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Alias Domenica

Le emozioni che trasformarono in Terrore gli ideali rivoluzionari

Com’è possibile che individui attivamente impegnati nella cura del bene comune, dediti al culto della libertà e dei diritti umani e amanti della fratellanza si siano a un certo punto trasformati in efferati assassini, responsabili di quel periodo di inaudita violenza noto come il Terrore? Questo interrogativo, che già toglieva il sonno ai contemporanei e che ha poi appassionato e diviso generazioni di studiosi della Rivoluzione Francese, non cessa di essere attuale, e sta al centro dell’ultima riflessione di Timothy Tackett, The Coming of the Terror in the French Revolution (Harvard University, Belknap Press, pp. 463, $ 35, 00). Recenti traduzioni in italiano di testi sul periodo rivoluzionario – tra cui La Rivoluzione francese. Una storia intellettuale dai diritti dell’Uomo a Robespierre di Jonathan Israel, (Einaudi, 2016) e Rivoluzionari. Antropologia politica della Rivoluzione Francese di Haim Burstin (Laterza, 2016) mostrano un rinnovato interesse dell’editoria nazionale per la Grande Révolution e fanno ben sperare in una traduzione di questo libro.

Tackett è infatti tra i più noti e maggiori studiosi viventi della Rivoluzione francese, autore di volumi sul clero di quegli anni e sulla fuga di Varennes (Un re in fuga, Il Mulino); oltre al fondamentale Becoming a Revolutionary (reso in italiano col bizzarro titolo di In nome del popolo sovrano, Carocci), con il quale ha sostenuto che non sono stati tanto i rivoluzionari a «fare» la Rivoluzione, quanto la Rivoluzione – una straordinaria trasformazione delle fondamentali strutture del vivere politico e sociale – a plasmare, e quindi a «fare», i rivoluzionari.

Ora quest’ultimo volume continua idealmente il precedente, seguendo lo stesso orientamento «processuale», al punto che esso si sarebbe potuto chiamare Becoming a Terrorist, divenire terroristi.

«Non è il potere che corrompe, ma la paura»Aung San Suu Kyi

Significativa è poi l’epigrafe scelta da Tackett per il libro, una frase di Aung San Suu Kyi che recita: «Non è il potere che corrompe, ma la paura»; essa svela infatti l’intento dell’opera: valutare l’impatto delle emozioni, e in particolare della paura, sulla trasformazione di uomini normali, spesso generosi idealisti, in efferati omicidi. L’analisi delle emozioni della folla popolare, protagonista delle journées rivoluzionarie, non è certo una novità, anzi: una lunga tradizione di studi storico-sociologici che vanno dalla Psychologie des foules di Gustave Le Bon alla Grande peur di Georges Lefebvre ha indagato, in vario modo, la questione.

L’innovazione di Tackett consiste però nello spostare l’attenzione dalle attitudini mentali delle masse popolari agli stati emotivi dei leader della Rivoluzione, noti e meno noti. Questa scelta risente di una recente tendenza in voga nella storiografia contemporanea, specie anglosassone, nota come «History of emotions». Di fronte al problema di spiegare il dark side della Rivoluzione, Tackett sceglie di usare proprio il grimaldello delle emozioni per penetrare la psicologia dei rivoluzionari, le loro ansie in un tempo che fu certamente carico di tensioni e profondamente inquietante, un tentativo dichiarato di trovare qualche via di uscita rispetto alla vera e propria morsa costituita dalle due interpretazioni tradizionali del Terrore, specularmente opposte ed entrambe insoddisfacenti: quella, classica, propria della storiografia progressista (da Aulard a Lefebvre a Soboul) che vede nel Terrore una risposta tragica alle «circostanze», e cioè la guerra, la carestia e la controrivoluzione; e l’altra, revisionista, tipica della storiografia conservatrice (da Taine a Cochin a Furet), che ne fa l’esito ineluttabile di un’ideologia rivoluzionaria d’ispirazione roussoiana e perciò radical-democratica, populista e tendenzialmente totalitaria.

Occorre invece, afferma Tackett, superare la visione del rivoluzionario come di un individuo esclusivamente raziocinante, per studiarne le modificazioni emotive: l’unico processo in grado di spiegare l’affermarsi della logica del terrore; ovvero – usando il linguaggio poetico di William Blake – la coesistenza, in uno stesso individuo, dell’agnello e della tigre.

Spesso gli storici, per approfondire gli aspetti più intimi e minuti, i turbamenti psicologici dei protagonisti del palcoscenico rivoluzionario, hanno usato le memorie. Questi testi però, scritti a distanza di tempo dai fatti narrati, paiono giustamente a Tackett inadatti ai suoi fini, ed egli usa perciò solo documenti che consentono di rilevare la variabilità degli stati d’animo, le reazioni, per così dire, «in presa diretta», agli eventi che vanno occorrendo: vale a dire lettere, diari e altri scritti immediati. In effetti, da questi documenti si riscontra in abbondanza ciò che sarebbe invero strano non trovarvi: di fronte a rivolgimenti di enorme impatto, coloro che ne sono coinvolti manifestano gioia, speranza, illusione, rabbia, disgusto e così via. Ma soprattutto un’emozione domina su tutte: la paura.

È la paura che fa vedere cose che non ci sono ed è sempre la paura a «illuminare» fatti realmente avvenuti con ipotesi indimostrate e supposizioni improbabili. Paura del caos, dell’invasione straniera, della vendetta monarchica, ma soprattutto paura della cospirazione. Qui Tackett riprende la classica tesi di Richard Hofstadter, che tanto ha influenzato la politologia statunitense, sul cosiddetto paranoyd style of politics. La circolazione incontrollata di rumors e la sfrenata prassi delle denunce per svelare «i nemici tra noi», i reazionari che indossano la maschera di patrioti, inducono uno stato di allerta continuo, che trova il suo modello letterario classico nel racconto sallustiano e nella difesa ciceroniana della Repubblica dalle trame di Catilina.

L’emergere nel processo rivoluzionario, tra il 1792 e il 1793, di una mentalità cospirativa ossessiva, nutrita da una mescola inscindibile di fatti reali e di trame immaginarie, sarebbe dunque tra le cause più significative del Terrore. Non l’unica, perché Tackett, con molto buonsenso è incline a lasciare spazio ad altre concause, tra cui soprattutto la crisi di ogni potere costituito e l’attività controrivoluzionaria, segnata da avvenimenti clamorosi come la fuga di Varennes e i tradimenti dei generali La Fayette e Dumouriez. Tra esse tuttavia colpisce la mancanza di una riflessione su ciò che potremmo chiamare «l’uso politico delle emozioni». Può certo accadere che un individuo sia direttamente spettatore di eventi eclatanti e capaci di suscitare ansia o paura. Più spesso però la sua percezione dei fatti che vanno accadendo è mediata dal circuito comunicativo, a quel tempo essenzialmente costituito dalla stampa, dai pettegolezzi e dalle performances oratorie esibite sui banchi dell’Assemblea nazionale, tra i tavoli dei caffè o agli angoli delle strade.

Il problema è che nella sfera pubblica dell’epoca esistevano precise conoscenze su come suscitare le emozioni, consumate strategie retoriche volte a infiammare il popolo, inducendo rabbia e indignazione. Il tema così cruciale della creazione e dello sfruttamento delle emozioni è dunque parte non irrilevante di quello che potremmo chiamare il coinvolgimento emotivo: che perciò non è solo una creazione intima, spontanea, autopoietica, come Tackett sembra credere, ma anche qualcosa di scientemente costruito. Jean-Paul Marat, per dire, sapeva bene come eccitare la gente e le pagine infiammate dell’Ami du peuple erano capaci di produrre emozioni violente e anche azioni sanguinarie: come mostra il gesto di Charlotte Corday, che non aveva mai conosciuto personalmente Marat: le era bastato leggerlo.