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Alias Domenica

Schernikau, cercando un’identità, senza maiuscole

Una ragione per leggere il tenerissimo romanzo Canzone d’amore da un tempo difficile di Ronald M. Schernikau (L’orma editore, trad. di Stefano Jorio, pp. 118, euro 11,00) va cercata nelle caotiche teche di Youtube, in un filmato di patina analogica nel quale l’autore del libro – presentato oggi per la prima volta in Italia ma risalente al 1980 – recita con un filo di voce, intonata e rotta da qualche smemoratezza, una canzone di James Krüss su diluvi, uomini, colombe e paradisi. L’inquadratura è studiatissima: Schernikau, impigliato in un lungo abito nero dal taglio femminile, lascia cadere i capelli biondi sulle spalle, mentre braccia e gambe smisurate traspongono in un intreccio aguzzo i moti di una qualche timidezza; sulla parete, come in una composizione manierista, la superficie lucida riflette l’arco mansueto della schiena, quasi un inchino prolungato di benvenuto. Gli occhi azzurri si fanno enormi per un’aggiunta di blu a ombretto; e tutto vi racconta di una naiveté scoperta ma tanto più franca nell’ineasuasta richiesta d’ammirazione, nella seduzione di cui s’illumina lo spazio bianco della stanza vuota, equipaggiata solo di un plaid scuro contro i freddi inattesi.
Per quei pochissimi duri di cuore, in grado di sottrarsi all’incanto complesso e fragile di un video siffatto, si potrebbe addizionare un diverso incentivo: nel 2009 Voland ha tradotto un’entusiasmante «biografia collettiva» composta da Matthias Frings, incardinata – nello scandaglio sentimentale della scena gay berlinese fra gli anni ottanta e novanta, apertasi a nuova visibilità dopo le lotte del decennio precedente – attorno al perno saldo della figura di Schernikau, nato a Magdeburgo nel 1960 e fuggito giovanissimo dalla RDT al seguito della madre; trasferitosi a Lehrte avrebbe pubblicato, ad appena vent’anni, la storia (ampiamente autobiografica) di un coming out minorenne in un piccolo centro della Germania Federale: appunto la trama trasferita nella Canzone d’amore il cui titolo originale recitava, non a caso, Kleinstadtnovelle. Da quel paese, sulla scia del trascinante successo arriso alla sua opera prima, si sarebbe insediato a Berlino, inaugurando un’esistenza engagée e flamboyante per poi decidersi, nell’86, ad affrontare in senso inverso la corrente che portava uomini e donne dall’Est all’Ovest. Accolto a Lipsia presso l’Istituto ‘Joahnnes R. Becher’, avrebbe infatti ottenuto – a pochi mesi dalla caduta del muro – la cittadinanza della Repubblica Democratica, morendo nel ’91 per le complicanze dell’AIDS.
Con queste parole Frings descrive l’amico: «era così … giovane! Mentre ci veniva incontro mi sembrò al contempo fragile e sicuro di sé. Molto alto e molto magro … il volto sembrava disegnato a carboncino. Perfettamente simmetrico … sopra il labbro superiore una lanugine che aspirava a diventare baffi gli conferiva un’aria tardoadolescenziale»; e ne completa poi il profilo coll’urgente ricordo dei suoi gusti musicali, da Howard Carpendale a Chris Doerk, da Uschi Brüning all’epica Milva della svolta brechtiana. Stupisce allora quanto tali righe coincidano con l’immagine con cui si è inaugurato questo articolo: come se il ‘personaggio Schernikau’ avesse subito una precoce cristallizzazione, intesa per magnificarne gli attributi con una fedeltà a tal punto rigorosa al ritratto d’insieme da pervaderne la sfera intima e pubblica, senza filtri di sorta, in un inestricabile travaso fra vita e letteratura.
Tanto più allora è importante la proposta de L’orma – casa germanofila, il cui catalogo conta Johnson e Müller – perché il Romanzo della piccola città consente di assodare quanto una simile operazione trovasse nella sua intenzionalità autoriale un’orchestrazione sicura. La scrittura, infatti, vi si intona a un ritmo cadenzato, libero dal rigido schema delle maiuscole e dei segni di interpunzione, in un palpito che ha – dalle nostre parti – un eloquente corrispettivo nelle coeve prove di Tondelli (Altri libertini è dell’80); e lo stesso incipit torna su un’istantanea del protagonista, delineando un’icona imperitura rispetto alla breve esistenza dell’effigiato, sospesa fra dati di femminilità e mascolinità: «il suo corpo bello e allenato … le sopracciglia che si toccano, … il labbro superiore con quella peluria puberale che ha tanto successo, il grosso glande rosso pallido … le lunghe ciglia». Lo sciolto monologo interiore – un flusso di coscienza modernista declinato in chiave di «neue Subjektivität», con l’aggiunta di tinte pop e colori accesi, sigle ideologiche e slogan contemporanei – si fa carico pertanto di una quête identitaria la quale, attraversando innumerevoli epifanie di specchi, trova nell’esordio una sintesi efficace e commovente: «ho paura. sono femmina, sono maschio, doppio. sento il mio corpo allontanarsi dal mio corpo, vedo le mani bianche …, non voglio essere doppio, chi sono? voglio essere io, maschio, femmina, vedo solo bianco. sono di fronte a me stesso, voglio raggiungermi, … vedo, bacio, abbraccio, mi riunifico a me stesso».
Non vi si può non riconoscere una specie di parodia deferente del «longtemps, je me suis couché de bonne heure» proustiano: una scelta capace da sola di problematizzare la perfetta trasparenza del récit del Kleinstadtnovelle, a un tempo svelandone la giovanile, smisurata, impudente ambizione di ‘classico’.