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Alias Domenica

Prosa delicata e cliché per una vittima oscura degli anni di piombo

Anniversari, celebrazioni, commemorazioni, libri, foto: ai giorni nostri le vittime della Storia sono continuamente in primo piano. Ma – come argomenta un acutissimo saggio appena uscito di Daniele Giglioli – la retorica profusa su di loro è spesso tendenziosa, fuorviante, usata per scansare responsabilità, eludere reclami, chiudere sbrigativamente pagine ingarbugliate del passato; altrettanto spesso, inoltre, nega alle vittime vera giustizia; e non a tutte riserva la stessa importanza.
Basta a dimostrarlo l’ormai sterminata produzione saggistica, narrativa e cinematografica dedicata agli anni di piombo, che ha dato rilievo a parecchi terroristi (e del resto comprende svariate loro opere), che torna ossessivamente su Moro e sul suo sequestro, e che lascia invece sempre in ombra moltissime vittime meno eccellenti, forse troppo oscure, forse troppo scomode. Tra queste, i tanti magistrati privi di protezione uccisi disinvoltamente dalle Brigate rosse, da Prima Linea, dai Nar, sulla soglia di casa, al volante della loro auto, alla fermata dell’autobus: sovente scelti tra quelli più progressisti, più dediti al miglioramento delle istituzioni; mandati allo sbaraglio da vivi, condannati all’oblio da morti, e, malgrado qualche intensa rievocazione (in particolare le pagine consacrate da Corrado Stajano a Emilio Alessandrini e Guido Galli, rispettivamente nell’Italia nichilista e nella Città degli untori), in generale assenti dalla memoria collettiva e quasi mai presi in considerazione dalla fiction.

Proprio su queste figure richiama invece l’attenzione il nuovo romanzo di Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice (Sellerio, pp. 264, euro 14,00), imperniato su un giovane sostituto procuratore, Giacomo Colnaghi, che nel 1981, a Milano, indaga su una cellula scissionista delle Br: una vicenda impegnativa, di cui l’autore per così dire raddoppia la complessità, intervallandola con una serie di flashback su un’altra vicenda di pericolo e dolore, quella del padre di Giacomo, Ernesto, operaio di Saronno coinvolto nella Resistenza.

Il libro riesce – è la ragione principale della sua presa – a catturare in una prosa delicata e limpida impressioni e atmosfere della quotidianità, a mostrare la dimensione di normalità degli stati d’eccezione, a rendere la minuta routine di piaceri e disagi in cui seguita a sgranarsi l’esposizione al rischio sia di Giacomo che di Ernesto, sorretti entrambi da un costante slancio vitale, animati dalla vocazione alla felicità subito evidenziata nel titolo. Una vocazione peraltro di segno differente: piena e gioiosa in Ernesto, fiducioso nel futuro e nella lotta partigiana, innamorato pazzo della moglie e del figlio; molto più inquieta in Giacomo, legatissimo alla famiglia ma a disagio nel ruolo di marito e padre, forte di una salda fede religiosa ma lacerato da dubbi relativi soprattutto ai limiti del proprio lavoro; le sue riflessioni, e i suoi dialoghi con interlocutori disparati, mettono a più riprese in gioco l’inesauribile problema del senso e dei vincoli della giustizia istituzionale, argomento, dalle Eumenidi eschilee in poi, di un’infinità di opere, e già fulcro del precedente romanzo di Fontana, Per legge superiore (il cui protagonista, Roberto Doni, ricompare qui in un ruolo minore).

Ma se la narrazione sa inoltrarsi nella polvere della vita giornaliera e nel ritmo intermittente delle sensazioni e dei pensieri, se sa restituire il sapore di semplicità persistente pure nei momenti di emergenza, nel rappresentare la situazione professionale di Giacomo, e il contesto a essa retrostante, tende invece alla semplificazione. Sia perché, se evoca alcuni dei magistrati realmente assassinati all’epoca, raffigura però il protagonista (cedendo a un cliché tipico della fiction contemporanea) quasi come un eroe solitario, più agguerrito e al tempo stesso più sensibile di tutti i suoi colleghi, troppo intransigenti o troppo ottusi; sia perché lo mostra tanto reciso nel condannare la violenza dei terroristi quanto in effetti disarmato davanti alle loro ragioni, indignato quando sente un ragazzo tratto in arresto dichiarare gli omicidi sola ribellione possibile contro la spietatezza del sistema, ma anche incapace di indicargli vere alternative.

Così, questo romanzo scritto dal punto di vista di una vittima, finisce, come alcune tra le opere che seguono il punto di vista degli uccisori (il film Prima linea), per tralasciare – e far dimenticare – che ce n’erano state o ancora ce n’erano in quegli anni di altre ribellioni, ben diverse: le lotte dei movimenti, dei sindacati, di alcuni parlamentari, dei giudici stessi (l’Associazione nazionale della magistratura, nell’ottica di Giacomo sede di inutili beghe, è stata a lungo essenziale zona di resistenza contro le pressioni del potere politico). Anche alcune di queste lotte sono cadute vittime, a volte proprio del terrorismo e dell’irrigidimento repressivo a esso legato, a volte di vari giochi di interessi; come numerose vittime di carne e sangue, anch’esse sono oggi offuscate dalla smemoratezza e dalla negligenza, anch’esse avrebbero maggior diritto al ricordo: un ricordo che potrebbe fornire spunti infiniti alla letteratura, sollecitare la sua tensione alla polifonia, offrirle un più vasto e arioso orizzonte di riferimento.

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Di Matteo Bartocci

Lavoro al manifesto dal 2003. Laureato in filosofia della scienza, bassista, motociclista convinto e scalatore dilettante, ho collaborato tra gli altri per Cbs News, Reset, Radio3 Scienza, Galileo, Sapere, il Corriere della Sera, Carta, Apcom e Adnkronos. Sono sposato con Laura e ho due figlie, Olivia e Anita.