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Alias Domenica

Pound, intuizioni su Dante con Vanni Scheiwiller

«Con molta fatica e con scarso risultato sono passato anch’io per la palude della filologia, però spero nel tempo in cui sarà possibile per chi ama la poesia studiare la poesia – anche quella di tempi e di luoghi remoti – senza doversi sovraccaricare degli stracci della morfologia, epigrafia, Privatleben e delizie affini che formano la mentalità archeologica o “scientifica”». Aprendo con queste parole The Spirit of Romance (1910) il giovane Pound forse non immaginava che sarebbe andato incontro a ripulse e a critiche di ogni sorta. O forse lo sapeva benissimo. Ma voleva restare fedele al suo patto con il Diavolo, che gli permetteva di scendere nei testi, audacemente e senza mediazioni, per coglierne la voce più segreta e più vera. Scrivendo su Dante, su Cavalcanti, Pound non aveva velleità filologiche, ma procedeva per intuito: tra le inevitabili confutazioni spicca una breve nota sugli «Studi danteschi» del 1958, firmata dal direttore, Gianfranco Contini, dove si stronca la sua asistematicità, la sua leggerezza nell’affrontare i problemi testuali. Va ricordato però che lo stesso Contini, nell’Introduzione alle Rime di Dante (1939) rendeva omaggio a «recentissimi, e un po’ eccentrici, lettori anglosassoni», – sono Eliot e Pound – per «la suggestiva formula del “correlativo oggettivo”», formula decisiva per la sua nuova lettura del grande esperimento dantesco. Una sorta di palinodia, quella del 1958? Ma forse il grande critico, come Mefistofele, pensava che si potesse dire una cosa e il suo contrario, perché poi uno, attraverso la dialettica, sarebbe arrivato alla verità.

Pur tra tempeste e venti contrari, Pound aveva però, anche in Italia, seguaci e fervidi ammiratori. Tra questi, Vanni Scheiwiller – il più grande dei piccoli editori – che nel 1965 progettava un volume che raccogliesse i saggi su Dante e su Cavalcanti, con alcuni interventi di critici. Poi, per diverse ragioni, il libro, arrivato già alle bozze, non ebbe seguito, anche se Scheiwiller, in diversi momenti, continuò a pensarvi, senza mai abbandonare l’idea che potesse vedere la luce. Ora il volume, dopo cinquant’anni esatti, quasi miracolosamente ricompare, a cura di Corrado Bologna e di Lorenzo Fabiani (Ezra Pound, Dante dalle carte di Scheiwiller, Marsilio, pp. 206, euro 20,00). I curatori hanno recuperato le bozze del 1965, conservate nel centro Apice dell’Università di Milano, e ci offrono il volume senza cambiamenti, così come l’aveva pensato Scheiwiller, per un doveroso e affettuoso omaggio all’editore milanese ma anche per la validità, ancora intatta, dell’impianto originario. Nell’impegnativa e lucidissima Introduzione i curatori ricostruiscono, passo per passo, ricorrendo a numerosi documenti d’archivio, il filo della storia del libro.

Il lungo dialogo tra Pound e il giovanissimo Scheiwiller nasce all’altezza del 1954 su alcuni progetti editoriali (Riccardo di San Vittore); nel 1958, per festeggiarne il ritorno a Venezia e il settantatreesimo compleanno, l’editore ripubblica A Lume spento, il primo libro di liriche che Pound aveva stampato a Venezia nel 1908, in cento esemplari. Nel 1965 nasce l’idea di raccogliere gli scritti su Dante e sono subito coinvolti, ad arricchire il volume con un apporto critico, Hugh Kenner – l’autore di The Poetry of Ezra Pound (1951) – e Luciano Anceschi, teorico di estetica e di poetica, fondatore e direttore di «Il Verri», che aveva colto tempestivamente la straordinaria importanza operativa della rivoluzione poundiana per la poesia europea del Novecento. Il libro viene composto, ma si ferma. Nel 1980, riprendendo in mano le bozze, Scheiwiller ha l’idea di affidare a Maria Corti l’Introduzione. La Corti è filologa di rango, tra gli studiosi più acuti della poesia medievale, in particolare del pensiero e della poesia di Cavalcanti. Si ritiene così possibile e necessaria una saldatura fra le prime riflessioni sul Pound poeta e critico dell’inizio degli anni cinquanta e una ripresa coraggiosa e innovativa del dantismo poundiano, finalmente liberato dalla pesante etichetta di confuso dilettantismo. Una simile fiducia poteva essere alimentata dal fatto che agli inizi degli anni ottanta il ruolo dell’opera di Pound nella cultura europea e nello sviluppo della poetica secondo-novecentesca in Italia non poteva più essere messo in discussione.

Nelle bozze l’Introduzione manca. Segno che la Corti lasciò cadere l’offerta dell’editore e non considerò degna d’attenzione l’opera critica di Pound? Le cose non stanno così e Bologna-Fabiani recuperano una spia eloquentissima: un breve saggio del 1984, Quattro poeti leggono Dante: Riflessioni, dove la Corti nomina il Dante di Scheiwiller, come un’opera in corso di stampa. Ha in mano le bozze, da cui cita, e mette in luce «l’acutissima intuizione di Pound nei riguardi delle lingue tecniche di allora» e «una preparazione linguistico-filologica sorprendente, con un’attenzione alla parola e non solo al pensiero». «Pound e la Corti, dunque, si incontravano a distanze immense, ma fruttuosamente, su un terreno comune, ancora in gran parte da esplorare: l’interpretazione della difficile canzone dottrinale Donna me prega, della quale entrambi cercarono di appianare le asperità tecniche-filosofiche percorrendo, con una precisione che ha dell’incredibile, vie non troppo dissimili, legate all’indagine stratigrafica del lessico che compone il testo».

Si tratta del primo riconoscimento italiano a Pound da parte della critica accademica. Bologna-Fabiani danno grande rilievo all’intervento della Corti perché ne condividono pienamente lo spirito: dismettere le sussiegose riserve dell’accademismo e saper cogliere, al di là delle innegabili idiosincrasie, gli aspetti più originali e validi del lavoro di Pound. È questo il senso della loro riproposta, dopo cinquant’anni, e in un contesto mutato, del magnifico Dante di Scheiwiller: «Pound ci stupisce perché sembra aver pensato prima di noi quel che noi ora pensiamo su Dante: e invece quel che oggi noi pensiamo nasce spesso dalle sue idee e scorre fino a noi lungo rivoli carsici, in un’attività di scrittura fitta e dispersiva, che questo libro contribuisce, infine, a rendere unitaria».

A Dante è rivolta la sconfinata sfida emulativa dei Cantos poundiani, la Divina commedia del nostro tempo. Pound ha conquistato una nuova lingua inglese anche attraverso Dante, trovando nella parola del poeta fiorentino la forza per risalire al di là di una maniera preraffaellitica e, soprattutto, per liquidare la retorica barocca del Miltonismo: «Dante è metafisico laddove Milton è soltanto settario». E su Dante, il suo massimo autore, Pound ci consegna intuizioni sorprendenti, idee avventurose e geniali, che Bologna-Fabiani, nella loro preziosa Introduzione, ci guidano a individuare e a meditare: il viaggio nell’Aldilà come «attraversamento di stati della mente», la rilevanza della «poetica della luce» di Riccardo di San Vittore, le modalità dell’«immaginazione oggettiva», «l’espressione ellittica di percezioni metaforiche», il movimento e il controllo delle «armonie del ritmo» – «Questo controllo del movimento è cosa ben diversa dall’impeto e abbandono della musica epica, dove il ritmo più piano penetra talmente la qualità sonora che quasi non ne può essere più districato. Le due cose differiscono quasi quanto il ritmo del tamburo dal ritmo (non dal suono) del violino o dell’organo» –, la «contemporaneità» di tutte le epoche storiche nel loro riflettersi in un testo (il che vale per la Commedia come per i Cantos).