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Alias Domenica

Scattate per vanto quelle foto diventarono una condanna

Una delle immagini indelebili del Novecento ritrae un bambino con il berretto, le mani alzate e gli occhi pieni di paura, mentre un SS gli punta contro il fucile. Chi non l’ha vista in film, documentari, giornali, perfino in opere d’arte? L’immagine è diventata una icona stessa della Shoah, il simbolo, paradossale e crudele, della guerra combattuta dai nazisti contro il popolo ebraico. Ma dove è stata scattata la foto e quando? Chi sono le persone ritratte, qual è la loro storia, che ne è di loro? Sono queste le domande che hanno ispirato il libro dello storico Dan Porat, Il bambino. Varsavia 1943. Fuga impossibile dall’orrore nazista (Rizzoli, traduzione di Stefano Galli, pp. 324, e15,00), in cui convergono generi diversi: il romanzo, l’inchiesta giornalistica, la ricerca storica.

Le domande mirano a eliminare la patina di mito depositata su quella celebre foto che, votata a un’apparente sacralità, ha alimentato l’illusione della memoria servendo spesso a ricordare per dimenticare. Sui rischi di prendere la documentazione fotografica per un osservatorio privilegiato ci ha a suo tempo messo in guardia Susan Sontag in due dei suoi saggi: Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (Einaudi, 2004) e

Davanti al dolore degli altri (Mondadori, 2006). Nella sua presunta immediatezza la foto inganna: chi la guarda può essere portato a credere di aver colto il nocciolo dei fatti, mentre è fermo alla superficie. La fotografia – scrive Sontag – finisce «per nascondere più di quel che svela». L’antidoto è la parola: «solo quel che può essere raccontato ci aiuta a capire». Sono considerazioni che tanto più valgono per le foto della Shoah che proprio perché colpiscono il nostro sguardo in modo profondo e irrimediabile, richiedono la riparazione del racconto.
Il suggerimento viene accolto da Dan Porat che fa ruotare il suo libro intorno alla foto del bambino, nell’intento di salvare la forza dell’immagine e il suo potere di coinvolgimento, ma al tempo stesso affida al racconto il compito di risalire al contesto degli eventi e alla storia drammatica dei personaggi, sulla base delle fonti, ma con una disciplinata immaginazione che riempie le lacune narrative. La foto ritrova il suo posto nel famigerato Rapporto Stroop il cui titolo originale era: Il quartiere ebraico di Varsavia non esiste più. L’attenzione per questo album, e soprattutto per il bambino che alza le mani in segno di resa, non è nuova: se ne era occupato, per esempio, lo storico francese Frédéric Rousseau, Il bambino di Varsavia. Storia di una fotografia (Laterza, 2011), che ha ricostruito le vicissitudini dell’immagine, «erosa dagli usi distorti» ai quali è stata sottoposta negli ultimi decenni, al punto da essere «trasformata in menzogna».

Non è questa la conclusione a cui giunge Dan Porat che, per altro verso, prende le distanze da quanti (come Jaroslaw Rymkiewicz o Richard Raskin) hanno preteso di accertare l’identità del bambino. Non ci sono prove per sostenere che si tratti di un certo Arthur Schmiontak né, come è stato detto di recente, del medico Tsvi Nussbaum, che vive e lavora a New York.
Dietro questi tentativi Porat scorge la pericolosa volontà di cercare a tutti i costi una happy end nella storia della Shoah. Ma il bambino non si è salvato. Come avrebbe potuto, catturato in quel modo dai nazisti? Oltre il 90% degli ebrei polacchi sono stati annientati. Anche il bambino di Varsavia fa parte dei vinti, dei sommersi, di quei «testimoni assoluti», come li ha chiamati Primo Levi, che non possono più testimoniare. Il protagonista del libro di Porat è, allora, un personaggio che non c’è, che manca. Il bambino non può più parlare. È questa la grande difficoltà contro cui urta ogni ricerca sulla Shoah – il vuoto della testimonianza di cui così spesso approfittano i negazionisti. Ed è questa anche l’enormità del nulla a cui sono state ridotte le vittime.

Porat racconta le storie di coloro che possono avere incontrato il bambino, le cui vite possono avere anche solo sfiorato la sua. I personaggi riemergono così dalle cinquantadue foto, scattate da Franz Konrad e meticolosamente raccolte dal generale delle SS Jürgen Stroop a cui era stato affidato il compito di radere a suolo il ghetto di Varsavia. L’obiettivo della macchina fotografica è dunque quello del carnefice che con orgoglio documenta le propria gesta. Il tedesco che punta il fucile contro il bambino è Josef Blösche. Anche lui si era convinto che la Germania era stata pugnalata alla schiena da socialisti, comunisti e ebrei; ebrei che erano «vampiri» e «dedicavano il loro tempo a ordire complotti contro gli ariani».

Con uno stile asciutto Porat ritrae i tre carnefici, il grigiore di quella piccola borghesia tedesca da cui provenivano, le loro frustrazioni e meschinità, l’ansia di rivalsa, la guerra combattuta contro nemici senza armi, fra i quali finiscono anche i bambini. Di qui la domanda che attraversa tutto il libro e resta senza risposta: che cosa li aveva spinti a immortalare la loro impresa? Come poteva una foto come quella del bambino rappresentare la loro vittoria, essere il simbolo della trionfale lotta del Terzo Reich contro il nemico israelita? Le storie dei carnefici si intersecano con quelle delle vittime in un crescendo che lascia il lettore senza fiato e lo spinge a seguire il cammino frastagliato che Porat disegna sfogliando quasi l’album delle foto. Si staglia allora, sullo sfondo di quei giorni dell’aprile 1943, la figura di Rivkah Trapkowits che si sarebbe tentati di definire il personaggio principale, se non fosse che non è lecito parlare qui di ruoli più o meno importanti, ma solo di sommersi e salvati.
Rivkah lascia presto la famiglia, entra in un kibbutz dove, malgrado i nazisti, ci si comporta già secondo le forme della condivisione. Dopo aver combattuto nel ghetto, viene deportata ma, nel treno verso Treblinka, si getta dal finestrino nel vuoto doloroso della libertà. Riuscirà a sopravvivere nella Polonia ostile, fino alla nuova vita che la aspetta in Israele. Ma anche nella storia di Rivkah non c’è un happy ending. Nelle ultime pagine si incontra la foto del figlio Haim (che in ebraico significa vita) morto nella guerra del Kippur. Avrebbe potuto essere anche questa – sembra suggerire Porat – la sorte del bambino di Varsavia.

«Un finale tormentato» – così si intitola l’ultimo capitolo del libro. La foto ricompare a Berlino Est il 23 aprile 1969 nel processo contro Josef Blösche, l’unico dei tre sfuggito all’arresto nel dopoguerra. È ritenuto responsabile di dozzine di esecuzioni singole e una ventina di esecuzioni di massa. I testimoni lo accusano; ma la foto in cui punta il fucile non lascia ombra di dubbio. Il bambino lo condanna.     La risposta è banale: il generale delle SS Jürgen Stroop, a cui era stata assegnata l’incombenza di radere al suolo il ghetto, si riprometteva di vantare con le gerarchie del Reich, e soprattutto con Himmler, i meriti acquisiti sul campo per ottenere un avanzamento di carriera. Ma furono proprio quelle foto il documento probatorio nel processo contro di lui e contro Franz Konrad che le aveva scattate.

Porat descrive però anche le vicende di Josef Blösche l’SS che punta il fucile, sfuggito all’arresto nel dopoguerra e processato dalla Stasi a Berlino est nel 1969. Un gran lavoratore, serio e coscienzioso, secondo quanto riferirono moglie, figli e amici, a cui aveva nascosto tutto: era stato il responsabile di dozzine di esecuzioni singole e di una ventina di esecuzioni di massa per il tribunale. «Lei è in piedi con un mitragliatore» – lo incalza il giudice mostrandogli la foto.