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Non lasciate che i migranti vengano a noi

I barconi e i naufragi non dovrebbero ammettere né dubbi né ritardi.

Se non è emergenza un fenomeno che sacrifica ogni giorno decine di vite sotto gli occhi di noi tutti, impotenti, le parole hanno perso di senso. Il governo Renzi, temendo di fornire troppo fieno all’opposizione detta populista, preferisce mantenere bassi i toni. Tutto è rimandato al Migration Compact, qualsiasi cosa esso significhi.

Grazie all’iniziativa italiana, già sottoposta all’attenzione dei Grandi e sommariamente approvata in sede di G7 in Giappone, l’Unione europea se ne occuperà in uno dei prossimi vertici e adotterà una risoluzione. Poco importa se sarà poco più di un esercizio fine a se stesso, espresso in diplomatichese e pronto per qualche archivio. È anche così che i Farage e i Salvini di tutto il continente, che aizzano senza scrupoli paura e xenofobia, finiscono per dare l’impressione di detenere il monopolio della rappresentanza di chi – abbandonato o trascurato dalla sinistra, sia quella di governo sia quella che stando alla vulgata renziana vuole solo perdere – subisce più direttamente le criticità proprie delle migrazioni (l’abbassamento dei salari, il degrado delle periferie, la scuola).

A prima vista, per chi ricorda i precedenti nelle relazioni fra l’Europa e i paesi del Sud, il Migration Compact rievoca le Convenzioni di Yaoundé con i seguiti di Lomé e Cotonou man mano che aumentava il numero degli stati membri della Cee o, se si preferisce, l’ambizioso partenariato euro-mediterraneo che venne chiuso per acclarata impotenza proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato più bisogno. L’Italia diede il suo bravo contributo al fallimento del Patto di Barcellona non cogliendo l’occasione per un’intesa con la Francia che, scontentando per una volta la Germania, avrebbe spinto l’Europa a volgere uno sguardo prioritario al Mediterraneo invece che sempre e solo all’Europa orientale (un punto su cui Renzi è tornato in uno dei passaggi più felici della sua allocuzione alla Conferenza ministeriale Italia-Africa che si è tenuta il 18 maggio scorso alla Farnesina con la collaborazione dell’Ispi). Allora si trattava, è vero, della Francia di Sarkozy, con cui Prodi non aveva feeling, ma poteva essere il momento buono per porre un termine alla rivalità competitiva nel Mare Nostrum fra Italia e Francia che risale ai tempi di Cairoli e Mancini. Dopo tutto, il disonore non è tutto da una parte sola visto che l’impresa di Suez nel 1956 fu opera del socialista Guy Mollet.

Il tema attorno a cui è costruita la proposta dell’Italia, valida soprattutto per l’Africa, con una preferenza per il Sahel e in via subordinata per il Corno (per il Medio Oriente sarebbe necessaria la luce verde dell’America), si può riassumere nella formula “più sviluppo e meno emigrazione in direzione dell’Europa attraverso il Mediterraneo”. Poco importa che i migranti africani entro gli spazi del continente Africa, sebbene diminuiti di un terzo negli ultimi 15 anni, siano ancora il doppio degli africani che sono arrivati e arrivano in Europa. Salvo che per i popoli del Maghreb, la prima meta degli emigranti africani è l’Africa. L’Europa viene seconda. Si calcola che all’Italia toccherà il 16 per cento di tutti gli arrivi.

La logica della cosiddetta «cooperazione» che viene riproposta oggi è sempre la stessa: crescita economica bilanciata, preservazione delle risorse naturali e riduzione della povertà. Ma è difficile credere che all’Europa riesca nell’era della globalizzazione l’impresa di “sviluppare” l’Africa non riuscita né durante il colonialismo, nemmeno negli anni del cosiddetto “colonialismo liberale” in prossimità dell’indipendenza pensando agli appetiti se non ai cuori dei dirigenti che di lì a poco avrebbero comandato, né quando, divenuta ormai effettiva la sovranità dei singoli stati africani, si passò al neo-colonialismo cercando di arruolare l’Africa alla causa del”mondo libero” sui vari fronti della guerra fredda.

Le vecchie ricette sembrano destinate una volta di più a fallire. A differenza dell’Asia, l’Africa deve ancora iniziare la sua rivoluzione industriale e lascia uno spazio eccessivo all’informale. I “leoni” con un tasso di crescita annua del Pil a due cifre non possiedono le stesse chances di decollare delle “tigri”. Gli investimenti e gli aiuti che l’Occidente ha fornito e che potrebbe fornire l’Europa di un ipotetico nuovo patto per scongiurare l’emigrazione sono rivolti ad attività, in primis le risorse minerarie, che rischiano di lasciare intatte le strutture della produzione e quindi della società. Vedremo se l’Italia riuscirà a trascinare l’Europa dei 28 a concentrarsi sull’energia rinnovabile o l’agro-alimentare come il premier e il ministro Gentiloni hanno doverosamente prospettato nella Conferenza di Roma. L’incognita è rappresentata dai tanti giovani senza lavoro o minacciati nelle loro libertà che indugiano in Libia aspettando di compiere l’ultimo balzo o stanno attraversando il Sahara fra i tanti ostacoli della militarizzazione o figurano in una lista d’attesa immaginaria che tiene conto delle generazioni e dello spirito d’iniziativa. Il brain drain è una specie di sottoprodotto dell’urbanizzazione massiccia che caratterizza la congiuntura africana. I poveri hanno meno opportunità di muoversi e hanno la tendenza a fermarsi appena possibile, dentro o fuori il paese o il continente di provenienza.

Il Migration Compact tiene distinti gli emigranti economici dagli emigranti per eventi bellici (riprende la differenza anche Renzi nella lettera di accompagnamento) ma sorvola sulla natura dei governi a cui toccherebbero gli aiuti. E non si parla solo dell’Egitto di al-Sisi, che è bastato da solo a demistificare tutti i buoni sentimenti sentiti in Europa in coincidenza con le Primavere arabe solamente cinque anni fa. La “buona condotta” elevata a condizione per continuare a usufruire degli aiuti dell’Unione europea verrà misurata anche negli aspetti più scabrosi? Alcuni degli stati menzionati sembrano recipienti virtuali di emigrazioni a livello regionale (l’Etiopia o il Senegal, per esempio) più che propagatori dell’esodo. All’origine di tutto, comunque, ci sono colpe che non risparmiano nessuno. Due emigranti su tre sono il prezzo di guerre iniziate da Usa e Europa senza un piano adeguato per il “dopo” (senza parlare qui dei secondi fini di tanti processi di regime change). I paesi con un più alto tasso di immigrati – Turchia, Pakistan e Libano – sono tutti confinanti con teatri di guerra.

Se la governance è insoddisfacente ed è necessaria dunque la cooperazione dell’Europa nel senso del capacity building, gli stati africani – anche per la funzione storica del confine in Africa, un confine-area più che un confine-linea – hanno un problema che riguarda appunto la natura dello stato non in un dettaglio ma nel principio primario della sovranità e del controllo effettivo del territorio. Pretestuoso o meno, il ribellismo di tutti i generi, e naturalmente le filiazioni in loco di al-Qaida e del Califfato, si accreditano denunciando la “ricolonizzazione” che sarebbe in atto (ecco ancora la Francia, Hollande dopo Sarkozy, senza apprezzabili differenze). A Bamako come a Ouagadougou i primi a intervenire dopo gli attentati negli alberghi frequentati da occidentali sono stati i soldati francesi. Nel documento italiano si cita formalmente come un esempio da seguire il G5 del Sahel che ha ricompattato attorno alla Francia i suoi alleati della regione più fidati (convincendo a collaborare persino la Nigeria sotto la minaccia di Boko Haram).

Il giusto approccio di ogni forma di co-sviluppo, che implica di muovere in continuazione il capitale e il lavoro, non è di bloccare l’emigrazione ma di regolare la circolazione e il ritorno di chi si muove. Le rimesse sono ormai anche in Africa maggiori dell’aiuto internazionale. Altrettanto importante è il ritorno nel paese d’origine (tutt’altra cosa rispetto al respingimento o al rimpatrio d’ufficio) del “capitale sociale” rappresentato da chi all’estero ha acquisito nuove esperienze e nuove capacità. Un documento incluso nell’Agenda 2030 dei Millennium Development Goals che impegnerebbe tutti riconosce il “contributo positivo dell’emigrazione per una crescita inclusiva e uno sviluppo sostenibile”. Anche un testo congiunto di europei e africani sottoscritto dall’Europa e quindi dall’Italia nel quadro della Convenzione di Cotonou, che raggruppa anche paesi del Pacifico e dei Caraibi, indica come programma comune un miglioramento delle condizioni di lavoro degli immigrati e l’apertura di canali legali per i flussi correnti.