaggio in questione aiuta a sentirsi meno soli, e qualche ottimista comincia a scherzarci su, beh con De Corato volete vincere facile… Calma. Per staccargli un assegno ancora ce ne vuole, anche se le piccole e grandi manifestazioni di solidarietà (mail, telefonate, facebook, twitter, strette di mano) sono a dir poco sorprendenti in una città che ultimamente – per colpe nostre – si è mostrata piuttosto distante dal giornale. Per non parlare delle valanghe di «monetine» – sottoscrizioni – che stanno arrivando da tutta Italia, e anche dall’estero, obbligandoci a diventare super esperti di transazioni finanziarie internazionali. Seconda lezione: forse l’analisi dei massimi sistemi – come la «crisi della sinistra» e la «crisi del manifesto», per esempio – per non rischiare di rimanere una speculazione astratta, e per ritrovare il gusto di mettersi in moto verso una qualche direzione, deve fare i conti con la realtà e con le persone.

Ci sono piccole e grandissime manifestazioni di affetto che fanno tenerezza, e molta cassa. Come trovare sulla scrivania un sacchetto con dei biscotti (li teniamo da conto per quando finirà la cassa integrazione) accompagnati da tre banconote di grosso taglio. La signora Mariangela. C’è già chi favoleggia sulla performance della consegna all’ex vicesindaco De Corato e, fatti due conti, ha pesato 20 mila euro in monetine: 5 tonnellate e mezzo di metallo, ci vorrebbe un camion… Poi, molto più realisticamente, ci sono quelli che badano al sodo e chiedono con una certa apprensione come sta andando la raccolta fondi. E’ presto per dirlo, perché sul conto corrente – IBAN: IT43H0306967684510324096294 – i versamenti contabilizzati non sono ancora tutti visibili. Giorno per giorno pubblicheremo la cifra esatta, anche se approssimata per difetto. Ma vogliamo anche sperare che tutto non risolva solo grazie alla generosità dei lettori. Ci sono già iniziative di solidarietà e diverse «situazioni» – circoli, cene, diteci voi cosa dobbiamo fare… – che si stanno attrezzando per contribuire alla causa ma anche per ragionare sul futuro del giornale, magari godendo per una volta di una situazione che può risolversi a nostro favore. Come la serata organizzata per lunedì 29 ottobre alla Camera del lavoro di Milano dal gruppo «Adesso Basta» – ce l’hanno con noi? – un appuntamento per rispondere agli scandali e alla crisi buttandola sul ridere, con alcuni comici di Zelig. L’hanno dedicata al manifesto.

Acidità parlamentare

Della gratitudine di molti di noi Luca Fazio farebbe volentieri a meno, suppongo. Non deve essere granché piacevole evitare – per ora – il pignoramento dei mobili solo perché l’ufficiale giudiziario è arrivato quando in casa non c’era nessuno. E ancor meno rosea è la prospettiva di dover trovare 20mila euro in due settimane per poter placare l’ira dell’ex vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato. Ma la nostra gratitudine (anche se non serve a mangiare) Fazio la merita tutta per almeno un paio di ragioni. Innanzitutto per lo straordinario tempismo (involontario, ma fa lo stesso) con cui, da cronista, è stato “sulla notizia”.

Nei giorni in cui impazza il cosiddetto “caso Sallusti”, la sua vicenda ci aiuta a ricordare quanto sia diffuso e ordinario il problema delle querele per diffamazione e delle richieste di risarcimento; dunque quanto sia necessario l’intervento di riforma che il giornalismo italiano da anni chiede al Parlamento, e che invece in questi ultimi giorni ha preso la forma scomposta e vendicativa del testo in discussione al senato. Il secondo grazie Luca Fazio lo incassa perché il salvadanaio piazzato per la raccolta a suo favore nelle sedi del manifesto, a Roma e a Milano, restituisce un metro di misura del valore dei soldi: 20mila euro sono una somma non trascurabile, difficilissima da mettere insieme per un cassintegrato che prende 900 euro al mese e per un giornale in amministrazione controllata. Ce n’è bisogno, di questo “bagno” di realtà, nei giorni in cui invece dal senato cercano di convincerci che dovremmo esultare perché il tetto della sanzione pecuniaria per la diffamazione a mezzo stampa verrà abbassato – forse – da 100mila a “soli” 50mila euro. Chi ha scritto quei commi e quegli emendamenti non ha proprio idea della vita di molte redazioni e di molti giornalisti: piccoli giornali, radio e tv locali, per i quali 50mila euro equivalgono a un avviso di chiusura; precari e freelance che una cifra del genere ci mettono 3-4 anni a guadagnarla (non ad accantonarla).

Il fatto è che, stavolta, legislatore fa rima con livore e con rancore. Come De Corato verso il redattore del manifesto, così larghi settori del Parlamento nei confronti di un’intera categoria. Lo testimonia il presidente della commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini, che ha commentato la nervosa giornata di ieri col linguaggio di un biologo dopo un’analisi clinica: «ho seguito attentamente i lavori e ho riscontrato un fondo di acidità verso i giornalisti». Quell’acidità che ha fatto fallire l’intesa trovata tra i capigruppo mercoledì notte non perché le correzioni – come dice tutto il giornalismo italiano – sono ancora largamente insufficienti, ma all’opposto perché non si devono fare troppi sconti ai giornalisti. Così la riduzione da 100mila a 50mila euro ha innervosito gran parte dell’aula, e ha consigliato il rinvio del voto. Ma intanto è stato stizzosamente confermato, a carico dei giornali condannati per diffamazione, il taglio dei contributi pubblici: evidentemente molti senatori la pensano come Grillo, che in modo sconsiderato brinda alla probabile chiusura di decine di testate “colpevoli” di ricevere finanziamenti dallo Stato.

Faremo tutto il possibile per evitare che il testo del senato diventi legge, contando sulla saggezza della camera e soprattutto sul consenso e la mobilitazione dei tanti cittadini che hanno capito di essere di fronte ad un nuovo rischio-bavaglio. Anche insieme a loro accompagneremo Luca Fazio a consegnare i suoi/nostri 20mila euro.

*(Presidente Fnsi)

Per Luca e per noi

Sperando che all’onorevole De Corato i nostri 20mila euro vadano di traverso, ho girato a Luca Fazio un mese della mia pensione.

Pur se parziale, è un atto di doverosa redistribuzione tra chi, come me, ha goduto dello scudo protettivo del «manifesto» e chi ne è rimasto privo. Questa volta la solidarietà più che ai lettori va chiesta ai tanti che al «manifesto» hanno imparato un mestiere. Tutti abbiamo ricevuto più di quanto abbiamo dato.

Ci sono sempre piaciuti i grandi errori. Evitiamo che l’ultima pagina del «manifesto» sia sgorbiata da una piccola ignominia.

Il giullare e il tribunale

l caso di Luca Fazio, giornalista cassintegrato del manifesto che avrebbe diffamato Riccardo De Corato mi sembra la chiave di contrappunto rispetto alla galera inflitta a Sallusti. In teatro si parla di equilibrismo quando con una trovata scenica si ribalta la situazione, si capovolge in un gioco assurdo e paradossale una circostanza che ha un suo andamento logico.

Nell’articolo sanzionato ci sono alcuni passi che, al di là degli insulti che un politico come De Corato ha voluto considerare offese, rendono bene l’aria che si respirava a Milano a quei tempi. Il primo – «Chi sgombera non legge libri», lo slogan gridato durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Conchetta – ha sicuramente irritato quel mondo politico e culturale che purtroppo a mia volta conosco bene, perché è da quel mondo che è spuntata, direttamente o indirettamente, la bomba messa sotto la palazzina liberty del teatro dove noi recitavamo.

A certi personaggi la parola cultura li fa diventare come un toro che vede rosso, è una parola che non va nominata davanti a un De Corato di quel livello. Ricordate il detto ripetuto dai nazisti? «Quando vedo un intellettuale, la mano meccanicamente mi va subito dritto alla fondina della pistola».

La seconda battuta è quella pronunciata dallo stesso De Corato poco prima della manifestazione: «Milano oggi diventerà un’arena». Ecco, la proiezione storica e culturale di quell’amministratore è l’antica Roma, con i gladiatori che s’azzannano l’un l’altro e il popolo urlante: una visione culturale aberrante.

La terza è l’effige di De Corato con su scritto «Zona a pensiero limitato». È questa verità che lo ha offeso di più.

Così un racconto che non mi pare diffamatorio e che è evidentemente satirico e grottesco, che tira anche uno sfottò agli stessi manifestanti, al «tanto rumore per nulla» che c’è stato in quella manifestazione, è diventato l’occasione per mettere il carico da undici su una battuta che poteva passare inosservata e laterale.

Il punto sta in quella manifestazione non organizzata e negli insulti che da lì si sono levati. E invece, in un Paese che batte tutti i record per il basso numero di lettori, quando a riversarsi per le strade sono persone tanto eterogenee, non inquadrate, che si muovono come individui in difesa dei libri e del diritto di leggerli, risentiti di questo atto di prepotenza tanto ottusa e anche un po’ fascista, bisognerebbe prestare attenzione.

Dobbiamo scorrere la storia della satira, per capire questo presente. Dobbiamo ricordare il regolamento contro i giullari emesso nel 1225 da Federico II e il «De vulgari eloquentia». Il giullare non ha diritto di parola in tribunale, bisogna punirlo assolutamente quando ci cade tra le mani. È pericoloso, il giullare, perché fa muovere il riso e l’intelligenza. Per questo è un dovere del cittadino fedele al potere bastonarlo e farlo bastonare. (raccolto da Eleonora Martini)

«Ci stiamo, ma voi alzate lo sguardo»

Intervista con Marco Philopat, scrittore e militante del centro sociale Cox 18 Il sostegno va inviato sul conto corrente intestato a Luca Fazio

Siamo meno soli di prima. E vediamo se una volta rimessa insieme la compagnia, riusciremo a percorrere un altro pezzo di strada senza più perderci di vista. La campagna del manifesto per risarcire l’ex vice sindaco di Milano Riccardo De Corato sta funzionanando in maniera sorprendente. Gli dobbiamo 20 mila euro per aver perso una causa e ancora una volta abbiamo chiesto aiuto al nostro unico editore, i lettori, invitandoli a digitare il codice Iban di riferimento per «salvare» il redattore preso di mira per un articolo scritto nel 2009: lo pubblicheremo fino a quando ce ne sarà bisogno. Intanto, molti lettori ci hanno scritto e sottoscritto, gli amici del giornale si sono mobilitati – alcuni giornalisti e politici – e l’impressione è che la «sfangheremo» anche questa volta. Presto ringrazieremo i lettori nei dovuti modi, cominciamo da dove tutto è cominciato, dal centro sociale Conchetta e da quel corteo contro lo sgombero di quattro anni fa che, per la cronaca, ci è costato 20 mila euro. Ne parliamo con Marco Philopat, scrittore, editore, e militante storico di Cox 18.

A proposito, il prossimo 31 ottobre c’è la sentenza della causa intentata proprio dal Comune di Milano per il rilascio dei locali. Meno male che De Corato è all’opposizione.

Il clima a Milano è cambiato. Stiamo meglio. Una volta i vigili «rambo» di De Corato venivano premiati come eroi, adesso se usano la pistola vengono processati e finiscono in galera. Sono convinto che il centro sociale Conchetta sia stato lo scoglio, imprevisto, contro cui si è infranta la corazzata di De Corato. Diciamo che siamo stati la sua isola del Giglio… e forse non è un caso se vi ha preso di mira proprio per quella vicenda. Milano in quei giorni ha improvvisamente rialzato la testa, c’è stata una reazione incredibile che ci ha dato la forza di rioccupare Cox 18 quasi immediatamente. Quello è stato un momento di rottura, lì abbiamo capito che qualcosa stava cambiando, adesso dovremo fare una riflessione su quello che è avvenuto perché c’è ancora molto da fare, ci sono lotte da riorganizzare e il movimento non ha ancora metabolizzato quella che è stata sicuramente una vittoria.

La sentenza di mercoledì prossimo non vi preoccupa.

No, ma speriamo che la nuova giunta di Pisapia dimostri con i fatti di essersi liberata da un certo passato, anche se noi non siamo stati nemmeno contattati. E’ cronaca di questi giorni, sulla questione degli spazi per la socialità che mancano non sono ancora stati fatti ragionamenti di prospettiva. Nei quartieri periferici si esprime una energia nuova, molto forte, si è formata una nuova generazione, ma un conto è organizzare feste solidali, un altro organizzare nuove forme di lotta.

Torniamo alla «nostra» causa, sostanzialmente per la libertà di stampa. Credi che la sinistra milanese abbia ancora a cuore il manifesto?

Per dare soddisfazione a De Corato penso proprio di sì, proporrò a Conchetta di organizzare una serata per raccogliere un po’ di soldi, faremo il possibile, e credo che sia uno sforzo alla portata anche di altri centri sociali, anche se bisogna dire che questo non è un momento favorevole. Anche le nuove realtà sociali che si formano nei territori hanno capito che non è più tempo di organizzare iniziative per fare profitto, gli anni Novanta ormai sono finiti ed è finita pure l’era della destra milanese, ma manca ancora una elaborazione di quella vittoria.

Cosa dovrebbe fare il manifesto per ricollegarsi nuovamente con il disordine che regna in quello che era il «nostro» mondo?

Mi sembra che al giornale sia capitato il «problema» più grande di tutta la sinistra… ma sono sicuro che rinascerà in altre forme e che i lettori prima o poi aumenteranno, questi tempi di crisi ci riserveranno molte sorprese. Penso che il manifesto dovrebbe capire che ormai la «fabbrica» delle idee, di ogni idea, non sta più al centro, dove c’è il potere. Dovreste dedicarvi di più ai territori abbandonando il Palazzo, è un errore non concentrarsi sulle «periferie» del paese, servirebbe uno sguardo più attento in ogni città piuttosto che una redazione in un luogo solo.

Il potere e il cassintegrato

Mentre si discute a gran voce dell’inutilità del carcere per rieducare Alessandro Sallusti, mentre non ci si indigna a sufficienza per quanto scritto da Renato Farina sulle vite altrui, mentre si cerca di approvare affrettatamente norme giustamente definite leggi-vendetta che rischiano di aggredire la libertà d’informazione, mentre si discute in insopportabili talk show dell’insopportabilità di un’ auto-rappresentazione di una larga parte del mondo politico, mentre i giornali senza padroni, quale il manifesto si arrabattano tra liquidatori vari. Mentre tutto ciò accade, il deputato Riccardo de Corato decide di rovinare un cassintegrato giornalista del manifesto, reo di averlo diffamato in un suo articolo del 2009, in cui riferiva di una manifestazione contro uno sgombero di un centro sociale milanese. Nessuna transazione amichevole è da lui accettata, neppure un riconoscimento a piena pagina di averlo diffamato: no, vuole il risarcimento subito; quindi, non essendo pignorabile quanto percepito da un cassintegrato, vuole il pignoramento dei suoi mobili o di quant’altro egli possa avere.

Una storia indegna di ciò che dovrebbe essere il minimo modo civile di dirimere conflitti, di un civile vivere all’interno di uno stesso spazio pubblico: l’onorevole contro il cassintegrato ha l’aspetto plastico del rapporto di potere. Di un rapporto di potere che non si vergogna e lascia noi a vergognarci di come siamo rappresentati. Perché anche l’oppositore politico in fondo rappresenta la fisionomia collettiva di un Paese.

Diamogli il centesimo richiesto che è molto più del valore della sua azione legale.

Chi ci aiuta a pagare il conto a De Corato?

L’avversario storico della sinistra milanese ci ha querelato per una cronaca relativa allo sgombero del centro sociale Cox 18 avvenuto nel 2009 e adesso vuole 20 mila euro

CON I VERSAMENTI ANCORA NON CONTABILIZZATI L’OBIETTIVO È STATO RAGGIUNTO!!

A proposito di «espressioni diffamatorie» e libertà di stampa, ci teniamo a precisare che il nostro Luca Fazio non è Sallusti. Né ci terrebbe ad esserlo. Intanto nessuno lo vuole mettere in galera, però ci è rimasto male lo stesso quando l’altro giorno un ufficiale giudiziario si è presentato a casa sua per consegnargli una lettera sgradevole. Dice che la prossima volta, se necessario, entreranno con la forza pubblica per smontargli la casa – si chiama pignoramento – e risarcire così l’ex vicesindaco di Milano Riccardo De Corato che si è sentito diffamato per un articolo pubblicato sul manifesto il 25 gennaio 2009. Titolo: Riprendiamo Cox 18. La rabbia di Milano.

Il giornale ha perso quella causa in contumacia – non ci siamo presentati in aula per difenderci – per via di una serie di disguidi che riguardano la nostra disastrata situazione finanziaria. Per questo deve dare 20.320 euro a De Corato. Che c’entra Luca? C’entra. Messi male come siamo – cioé in liquidazione coatta e la sentenza si riferisce ad un articolo scritto prima del commissariamento della testata – tutto ricade sulle spalle del redattore. Che vive con circa 900 euro al mese di cassa integrazione.

I lettori del manifesto, specialmente quelli milanesi, sanno chi è Riccardo De Corato. Per un decennio ha segnato la vita di Milano a colpi di proclami, campagne securitarie, provocazioni e sgomberi ai danni dei soggetti più deboli, facendo di questa città il laboratorio delle politiche più reazionarie, quelle che ancora oggi dettano legge in tutto il paese perché hanno stravolto il comune sentire. Ma queste, direbbe un giudice, sono solo opinioni. Stiamo ai fatti.

Nel gennaio 2009 la giunta di Milano fece di tutto per arrivare allo sgombero manu militari del centro sociale Conchetta, luogo storico della sinistra antagonista milanese. Un’azione inutile, tant’è che il centro sociale venne subito rioccupato, ma che generò una tensione incredibile. Solo per lo sgombero del Leoncavallo la città era stata capace di mobilitarsi in quel modo: diecimila persone in corteo, tra cui molte personalità della politica e della cultura, e Milano militarizzata. Ma veniamo alla cronaca (giudiziaria). A leggere la sentenza, sembra che il giudice ritenga del tutto lecito lo scritto del manifesto. De Corato si è sentito diffamato perché l’articolista lo avrebbe individuato come mandante dello sgombero (invece uno sgombero è di competenza del prefetto), e per alcune affermazioni tipo «uomo socialmente pericoloso» e «il violento non ha il cappuccio, è il vicesindaco». Ecco quello che ha stabilito la sentenza: «In tale prospettiva, indipendentemente dalla condivisibilità della tesi proposta dall’autore, il testo in esame, anche in relazione allo specifico tema in discussione, non pare discostarsi dal requisito della verità, rappresentando non già la normale filiera di comando impartita per lo sgombero in questione, bensì la responsabilità politica dell’amministrazione del territorio ad essa sottesa. In tale ambito devono essere parimenti ricondotte le espressioni uomo socialmente pericoloso e il violento non ha il cappuccio, è il vicesindaco. Un provocatore, pure utilizzate nel testo. Invero, l’espressione socialmente pericoloso non può essere identificata, contrariamente a quanto allegato dall’attore, nella fattispecie penalistica disciplinata dagli art…; la critica politica cui deve essere ascritta la natura dell’articolo comporta che il termine debba essere correttamente inteso in senso politico-sociale, esprimendosi con esso un giudizio fortemente negativo in ordine all’impatto sociale provocato dalle iniziative politiche riconducibili alla figura del vicesindaco». Il giudice dice altro a nostro favore: «Ad analoga determinazione deve giungersi in ordine all’ulteriore definizione di uomo violento e provocatore, risultando la medesima collegata alla censurata, nella prospettiva dell’articolista, iniziativa di sgombero del centro sociale. In definitiva, anche tale espressione costituisce una manifestazione di critica politica che, per quanto corrosiva e stigmatizzabile, rientra nel novero dell’esercizio della libera manifestazione del pensiero politico». Allora, dov’è il problema? In poche righe che accennano allo slogan urlato contro De Corato durante il corteo, una parolaccia riservata al calciatore dell’Inter Materazzi: «… quella che gli ultras regalano all’avversario meno simpatico… ma lui non se la merita…». Per il giudice ne consegue che il cronista avrebbe lasciato intendere «che gli insulti erano invece adeguati e meritati per il personaggio politico…». Questo ci costa 20.320 euro.

Senza voler scomodare trombonescamente la libertà di stampa, anche se in fondo di questo si tratta, è chiaro che un giornale come il nostro, se preso di mira, potrebbe perdere una causa al giorno. E chiudere. Noi non possiamo permettercelo.

Chi vuole darci una mano può passare a trovarci, sia a Roma che a Milano, oppure imparare a memoria il codice IBAN: IT43H0306967684510324096294 codice bic/swift BCITITMM (il conto è intestato a Luca Fazio). Causale: «Un centesimo ciascuno per risarcire De Corato».