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Alias Domenica

I segreti di un ex Kolchoz nella sinistra Lapponia

Come i vegetali, che cambiano natura quando sono trapiantati in un ecosistema diverso da quello d’origine, anche la letteratura può assumere caratteristiche diverse, lontana dall’ambiente in cui è nata. In Finlandia Arto Paasilinna è uno scrittore controverso, troppo popolare per essere davvero riconosciuto dall’establishment letterario, ma per lo stesso motivo impossibile da ignorare. Lettori e critici di altri paesi europei hanno preso più sul serio questo autore che non si prende mai sul serio e hanno fatto di lui un maestro. Un anno fa, per il settantesimo compleanno di Paasilinna, la biblioteca nazionale finlandese gli ha dedicato una mostra dal titolo The happy man – Hero of the gloomyspruceforest. Arto Paasilinna 70 years: tra gli altri materiali biografici e bibliografici, relativi a quarantanove titoli tradotti in più di cinquanta lingue, proprio le copertine delle varie edizioni internazionali rivelavano come i libri dell’autore finlandese siano stati proposti al pubblico nella veste di commedie leggere o romanzi di solido impianto filosofico, espressioni di satira ecologica o «varianti finniche della commedia dell’arte», come le ha definite un critico francese.

La diffusione europea è partita dalla Francia, nel 1989, anno in cui apparve Le Lièvre de Vatanen, tradotto in italiano nel 1994 (mentre l’edizione inglese è del 1995, a vent’anni dalla prima uscita in Finlandia). Ma il fatto davvero rilevante è il ritardo della ricezione nei due paesi vicini, la Norvegia (addirittura nel 2004) e soprattutto la Svezia (nel 1992), un ritardo che è stato spiegato con i pregiudizi delle cerchie letterarie svedesi nei confronti degli autori di lingua finnica, e in particolar modo dell’umorismo finlandese, ma che ha a che fare piuttosto con il tardivo riconoscimento dell’autore da parte della stessa critica finlandese. Eppure, lo stile laconico, la satira sociale e l’umorismo dialettico di Paasilinna hanno legami precisi con la parte più solida della tradizione letteraria finnica, ad esempio – e in maniera molto evidente – con il celebre romanzo di Vanio Linna del 1954, Tuntematonsotilas («Il milite ignoto»), sulla guerra d’inverno in Finlandia.

In Scandinavia le opere di Paasilinna sono spesso definite con l’aiuto del concetto di skrone, un genere letterario con cui il lettore italiano potrebbe essersi familiarizzato grazie ai racconti groenlandesi di Jorn Riel (su tutti: La vergine fredda). In una skrone l’arte consiste nel mentire spudoratamente, senza arretrare dinanzi alle esagerazioni più assurde pur di trattenere l’attenzione del lettore, confondendo a tal punto i suoi parametri di realtà da non permettergli più di distinguere tra «una verità che potrebbe essere una menzogna, o una menzogna che potrebbe essere una verità», secondo la più nota definizione di Riel.

Sono disseminate di skrone le narrazioni di altri nordici, come lo svedese MikaelNiemi e il norvegese Erlend Loe, anche loro pubblicati in Italia da Iperborea, al cui percorso questa vena narrativa è evidentemente congeniale. Entrambi gli autori, in occasione di un seminario alla fiera del libro di Göteborg, hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Arto Paasilinna: «La cosa bella di Paasilinna è la totale informalità nel rapporto con la scrittura. Lo prova la scelta del romanzo umoristico: un genere letterario che ha uno status basso, non elegante, almeno in Svezia. Essere apprezzati come scrittori umoristici non è una cosa normale», ha detto Niemi, che sottolineava la vicinanza dello stile di Paasilinna alle forme del folklore nazionale. «Certi autori finlandesi – ha aggiunto Erlend Loe – sono molto enigmatici. Impossibile capire che cosa passi loro nella testa. Possono apparire tristi e lugubri, la loro narrativa appesantita da una storia di conflitti, guerre civili e alcolismo. Poi all’improvviso aprono la bocca ed esce quel loro umorismo pieno d’intelligenza. Accade nei romanzi di Paasilinna come nei film di Aki Kaurismäki. A volte mi domando se quei due si rendano conto di essere tanto divertenti.»

In Finlandia – giovane paese in cui il salto nella modernità e l’urbanizzazione è avvenuto in modo improvviso e violento – la letteratura ha svolto un ruolo essenziale nella costruzione dell’identità nazionale, e opere di autori come Paasilinna e Kari Hotakainen hanno avuto un ruolo centrale nell’analisi del carattere nazionale, mettendo in evidenza alcune contraddizioni sociali. In Paasilinna però, è la narrazione, il percorso, spesso il vagabondaggio, con la sua molteplicità di incontri – e quindi di tipi umani – e di avventure, a prevalere sulla satira sociale, comunque attuale e affilata, mai moralista e didascalica. Forse perché Paasilinna diffida delle norme e delle consuetudini che governano i rapporti tra gli uomini, preferendo legami con esseri più vicini alla natura. I rapporti con gli animali regalano ai suoi personaggi soddisfazioni impensabili negli scambi tra umani: un altro aspetto che avvicina Paasilinna a Erlend Loe. Il romanzo Doppler: vita con l’alce, primo di una trilogia dedicata alla vita nei boschi in compagnia di un alce di nome Bongo, si offre inevitabilmente al paragone con L’anno della lepre, in cui l’incontro con una piccola lepre ferita è per il disilluso giornalista Vatanenen l’occasione (inattesa) di lasciare una vita cinica e grigia per darsi alle peregrinazioni nella magnifica notte estiva.

Stabilite le somiglianze, va aggiunto che le differenze nello stile e nel tipo di umorismo sono altrettanto interessanti (il laconico understatement di Paasilinna a confronto con «il furente adolescere» – felice definizione di Falcinella – del protagonista di Loe). In entrambi i casi, però, i protagonisti umani condividono ruoli di primo piano con gli animali che forse hanno a che fare – e forse no – con la mitologia, lo sciamanesimo e gli animali sacri del Nord. Ma se la lepre di Vatanen rimane lepre dall’inizio alla fine, l’orso del Migliore amico dell’orso si umanizza fino a imparare a lavorare a maglia o servire in un bar.

L’ultimo romanzo di Paasilinna, La fattoria dei malfattori (traduzione di Francesco Felici, Iperborea, pp. 352, euro 16,00) racconta di un ispettore della polizia segreta finlandese mandato a indagare, sotto copertura, in una fattoria biologica nel nord del paese, per la precisione un ex kolchoz minerario: esperimento collettivistico riconvertito alla produzione di erbe aromatiche e alberi di natale, ma sulla cui gestione circolano voci preoccupanti. Si parla di grida misteriose, persone scomparse, forse addirittura un omicidio. Il titolo (che nell’originale precisa trattarsi di «malfattori sfuggiti alla forca») è già abbastanza rivelatore, e il kolchoz al centro del sistema capitalista riserva all’ispettore molte soprese e visioni radicalmente nuove sull’amministrazione della giustizia.

L’inventiva traduzione di Francesco Felici rompe un tabù di quella prassi moderna che consiste nel tradurre dialetto con dialetto e ricorre a un colorito gergo toscano per rendere una parlata locale finlandese. Benché a contatto con il paesaggio nordico risulti un po’ straniante, e in parziale contrasto con le scelte a cui Iperborea ci ha abituati (conservare le peculiarità della lingua di partenza, limitando gli addomesticamenti) l’esperimento ha un esito felice. Se una lingua inventata avrebbe lasciato più spazio alla creatività senza sacrificare la verosimiglianza, l’uniformità linguistica offerta da un dialetto reale presenta indiscutibili vantaggi di coesione e di espressività. È grazie alla sua parlata che Emma Oikarinen, vecchietta sboccata e quasi cieca, rapita con l’inganno dalla casa di riposo e portata in segreto alla Palude delle Renne per fare l’insegnante di savoniano, si conquista un posto nell’esilarante galleria di anziani paasilinniani, a fianco della dolce Linnea e dell’indimenticabile smemorato di Tapiola.