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Per unirsi bisogna riconoscersi, e distinguere Renzi da chi lo vota

«Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale» canta il verso beffardo di un’indimenticabile canzone di Iannacci. «No, tu no», risponde il ritornello. «E perché?». «Perché no» è la metafisica sentenza. Ci vorrebbe uno Iannacci canzonatorio e disperato come questo per raccontare la vicenda della sinistra italiana alle prese con uno dei più surreali tra i suoi passaggi storici, in cui tutti sono contro tutti, sono dentro ma anche fuori, sono insieme ma anche contro, sono il nuovo ma anche il vecchio. No, tu no, anche se si tratta del tuo funerale. Anche se si trattasse del funerale della sinistra.

Il dilemma, unico e perentorio, è il seguente: o con Renzi o contro di lui. Certo, il titanismo del leader, il suo carattere impetuoso e insolente spingono alla polarizzazione estrema.

Ma è proprio impossibile sottrarsene? Tanto per cominciare, si potrebbe provare a distinguere: Renzi, il suo cerchio stretto di potere, l’area di collaboratori fidati ma critici (ce ne sono), i cittadini che continuano a votarlo (circa un terzo secondo i sondaggi).

Nei confronti del Pd renziano, si dovrebbe poi discutere quali sì e quali no.

Io metterei tra i no i provvedimenti sul mercato del lavoro, improntati a un neoliberismo di maniera che gli ha inimicato gran parte dei lavoratori occupati, ha ridotto i loro diritti e le loro protezioni, senza risolvere i problemi dell’occupazione e del rilancio dell’economia. Con un’attenuante: che nessuno prima di lui nella sinistra (sindacale e politica) ha saputo in proposito fare qualcosa all’altezza dei problemi. Nessuno ha ad esempio capito per tempo che accanto ai lavoratori stabilmente occupati (sempre meno) bisogna dare risposte a milioni di giovani semioccupati, a quelli che si inventano un lavoro in proprio, ai laureati che sono inquadrati come partite Iva e trattati come impiegati ma pagati irregolarmente, come se lo stipendio fosse un lusso per i tempi migliori.

Metterei tra i no, con convinzione anche maggiore (perché qui le idee alternative erano un patrimonio formidabile della sinistra) la buona scuola, improntata all’idea stantia che introducendo massicce dosi di competizione tra dirigenti e tra docenti si possa elevare la qualità generale della scuola. Che si possa puntare all’eccellenza senza elevare gli stipendi dei professori e con essi la loro autostima e il rispetto da parte di una società sempre più incline viceversa a sbeffeggiarli. Uno come Macron, che pure sta rivelando il suo volto conservatore, ha avuto per esempio questa idea: nelle scuole primarie in contesti di forte disagio sociale, al massimo 12 alunni per classe.

Ecco cosa capirebbe molto bene la schiera di insegnanti disillusi che spendono nella scuola le loro energie migliori e che hanno voltato le spalle al Pd.

Metterei tra i sì il tema delle migrazioni, sul piano simbolico più che su quello dei provvedimenti concreti. Diciamolo chiaro: su questo tema si è aperto uno scontro di civiltà di portata incalcolabile. Di fronte all’esodo massiccio di popolazioni povere, colpite dalle persecuzioni e dalle guerre, che si buttano al rischio della vita per cercare una via di salvezza, gli atteggiamenti possono essere due: propagare la falsa notizia dell’invasione, scatenare l’odio, applicare pratiche di respingimento, aizzare gli scontenti e gli esasperati contro gli stranieri; oppure attivare meccanismi umanitari, salvare i naufraghi e i fuggiaschi, premere per una redistribuzione del carico all’esterno (in Europa) e all’interno (tra i comuni italiani), inventare forme di inserimento lavorativo provvisorio, fare dell’accoglienza non una speculazione o un atto misericordioso ma una pratica virtuosa.

Non si può dire che i governi di Renzi e di Gentiloni abbiano saputo fare tutto questo, ma hanno almeno provato a tener fermo sui principi. Stretti tra l’afflusso impetuoso (in quanto concentrato negli spazi ridotti dei porti meridionali) e le politiche della paura e dell’odio, hanno provato e stanno provando a governare il problema. L’isolamento spinge il ministro dell’interno Minniti sulla china di scelte inaccettabili: minacciare la chiusura dei porti, far propria la demarcazione pretestuosa tra rifugiati (quelli che hanno paura di morire sotto le bombe) e migranti economici (quelli che hanno paura di morire di fame), illudersi di mettere delle frontiere in Libia dove il flusso arriva da molto lontano e per motivi molto drammatici, penalizzare le Ong. Ma siamo ancora in grado di distinguere tra questi errori o tentativi falliti e gli appelli squadristici di Salvini al respingimento e alla deportazione, o le ciniche denunce dei 5Stelle contro i soccorritori e la loro campagna ipocrita e incivile contro lo ius soli?

Non mi pare che sia troppo chiedere di tornare a discutere in questi termini.

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Di Matteo Bartocci

Lavoro al manifesto dal 2003. Laureato in filosofia della scienza, bassista, motociclista convinto e scalatore dilettante, ho collaborato tra gli altri per Cbs News, Reset, Radio3 Scienza, Galileo, Sapere, il Corriere della Sera, Carta, Apcom e Adnkronos. Sono sposato con Laura e ho due figlie, Olivia e Anita.