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Se il capitalismo Usa ristagna

La forza vincente del capitalismo è nell’esprimere un volume di merci crescente attraverso il progresso tecnico, per profitto rivolto all’accumulare e al produrre. Più degli altri economisti classici lo comprese Marx, che – crisi per lui esiziali a parte! – rifiutò le ipotesi di stato stazionario del sistema.

La previsione del Fondo monetario internazionale è di crescita del Pil mondiale nel 2016-2021 compresa fra il 3 e il 4 per cento l’anno (2% negli Stati uniti, economia fra le più “mature”): inferiore al 4,9% del 1950-1973, ma ben maggiore rispetto alle stime storiche di Angus Maddison (1,3% nel 1820-1950) e in linea con il 3,3% del 1973-2015.

Nondimeno, noti economisti hanno riproposto il timore che prevalga su scala mondiale una tendenza al ristagno. Summers, Krugman, Eichengreen antevedono un eccesso del risparmio sull’investimento. Ne riscontrano il principale sintomo nel basso livello attuale dei tassi d’interesse. Analogamente a quanto preconizzato nel dopoguerra con diversi accenti da Hansen, Steindl, Baran, Sweezy e altri, essi pensano che produzione e occupazione incontreranno limiti dal lato della domanda globale.

Non li dissuade che le previsioni di allora furono clamorosamente smentite dalla più rapida crescita della storia, interrotta solo dalla crisi petrolifera del 1973.
Ma i bassi tassi d’interesse non dipendono da eccesso di risparmio. Dipendono dalle aspettative di deflazione dei prezzi e dai patetici sforzi delle banche centrali di contrastare con immensa liquidità una deflazione che si sono lasciate colpevolmente sfuggire e che non sono più in grado di arrestare. In ogni caso, per la crescita di lungo periodo cruciale è la produttività, alimentata dalle innovazioni. Come ha spesso detto Solow, «la crescita di trend è principalmente dovuta a fattori d’offerta». Se c’è produttività, la domanda si promuove, si stimola.
Lo stagnazionista col quale vale la pena di confrontarsi è colui che motiva una tendenza del progresso tecnico a spegnersi e quindi della produttività – il lato d’offerta del sistema – a scemare.

E’ questo il caso di Robert J. Gordon. Egli ci ha donato un gran libro: The Rise and Fall of American Growth. The U.S. Standard of Living Since the Civil War, (Princeton University Press). Il libro è al tempo stesso molto analitico e di estrema sintesi sulla vicenda storica post-1870, sull’attualità e sulla prospettiva dell’economia degli Stati uniti che, seppure superata dalla mole di quella cinese, tuttora esprime quasi un sesto del prodotto mondiale.

Gordon perviene a tre principali conclusioni. Produzione e benessere negli Stati uniti hanno conosciuto la migliore stagione nel 1920-1970. Da allora, tra oscillazioni, ha prevalso un tendenziale rallentamento. La previsione spinta al 2040 è che l’incremento del Pil reale dell’americano medio scenderebbe allo 0,8% l’anno, dopo il 2,4% del 1920-1970 e l’1,8% del 1970-2014.

Il progresso tecnico, approssimato dal pur discutibile concetto di produttività totale dei fattori (Tfp), ebbe nel 1920-1970 parte preponderante: toccò allora negli Usa l’1,9% l’anno, nettamente al disopra dello 0,5% del 1890-1920, dello 0,6% del 1970-1994, dell’1% del 1994-2004 e dello 0,4% riscontrato nel 2004-2014. Il cinquantennio 1920-1970 di più rapido avanzamento include la depressione del 1929-1933 e la partecipazione americana alla Guerra Mondiale nel 1941-1945. L’aumento annuale della Tfp fu rapido negli anni Trenta (+1,8%) e spettacolare negli anni Quaranta (+3,4%). Influirono, secondo Gordon, il favor del New Deal per i sindacati, gli aumenti salariali, l’accorciamento della giornata lavorativa, prima, poi lo sforzo formidabile dell’industria quale macchina bellica. Negli anni Trenta le imprese risposero alla spinta sui profitti proveniente dal costo del lavoro con più alta intensità di capitale (spesso finanziato dal governo) e con beni strumentali innovativi, Nella guerra, il patriottismo legò lavoratori e dirigenti in un comune apprendere facendo. Se nel 1942 ai cantieri Kaiser si prevedevano otto mesi per assemblare una nave da trasporto Liberty, l’anno dopo bastarono poche settimane, in un caso estremo quattro giorni!

Nel dopoguerra alla spesa militare si sostituì negli Usa la spesa civile, per cucine elettriche e a gas, frigoriferi, lavatrici, asciugabiancheria, lavapiatti, auto, televisori. La dinamica della Tfp restò elevata ancora nei decenni Cinquanta e Sessanta, meno approfonditi nel libro. Il grande rallentamento coincise con la crisi – a mio avviso “da sproporzioni”, sottovalutata da Gordon – degli anni Settanta per proseguire poi.

La Terza Rivoluzione Industriale, del calcolatore e del digitale, è rimasta invece limitata. Non si è estesa agli acquisti del cibo, del vestiario e delle calzature, delle automobili e del loro carburante, del mobilio, degli elettrodomestici e dei casalinghi in genere.

Anche sul futuro dell’innovazione negli Usa Gordon è profondamente scettico.

L’innovazione proseguirà, a ritmo anche sostenuto, ma il suo impatto sull’economia americana rimarrà modesto. Lo confermano diverse tendenze recenti, negative: investimenti netti, nascita d’imprese nuove, capacità manifatturiera, transazioni di Borsa, rapporto prezzo/qualità e quantità dei chip nei computer. Il lavoro negli uffici non cambia. Gli smartphone sono per lo più usati dagli impiegati in ufficio per scopi personali, non escluse le distrazioni. Lo stesso e-commerce non arriva a rappresentare il 7% delle vendite al dettaglio. Lo confermerebbero altresì le previsioni sulla ricerca scientifica e tecnica del futuro in quattro campi: la medicina (forse capace di curare meglio i corpi, non la demenza senile e l’Alzheimer); la robotica (incapace di fare a meno dell’uomo); l’intelligenza artificiale (idem); l’automobile senza guidatore (idem). La bassa dinamica della produttività del lavoro e un tasso di disoccupazione inferiore al 5% in America sono ulteriori argomenti contro gli ottimisti della tecnologia pessimisti dell’occupazione, come Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee.

Alla previsione di crescita mediocre del Pil pro-capite medio degli americani Gordon perviene quindi scontando una bassa dinamica della produttività del lavoro. Vi perviene altresì evocando quattro “venti contrari” che a suo parere freneranno il progresso sia del Pil sia del tenore di vita della maggior parte dei cittadini americani: la sperequazione distributiva; lo scadimento dell’istruzione; l’invecchiamento della popolazione; la necessità di ridurre un debito pubblico che attraverso la crisi del 2008-2009 è arrivato al 108% del Pil. Al di là di questa congerie di forze dall’effetto quantificabile, continueranno a influire in negativo fattori qualitativi come la globalizzazione e il riscaldamento globale.

Il libro si conclude con un Poscritto sulle politiche che potrebbero contrastare la tendenza al ristagno. Progressività del sistema tributario, salario minimo, amnistia per i detenuti, legalizzazione delle droghe, istruzione, de-regolamentazione, migliore immigrazione sono alcune linee possibili d’intervento. Gordon le auspica, sebbene tema che il loro effetto non supererebbe i pochi decimi di punto.

«Le invenzioni del 1870-1920 sono irripetibili. La politica statale non è al suo meglio nel promuovere l’innovazione. I suoi margini per favorire gli investimenti sono scarsi».
Sono, queste, le tre proposizioni di fondo che possono non convincere financo il lettore che abbia condiviso la descrizione, l’analisi, le proposte offerte da questo splendido libro.
Quasi per definizione, vi sono limiti alla prevedibilità dell’innovazione, se veramente tale. Quindi non si può escludere che negli stessi Stati uniti o altrove nel mondo un’ennesima rivoluzione tecnica esprima produttività a ritmi ben superiori a quelli sperimentati dall’economia americana negli ultimi decenni. Inoltre ancora il 20% della forza lavoro mondiale è impiegata in agricoltura (30% in Cina, 50% in India) e il suo trasferimento a industria e terziario innalzerebbe di molto la produttività media. Non vi sono sufficienti motivi d’ordine generale per ipotizzare che venga meno la ragion d’essere basilare di un siffatto modo di produzione, sebbene esso resti strutturalmente iniquo, instabile, inquinante.

Contrariamente a quanto affermato da Gordon, lo Stato ha ampie possibilità di promuovere la ricerca e il progresso tecnico, sia al proprio interno e nelle sue università e agenzie, sia nel settore privato. Nel caso statunitense ciò è avvenuto in passato, come documentano studi, che Gordon non cita – quali quelli di M. Mazzucato e altri – e come lo stesso Gordon documenta con riferimento alla Seconda Guerra Mondiale. E’ avvenuto in Italia, anche attraverso gruppi pubblici come l’Iri e l’Eni. E’ avvenuto altrove.

Infine, Keynes dovrebbe aver in via definitiva chiarito che gli investimenti pubblici possono avere effetti potenti non solo moltiplicando domanda globale e occupazione, ma anche promuovendo la produttività privata attraverso utili infrastrutture. E’ quindi sorprendente che Gordon non noti come negli Stati uniti dagli anni 1950-1960 a oggi gli investimenti pubblici si siano ridotti su base netta da oltre il 3% del Pil a valori prossimi allo zero. Anche nell’insieme delle economie avanzate il rapporto fra investimenti pubblici e Pil dagli anni Ottanta è sceso. La tendenza va invertita. Se ben congegnati gli investimenti pubblici, oltre a sostenere domanda e produttività, nel medio periodo si autofinanziano, non alimentano il debito pubblico.

Ricerca e investimenti configurano per lo Stato un ruolo, un dovere d’intervento nell’economia, che integra e per certi aspetti va oltre la correzione dei cosiddetti fallimenti del mercato.
Si può essere meno pessimisti di Gordon…

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Di Roberto Ciccarelli

Roberto Ciccarelli,giornalista, filosofo, blogger ha scritto Diritto e beatitudine in Baruch Spinoza, Carocci e Immanenza per il Mulino), (La furia dei cervelli, manifestolibri, con Giuseppe Allegri) o 2035. Fuga dal precariato (Il Saggiatore, 2011), (“Il Quinto Stato” per Ponte alle Grazie 2013, con Giuseppe Allegri).