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Alias Domenica

Duffy, poesia popolare risentita e innamorata

Il lettore italiano ha la fortuna di poter gustare l’ultima raccolta di Carol Ann Duffy, poeta laureata inglese, in un’ottima e tempestiva edizione:Le api, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti (Le Lettere, pp. 165, euro 18,00). È un libro spazioso nell’impaginazione e stampato su buona carta, un bell’esempio di editoria insieme funzionale ed elegante e di fruttuoso lavoro di traduzione e cura. Sensi e Sirotti aderiscono al testo aereo e mordace di Duffy, permettendoci di viaggiare fra italiano e inglese con le api che sono al centro del racconto, come un motivo ricorrente.
Non è il primo regalo dell’Italia a Duffy. La sua raccolta-simbolo, La moglie del mondo (monologhi dalla Signora Darwin alla Signora Freud) apparve presso Le Lettere nel 2002, seguita nel 2011 da La donna sulla luna (poesie scelte); Crocetti ha edito sempre nel 2011 Lo splendore del tempo; EL, Fabbri e Del Vecchio hanno pubblicato suoi libri per l’infanzia.
Duffy è una scrittrice popolare, il che a qualcuno ha fatto arricciare il naso, vedi le pagine a lei dedicate da Fausto Ciompi nel suo utile e massiccio studio Mondo e dizione. La poesia in Gran Bretagna e Irlanda dal 1945 a oggi (ETS 2007): «punto archimedico d’incontro fra la chiarezza mainstream e una teoresi post-strutturalista annacquata sino al grado di massima palatabilità per il lettore comune e al grado minimo di tolleranza per gli elocubranti mandarini della letteratura…».
È difficile perdonare a C.A.D. la sua genialità, la sua storia folgorante di ragazzina irlandese-scozzese cattolica (del 1955) cresciuta nelle Midlands, legatasi sedicenne ad Adrian Henri, capofila dei poeti di Liverpool che esprimevano il sound degli anni sessanta, e dal 1985 passata di libro in libro, di successo in successo, fino a divenire poeta laureata nel 2009, «prima donna e prima rappresentante della working class» (ci dice la quarta di Le api) – anche se credo che il suo predecessore Ted Hughes fosse più contadino che borghese.
E dunque: udienza con la Regina («Straordinaria! Abbiamo parlato di Hughes, molto amico di sua madre e del suo influsso su di me»), poesie per occasioni pubbliche e politiche come «Rings» per il matrimonio del principe William (2011). «Rings» è raccolta in Le api ed è bellissima, va ben oltre l’occasione: «Avrei potuto alzare la tua mano al cielo / per darti l’anello che circonda la luna / o guardato per gemellare gli anelli dei tuoi occhi con i miei / o aggiungere un anello agli anelli degli alberi / formando con le mani un cerchio con te, sì te, / o camminare con te dove un anello di campane / cingeva i campi…».
Ma qui iniziano le difficoltà per i bravi traduttori, visto che C.A.D. sta giocando su ring-anello e ring-squillo. I malevoli post-strutturalisti direbbero che sono bigliettini da baci perugina. In realtà Duffy fa quello che faceva, non so, Whitman: elenca il mondo, ce lo fa scorrere sotto gli occhi nella sua varietà di momenti, luoghi, nomi. E non manca l’affondo critico, lo sguardo impietoso, che però cerca di ricomporsi in una superiore visione e accettazione.
Per quanto riguarda l’impegno pubblico di Duffy (che in questa raccolta smorza gli accenti ideologici di genere, per quanto le api siano di per sé immagine fragrante del femminile e del poetico), diversi testi ci parlano dell’emergenza climatica e della distruzione proprio delle api e quant’altro dovuta a insetticidi (sicché si sa che in molte regioni le api vanno importate artificialmente perché avvenga l’impollinazione). La poesia «Ariel» fa il verso a una memorabile canzonetta shakespeariana («Where the bee sucks») per dirci che cosa sta oggi dove succhia l’ape: «insetticidi neonicotinoidi». Testo funzionale nella raccolta perché appunto di ape parlava Ariel. Il tema torna in «Parlamento» (dove gli uccelli parlamentano angustiati) e in «Dirlo alle api»: «un braccialetto d’api giaceva / sgranato sull’erba accanto a un’arnia forzata». Si sa che in certe zone del Pacifico tutta la plastica del mondo si raccoglie in enormi isole: «Una vasta zuppiera di plastica, lunga e larga / mille miglia, di merda al petrolio» (lo dice il cormorano in «Parliament»).
Comunque non vi è nulla di programmatico nell’impegno della tosta C.A.D., che sfoggia un look senza fronzoli, ha convissuto per anni (dopo il sodalizio decennale con Henri) con un’altra scrittrice ragguardevole, Jackie Kaye, e ora cresce la figlia Ella, «avuta dallo scrittore Peter Benson». Privato e pubblico si congiungono felicemente in Le api, che in effetti sono creature sociali, rappresentano la comunità, ma una comunità di individui.
C’è poi il «Fuco» che desidera solo la perdita del sé nell’amplesso mortale: «Salire di corsa su scale d’aria / alla gioia del nulla, alta, / gioiello vivo, lei, tiepida ambra, / ah, essere quello che là morirà». Ma qui di nuovo conta l’inglese che come spesso in C.A.D. si rifà alle rime delle filastrocche così caratteristiche di quella lingua: An upward rush on stairs of air / to the bliss of nowhere, higher, / a living jewel, warm amber, her, / to be the one who would die there. È una descrizione dell’esperienza soggettiva fatta con un virtuosismo formale innervato dalla verità dell’emozione.
La poesia va sempre letta con passione. L’abilità e intensità di C.A.D. rendono agevole anche per il lettore italiano percorrere il cammino di questa splendida raccolta, fermandosi auspicabilmente per notare (visto che l’inglese tutti lo orecchiamo un po’) su cosa sta succedendo sulla pagina sinistra. Intanto però incontriamo la I guerra mondiale («Ultimo squillo di tromba»), «Sheherazade» («Da muta a morta il passo è breve»), «Il soldato che cade» di Robert Capa, «Oxfam» (la Croce Bianca inglese: bellissimo elenco di trovarobato), «Achille» cioè David Beckham falcidiato anch’egli dal suo tallone, «Atlante», molto whisky celebrato nei quasi-haiku di«Goccetti» («Neve già sciolta / incontra fiume e valle, / saluta l’orzo», cioè: The snows melt early, / meeting river and valley / greeting the barley).
E poi «Le contee» inglesi puntigliosamente elencate (come in un antico poema irlandese?), «La donna nella luna» (toh!), «Dorothy Wordsworth» che innesca, accende, la fiamma del fratello, e «Leda», proprio lei: My hands, frantic to hold him, felt flight, force, friction. Come si vede da questa serie di f, sono poesie da dire, dove la parola è figurativa, incarna l’esperienza (e la «Leda» di C.A.D. risponde a quella di Yeats in tutte le antologie).
C’è la figlia Ella a «Orta San Giulio», molto semplicemente, e alcune straordinarie poesie sulla morte della madre, «Acqua» e «Premonizioni». In questa, come nel testo sulle trincee, C.A.D. immagina la vita con la madre come un film all’indietro: «La prima volta ci incontrammo quando il tuo ultimo respiro / si raffreddò nel mio palmo come un uovo, / tu morta, e un tordo là fuori / cantava il mattino…». E via via tutta una vita all’indietro, con quella bellissima immagine: «due bicchieri di vino agrumoso in mano, / camminavi verso di me sempre…». Fino all’infanzia indicibile: «Poi è tempo solo la luna».
Si capisce come lettori e ascoltatori (fra l’altro «Premonitions» si può sentire letta impavidamente da C.A.D. su Youtube) riconoscano e riscoprano le loro vite in queste poesie così nette, risentite e innamorate. Addirittura consolanti: «Lo sapevi che le tue mani potevano afferrare quell’ora cupa / come una palla, lanciarla nell’erba alta / e quando guardavi di nuovo il tuo palmo, la linea / della vita vi risplendeva?».