Brutti, sporchi, choosy

choosy-fornero-bestI giovani sono ormai da anni sulla bocca di tutti. Si susseguono le manovre, le riforme, i governi, ma tutti i personaggi che si avvicendano parlano di questi giovani. Tutto questo potrebbe far presa sull’opinione pubblica inizialmente, poi però agli slogan non si accompagnano i fatti e i buoni propositi non rimangono che vuote parole. Gli scontenti, arrabbiati ed anche un po’ sconsolati, visto il continuo susseguirsi di slogan che poi non portano a nessun cambiamento della realtà effettiva, saranno proprio “i giovani”. C’è chi li definisce “bamboccioni”, qualcun altro li ha chiamati “choosy”, anglofonia che altro non vorrebbe significare se non “schizzinosi”. Ma noi giovani, siamo davvero così schizzinosi?

Colui che sta scrivendo ha una laurea magistrale, lavora da quando ha terminato gli studi liceali e grazie a quel che guadagnava dal suo precedente impiego part time, è riuscito a essere tutto sommato indipendente e ha conseguito il titolo di studio che tanto sognava. Con il massimo dei voti, e la lode, nonostante la corsa ad ostacoli che è l’università italiana. Oggigiorno ha cambiato il proprio lavoro, si è assunto qualche responsabilità in più e sta provando a costruirsi un futuro con la sua compagna. Voi penserete che sia riuscito a trovare un posto con una vaga attinenza con ciò che aveva studiato? Ma neanche per sogno. Eppure quotidianamente si sente ripetere che nel mondo di oggi è un privilegiato e che deve essere grato, perché ha un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio assolutamente normale, ma che nel panorama odierno sembra stellare.

Aspettiamo un momento: “la sua compagna” abbiamo detto. Si presuppone che anche lei abbia all’incirca la sua età. Ebbene si. Due ragazzi, giovani, ambedue con una laurea magistrale. Nessuno dei due ha avuto in dono una casa o un posto di lavoro; si stanno rimboccando le maniche e provano a farcela da soli. Lei, più di lui, sta “sputando sangue” per riuscire a realizzare il suo sogno. La sua giornata tipo non conosce soste, dovendo incastrare ben 4 lavori diversi per poter comporre uno stipendio. Corre da una parte all’altra, da un progetto all’altro o forse sarebbe meglio scrivere da un contratto a progetto all’altro.

Una laurea magistrale (con il massimo dei voti e senza andare fuori corso), un master alle spalle, tanti altri scogli superati e stiamo parlando di contratti a progetto. È una delle tante precarie della scuola, che si barcamena tra le supplenze nella scuola pubblica e i contratti offerti dalle scuole paritarie, per accumulare punti nelle graduatorie ministeriali. Per avere un minimo di stabilità ha bisogno di un part time presso una catena di Fast Food americana, lavorando di notte, tutte le domeniche e le festività

Anche lei ha lavorato durante gli studi per non gravare sui genitori, ai quali mancano molti anni alla pensione, mentre la crisi li ha lasciati in cassa integrazione. Sua sorella studia ancora all’università ed è disoccupata. Saremo una strana coppia? Un’anomalia nel panorama nazionale? Nessuno dei due ci si sente.

Il sottoscritto conosce tantissimi giovani laureati che stanno provando a ritagliarsi un ruolo nella società, ma i “grandi” si chiedono quante difficoltà incontrano tali ragazzi? Spesso sentiamo dire dai “meno giovani”: «Ai miei tempi era diverso! Noi ci sapevamo adattare». I ragazzi sono “schizzinosi” allora? Il termine di per sé sta a significare: “Di persona cui nulla va a genio, più per una sofisticata ostentazione di raffinatezza che per un reale senso di repulsione”. Se in Italia giovani del genere sono considerati schizzinosi allora forse c’è qualcosa che non va.

Oggi è choosy chi aspira ad avere nella vita un lavoro che gli consenta di coniugare i suoi studi (frutto di sacrifici) con la sua attività quotidiana. Anni addietro ciò poteva essere un dato più che scontato, oggigiorno no. Noi siamo “i giovani della crisi” e allora non dobbiamo essere così choosy. Accontentiamoci di avere un lavoro, ci dicono.

E allora facciamo un passo indietro, cerchiamoci un lavoro qualsiasi, perché l’importante è lo stipendio alla fine del mese. Non sarà quello che sognavamo? Pazienza, almeno ci consentirà di avere una vita dignitosa, di costruire il nostro domani, di “sistemarci” come sognano i nostri genitori.

Questo quadro non propriamente allettante, però, per la maggior parte dei giovani che provano a inserirsi nel mercato del lavoro di questi tempi, non è che un lontano miraggio. Difatti non solo ci si presta a mansioni lontane dalle proprie attitudini o dai propri desideri, ma tutto questo nemmeno fornisce delle garanzie al lavoratore.

Ci sono gli stage e i tirocini (per lo più non retribuiti), i contratti a chiamata, a progetto, come collaboratori, e via discorrendo. Ci sono i salari che non rispecchiano il costo della vita attuale: magari si presta la propria forza lavoro per 24, 30, 38 ore settimanali e si percepisce uno stipendio con il quale non si riesce ad essere autonomi. O magari non si prende proprio lo stipendio e l’unica cosa che puoi fare è fare causa e sperare di vincerla, magari dopo anni.

Chi ci ritiene sfaticati, si chiede come mai tanti ragazzi italiani vanno a cercar fortuna all’estero? E qui non si parla solo di chi ha studiato. Ci sono tantissimi giovani che espatriano e ripartono da zero: chi fa il cameriere, chi il cuoco, chi il pizzaiolo. In questi settori potranno trovare la propria strada perché nell’immediato si vedono riconosciuti dei diritti che garantiscono stabilità. Si parte come apprendista pizzaiolo e un domani si possiederà una propria pizzeria, nel frattempo si sarà messa su famiglia e si vivrà decorosamente, anche se lontano da casa. Chi rimane in Italia di questi tempi può credere alla stabilità?

La stabilità: che orrore! Il posto fisso? Abominio! I giovani devono abituarsi a non avere un posto fisso per tutta la vita, sarebbe monotono per parafrasare l’ex premier Mario Monti. Tema ricorrente questo. Non a caso il volto nuovo del centrosinistra, il giovane premier Matteo Renzi, pochi giorni fa si è espresso su questo argomento e non è stato tanto lontano da quanto affermato dall’ex premier tecnico.

Secondo l’ex sindaco di Firenze ormai il mondo va troppo veloce, tutto è dinamico e dunque il posto fisso non esiste più. In teoria la politica di questi ultimi anni ha proprio esortato i giovani a essere dinamici e questi ultimi potrebbero anche provarci. Se non si è dinamici a 20 anni quando sennò? Pienamente giusto questo discorso. Ma dopo 6,7,8 anni di lavoro forse quello stesso giovane così determinato ed entusiasta della dinamicità del mercato del lavoro sarà diventato stanco. Volete dargli torto? Potrebbe iniziare a fare dei progetti per il suo domani. Comprare una casa, mettere su una famiglia, non sta chiedendo la Luna. Però no, questo non avverrà. E perché? Perché lui è dinamico, lui non ha il posto fisso, non può nemmeno rivolgersi alle banche e chiedere un mutuo.

Il giovane allora rimane a casa con mamma e papà, così arriverà a superare i 30, 35 anni e ancora non sarà riuscito a realizzare il suo sogno. Questo non basta però perché a questo punto arriverà l’esperto di turno e dirà che queste persone non sono state in gamba, altrimenti avrebbero già intrapreso un percorso differente. Tutto questo ha dell’irreale, sembra fantascienza, purtroppo è pura realtà.

Tiriamo un attimo le somme: il lavoro che ci piace NO, un lavoro che ci garantisca delle sicurezze per il futuro NO. E e allora? Lamentiamoci, facciamoci sentire: NO. Sennò poi siamo degli scansafatiche che non vogliono adattarsi, figli di una generazione che ci ha dato troppo e ora non siamo più capaci di sacrificarci. Quale opzione allora? Fare il precario, lo stagista, lavorare 6-7 mesi l’anno, guadagnare qualcosa di irrisorio e magari svolgere gratuitamente qualche compito che ci piacerebbe diventasse il nostro lavoro stabile. I più ottimisti dicono che tutto questo passerà e le cose andranno meglio. Siamo sicuri?

In questi giorni si sta discutendo molto di quello che può succedere nel mondo del lavoro in Italia. La riforma denominata Jobs Act non ha dato sicurezza. Si teme maggiormente l’instabilità, la debolezza della classe media sul mercato, un impoverimento generale. Se già oggi sembra difficile costruire qualcosa, il timore è quello che fra un po’ lo sarà maggiormente.

La sinistra per troppo tempo si è mostrata insensibile a questi temi. Qui sta forse uno dei maggiori errori della generazione dei nostri padri. La maggioranza di loro ha preferito pensare all’immediato ed a quell’apparente benessere che nel giro di pochissimo però si è dissolto.

Adesso noi, che ereditiamo tutto questo, che colpa abbiamo? Diciamo che non troviamo giusto vivere certe esperienze e che non siamo d’accordo con determinate riforme che potrebbero danneggiare il nostro immediato futuro lavorativo. Lo diciamo da qualche tempo e oggi c’è bisogno di dirlo ancora più forte. I choosy devono alzare la voce, devono, dobbiamo, esprimere il dissenso e se c’è ancora qualcuno d’accordo con la nostra visione allora che ci aiuti. Tra una generazione e l’altra c’è sempre un punto di contatto, come anche punti di rottura naturalmente perciò uniamoci.

Il domani non riserva certezze, perciò sta a noi difendere quelle poche che ancora abbiamo e rivendicarne la legittimità; in quel noi c’è chi lavora, chi spera di diventare un lavoratore, chi si è stufato del precariato, chi vorrebbe smetterla con contrattini che non prevedono l’accumulo di ferie, contributi, permessi, retribuzione in caso di malattia, chi ha un contratto “fisso” e sa che dovrà difenderlo coi denti per far sì che questo realmente resti tale perché la flessibilità che cresce a livello dirompente potrebbe fargli perdere valore.

Semplicemente…facciamo politica

06pol1f01 giovani man_studenti futuro_no_gelmini9Il distacco dei giovani dalla sinistra e dalla politica attiva (ma è proprio così?) è ormai considerato un elemento dato, anche nei più stimolanti dibattiti a sinistra.

Ritengo che sia diventato ormai fin troppo facile attribuire alle trasformazioni neoliberiste dell’organizzazione del lavoro le cause dell’atomizzazione e della spoliticizzazione, come se il sistema economico in cui viviamo non fosse frutto di scelte politiche, e come se queste scelte le abbia fatte sempre un ceto politico rispetto al quale la sinistra ha dimostrato una netta alterità.
Così invece non è stato, non c’è stata alcuna alterità, la sostanza dell’operato politico da trent’anni è identica a se stessa a prescindere da chi governi, e con le tappe di costruzione di questo stato di cose la sinistra (parliamo di quella italiana ma la panoramica sarebbe globale) ci si è sporcata le mani, tanto.

Giudicare gli orientamenti politici (o l’assenza di essi) dei giovani senza questo elemento è l’ennesimo insulto che si può rivolgere a questa generazione.

Guardare poi al distacco fra giovani generazioni e la rappresentanza politico-elettorale che larga parte della sinistra vuole continuare a incarnare, esclusivamente dal punto di vista dell’urna, significa rovesciare un ordine degli addendi che in politica non si può cambiare: quello che si esprime nell’urna elettorale è espressione di cosa si muove nella società (una volta si parlava di “rapporti di forza” e di “classe”), non il contrario; ridurre questo elemento, per me banale, a “movimentismo”, significa ignorare il problema della costruzione di un’egemonia culturale alternativa al potere e alle narrazioni dominanti di cui la sinistra che vuole essere rappresentanza ignora i codici, e non comprende neanche la necessità di trovarli.

Da ormai troppo tempo, le principali forze della sinistra organizzata hanno pensato che la propria efficacia politica si misurasse solo con la rappresentanza politica e l’operato dentro le istituzioni, ignorando sistematicamente quell’opera di politicizzazione, rafforzamento delle coscienze collettive, costruzione di solidarietà e legami sociali contro le molteplici forme di sfruttamento, oppressione, discriminazione e disuguaglianza che il capitalismo neoliberista è in grado di spigrionare (tra l’altro scavalcando come mai nella storia recente il ruolo delle istituzioni “democratiche”).

Scendendo nel merito di questo operato dentro le istituzioni il quadro peggiora.

Senza fare l’elenco delle nefandezze dei vari governi Amato, Dini, D’Alema, Prodi uno e due, Monti e adesso Renzi, si può dire che la sinistra al governo non ha mai rappresentato discontinuità e alterità rispetto alla peggiore destra della storia repubblicana (né con il precedente dominio social-democristiano).

Data una simile omogeneità di politiche, chi studierà da storico fra qualche decennio questo periodo della vita politica italiana troverà inspiegabile l’assenza di forze politiche coerentemente e costantemente all’opposizione, come invece per decenni sono esistite.
Da trent’anni non esiste rappresentanza politica che non abbia deciso di misurarsi al governo, di giocarsi le sue carte nel governare la più crudele (e ingovernabile) forma di capitalismo degli ultimi cento anni.

La sinistra politica che ha fatto questa scelta (e quella che ha rincorso chi la faceva) è “semplicemente” passata dall’altra parte, perché governare, e durare nel farlo, ai tempi del capitalismo neoliberista significa aggredire con arroganza diritti e tutele, scatenare vere e proprie guerre a questo o quel settore lavorativo, significa privatizzare tutto, affermare l’assolutezza delle regole di mercato e sgretolare l’idea stessa di interesse collettivo.

La crisi economica ha dimostrato tutta la inconsistenza e la sostanza ideologica dell’immaginario costruito per i giovani negli ultimi decenni con le parole d’ordine della flessibilità, dell’età della conoscenza, della formazione continua. Nel peggiore dei casi la sinistra ha rincorso e alimentato tale narrazione, nel migliore non è stata in grado di contrapporne uno nuovo.

Non basta dire che il movimento operaio non c’è più, troppo facile ricondurre questo concetto all’assenza di lotte del mondo del lavoro, troppo superficiale affermare una presunta fine delle classi. Quello che non esiste, o almeno non nelle forme della politica organizzata tradizionale, è un fare politica utile, che costruisca consenso intorno a sé, che non abbia la pretesa di emergere a tre mesi della tornata elettorale di turno percepita infatti (e come potrebbe essere altrimenti?) come inutile o rituale.

Ridare un’efficacia concreta al “fare politica”, scindere questo virgolettato dal momento elettorale e intenderla come azione nel sociale, come attività costante e sistemica rivolta al cambiamento… uno sporcarsi le mani in vertenze, piccole lotte, processi di autorganizzazione, attivazione capillare di reti di solidarietà, pratiche quotidiane di mutualismo: tutto questo non darà un risultato elettorale a nessuno, ma è necessario a ricostruire un’idea della politica che in realtà non è mai morta.

Il tessuto sociale di questa generazione è tutt’altro che stagnante: i cupi anni novanta sono stati seguiti da quel triennio di partecipazione politica unico nel suo genere, quello dei social forum e di Genova, delle campagne in difesa dell’articolo 18 e contro le guerre U.S.A. che tanto attivismo e immaginario hanno prodotto; quegli studenti impoveriti e spoliticizzati che ci si scandalizza votino grillo o si astengono, dal 2005 al 2010 hanno prodotto le uniche vere fiammate di opposizione sociale dell’epoca berlusconiana; processi di attivismo e autorganizzazione inediti hanno ottenuto la prima vittoria referendaria dai contenuti fortemente anti-neoliberisti degli ultimi quarant’anni; esperienze di riappropriazione, autogestione e attivismo di ogni tipo continuano a riprodursi e a produrre, con tutti i loro limiti, immaginari e tessuti relazionali che in Europa hanno pochi paragoni.

“Io faccio politica”… sleghiamo questa dichiarazione dall’idea di rappresentanza, ridiamogli un senso che si misuri sull’utilità sociale e sulla voglia di un mondo più giusto… mettiamoci a fare politica.

Non basta una sinistra dei nuovi, serve una sinistra nuova

Claudio Riccio, attivista di Agire, Costruire, Trasformare (Act
Claudio Riccio, attivista di Agire, Costruire, Trasformare (Act

Fino a poco tempo fa l’immagine consolidata dell’Italia era quella di un paese vecchio e polveroso, con classi dirigenti vecchie e polverose. In tale immaginario il problema delle giovani generazioni era direttamente connesso ai “dinosauri da sconfiggere”, per citare La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana: governanti fuori dal tempo, figli di un’epoca precedente alla rivoluzione informatica, impedivano l’emergere di una straordinaria generazione che potrebbe invece riscattare le sorti del paese. Questa era la vulgata, l’opinione diffusa, il sentire comune. Il problema era ed è un altro. E, ovviamente, è andata diversamente, sta andando diversamente.

Il Movimento 5 Stelle prima e i renziani subito dopo hanno cambiato la percezione e la sostanza della composizione dei gruppi dirigenti di questo paese, ma non accennano affatto a cambiare verso della condizione delle giovani generazioni e il segno delle politiche che hanno causato tali condizioni.

In Italia, infatti, abbiamo al contempo il premier più giovane della storia della Repubblica e il tasso di disoccupazione giovanile più elevato della storia della Repubblica. Tracciare un nesso causale tra questi due dati di fatto potrebbe forse essere arbitrario, ma la simbologia resta potente.

Nel nostro paese la questione generazionale è stata risolta da Renzi dal punto di vista del potere inteso come sostantivo, come presa del potere, ma non del potere come verbo: poter programmare la propria vita, poter perseguire i propri obiettivi, poter acquistare una casa, poter valorizzare le proprie competenze anche fuori dal quadro ipercompetitivo del tutti contro tutti, poter vivere con dignità con salari equi e un welfare universale, poter scegliere di restare nella propria terra. Poter scegliere, autodeterminarsi appunto. Un concetto che per un’intera generazione rimane ancora una chimera.

Chi dovrebbe occuparsi di risolvere davvero questa enorme questione sociale è la sinistra, ridotta ad essere un’entità sparigliata, sfibrata e indebolita da anni di errori e sconfitte, colma di insuperabili rancori personali e schiava di un dibattito spesso autoreferenziale.

Nel frattempo però il conflitto sociale riemerge: come spesso è successo in questi anni, i protagonisti sono i precari e gli studenti, così come gli operai. Le piazze tornano a riempirsi, ma sono orfane di rappresentanza politica e a volte anche di rappresentanza sindacale.

Se da un lato la piazza sindacale del 25 ottobre era orfana, ma consapevole di esserlo le migliaia di ragazzi scesi in piazza con lo sciopero sociale (miei coetanei precari, ma anche tanti studenti ben più giovani) sono orfani inconsapevoli e in larga parte disinteressati (a voler usare un eufemismo) all’ipotesi di avere una sponda politica nelle istituzioni e nel terreno politico. La generazione precaria non ha mai conosciuto una sinistra di cui avere nostalgia e, ci piaccia o meno, non ha ansia di costruirla, è disillusa, stanca di essere usata dal dibattito politico come semplice esercizio retorico o come manovalanza nelle campagne elettorali, comprensibilmente distante dalla sinistra conosciuta.

A chi non è disilluso e sente l’urgenza di una sinistra politica non resta che cercare di sorprendere questa generazione, recuperarne l’entusiasmo con un processo nuovo, non assimilabile ai precedenti, un percorso che sia insolito e davvero in grado di cambiare la vita delle persone.

Troppo spesso la questione generazionale come questione sociale viene sbandierata in modo strumentale: un problema politico cui viene data una risposta politicista. Per chi non fa politica per vivere, ma per cambiare la propria vita, per chi fa politica per il potere come verbo e non come sostantivo – il ricambio generazionale non è l’obiettivo di un processo politico, ma semplicemente quel che accade nel momento in cui si aprono porte e finestre e si afferma finalmente che i soggetti politici non sono il fine da preservare, ma lo strumento da utilizzare nella battaglia da perseguire.

Perché, nonostante ci siano oggi giovani ministri e giovani esponenti dell’opposizione, nulla cambia per i giovani cittadini? Perché non è l’età anagrafica a dare la cifra del cambiamento, e dire “largo ai giovani” non basta.

La questione generazionale in termini di lotta alla precarietà, alla disoccupazione giovanile, alla dispersione scolastica, per il diritto allo studio e un nuovo welfare, per l’innovazione e la buona e nuova occupazione, può essere risolta solo se la si considera come la punta di un iceberg, di una lotta di classe, una guerra condotta dall’alto che è sempre contro i poveri, mai contro la povertà. I giovani risultano i più colpiti dalla crisi non perché i poteri forti sono agé e colmi di invidia per le vigorose energie giovanili, ma perché sono i primi ad essere investiti dalla nuova fase di ristrutturazione neoliberista che, nella periferizzazione dell’Europa, importa in Occidente un modello di sfruttamento intensivo ad alta ricattabilità e bassi salari: la precarietà come strumento di competizione al ribasso e redistribuzione delle ricchezze verso l’alto.

Di fronte a questa incontrollata escalation, la politica ha il dovere di non restare a guardare, di invertire la tendenza e fissare quei limiti che economia e finanza non sanno e non vogliono darsi. Un tempo i partiti di sinistra erano una parte di società che si organizzava e ambiva a cambiare il tutto, oggi ambiscono a essere il tutto (partito piglia-tutto, partito della nazione) per far sì che nulla cambi.

In un contesto così complesso non servirebbe a molto un semplice, pur se inevitabile e urgente, rinnovamento delle classi dirigenti della sinistra politica e sociale, serve che la discontinuità sia vera e evidente. Serve edificare una sinistra che sappia fronteggiare in maniera credibile la sfida di cambiare i rapporti di forza, reinventare le parole, organizzare la parte società che in basso subisce e si impoverisce, contro chi in alto decide e si arricchisce.

Non basta una sinistra dei nuovi, serve una sinistra nuova.

Se vogliamo aggregare e organizzare in una nuova sinistra quella parte di società che ambisce a “cambiare il tutto”, giovani e non, dovremo scegliere saldamente dove schierarci: guardare alle posizioni e non solo al posizionamento, alle strategie e non alle tattiche, superare rancori e presunzioni. Avviare finalmente un percorso credibile, in grado di risvegliare energie e conquistare consensi, che ottenga risultati concreti e non si limiti a una lotta di testimonianza, importante, ma di cui tanti non sentono il bisogno.

Se vogliamo costruire davvero una nuova sinistra, non abbiamo bisogno di rottamare: fin troppe sono le macerie che abbiamo accumulato negli anni. È tempo di costruire, di rimettersi in piedi sin dalle fondamenta, dal basso, con chi in basso ci vive, contro chi in alto ci sfrutta.

*attivista di Agire, Costruire, Trasformare (Act), già portavoce coordinamento universitario Link e candidato alle elezioni europee per l’Altra Europa con Tsipras

La contraddizione giovanile

11intervento  centrale giovani 846269Conosco ragazzi che subiscono ogni genere di sopruso sul posto di lavoro, costretti ad accettare le più barbare forme di sfruttamento. Ma se qualcuno, malauguratamente, dovesse impedire all’AS Roma di realizzare il suo nuovo stadio, costoro sarebbero disposti a mobilitarsi in ogni sede, a lottare allo stremo delle forze. La costruzione dello stadio, che deve essere «di proprietà» si sottolinea, rappresenta una forma di emancipazione, simbolica, per una fetta importante della gioventù romana.

In questo dato ciascuno può leggere diverse cose. Se è vero che esso accomuna giovani di estrazione sociale diversa, mi sembrerebbe rilevante provare a capire le ragioni per le quali dei proletari e dei sottoproletari associno una speculazione edilizia, dalla quale non trarranno alcun beneficio materiale, ad una forma di emancipazione, seppur simbolica.

Venendo quindi al nocciolo della questione posta dal prof. Bevilacqua mi sembra utile puntualizzare un primo aspetto. Non credo che il problema del giovane figlio di professionisti sia assimilabile a quello del giovane figlio di lavoratori a tempo determinato. E non credo quindi che la questione giovanile si presenti nelle medesime forme, nelle diverse classi. Con questo non si vuole certo negare che il disagio socio-economico costituisca il primo ostacolo all’emancipazione – quella concreta – di una fascia di giovani sempre più ampia.

Nel corso di questi ultimi anni, infatti, si è assistito in Italia ad un’importante forma di «proletarizzazione» del cosiddetto ceto medio, un fenomeno – è bene sottolineare – che ha investito anche una parte della piccola borghesia. L’uscita da destra dalla crisi, la mancanza quindi di ogni benché minima politica redistributiva, l’aggressione politica e culturale ai dipendenti pubblici dello Stato, sono fra i fattori che, combinati ad alcune tare storiche del sistema contributivo e impositivo italiano, hanno determinato quell’accentuazione della forbice tra i più ricchi e i più poveri, oggi, sotto gli occhi di tutti. Ciò che, quindi, voglio premettere è che non esiste una generica questione giovanile, quanto un problema che non riguarda più i giovani delle sole classi subalterne. Ma sono proprio questi ultimi a viverne le contraddizioni in modo più acuto.

Fatta questa premessa, doverosa ai tempi in cui la narrazione dominante nega l’esistenza stessa delle classi, uno sguardo al panorama occupazionale consente di cogliere un secondo aspetto. Secondo i dati Istat tra il secondo trimestre del 2008 ed il secondo trimestre del 2014 gli occupati under 35 sono scesi da 7,2 milioni a 5,1 milioni. Se consideriamo che il precariato è la forma di gran lunga prevalente del lavoro dei giovani, è agevole constatare che la questione giovanile è in parte sovrapponibile alla questione del lavoro, e quindi del salario diretto, indiretto e differito.

La cultura della sinistra italiana si è invece progressivamente allontanata tanto dal tema del lavoro quanto dal tema del salario, facendo – non di rado – proprie le ragioni della flessibilità e le relative proposte con cui si rischia di barattare i diritti sociali per una qualche forma di reddito.

Se non si riparte dal riconoscimento delle ragioni del lavoro contro il capitale, e se la sinistra non assume tale conflitto come chiave di lettura della società e delle sue contraddizioni, compresa quella giovanile, rischiamo di ricavare risposte parziali se non assolutamente controproducenti.


Cosa dovrebbe offrire la sinistra a questi giovani?

In primo luogo un programma di lotte attorno a questioni concrete, quali il diritto al lavoro, alla casa e allo studio. Lo sciopero sociale del 14 novembre, in questo senso, evoca già oggi una prima importante ricomposizione. Riconnettere, quindi, ciò che la crisi ha diviso e soprattutto organizzare, con metodo e pazienza, ciò che oggi è atomizzato ed in balia delle false mete indicate dalle destre. Gli spazi politici che la sinistra non ha, colpevolmente, occupato in questi anni sono, infatti, oggetto delle attenzioni delle destre: con esse, in particolare nei territori periferici, bisogna fare i conti.

Si tratta, in buona sostanza, di provare ad offrire una direzione politica di marcia diversa, indicando un percorso di emancipazione collettiva che sia in grado di trasformare i sentimenti di indignazione e protesta, la cui gemmazione non può che essere spontanea, in qualcosa di molto più elevato. Per farlo non basta la buona volontà, serve uno studio attento e meticoloso della realtà sociale e l’organizzazione.

Il punto, infatti, non è se sia o meno in atto una ristrutturazione epocale ai danni di chi è più debole, questo è incontrovertibile. Il punto è che costoro – per ragioni diverse – non ne hanno coscienza e quando ne hanno si limitano a ribellarsi. Ribellarsi è sacrosanto ma bisogna farlo bene, studiando le modalità più efficaci, indicando con chiarezza quali sono i «nemici», dotandosi di una strategia e di una tattica, e quindi ricercando degli alleati tra gli altri reietti, dedicando molto del poco tempo a disposizione per riuscirvi.

In altre parole organizzandosi, e creando, quindi, una maggiore e più chiara consapevolezza di sé e dei propri interessi. Per tornare all’esempio iniziale, essere, cioè, capaci di individuare insieme il percorso che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica: dall’interesse indotto all’interesse reale.

Alla ricerca di un porto

Paolo Poce / emblema

“Ciao mamma, ti chiamo ora prima di rientrare al dibattito sulla mobilità sostenibile ad Imola” “Come stai?” “Sono stanca, sono piena di lavoro, ma sono ottimista per le elezioni regionali. Devo finire di leggere le 1500 pagine di documenti che mi hanno spedito ieri per la revisione di un progetto, ma conto di farlo nel weekend. Martedì e mercoledì vado a Roma.” “Vai a Roma per il sindacato? Per lo sciopero? Ma hai sentito cosa hanno combinato gli studenti a Bologna? Erano studenti tuoi?”

“Una domanda alla volta. Vado a Roma per il mio secondo lavoro, quello per il quale mi travesto da funzionaria un paio di volte all’anno. Il lavoretto che mi permette di mantenere le pubblicazioni, i viaggi e i convegni visto che come al solito non ho fondi da parte del dipartimento per fare ricerca. Ho ottenuto l’autorizzazione della giunta per il secondo lavoro e quindi sono a posto, anche il prossimo semestre potrò permettermi di pagare la revisione degli articoli in inglese.

Giuliana avanza 150 euro per la revisione del Marie Curie. Poi sugli studenti: non conosco personalmente quelli che sono stati accusati di aver picchiato il giornalista, ma conosco quelli che hanno cercato di bloccare l’ingresso di Salvini al campo Rom. Immagino che in TV non abbiano raccontato che l’autista ha tentato di investirli.” “Spero che tu non abbia riempito la loro testa con quelle cose sugli zapatisti e sui sem terra. Tu fai la vita difficile che ti sei scelta. Ho sognato che eri diventata manager di una multinazionale. Che finalmente avevi accettato una proposta di lavoro “seria” e che stavi facendo carriera.”

“Mamma, io provo ad essere coerente nel mio piccolo. Ho scelto di lavorare all’università perché penso di essere brava nel mio lavoro come ricercatrice e poi mi piace viaggiare, studiare, conoscere ricercatori di tutto il mondo e gli studenti mi stupiscono ogni giorno. Una studentessa Libanese del corso di Economia del Turismo oggi mi ha inviato come tesina un progetto per un finanziamento in Svezia. Vorrebbe costruire percorsi naturalistici e storici coinvolgendo piccoli gruppi di turisti nelle operazioni per la impiantumazione delle colline disboscate durante la guerra civile e …”

“Se fossi una manager potreste avere un bambino.” “Se fossi una manager forse migliorerebbe solo il mio conto in banca. E dico forse. Mi farebbero firmare le dimissioni in bianco al momento dell’assunzione. Mamma il problema non è il lavoro che faccio ma è che sono italiana, ho un dottorato e ho 34 anni. In questo paese io non posso scegliere che lavoro fare e sono socialmente pericolosa se mi dimostro troppo impegnata per i diritti umani… soprattutto se lo faccio in un’aula universitaria” “Ok, ma io continuo a sognare che tu possa avere un bambino. O un lavoro dignitoso.”

“Mamma, ho un lavoro dignitoso secondo me, pago anche tasse inutili come la gestione separata INPS nonostante non ne tragga alcun beneficio, e sono la prima a desiderare dei figli. Il mio lavoro precario all’università non è dignitoso secondo i criteri della tua generazione, non della mia. E poi faccio politica nelle aule, durante gli apericena con gli amici, al telefono con te ogni giorno per garantire dignità a me e alle persone precarie come me, ma anche alla generazione di quelli che oggi sono “giovani” veramente. Ci meritiamo lo spazio per presentare le nostre proposte.” “ok, ma stai attenta. E passa a salutarci dopo le elezioni.”

Il privato è politico. Questo il messaggio di un mio collega ricercatore precario che chiudeva con queste parole una mail di qualche giorno fa per spiegarmi che non poteva partecipare ad un dibattito per dare una mano a sua moglie che è incinta del loro secondo bambino, nonostante la loro primogenita abbia poco più di un anno. Lui ha ottenuto un posto da ricercatore “di tipo A” grazie ad un PRIN, ma difficilmente il dipartimento stanzierà dei fondi per trasformare il suo contratto in un posto a tempo determinato da ricercatore “di tipo B”. I ricercatori di tipo A e B sono una delle tante perverse “innovazioni” introdotte dalla riforma Gelmini, che ha eliminato i ricercatori a tempo indeterminato come ruolo di ingresso alla carriera accademica e lo ha sostituito con contratti precari.

Il ricercatore di tipo B è una chimera in molti atenei perché costa come l’attivazione di circa 5 assegni di ricerca in due anni. Il ricercatore di tipo B è “vantaggioso” solo per il precario che riesca a vincere i pochissimi concorsi di questo tipo: il meccanismo della tenure-track permette infatti ai ricercatori che ottengono l’abilitazione all’insegnamento di diventare professori associati dopo aver portato avanti per almeno due anni il loro progetto di ricerca. Molti atenei e molti dipartimenti hanno scelto di non creare posti da ricercatore di tipo B perché sono estremamente costosi e tengono impegnati i budget espressi in punti organico per due anni accademici.

Secondo i dati pubblicati dal Coordinamento nazionale dei Precari della Didattica e della Ricerca, a fronte di circa 75 mila precari nell’università nel 2010, nel 2013 erano complessivamente presenti 1.928 RTDa e ben 112 (solo 112!) RTDb. Tutti gli altri hanno abbandonato la ricerca, hanno lasciato il paese, oppure stanno lavorando gratuitamente o con assegni e progetti di ricerca annuali nei vari atenei italiani. La richiesta di questa questa marea di “adulti” e “giovani” precari non è quella di essere stabilizzati, ma di avere libertà di ricerca e un “porto verso il quale remare”, come recita il titolo dell’ultimo comunicato del coordinamento, perché procedendo con i soli passaggi di ruolo del personale strutturato “ci saranno solo più ammiragli al timone di un relitto.”

Molti di questi precari oggi, 14 novembre, partecipano alle manifestazioni in tutto il paese per lo sciopero sociale. A Bologna i precari della ricerca creano alleanze per costruire arene di dibattito con gli studenti sul diritto allo studio e riescono a confrontarsi con i prorettori e con i candidati alle elezioni regionali oppure con le associazioni come ACT e soggetti politici che mettono “le persone” e “il lavoro” al primo punto del loro programma, come la lista civica L’Altra Emilia Romagna, la declinazione dell’esperienza dell’Altra Europa con Tsipras per un altro governo locale.

Per concludere, cara mamma, cara sinistra che non trova i giovani, ti consiglio di cercare questi giovani nei luoghi in cui loro stanno già elaborando un’alternativa ai partiti, come le aule universitarie, quelle occupate e quelle assegnate. Oppure puoi cercarli nelle arene di dibattito in cui si confrontano con le esperienze di indignazione e di protesta di tutto il mondo e se questi giovani non riesci a trovarli prova a chiedere aiuto ai 30piùenni come me; non siamo giovani, ma siamo precari come loro e stiamo cercando assieme a loro il porto verso il quale remare.

Un welfare giovane e disincantato

26pol1 giovani  mistrulli cgil21Svezia anni 60. Il governo vara il contratto che definisce l’acquisto di un diritto, quello all’abitare un appartamento. Si tratta della possibilità di diventare socio di una cooperativa proprietaria e di conservare il diritto per tutta la vita.

In Svezia nel 2014 meno di 1 giovane su 10 (sotto i 25 anni) vive con la famiglia. In Italia siamo ad 1 su 2 (Eurostat). Il dato è significativo perché l’uscita dal nido parentale segna un ritmo di vita che viaggia in rapporto alla generazione che precede e a quella che succede. Si dirà che i dati non sono sovrapponibili, che eventi e processi hanno sedimentato fratture profonde tra Nord e Sud dell’Europa. Ma urge uscire dai confini nazionali per scongiurare il ritorno ai localismi, per rendere una visione d’insieme e per proiettarsi alla costruzione di un nuovo welfare. Bisogna constatare una distanza che sta soprattutto nella qualità dei risultati, nella cura prolungata e nella manutenzione del welfare nazionale.

Nel Nord Europa “le riforme”, compresa la riorganizzazione del lavoro che ha prodotto un nuovo disegno di società, si sono installate dentro un quadro di protezione e sicurezza che era parte strutturale e resistente di quel mondo. La relazione tra giovani e welfare è stata edificata su un progetto d’innovazione all’interno di un recinto di certezze. In Europa del Sud, invece, il rapporto già incrinato tra giovani e welfare ha sforato i suoi confini naturali, anticipando la crisi economica, oltrepassando il limite generazionale e fuoriuscendo dallo spazio nazionale (l’emigrazione è tornata a incidere).

Il furore delle narrazioni postideologiche ha colmato l’immaginario dei giovani e di quelli che sono scivolati fuori dal recinto degli indicatori (ma non diteglielo). L’imperativo della crescita e della competitività si è affacciato all’interno della crisi del welfare e dei suoi presupposti. Il volontariato e il terzo settore sono entrati in scena come possibili soluzioni emergenziali. E così dalla gestione dell’immigrazione fino al diritto alla casa quasi ogni aspetto del welfare nazionale ha finito per acuire la lontananza tra Europa del Nord e del Sud.

Proprio a causa di questo deficit, il nuovo welfare, inteso come riflessione sui moderni bisogni e sui più aggiornati diritti, maturo sulla carta per essere distribuito dall’Europa all’Europa stenta a trovare delle basi di appoggio per la sua attivazione. Senza l’efficienza del welfare nordico diventa terribilmente complesso immaginare un futuro per il welfare mediterraneo e per la prospettiva europea. In questo senso, la sinistra, almeno quella dei paesi a sud dell’Europa, ha di fronte un compito ben più importante di quelli dettati da Bruxelles, recuperare lo Stato come pilastro del welfare tradizionale. Questa operazione culturale comporta un’adesione politica controcorrente che deve essere accompagnata ad un progetto che investa le altre due colonne del welfare: il lavoro e la nazione. Senza questa rivoluzione l’unica possibilità che resta è un welfare senza Stato.

Tuttavia, prima di abdicare sarebbe giusto per la sinistra voltarsi indietro e porsi una domanda: com’era il futuro quando la costruzione del sé incontrava un progetto di vita possibile e la presenza dello Stato?

Proposte e compiti della sinistra

1) La sinistra dovrebbe farsi portavoce di un’operazione di disvelamento e d’innovazione attraverso gli organi competenti sugli indici di misurazione, in primo luogo l’ISTAT. Esiste da anni un dibattito in sede accademica e scientifica sui nuovi indicatori del benessere e della felicità. L’OCSE stessa ha testato un numero di nuovi indicatori per identificare le aree più virtuose in termini di moderno welfare. Questi strumenti sono però poco aperti e democratici (vedi punto 3) e per questo non riescono ad avere ricadute reali sui territori, non producono cambiamento (parola abusata?). Si dovrebbe quindi costruire una mappa partecipata dagli enti locali, dalle istituzioni più prossime ai cittadini e dalle forze politiche, uno strumento d’orientamento che dovrebbe tenere conto di ciò che manca in termini di welfare tradizionale e di ciò che esiste in termini di nuovo welfare (Internet, energie rinnovabili ecc…). Sulla base di questo rapporto bisognerebbe rispondere concretamente nei territori rilanciando l’idea del bilancio partecipato.

2) La sinistra potrebbe lanciare una consultazione nazionale, dopo averne dato adeguata diffusione, sulla destinazione degli investimenti diretti al welfare giovanile. L’idea è lasciar scegliere a una generazione sfilacciata e troppo poco unita le priorità per sé e per il Paese. La premura è quella di restringere il campo delle domande, selezionando un certo numero di voci, per ottenere risposte più pertinenti.

3) La partecipazione alle scelte passa attraverso un’educazione al welfare. L’idea è quella di concedere alle classi delle scuole medie inferiori e superiori degli spazi dove sperimentare percorsi di welfare rivolto al territorio.

4) Le sedi dei partiti e delle associazioni della sinistra, spesso abbandonate o chiuse, potrebbero essere rinnovate lasciando spazio al welfare. Fabrizio Barca ha parlato di partito palestra. Potremmo aggiungere partito palestra del welfare (scuole d’italiano per migranti, scuole popolari, laboratori tematici per la cura del territorio).

5) Sarebbe utile costruire una task force che agisca sulla comunicazione del welfare con campagne sui media tradizionali e sui nuovi media, perché rafforzare il welfare dei giovani significa spiegare i suoi benefici e invitare i suoi protagonisti a ripensarne i contenuti. L’obiettivo sarebbe favorire il dialogo tra generazioni. Anche per questo le comunicazioni tra Stato e cittadino potrebbero contenere brevi, chiare ed evidenti note sulla destinazione e l’uso delle tasse. Spesso sono proprio i genitori dei ragazzi a non credere più nel welfare.

6) Se l’obiettivo è condividere il welfare a livello europeo dovremmo aumentare lo scambio su singoli progetti tra Sud e Nord. L’esempio è la costruzione di una pista ciclabile in un quartiere di periferia. L’idea è che di fronte a situazione simili sia possibile rispondere in modo condiviso. Gli enti locali dovrebbero incontrare i loro corrispettivi all’estero e seguire assieme l’iter di realizzazione del progetto. Questo binario parallelo dovrebbe mettere concretamente in evidenza i punti deboli e quelli virtuosi del percorso comparato.

7) Gli interventi sul welfare dovrebbero essere sottoposti a un serio processo di valutazione. Ogni territorio ad ogni livello di governance dovrebbe dotarsi di una commissione che conti al proprio interno esperti e cittadini destinatari delle azioni. Alla commissione dovrebbe essere dato il potere di aumentare o ridurre il budget del welfare locale, di sanzionare i responsabili dei progetti deficitari con l’esclusione da futuri incarichi.

Renzi, l’università e i giovani

22pol 2 universita tagli foto EIDONLa battaglia del Primo Ministro Matteo Renzi, di rinnovare e svecchiare la politica italiana, è nota a tutti. Lo ribadisce, con il giusto tono polemico, anche Ludovica Ioppolo in un recente articolo comparso in questa rubrica.

Sull’utilità di avere ministri under-quaranta si può discutere a lungo, ma, se si parla di rinnovo generazionale, non si può dire che l’ex sindaco di Firenze stia dimostrando la stessa attenzione anche per i giovani ricercatori e professori che mandano avanti l’Università italiana. Il nostro Paese, si sa, ha sempre avuto un corpo docente piuttosto anziano. Questo trend si è peraltro acuito negli ultimi anni: come riporta Corrado Zunino in un articolo apparso su Repubblica.it il 24 marzo 2014, l’età media di un professore ordinario di università italiana è cresciuta, negli ultimi 30 anni, di 7,8 anni. Si diventa professori più tardi e non c’è un vero e proprio ricambio generazionale.

La presenza massiccia di docenti anziani non dovrebbe essere vista come un disvalore. Anzi, si traduce in maggiore esperienza e conoscenza, favorisce l’approfondimento degli studi e affida gli studenti a maestri esperti e con una lunga carriera. Ma l’Università non può fare a meno dei giovani. Sono loro, infatti, che raccolgono materiali nelle diverse biblioteche sparse sul territorio; che vanno all’estero a studiare modelli stranieri; che danno inizio a progetti di ricerca da sviluppare nel lungo periodo; che aiutano i professori ordinari a fare esami, seguire laureandi, ricevere studenti, sviluppare progetti di ricerca, organizzare master.

C’è bisogno, inoltre, di metodi di docenza diversi da quelli abituali: più dinamici, più dialettici, più informali. E ciò non perché tali metodi siano migliori di quelli proposti dai professori di ruolo, ma perché – se affiancati a questi – possono offrire agli studenti prospettive diverse, strumenti alternativi, approcci utili a colmare le lacune del modello “classico”. Inoltre i giovani hanno bisogno dell’Università, che deve essere accessibile, dinamica e in grado di fornire, oltre agli strumenti professionali e di conoscenza, anche un terreno per la crescita individuale e collettiva e per il confronto delle idee: è con una palestra di questo tipo che si forma la classe dirigente del futuro.

In che stato sono i giovani ricercatori/professori dell’Università italiana? E come ha intenzione di trattarli l’attuale Governo?

Le numerose riforme che hanno interessato l’Università in questi ultimi anni sono tutte accompagnate da un dato comune incontrovertibile: i tagli delle risorse da destinare agli atenei. Solo nel 2013 sono stati tagliati 960 milioni di euro. Inoltre, considerando i 37 Paesi più sviluppati, l’Italia è al 32° posto per finanziamento all’Università. Questo primo punto, semplice e banale, rivela un danno che colpisce tutto il mondo universitario, ma con effetti particolarmente acuti sui giovani.

Al di là dell’impoverimento culturale del Paese, al di là dei danni alla formazione di personale qualificato e al di là delle inevitabili fughe all’estero dei cervelli migliori, questa semplice operazione di riduzione della spesa ha danneggiato molto studenti e giovani studiosi. La scarsità di fondi in mano alle università – per garantire borse di studio, finanziare progetti di ricerca, assumere personale stabile, gestire biblioteche e spazi comuni, organizzare convegni, disporre seminari o corsi – ha complicato le attività di studio e di ricerca.

Perché non si può “scommettere” su un dottorato, se – indipendentemente dal risultato – a questo non seguirà alcun incarico presso l’università. Perché è molto arduo avviare un progetto di ricerca senza finanziamenti o con finanziamenti insufficienti, ma anche con enormi difficoltà per reperire un libro o una rivista specializzata. Perché solo chi ha una famiglia ricca alle spalle può permettersi di lavorare come precario della ricerca, sottopagato, per cinque o dieci anni, senza sapere quale sarà il suo destino quando i contratti non saranno più rinnovati. E con la paura che, avendo speso tutto questo tempo a specializzarsi in un settore, le sue competenze non saranno più “spendibili” in altri ambiti professionali.

Ma non finisce qui. Oltre ai tagli si è aggiunta la “precarizzazione” dei ricercatori. Grazie all’art. 24 della cosiddetta “Riforma Gelmini” la durata complessiva dei nuovi contratti di assunzione dei ricercatori non può superare gli otto anni e si articola su vari contratti brevi. E se non vi sono risorse disponibili non è detto che la collaborazione possa durare per il periodo massimo, né che il ricercatore venga confermato a tempo indeterminato dall’ateneo.

Gli effetti negativi di tale riforma, specialmente sui più giovani, sono almeno tre.

In primo luogo, la precarizzazione della ricerca, seppur mirando a scongiurare i pericoli di “parassitismo” e a incentivare lo studioso a produrre, lo pone in una condizione di subalternità, lo tiene sotto pressione per un periodo potenzialmente lungo e successivo al dottorato – temporaneo per definizione e funzionale proprio all’ingresso nel mondo accademico – e incide anche sulla produzione scientifica, volta più alla quantità invece della qualità.

In secondo luogo, si accentua il servilismo accademico (con un incremento di attività di didattica e di mansioni più burocratiche e meno formative) e personale nei confronti del professore ordinario (il “Barone”, che tutti bistrattano, ma a cui nessuno è riuscito a togliere i privilegi) con cui si collabora: è lui che, ogni tre anni (e in modo assoluto e definitivo dopo otto), dovrà valutare ed eventualmente aiutare il ricercatore precario a rinnovare il contratto o a diventare professore associato. Si favorisce dunque il servilismo scientifico nei confronti del professore ordinario con cui si collabora e di chiunque altro possa assicurare un futuro al ricercatore. Questo toglie libertà alla ricerca, mette in crisi il pensiero critico e mortifica chi fa questo mestiere: la scelta delle ricerche, infatti, non sarà più finalizzata a produrre risultati originali e innovativi, ma ad accumulare titoli per il “concorso della vita” (quello a professore associato).

In terzo luogo, questo tipo di intervento è seriamente pericoloso se contemporaneamente si tagliano le risorse all’Università: un ricercatore virtuoso potrebbe non essere assunto come professore associato. E dopo 8 anni, magari dai 30 ai 38, nel pieno della costruzione di una famiglia potrebbe trovarsi a dover rinunciare a un reddito, aspettando eventuali concorsi magari in altri ambiti professionali.

Innanzitutto i tagli. Con la nuova legge di stabilità del 2014 si riducono sia il Fondo di finanziamento ordinario per gli atenei (di 34 milioni di euro), sia quello per gli enti di ricerca (di 42 milioni). Come è stato rilevato da ROARS, dopo il 2015 e il 2016, in cui tagli e rifinanziamenti, grosso modo, si compensano a vicenda grazie al contributo di Fondi europei, ricomincia la riduzione dei contributi.

Complessivamente, il minor finanziamento da qui al 2023 ammonterebbe a quasi 1.431 milioni: il taglio medio annuale sarebbe pari a -159 milioni, una cifra poco minore del taglio Tremonti (-170 milioni). A partire dal 2023, la variazione oramai consolidata rispetto al 2014 sarebbe pari a -278 milioni. Questo non solo danneggia i giovani, ma anche i giovanissimi. Chi si troverà a frequentare l’università nei prossimi dieci anni (o a fare ricerca una volta laureato) troverà un sistema ancora più povero.

In secondo luogo, Renzi fa un ulteriore passo in avanti nel cammino verso la precarizzazione del personale accademico. Il comma 29 dell’articolo 28 della legge di stabilità abolisce due parole di un decreto del 2012, intervenendo sul sistema dei “punti organico” previsto con i modello cosiddetto “tenure track”. In sostanza, gli Atenei dovevano tener conto dei punti organico del personale docente: 1 per gli ordinari; 0,7 per gli associati e 0,5 per i ricercatori. Prima della nuova legge di stabilità, in caso di pensionamento di un ordinario le università erano obbligate ad adoperare i punti organico riguadagnati per il personale stabile, garantendo quindi un minimo di assunzioni a tempo indeterminato.

Ora, riguadagnati i punti dal pensionamento di un ordinario, le Università, invece di spenderne 0,7 per assumere un ricercatore in regime di tenure track, che viene stabilizzato nell’arco di tre anni, potranno spenderne solo 0,5 per assumere un ricercatore a tempo determinato e poi, alla scadenza del contratto, recuperare nuovamente quei punti organico.

Si dirà: ma in questo modo si possono assumere più giovani, invece di far “invecchiare” chi è già tutelato! Si risponderà: e quei giovani, per la riconferma al termine del contratto, a chi dovranno rendere conto per tutta la durata dell’incarico? Quanto saranno liberi nella loro ricerca? Come potranno organizzare i loro studi (ma anche la loro vita privata) nell’incertezza di un contratto con un datore di lavoro perennemente in crisi economica? Come spiega bene Tonino Perna nel suo “Elogio-del-posto-fisso” sarebbero numerosi i vantaggi derivanti da nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore pubblico, ancor più se in ambito accademico.

Come si inverte questo trend? Quattro suggerimenti.

Il primo. Sarebbe scontato rispondere chiedendo più finanziamenti. Eppure, ancorché poco fantasioso, un tale cambiamento di rotta vorrebbe dire moltissimo per la ricerca, per l’Università italiana, per i giovani.

Un altro strumento per migliorare la condizione dei giovani nell’Università è quello di ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato, con accorgimenti per scongiurare forme di parassitismo accademico. Perché è vero che l’università non può essere un parcheggio per menti brillanti ma pigre o, peggio, per raccomandati e figli di papà. Inoltre, se si investe sulla ricerca, è utile che il Paese ne raccolga i frutti. E allora si possono prevedere delle prove intermedie per i giovani ricercatori assunti a tempo indeterminato. Una dissertazione della ricerca, che può avvenire al termine di un periodo medio-lungo (per esempio 5 anni) o concordato con l’Ateneo di riferimento. Si può nominare una commissione esterna che valuti il lavoro svolto. E da questa valutazione si possono far dipendere bonus, incentivi, finanziamenti di nuovi progetti o penalizzazioni, riduzioni di stipendio, ecc. Il tutto potrebbe avvenire come in un concorso pubblico: con una commissione esterna, criteri di giudizio predeterminati, garanzie di trasparenza e obbligo di motivare le proprie decisioni.

In terzo luogo, si potrebbe invertire il meccanismo della precarietà anticipando il pensionamento dei professori ordinari: questi potrebbero andare in pensione a 65 anni e, a partire da quella data, essere assunti con contratti a tempo determinato con salario non superiore a una borsa di dottorato. Uguale per tutte le università. Perché pagare poco un ricercatore o un associato quando gli ordinari hanno ormai percepito un reddito soddisfacente e in più godono anche della pensione? È poco conveniente? Si godessero la pensione, scrivessero libri, lavorassero altrove, lasciando il posto a chi ha voglia di lavorare e ha bisogno di spazio per crescere.

Infine, le incompatibilità: chi fa il professore fa il professore. Punto. Soprattutto per associati e ordinari. Che scegliessero se guadagnare tanto come avvocati o architetti (sono solo due esempi) o se fregiarsi del prestigio meno remunerativo dell’Università. Questo libererebbe posti nelle varie facoltà e restituirebbe alla didattica e alla ricerca i docenti, impedendo doppi lavori che danneggiano tutta la comunità.

Si è detto, parafrasando il titolo di un film, che l’Italia non è un Paese per giovani. Questa tendenza si inverte in primo luogo intervenendo sull’Università e scommettendo sui coloro che la portano avanti.

«Giovani, parlatene sì, ma dateci la parola»

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Al professor Piero Bevilacqua il merito di aver sollevato la questione giovanile come tema (che dovrebbe essere) centrale nel dibattito della sinistra italiana. Al manifesto quello di aver colto l’occasione per aprire una campagna di discussione pubblica sul giornale. Fatta la doverosa premessa, alcune considerazioni spero non troppo polemiche.

1) A sinistra la questione giovanile è sempre e solo evocata. Dobbiamo ringraziare qualche “adulto” di buona volontà che ogni tanto fa notare che “i nostri ragazzi” se la passano piuttosto male. A volte nelle occasioni pubbliche si prevede la “quota giovane” (se donna è meglio, perché nel mondo della politica, anche a sinistra e soprattutto ai livelli dirigenziali, gli uomini sono nettamente più rappresentati delle donne). In generale sui media si fa a gara a chi racconta il giovane precario più “sfigato”. Prolifera la narrazione della generazione precaria, senza mai dare realmente voce alle istanze e alle rivendicazioni delle lotte precarie.

2) Qualcuno a sinistra ha posto in maniera forte e – dal suo punto di vista – efficace il tema del ricambio generazionale dei gruppi dirigenti. Quel qualcuno si chiama Renzi e ha costruito il suo consenso sulla “rottamazione”: ha aperto uno scontro con le “vecchie classi dirigenti” del Pd e l’ha vinto. Io personalmente non mi sento rappresentata dal Presidente del Consiglio quarantenne che millanta innovazione e cambiamento e poi nei fatti governa nell’interesse dei poteri forti; così come non mi sento rappresentata dal Presidente della Repubblica (quasi) novantenne che continua a ingerire pesantemente sul Parlamento e sulla nostra fragilissima democrazia. In ogni caso, non possiamo ignorare lo “scontro generazionale” agitato nel Pd.

3) Qualcun altro nel panorama politico italiano ha posto il problema del ricambio generazionale ed è il movimento 5Stelle. Anche in questo caso si tratta di un’operazione in gran parte di maquillage, per presentare facce fresche, pulite e sconosciute in alternativa alla “casta”. Sempre personalmente, dal mio limitato punto di vista, ho un’altra idea della politica. Ma anche in questo caso non possiamo ignorare il messaggio di cambiamento che questa forza politica è riuscita a trasmettere all’elettorato e alla società.

4) Ha molto ragione il prof. Bevilacqua quando fa notare che la questione giovanile in Italia non è effetto della crisi, ma rappresenta un problema strutturale del modello sociale, politico ed economico nel nostro paese. Mi permetto di aggiungere che se fino qualche anno fa eravamo ancora in tempo a porci il problema dei “giovani”, oggi – per problemi strutturali, per effetto della crisi e per le politiche recessive messe in atto per (non) uscire dalla crisi – dobbiamo necessariamente allargare lo sguardo a più generazioni. Prima di tutto i giovanissimi che vanno ancora a scuola e che sempre più decidono di non proseguire gli studi perché non vedono nessun tipo di prospettiva di realizzazione personale (confessione d’obbligo: io ne parlo così perché ho il mio punto di vista di “vecchia” 31enne; consiglio a chiunque di partecipare ad un’assemblea dell’Unione degli Studenti, per esempio, e di chiedere agli studenti stessi cosa pensano a questo proposito, prima di sentenziare sulle generazioni perdute).

Poi ci sono i giovani, volendo semplificare tra i 20 e i 30 anni: qualcuno studia ancora all’università, qualcuno si è già affacciato su un mondo del lavoro che li vuole schiavi, “disposti a tutto” (questa la denuncia di una bella campagna dei giovani della Cgil di qualche anno fa), pronti a lavorare gratis o per poche centinaia di euro al mese, rigorosamente con contratti di collaborazione o prestazione occasionale, sapendo perfettamente che staranno peggio dei loro genitori. Per loro esiste solo la gestione separata Inps; il sindacato lo devono cercare appositamente perché la rappresentanza per i precari è un lusso; pensano che malattia, maternità e tredicesima siano residui di un secolo che è ormai passato, un po’ come il codice morse, il fax o la segreteria telefonica. E infine ci sono gli adulti (dai 30 anni in su, ormai non c’è più un limite superiore di età): impoveriti, ancora precari o disoccupati; qualcuno con fatica prova a costruirsi una sua famiglia, facendosi aiutare dai genitori quando possibile; qualcun altro si ritrova a dover sostenere la propria famiglia d’origine, a sua volta resa più fragile dalla crisi e da un sistema sanitario e di welfare sempre più deboli. Hanno professionalità più o meno definite, affrontano importanti responsabilità a lavoro eppure non hanno nessun riconoscimento perché contratti e avanzamenti di carriera sono bloccati, perché ci sono dirigenti – “adulti” che sono arrivati prima (quando ancora si faceva in tempo a diventare adulti) – che non si sono posti il problema di garantire un ricambio: delle persone, delle idee, delle responsabilità, dei progetti.

5) Da giovane e donna, nel mio fare politica sono solita “partire da me”: ho iniziato a contestare i miei insegnanti quando avevo 15 anni (quando ero davvero una ragazza); da rappresentante degli studenti all’università non ho mai avuto paura di dire le cose più scomode ai professori che poi incontravo (e stimavo) a lezione o durante gli esami; nella mia esperienza di rappresentanza e militanza ho avuto l’opportunità di confrontarmi/scontrarmi con parlamentari, ministri e sottosegretari sui problemi della ricerca e della formazione. Eppure, ancora oggi, dobbiamo ringraziare un professore per aver ricordato alla sinistra la questione giovanile.

Negli anni abbiamo più volte posto il tema: con contributi e articoli su ilcorsaro.info; attraverso la provocazione di Voglio restare (“le risposte di una generazione che non si arrende”, “cambiare il paese, per non dover cambiare paese”); proprio in queste settimane con la campagna “La nostra vita non è un gioco” di Act, contro la riforma del lavoro del governo. Eppure la sinistra, a quanto pare, non riesce ancora a trovare le centinaia e centinaia di giovani (e non più tanto giovani) donne e uomini che nel nostro paese cercano di barcamenarsi tra lavoro, non lavoro, vita privata e voglia di esserci comunque: nel movimento antimafia, in piazza con il sindacato, contro le guerre, a raccogliere le firme per presentare una lista che evoca un’Altra Europa possibile (e che invece poi si è rivelata l’ennesima delusione da mettere nell’archivio dei fallimenti della sinistra italiana).

6) Per tutti questi motivi, personalmente non vorrei che la sinistra si interrogasse su come definire un programma per la “gioventù”. Vorrei che ci ponessimo l’ambizione di un piano per il futuro, capace di guardare al paese e non semplicemente ai “giovani”: il futuro da sognare e costruire con solide radici nel presente, nel qui e ora delle nostre condizioni materiali di vita così sofferenti. E vorrei che (almeno) la sinistra smettesse di parlare dei giovani e liberasse invece spazi nuovi, freschi, aperti: di parola, di proposta, di azione, di responsabilità. Di potere: non come sostantivo (non si tratta di prevedere quote o concedere “posti”), ma come verbo di liberazione delle nostre vite.

Noi ci siamo. Con la consapevolezza di non essere mai sufficienti a noi stessi, proviamo giorno per giorno a contaminare i luoghi della sinistra politica e sociale in Italia. Ricordandoci sempre che non basta essere differenti: bisogna fare e praticare la differenza, segnare una discontinuità dalle miserie del reale, sperimentare l’alternativa, immaginare l’impossibile per costruire il possibile e farlo diventare realtà.

Giovani e sud, elogio del posto fisso

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L’articolo di Piero Bevilacqua (pubblicato il 5 novembre scorso sul manifesto) sulle nuove generazioni apre un dibattito di grande rilevanza che non si può fermare alla denuncia, ma spero contribuisca a delineare delle linee politiche di intervento. In questa direzione vorrei offrire un contributo che parte dall’area del nostro paese dove è più grave la condizione giovanile.

Il Mezzogiorno è oggi una grande riserva di forza-lavoro congelata, inutilizzata, destinata al macero, come per molto tempo sono state le arance, le clementine, i pomodori.

Una condizione che ricorda da vicino quella categoria del «pauperismo» definito da Marx come «il peso morto dell’esercito industriale di riserva», che si traduce oggi, nel XXI secolo, in una condizione paragonabile a quella di una «riserva di indiani» nel nord America, dove impera l’alcol ed i casinò, ma la cultura locale, l’identità, le aspettative di riscatto sono state cancellate.

È noto che in Italia su circa 2,3 milioni di giovani “neet” (not employment, education, training) circa due terzi risiedono nel Sud. Meno noto è il fatto che molti giovani meridionali sono stati costretti dalla Lunga Recessione a ritornare nel paesello natio dopo aver sperimentato lavoro precario ed alti costi di inurbamento nel Nord-Italia. Così come molte giovani coppie sono state costrette dalla crisi a lasciare le città meridionali per tornare al paese del padre o del nonno dove possono usufruire di una casa in proprietà, e magari un appezzamento con animali (galline, maiali, ecc.). Non c’è niente di bucolico o romantico in queste scelte ma una dura necessità di sopravvivenza. Perfino nelle Università meridionali troviamo oggi giovani che sono tornati dalle più prestigiose università del Centro-Nord perché i genitori non li potevano più mantenere. Ancora di più sono gli studenti che si iscrivono in alcune università del Mezzogiorno per necessità in quanto i genitori non si possono permettere di mantenerli «fuori».

Elogio del posto fisso

Sembra siano passati secoli da quando, negli anni ’70, i giovani del nostro Sud gridavano nei cortei «lottare per restare e restare per lottare». Era molto di più di uno slogan, era una prospettiva di vita e di impegno sociale e culturale, una fede nella possibilità di cambiare la società, un atto di amore per la propria terra. Una spinta vitale che ha prodotto lotte sociali, che è confluita in una ribellione inedita contro la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che ha costruito tante iniziative nel sfera del sociale, della cultura, dell’economia solidale.

Chi resta oggi nel Mezzogiorno lo fa o perché ha un lavoro (una esigua minoranza) o perché è costretto. Sono giovani carichi di rabbia e frustrazione che in maggioranza hanno votato per Grillo e Renzi, che non gliene frega niente dell’art. 18 , che vivono la loro disperazione in solitudine, che non credono più a niente. Una condizione estrema che ormai colpisce quasi un giovane su due e che meriterebbe una risposta politica adeguata.

C’è un solo modo, una sola politica che possa fare uscire immediatamente una parte dei giovani meridionali dalla «riserva», che gli possa dare un’alternativa di vita e di lavoro. Si chiama posto pubblico. Una bestemmia, lo so, dopo decenni in cui è stato propagandato il mito della mobilità del lavoro come valore, dell’inventarsi un lavoro, dell’essere imprenditori di se stessi, del dipendente pubblico come un parassita.

Ma qual è l’alternativa?

L’ideologia neo liberista, di cui Renzi è un paladino, sostiene che i posti di lavoro si possono e si debbano creare solo dando incentivi alle imprese, e riducendo la spesa pubblica. Ma in tutti i paesi in cui questa ricetta è stata applicata ne è risultato un aumento dei posti di lavoro precari e sottopagati, mentre sono peggiorati tutti i servizi pubblici con danno grave per la maggioranza della popolazione. Inoltre, le imprese private possono assumere nuovi giovani solo se c’è una domanda crescente in quello specifico settore economico.

Per esempio l’hanno già fatto nei call center , con salari da fame, stress micidiali e precarietà assoluta, avevano creato fino a cinque anni fa quasi 80.000 nuovi posti di lavoro. Poi , hanno scoperto che era meglio far svolgere questo servizio in Albania o in Romania, con salari ancora più bassi e condizioni di lavoro estreme.

Proposte credibili e immediate

Pertanto, se è vero che la condizione giovanile nel Mezzogiorno è disperata, come sostengono tutti gli analisti e gran parte delle forze politiche, allora diciamo basta con il lamento e proviamo a dare delle risposte credibili ed immediate.

Se pensiamo che gli 80 euro distribuiti a chi aveva già un lavoro ed un reddito inferiore ai 1500 euro costano al bilancio dello Stato circa 10 miliardi l’anno, e non creano un solo posto di lavoro in più , allora diciamo che con la stessa cifra si potevano e si possono creare circa 250.00 posti di lavoro a tempo indeterminato nella Scuola, Università, Sanità, trasporti locali, servizi sociali, ecc. basterebbe tagliare la spesa militare previsti per gli F35 o per qualche grande opera per trovare queste risorse, lasciando immutato il bilancio dello stato.

Con i 10 miliardi per gli 80 euro di Renzi si potrebbero creare immediatamente 250mila posti di lavoro nei servizi pubblici

Si tratta semplicemente di riprendersi una parte dei 450.000 posti di lavoro cancellati nella Pubblica Amministrazione bloccando il turnover negli ultimi sei anni.

Se la Cgil e la Fiom volessero davvero diventare un punto di riferimento per i giovani meridionali inoccupati, precari, sottopagati, dovrebbero aprire una seria vertenza con il governo – a partire dal prossimo sciopero generale – chiedendo che vengano ripristinati questi posti di lavoro che sono oggi assolutamente necessari per avere una Scuola decente, una Università dove si investa sui giovani ricercatori e docenti, il ripristino delle ferrovie e del trasporto pubblico nelle aree esterne all’asse Milano-Napoli, servizi sociali per gli inabili, i non autosufficienti, anziani, ecc.

Il vecchio, famigerato, posto fisso nella Pubblica Amministrazione, che intere generazioni di meridionali hanno sempre sognato per i propri figli, è oggi una necessità – per avere servizi essenziali dignitosi – e anche una opportunità. Non solo per rispondere al bisogno impellente di occupazione stabile, ma perché ci potrà essere una rinascita del nostro Sud solo se Stato ed Enti Locali saranno in grado di offrire servizi che in parte sono stati privatizzati e devono tornare sotto l’egida pubblica, anche perché costano meno di quelli privati!

Certo, nella Pubblica Amministrazione, specie nel comparto delle strutture regionali, ci sono sacche di parassitismo che possono e devono essere rimosse. Ma, non è più accettabile la criminalizzazione del pubblico impiego, dove esistono soggettività che si spendono per il bene comune, spesso marginalizzate e penalizzate. E senza servizi pubblici efficienti non ci può essere nessuna ripresa economica, ma solo nuove ondate migratorie.

Questo non significa non battersi per una riduzione dell’orario di lavoro, un reddito minimo garantito ai giovani inoccupati, come sostiene da tempo Piero Bevilacqua, o spendersi per un piano di salvaguardia dal dissesto idrogeologico, o rinunciare all’indispensabile riconversione ecologica della nostra struttura produttiva (Guido Viale), o accettare che il governo Renzi tagli 8 miliardi alle regioni meridionali obiettivo 1, come ha giustamente denunciato Andrea del Monaco su questo giornale (domenica scorsa). Tutte scelte e obiettivi più che condivisibili, ma che richiedono un tempo indefinito e non rispondono al bisogno immediato di un lavoro utile e garantito.

Se un giorno risorgerà una forza politica di sinistra in questo paese senza memoria, se vorrà dire qualcosa di comprensibile ai giovani meridionali, non potrà non partire da questa proposta.

Se si vuole uscire dalla marginalità politica bisogna avere obiettivi chiari e raggiungibili nel breve periodo, all’interno di un quadro più generale di cambiamento radicale di questo modello di impoverimento sociale e culturale.

Se la sinistra non trova le nuove generazioni

intervento centrale 693469Dobbiamo a un valente demografo, Massimo Livi Bacci, una circostanziata analisi della questione giovanile in Italia alla vigilia della Grande Recessione (Avanti giovani alla riscossa, Il Mulino, 2008). Lo studioso mostrava come la fascia di popolazione tra i 15 e 30 anni viveva una condizione di emarginazione sociale che la distingueva tra i paesi dell’Europa a 15.I giovani italiani, ad esempio, dipendevano per il 50% dal reddito della famiglie, contro il 30% della media europea. Gli adulti in Italia guadagnavano in media 2,8 volte il reddito dei giovani, contro 2,5 volte in Francia, 1,9 volte in Germania.

Ma in generale i nostri ragazzi risultavano più indietro nel completamento degli studi, nel trovare occupazione, metter su casa, formare una propria famiglia. In sintesi, il grado di autonomia, la capacità di emancipazione e di libertà individuale della gioventù italiana apparivano inferiori a quella di gran parte dei coetanei europei per quasi tutti gli indici presi in esame. E quell’analisi non scendeva alla più basse fasce d’età. A metà anni ’90 i bambini italiani sotto la linea mediana ufficiale della povertà rappresentava il 21,3% del totale, terzi dopo USA (26,3%) e Russia (21,3) (The Dynamics of Child poverty in industrialised Countries, Cambridge 2001).Piazzamento davvero onorevole.

Ricordo questi dati – cui sono seguite e continuano a seguire altre importanti ricerche come il Rapporto dell’Istituto G.Toniolo, La condizione giovanile in Italia, il Mulino 2013 – per sventare in anticipo una manipolazione consueta: quella di rappresentare un grave problema strutturale come esito transitorio della “crisi” degli ultimi anni. E’ evidente invece che la condizione di emarginazione della nostra gioventù precede la crisi, è l’esito aggravato di un corso politico che dura da decenni, alla cui base c’è una cronica disoccupazione e la sempre più dispiegata precarizzazione del lavoro. Alla falange dei giovani che negli ultimi decenni accedevano alle prime occupazioni si è parato dinanzi una crescente mancanza di sbocchi e la strada stretta di una legislazione sempre più svantaggiosa ed emarginante. Sicché non stupisce se la disoccupazione giovanile tocca oggi il picco del 44%, mentre il numero di giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano, non studiano, non seguono corsi formazione (Neet) hanno raggiunto il primato europeo del 22,25%. Con la crisi la divaricazione generazionale è solo aumentata: gli over 65 sono diventati più ricchi, quelli sotto i 40 ancora più poveri.

Forse però questi dati non dicono ancora la grande novità storica: la classe dirigente anziana che detiene il potere, da anni sta muovendo una vera e propria lotta di classe contro la gioventù del nostro paese. Padri e nonni ricchi contro figli e nipoti poveri, o precari e subalterni. Essa surroga sempre più il welfare pubblico con la famiglia, i diritti universali con il familismo. Quando, ovviamente, la famiglia non è anch’essa povera… Lo fa con gli strumenti del governo, attraverso il ceto politico, e direttamente nelle istituzioni pubbliche e nei luoghi di lavoro privati. Pochi dati da aggiungere a quelli più noti, inflitti dalla “legislazione di guerra” dell’ultimo governo Berlusconi-Tremonti, e poi proseguita dagli altri esecutivi. Negli ultimi 10 anni le tasse universitarie sono cresciute del 63%, mentre in Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania ci si laurea gratis. In compenso le borse di studio sono crollate al 7,5 %, a fronte di uno studente su tre della Francia. Anche i posti di dottorato, già scarsi, sono diminuiti del 19%.

Nel frattempo si rende sempre più estesa la pratica del numero chiuso per gli accessi alle facoltà universitarie, si sbarra la strada all’istruzione con una giungla di norme e di vessazioni, con lo scopo di ricostituire una Università di élite, gettando negli occhi dell ‘opinione pubblica il fumo del merito e dell’eccellenza. Ma ciò che sfugge a ogni statistica è il dilagare del lavoro non pagato: nelle fabbriche si diffondono gli “stages gratuiti”, nelle scuole i supplenti giovani spesso non ricevono gli stipendi o li ricevono con enormi ritardi, ma stanno al gioco con il fine di “fare punteggio”.

Nell’Università non si conta più il lavoro volontario degli aspiranti ricercatori che sperano in un assegno di ricerca o in un concorso a venire. Negli studi degli avvocati e in tante altre attività professionali i giovani lavorano per anni senza reddito, per “imparare il mestiere”. E la pratica dei master a pagamento, che promettono carriera e posti di lavoro, rasenta in tanti casi la truffa. Dove domina il “libero mercato” chi è già incluso e organizzato tende a togliere spazi a chi arriva.

Dovrebbe dunque essere chiara l’enormità economica, politica, umana della questione giovanile in Italia, articolazione generazionale della disuguaglianza strutturale creata dalle pratiche neoliberistiche in tutto il mondo.Incarnazione e insieme causa ed effetto del nostro declino. Almeno due generazioni stanno letteralmente andando perdute, consumeranno la loro gioventù tra lavori intermittenti, disoccupazione, attese, frustrazioni, scarso reddito, impossibilità di progettare alcunché. Il nostro paese sta rinunciando all’energia vitale, alla creatività, capacità di lavoro e di progetto della sua scarsa riserva demografica. Scarsa, perché i giovani sono una minoranza: poco più di 10 milioni tra i 20 e i 34 anni al censimento del 2011, a fronte di quasi 49 milioni e mezzo del totale. Tutto questo mentre ci assorda la retorica sulla necessità della competizione, della valorizzazione del “capitale umano”, sulla crescita, e le altre fuffe che la miserabile cultura capitalistica dei nostri anni riesce a elaborare.

Ora, io credo che la questione giovanile costituisca una straordinaria occasione politica per la sinistra e una leva potente per invertire il declino. Alle retoriche del governo e sue adiacenze si può contrapporre un vero e proprio programma per la gioventù, quale parte di un progetto per l’intero paese. La prospettazione di una serie di obiettivi che possano mobilitare il consenso e anche l’entusiasmo giovanile, oggi sommerso sotto una montagna di delusioni e rancore. Non si tratta solo di rivendicare il reddito minimo di base, che comporta rilevanti impegni di spesa, ma anche di puntare a iniziative legislative “minori”, che possano ricreare un clima di fiducia tra la politica – che è cosa diversa dalla propaganda elettorale – e le nuove generazioni.

Perché, ad esempio, non consentire ai nostri ragazzi , entro una determinata fascia di età, sconti importanti per l’ingresso ai teatri, ai musei, per l’acquisto di libri, per la mobilità? Perché non creare un fondo di garanzia che consenta l’apertura di mutui da parte delle banche alle giovani coppie che non possono contare su un reddito continuativo e sicuro? Perché non aprire un campagna per la costituzione di nuove case per gli studenti (utilizzando caserme o altri stabili dismessi), la diffusione sul territorio di asili nido che aiuterebbero tanto le giovani coppie a cercare e mantenere un lavoro? Sono solo esempi di quel che si può proporre, di quel che si può fare per attivare la fantasia dei diretti interessati, che devono uscire dalla loro rassegnata frantumazione e porsi come soggetto consapevole di una ripresa della lotta di classe in quanto generazione e aggregato sociale. Ma per intestarsi questa battaglia la sinistra radicale e popolare, deve riprendere il passo che ha perduto in questi ultimi tempi: deve “andare” dai giovani, davanti alle fabbriche, alle scuole, alle università, ovunque si trovino. Deve andare adesso, non alla vigilia delle elezioni, per fare eleggere qualche pur bravo candidato. Deve riacquistare il gusto di organizzare persone e lotte. E’ questo il terreno su cui movimenti e figure politiche, oggi variamente collocate, possono trovare il punto sperimentale di aggregazione che tutti attendiamo. E’ una strada drammaticamente obbligata. Renzi e i suoi non sposteranno di un centimetro il piano inclinato in cui l’Italia va precipitando. Preparano solo gli strumenti politici per controllare la disgregazione sociale che sta dilagando nel paese.

Con questo articolo apriamo una campagna di discussione sul nostro giornale, versione cartacea e on line, sui problemi delle giovani generazioni. Pubblicheremo denunce, analisi, racconti di esperienze personali, ma anche suggerimenti e proposte che perverranno dai vari settori della società italiana. Se ci riusciremo metteremo insieme un Libro bianco sulla condizione della gioventù scritto dai diretti protagonisti. Ma nel frattempo intendiamo alimentare un ambito specifico della lotta politica nel nostro paese.