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Alias Domenica

Fondali libanesi di una guerra non raccontabile

Il film comincerebbe dal momento in cui (il protagonista) torna e poi procederebbe per flash back raccontando i suoi ricordi confusi dell’omicidio all’Università americana e della guerra, peraltro irraccontabile»: questo il progetto proposto al regista Maroun Baghdadi nel corso del libro di Elias Khoury Specchi rotti (traduzione di Elisabetta Bartuli, Feltrinelli, pp. 428, euro 20,00), un progetto mai realizzato in forma filmica, che è lo spunto alla base del romanzo stesso. Nella vita reale, il romanziere libanese ha avuto modo di collaborare con il suo conterraneo cineasta in occasione della sceneggiatura del film La vita sospesa (Hors-la-vie), premiato a Cannes nel 1991, e in molti punti del libro appare chiaro che non sono pochi i richiami di elementi autobiografici: come la protagonista, anche Khoury, di famiglia cristiana, è stato attratto dalla causa palestinese e ha partecipato al movimento di al-Fatah e alla guerra del 1975 dalla parte che si opponeva alle milizie fasciste dei suoi correligionari: non è difficile immaginare come per molti degli episodi e dei personaggi descritti egli abbia attinto a esperienze personali.

Al centro del romanzo è la guerra civile che ha lacerato il Libano tra il 1975 e il 1990, benché la guerra, come ricorda l’autore stesso, sia «irraccontabile». Si sa: al di là delle date e degli eventi memorabili, ogni conflitto racchiude in sé un mondo infinito di esperienze e motivazioni individuali impossibili da descrivere nel dettaglio. E ciò è tanto più vero in una terra come il Libano, dove da secoli coesistono le comunità più disparate, sempre pronte a fiammate di violenza e di guerre, non di rado anche intestine, in un coacervo di motivazioni che vanno da quelle più ideali e di portata generale a quelle più meschine e legate a vicende familiari o personali. Per questo il romanzo non ambisce a «raccontare» la guerra ma riesce a darne un’idea, proponendo al lettore una lunga serie di personaggi le cui vite offrono altrettanti punti di vista che, per quanto lungi dal comporre un quadro complessivo, riescono comunque a evocare un’atmosfera.

L’atmosfera del Libano nel momento in cui è collocata l’azione (tra il 1989 e il 1990) è quella di un paese in disfacimento dopo quindici anni di guerra combattuta, preceduti da molti altri in cui la violenza era nell’aria. In molte pagine emerge la descrizione fisica della puzza e del marciume (delle discariche traboccanti, dei cibi lasciati nei frigo privi di corrente), che si confonde con la diffusa corruzione morale. La guerra ha impregnato di sé ogni cosa, tanto che molti personaggi dimostrano, nei loro discorsi, la convinzione che, in fondo, essa sia destinata a non finire mai. «Chi l’avrebbe detto che sarebbe durata così a lungo? Finiremo noi prima di lei. È come se ci venisse da dentro».

La trama in sé ha molto del serial televisivo (o, se vogliamo, del romanzo d’appendice), con qualche stereotipo letterario, intrecci di amori e parentele al limite dell’inverosimile: Karim, il protagonista, è il maggiore di due fratelli quasi gemelli (uno più sognatore e «buono» e l’altro, Nassim, più pragmatico e «cattivo»), e prima di abbandonare il Libano per la Francia era fidanzato con colei che poi sposerà l’altro, la quale oltretutto era figlia dell’amante del padre, Nasri, donnaiolo impenitente, amato e odiato dai due figli in un rapporto molto complicato. Ma lo scopo di Khoury non è solo quello di tenere desto l’interesse del lettore centellinando con mestiere le rivelazioni che a poco a poco forniscono le tessere del vasto mosaico. Attraverso le vicende private di Karim, medico quarantenne tornato dalla Francia dopo una decina d’anni di «fuga», ci si presenta una galleria di individui legati alle esperienze che si sono sedimentate nella sua memoria in modo a volte incerto e vago, a volte preciso ma non sempre rispondente alla realtà. Filtrato dai suoi e dai loro occhi si viene così profilando un quadro vasto e composito, non solo tragico ma a volte anche idealistico e perfino «melodrammatico» (un termine più volte evocato dallo stesso autore, che si interroga sulla vacuità del concetto di «eroe» e sulla sua incongruità «in una guerra che aveva tutte le caratteristiche del melodramma»).

Sul tema di fondo della guerra si innestano poi tanti altri spunti, temi sociali come le rivolte contadine del passato, o lo sfruttamento delle domestiche srilankesi, odioso fenomeno di moderna schiavitù, oppure quello, particolarmente caro all’autore della distruzione del patrimonio architettonico della città vecchia, in difesa del quale ha svolto appassionate campagne come direttore del settimanale al-Mulhaq. Nel romanzo l’argomento viene emblematicamente evocato nei suoi aspetti più crudi, dalla descrizione della distruzione programmata del quartiere delle prostitute, con le occupanti schiacciate dalle macerie, sgozzate, violentate, umiliate o espulse, alla cinica osservazione dell’architetto «la guerra è l’architetto migliore che ci sia, fa a pezzi ogni cosa perché poi noi si possa demolire e ricostruire».

Particolarmente interessante è la descrizione del progressivo mutamento del quadro di riferimento del conflitto dal nazionalismo o dalla lotta di classe al fondamentalismo religioso, nei due campi, cristiano e musulmano: se Nassim in gioventù era giunto a dileggiare la religione ostentando il culto di un feticcio personale, Hababil, alla fine diventerà un padre devoto che accompagna in chiesa i figli la domenica, mentre tanti rivoluzionari impregnati di materialismo si ritrovano imam e invece di ispirarsi a Che Guevara citano il Corano e pronunciano fatwe.

Il titolo originale, Sinalcol, alludeva a un nomignolo che era stato appioppato al protagonista durante la guerra, e che questi evocava nei momenti più disparati, attribuendolo schizofrenicamente a un altro inafferrabile personaggio. Questa «inafferrabilità» del reale, che percorre tutto il romanzo, è invece evocata, nel titolo dell’edizione italiana (nell’eccellente traduzione di Elisabetta Bartuli), dallo specchio, la metafora ossessivamente presente nelle riflessioni di Karim, che non riesce a vedere se stesso e i propri fantasmi se non come immagini riflesse di qualcosa che in fondo è destinato a restare inafferrabile. «Se andava a Beirut, non era solo per costruire l’ospedale, ma anche perché voleva vedere cos’era successo allo specchio della guerra libanese con cui aveva occultato lo specchio della sua esistenza». Una vistosa costante del romanzo, che si muove sempre seguendo il flusso dei ricordi del protagonista, è la presenza di motivi psicoanalitici. Il tema del «doppio», dell’alter ego in cui ci si specchia, con tutto ciò che comporta, in termini di lontananza dalla realtà di ciò che non è reale ma riflesso, è ben noto e ricorrente nella letteratura e nell’arte, soprattutto da quando la psicoanalisi ha fatto irruzione nella cultura occidentale. Qui il binomio è in realtà – in gran parte del libro – ampliato a formare una triade, con il padre amato-odiato al quale i figli, dopo la morte, si accorgono di venire sempre più a somigliare.

L’apice delle meditazioni psicoanalitiche sull’inafferrabilità dell’Io e del reale viene raggiunto nell’arruffato discorso sulla metempsicosi della giovane drusa Ghazaleh, che si ritiene l’incarnazione della propria nonna: «prova a immaginare quel preciso momento, quando ognuno capisce di essere tutti, di essere scisso in molti che devono tornare ad esere uno, e poi, di colpo, davanti a ognuno ce ne sono altri mille, e ognuno di quei mille è lui stesso, e a quel punto, quando non sa più chi è né dov’è la verità, gli si rivela l’unica verità assoluta e immutabile, cioè che niente ha valore». In altre parole, non è solo la guerra ma anche in generale la realtà ad essere «irraccontabile».