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Se Mps diventa banca pubblica con la Cassa

Nel sistema bancario italiano sotto attacco, il Monte dei Paschi di Siena, la terza maggiore banca italiana, non ha più un azionista stabile e balla in borsa in preda a tempeste speculative. Per mettere al riparo i quattro milioni di risparmiatori del MPS servirebbe un deciso intervento del governo e della Cassa Depositi e Prestiti.

Sono in molti a intravedere una “regia” dietro agli eventi di queste ore: secondo fonti vicino al Pd e ai palazzi di Bruxelles, il crollo in borsa di MPS e di altre banche italiane sarebbe scaturito da una voce messa in giro ad arte da un funzionario del servizio di vigilanza della Bce, secondo cui a breve sarebbe arrivata a Roma una lettera “di richiamo” della Banca centrale europea (si ricorderà che nel 2011 fu proprio la famosa missiva della Bce a segnare l’inizio della fine per Berlusconi).
Questo sarebbe bastato a scatenare la bufera in borsa. Alla luce di ciò, anche la decisione della Bce di qualche giorno fa di avviare nuove indagini sullo stato patrimoniale di cinque istituti italiani – notizia che ha comprensibilmente scatenato un panic selling ancora più furibondo – assume una forte valenza (e Draghi è intervenuto per calmare le acque). Nella migliore delle ipotesi, dimostra l’assurdità di un sistema regolatorio che dovrebbe garantire la stabilità finanziaria e invece ottiene l’esatto contrario.

A questo punto, il governo Renzi dovrebbe intervenire al più presto per nazionalizzare la banca senese grazie all’intervento della Cassa Depositi e Prestiti. La CDP di Claudio Costamagna e di Fabio Gallia dovrebbe giocare il ruolo maggiore per salvare il sistema bancario italiano, minacciato dalla montagna di crediti deteriorati e dalle nuove pessime norme sull’unione bancaria voluta dalla Commissione UE. Basterebbero circa 300 milioni per diventare l’azionista di controllo di MPS, dal momento che le azioni della banca hanno perso molto valore. E in Francia e in Germania lo Stato controlla già direttamente molti istituti bancari.

L’unione bancaria europea è una disunione perfetta, perché i risparmiatori di ogni paese per la prima volta sono chiamati a pagare per i dissesti delle loro banche nazionali, e perché (per volontà esplicita del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble) manca un fondo pubblico europeo che garantisca i risparmi dei cittadini europei e la copertura della Banca Centrale Europea come garante di ultima istanza. Si tratta di un attacco diretto al sistema bancario italiano, che rischia di venire soffocato da una montagna di crediti deteriorati pari a 360 miliardi, poco meno del 20% di tutti gli impieghi. Le conseguenze di una crisi bancaria sistemica sarebbero incommensurabili. C’è quindi la urgente necessità di un deciso intervento pubblico.
A fine giugno 2015, i prestiti deteriorati delle banche italiane ammontavano a 360 miliardi di euro, pari al 18% del totale; all’interno di questo aggregato, le “sofferenze”, quindi i prestiti considerati irrecuperabili, ammontavano a 210 miliardi (10,3% degli impieghi). Molte aziende e famiglie non sono più in grado di ripagare i prestiti. La crisi provocata dalla suicida austerità imposta da Bruxelles (con la complicità dei governi Monti, Letta e, finora, Renzi) ha colpito duramente. In questa situazione è difficile uscire dalla crisi. Se il governo non vuole ripetere su scala nazionale il disastro delle piccole quattro banche regionali, la cui crisi è stata pagata dagli azionisti e dagli obbligazionisti junior, dovrebbe mobilitare immediatamente la CDP, la società finanziaria controllata dal Tesoro e dalle Fondazioni di origine bancaria, ma formalmente privata. Se la CDP non interviene la situazione rischia di precipitare.

Da quest’anno infatti, a causa delle norme assurde e ingiuste dell’unione bancaria europea, i risparmiatori e tutti gli obbligazionisti saranno chiamati a pagare i dissesti bancari provocati dalla crisi, generata proprio dall’austerità europea e molto spesso dalla corruzione e dalle malversazioni criminose dei vertici bancari. Un progetto che colpisce gli Stati più deboli e fa a pugni con la Costituzione italiana, e che potrebbe mettere in ginocchio soprattutto le banche medie e piccole di territorio. I risparmiatori fuggiranno prevedibilmente dalle banche minori verso le grandi banche internazionali ritenute più sicure a causa delle loro enormi dimensioni. È per questo motivo che le maggiori banche internazionali hanno promosso e salutato con gioia l’avvento dell’unione bancaria. Ma questa falsa unione potrebbe anche far cadere il governo Renzi. Il premier, dopo l’esperienza di Banca Etruria e delle altre banche in crisi, ha capito che deve scontrarsi con la Ue se vuole rimanere in sella.

Perché la CDP guidata da Claudio Costamagna e da Fabio Gallia, nominati recentemente dallo stesso Renzi, ha le migliori possibilità di intervento? Perché la CDP è giuridicamente una società privata e quindi è fuori dal perimetro del bilancio pubblico. I suoi debiti non sono debiti di stato: la CDP ha quindi, almeno sulla carta, ampia libertà di manovra di fronte alla Ue.

La CDP dovrebbe emettere decine di miliardi garantite dal loro valore fiscale e, grazie a queste nuove risorse, promuovere e garantire una bad bank che acquisti i 360 miliardi di crediti deteriorati e li rivenda a buon prezzo alle società specializzate nel recupero crediti. In questo modo governo e CDP alleggerirebbero i bilanci bancari; e le banche potrebbero riprendere a finanziare l’economia e lo sviluppo. Purtroppo però la bad bank italiana è conBerlino, che non vogliono “aiuti di stato”. Dopo che la trastata frontalmente dalla Ue e da Germania ha però già dato 250 miliardi di aiuti pubblici alle sue banche. Due pesi e due misure, come sempre, in questa Unione europea sempre più a guida teutonica.

La nazionalizzazione di una grande banca come MPS è indispensabile per ridare fiato all’economia, soffocata dalla mancanza di moneta creditizia. In Germania e Francia molti istituti di credito nazionali e locali vedono già la partecipazione azionaria e il controllo dello Stato: in Italia invece lo Stato si è ritirato completamente da tutte le banche lasciando il passo ai capitali internazionali. Il risparmio nazionale rischia di finire completamente in mani straniere.

La CDP ha però un vincolo oggettivo: non può assolutamente mettere a rischio i soldi dei risparmiatori postali. Ha quindi bisogno di trovare sul mercato nuovi finanziamenti per decine di miliardi, non solo per risollevare il sistema bancario ma gran parte dell’industria strategica nazionale, che sta passando in mani estere (vedi i casi di Telecom Italia e dell’Ilva). Come trovare nuove ingenti risorse? Finora la soluzione prospettata da CDP è di puntare alla partnership con il capitale straniero e con i fondi sovrani esteri, arabi, cinesi, ecc.

Ma esiste anche un’altra soluzione: la CDP potrebbe emettere miliardi di obbligazioni a lungo termine (per esempio 20 anni) garantite dallo Stato. Grazie all’accordo con lo Stato, le obbligazioni CDP potrebbero essere accettate nel medio termine (per es. dopo 3 anni) come sconto fiscale pari al loro valore nominale. I titoli CDP non subirebbero allora oscillazioni e svalutazioni, in quanto pienamente garantiti per “pagare le tasse”.

Lo Stato, in cambio della sua garanzia fiscale, otterrebbe un credito verso la CDP pari al valore delle obbligazioni utilizzate come sconto fiscale. Così non aumenterebbe il debito pubblico e la CDP riuscirebbe finalmente a finanziare nuovi investimenti e ad attuare una efficace politica industriale. Senza un deciso intervento pubblico non si uscirà mai dalla crisi.

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Di Matteo Bartocci

Lavoro al manifesto dal 2003. Laureato in filosofia della scienza, bassista, motociclista convinto e scalatore dilettante, ho collaborato tra gli altri per Cbs News, Reset, Radio3 Scienza, Galileo, Sapere, il Corriere della Sera, Carta, Apcom e Adnkronos. Sono sposato con Laura e ho due figlie, Olivia e Anita.