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La Siria chiama l’Ucraina e viceversa

Dopo le manovre e le provocazioni è venuto il momento degli hackers, dei moniti formali e della dislocazione di missili e truppe. Sulla durezza delle rispettive politiche fra Usa e Russia si può discutere. Ma la parte che manifesta le maggiori contraddizioni è sicuramente l’America.

Le posizioni delle due potenze nel teatro siriano – giunte vicinissime allo scontro nella battaglia di Aleppo (9 mila miliziani, quasi tutti jihadisti, e 275 mila civili sotto assedio) – possono essere sintetizzate così. La Russia è pronta a combattere fino all’ultimo uomo (intanto siriano) pur di prorogare la tenuta al governo di Bashar al-Assad e garantire le proprie residue posizioni strategiche nell’area: il filo diretto con Damasco e la base navale di Tartus. Gli Stati Uniti sono a loro volta decisi a “farla finita” con Assad, sotto tiro anche da prima, e a ridimensionare l’influenza di Russia e Iran nell’area.

Combattere un regime e sostenere i ribelli sarebbe un comportamento coerente, ma combattere un regime e nello stesso tempo pretendere di debellare solo una parte dei ribelli diventa fin troppo complicato o machiavellico, così come, guardando gli eventi dall’altra prospettiva, non ha senso logico dire di avere come “nemico assoluto” il Califfato islamico, che rappresenta pur sempre la principale minaccia per Assad, e isolare e in ultima analisi avversare anche con le armi il governo in carica. Il tutto conducendo una guerra per cielo e in parte sul terreno, direttamente con le proprie forze speciali e indirettamente mediante le truppe curde, nel territorio teoricamente nazionale di quel paese, senza consultazioni con le autorità (almeno a quanto si sa) e senza riuscire a coordinarsi con la stessa Russia. Una prova del totale scollamento la fornisce la fine ingloriosa dell’ultima tregua umanitaria, raggiunta il 10 settembre dopo una trattativa durata 10 mesi: causa un’azione di guerra che Mosca addebita a bombardamenti americani contro caserme dell’esercito ufficiale siriano (“per accidente”, naturalmente) e di cui Washington accusa invece gli apparecchi russi e governativi che avrebbero colpito una colonna di soccorsi.

La Russia ha un obiettivo chiaro e conclamato, gestito d’accordo con il presidente Assad. È lecito solo fare la tara sull’accuratezza della selezione dei bersagli fra ribelli “estremisti” e ribelli “moderati” (sostenuti dall’Occidente e i soli candidati virtuali a partecipare a eventuali negoziati per quanto siano i gruppi jihadisti a dominare la lotta militare). Le varie formazioni sul terreno cambiano di nome e di posizione continuamente e c’è lo spazio per giustificare qualche errore. Del resto, per chi mira a mantenere al suo posto Assad, che “vede” una mezza vittoria militare, tutte le milizie avverse sono bigie, di giorno come di notte. Il governo turco si è un po’ raffreddato sulla rivolta anti-Assad dando la precedenza alla questione curda. Principi e militari del Golfo corteggiano Putin (l’emiro del Qatar ha elogiato al Cremlino la politica di “stabilità mondiale” della Russia). In giugno il presidente russo è stato a Pechino consolidando la convergenza strategica russo-cinese.

Putin si fida di Lavrov e non deve consultare nessun altro organo istituzionale dotato di un qualche potere. Deve se mai appagare un’opinione pubblica che si sta ritrovando sotto la sua leadership. Il quale Putin potrebbe essersi convinto, e aver convinto i suoi concittadini, che una Russia senza una missione “imperiale” è destinata a sparire.

Negli Stati Uniti – a confronto della politica russa – c’è il clima politico di una democrazia, sia pure belligerante e alla vigilia di elezioni presidenziali particolarmente tormentate. Ma, a ben vedere, non mancano gli inconvenienti anche per la “pluralità” che è un vanto degli Stati Uniti. L’esercito spinge per un’operazione più risoluta. Gli sforzi mediatori della diplomazia di Kerry sarebbero continuamente frenati o sconfessati dal Pentagono, che non vuole accordi di tipo militare con Mosca. Recentemente, un forum composto da veterani dell’intelligence ha ammonito Obama a non ripetere il passo fatale commesso da Bush nel 2003. In passato il presidente si palleggiava la responsabilità con la Clinton segretario di stato, adesso deve fare i conti con le promesse del 2008 e le frustrazioni del secondo mandato. Potrebbe essere tardi – da qui all’8 novembre – sia per la pace che per la guerra (non dimenticando però che nel 1992 il vecchio Bush, già sconfitto da Bill Clinton nelle elezioni per la Casa Bianca, allestì nelle ultime settimane di mandato la sciagurata impresa in Somalia denominata Restore Hope).

La Siria chiama l’Ucraina e viceversa. Nel 2013 l’alt imposto da Putin a un intervento militare degli Stati Uniti in grande stile contro Damasco per avere Assad oltrepassato la famosa “linea rossa” della guerra chimica segnò lo zenit del prestigio a livello mondiale del nuovo zar. Di solito è il presidente degli Stati Uniti che parla al mondo. Allora fu il presidente russo. Putin trovò una sponda meravigliosa in papa Francesco, che proclamò una giornata di preghiera universale e multireligiosa. Una mezza gaffe di Kerry fece il resto. Assad si impegnò a distruggere le armi chimiche del suo arsenale sotto controllo internazionale. Per Obama fu una umiliazione senza precedenti. Forse, fu per risalire la china dell’autostima se pochi mesi dopo si prestò all’opera di destabilizzazione in Ucraina che spingerà il governo di Mosca al vulnus non ancora condonato della Crimea.

Anche oggi i due fronti si rincorrono pericolosamente. La guerra “locale” in atto ha come teatro la Siria e il Medio Oriente. Qualcuno ha scambiato la Siria di Assad con la Libia di Gheddafi. Dopo cinque anni, è probabile che in maggioranza i siriani superstiti aspirino alla pace anche con Assad (e potrebbe essere un punto di forza per Putin). Sono soprattutto le potenze esterne a voler continuare la guerra? Le ombre della guerra “totale” si stanno addensando nell’Europa orientale. Nei paesi baltici si attesteranno truppe della Nato, anche dell’Italia (140 soldati, ma più del numero è l’immagine che conta).