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Alias Domenica

Il ritorno del west, emendato dai suoi stereotipi

Nell’intricata e spesso imprevedibile storia della narrativa, ogni tanto accade che un romanzo passi inosservato al momento della pubblicazione, per poi riapparire a sorpresa anni dopo, osannato da pubblico e critica. Basti pensare a Stoner di John Williams, uscito nel 1965 nell’indifferenza generale, riscoperto nel 2003 e divenuto immediatamente un caso editoriale da centinaia di migliaia di copie. Sarebbe confortante poter immaginare che anche la letteratura sia soggetta a una sorta di evoluzione darwiniana, per cui le opere meritevoli sopravvivrebbero alla «selezione naturale» per riemergere al momento opportuno.

A questo proposito il caso di Warlock, del californiano Oakley Hall, è emblematico: western di caratura letteraria pubblicato nel 1958, in un periodo di grande fioritura del genere – quando in piena Guerra fredda le storie di cowboy e indiani servivano anche a sviare l’attenzione pubblica da temi politici – arrivò in finale al Pulitzer, ma venne eclissato da opere apparse in America lo stesso anno, come Lolita di Nabokov, Colazione da Tiffany di Capote, La fine della strada di Barth e Il barile magico di Malamud. L’anno successivo, un adattamento cinematografico diretto da Edward Dmytryck ottenne un discreto successo, anche grazie alle interpretazioni di Henry Fonda e Anthony Queen. Poi, più nulla, o quasi. Nel 1965, quando la rivista americana «Holiday» chiese ad alcuni scrittori di citare un libro caduto ingiustamente nell’oblio, Thomas Pynchon scelse proprio Warlock, definendolo «uno dei migliori romanzi americani» per la sua capacità di mostrare quanto siano precarie le leggi su cui si basa la società civile, sempre a rischio di venire «riassorbita nel deserto con la stessa facilità di decomposizione di un cadavere». In Italia il romanzo uscì nel 1982, in due volumetti della collana «I grandi autori Western», editore La Frontiera (Ultima notte a Warlock, traduzione di Mauro Filippini). Poi, anche da noi, più nulla.

Ora, una nuova edizione del romanzo, pubblicata da Big Sur e tradotta da Tommaso Pincio (BigSur, pp. 685, euro 22,00) potrà finalmente garantire a Warlock un meritato, e si spera definitivo, riconoscimento letterario.
Sin dalla nota introduttiva, in cui l’autore rivendica la finzionalità della vicenda per poi affermare che «il compito della letteratura romanzesca è la ricerca della verità, non dei fatti», Warlock si configura come uno dei primi esempi di post-western, quel sottogenere che si sviluppa a partire dalla fine degli anni sessanta e che raggiungerà il suo culmine nei capolavori di Larry McMurtry e Cormac McCarthy. Mentre evidenzia la dimensione metastorica della narrazione, il romanzo decostruisce stereotipi e topoi tipici del western, come la dicotomia eroe/fuorilegge e il cliché del duello risolutore, attraverso uno stile di volta in volta ironico, elegiaco, dissacrante e anti-eroico. Tranne qualche raro spostamento di scena, la storia si svolge interamente a Warlock, fittizia cittadina mineraria che ricorda la Tombstone di Wyatt Earp, incassata su un altopiano desertico e circondata dalle vette dei «Dinosauri».

La situazione iniziale è archetipica: il pistolero leggendario arriva nella città senza legge per porre fine ai soprusi perpetrati dagli scagnozzi di un ranchero che spadroneggia. Ma ben presto ci si accorge che la trama è molto più complessa, articolata com’è tra le lotte dei minatori sottopagati intenzionati a fondare un sindacato, le crisi morali dei cittadini, affascinati ma anche intimoriti dalla tempra morale dell’eroe, e i disperati tentativi di coloro che intendono restare aggrappati a un sistema di illegalità destinato per forza di cose a dissolversi non appena a Warlock verrà ufficialmente riconosciuto lo statuto di città.
Catapultato repentinamente nella vicenda, il lettore è stregato da una narrazione che procede a ritmo forsennato, alternando capitoli in terza persona centrati di volta in volta su uno dei personaggi, a brani del diario di Henry Holmes Goodpasture, il proprietario di un emporio cittadino che incarna la voce collettiva della comunità e le cui riflessioni piccolo-borghesi funzionano da coro e commento ironico dell’intera vicenda.
Merito di Hall è riuscire a ribaltare sistematicamente ogni premessa, così che la trama non procede mai come ci si aspetterebbe. Già nelle prime pagine si assiste al duello tra il ranchero McQuown e il vicesceriffo Canning, che i cittadini osservano dietro le finestre socchiuse, sicuri dell’esito scontato: hanno infatti notato gli uomini di McQuown appostati sui tetti vicini, ma non hanno il coraggio di mettere in guardia il vicesceriffo. Ecco però la svolta imprevista: invece di affrontare l’avversario, Canning, descritto poco prima come «uomo rispettabile», decide di darsela a gambe. La fuga inopinata del vicesceriffo spinge il Comitato cittadino, per riportare l’ordine in città e far fiorire di nuovo gli affari, ad assoldare come marshal il pistolero Clay Blaisedell, vera e propria leggenda del West.
Tuttavia, nonostante le somiglianze, Blaisedell non è lo Wyatt Earp di Sfida all’OK Corral (uscito al cinema un anno prima di Warlock): è piuttosto una figura enigmatica, tormentata, quasi epica nella sua intangibilità – eppure al tempo stesso umana, troppo umana; un uomo giusto condannato alla condizione di eroe dalla velocità con cui usa le Colt dal calcio dorato regalategli – in uno dei tocchi di ironia metanarrativa che abbondano nel romanzo – da uno scrittore di avventure western.
Le scintillanti pistole d’oro trasformano Blaisedell in un personaggio leggendario di cui narrare le gesta, con conseguente, e notevole, ritorno economico per chi le racconta. A un certo punto Hall fa anche il verso alla critica highbrow, che nel secondo dopoguerra ancora disdegnava generi «popolari» come il western o il noir: a metà del romanzo Goodpasture riferisce di aver letto in una rivista – descritta come «un amalgama di scrittura dozzinale e stampa impiastrata su ruvida cartaccia», antenata delle riviste pulp che di lì a poco avrebbero fatto la fortuna del western – «una vicenda vagamente simile alla nostra», che però è stata stravolta in «qualcosa di improbabile, folle e fumoso», concludendo che «è fantastico pensare alla gente che ha letto e creduto a questa invenzione spregevole, solennemente spacciata per verità».
Ironia della sorte, Hall stesso ha confessato di aver ricevuto, dopo la pubblicazione del romanzo, una lettera da un membro della famiglia Blaisedell che chiedeva notizie sul protagonista, in quanto assente dai loro alberi genealogici.

La scrittura di Warlock è una miscela ribollente di descrizioni incisive e dialoghi memorabili, spesso addirittura teatrali, che la traduzione di Pincio riesce a rendere con sorprendente efficacia, senza abusare troppo di espressioni rese familiari da decine di film western, ma accentuandone piuttosto la letterarietà. Hall usa un linguaggio ipnotico, raffinato, idiosincratico, che Pynchon stesso confessa di aver cercato di imitare da giovane. Ma dove più risalta il suo stile – e dove la traduzione, per forza di cose, rivela i suoi limiti – è nei brani diaristici, quando la prosa passa repentinamente dalla retorica altisonante dei sermoni puritani all’autoanalisi spiccia tipica dei romanzetti sentimentali, a un’ampollosità erudita pseudo-intellettuale, infarcita di citazioni dei classici e riflessioni filosofiche, che però stridono con la gretta meschinità dei calcoli economici: «Sono disposto a perdonare la mancanza di rispetto, il biasimo e l’insulto», scrive Goodpasture, «ma chi minaccia i miei beni non avrà mai il mio perdono».

E se Blaisedell ben rientra nella famosa descrizione di Richard Slotkin dell’America come «nazione di pistoleri», Goodpasture rappresenta l’altra faccia della medaglia, l’americano medio che dorme con la pistola sotto il cuscino per difendere la sua proprietà; lo stesso che, nelle parole di Pynchon, «getta con aplomb una carta di caramella dentro il Grand Canyon, scatta una foto e se ne va; e noi – conclude l’autore di Mason & Dixon – abbiamo bisogno di voci come quella di Oakley Hall, a ricordarci quanto lontano quel pezzo di carta, che ancora svolazza luminoso dietro di noi, dovrà cadere».