Categorie
Alias

Quando l’Urss divenne free

Free jazz e Unione Sovietica. Un binomio inusuale, che unisce due dimensioni concettuali apparentemente agli antipodi: da una parte, la gelida e austera compostezza con cui spesso è dipinta l’Urss nella narrazione comune; dall’altra, il genere musicale incendiario che ha fatto della libertà compositiva e della rottura degli schemi i propri tratti distintivi. Nei primi anni Sessanta anche il leader sovietico Krusciov sosteneva questa incompatibilità: «Non mi piace il jazz. Quando lo ascolto alla radio mi sento come se avessi dell’aria nello stomaco». Eppure, questi due mondi si sono incontrati, e piaciuti, nel 1962 ad Helsinki, in Finlandia. L’occasione fu l’esibizione dell’Archie Shepp & Bill Dixon Quartet all’8th World Festival of Youth and Students, una sorta di internazionale giovanile che riuniva i movimenti di sinistra e studenteschi, patrocinato dall’Unione Sovietica. La storia di questo concerto è al centro di un libro appena pubblicato – Free Jazz Communism di Sezgin Boynik e Taneli Viitahuhta (Rab-Rab Press, 165 pp.), disponibile in lingua inglese – in cui si ripercorrono le vicende organizzative del festival con dovizia di particolari, immagini e documenti d’archivio. Una storia sorprendente tra contrasti politici, rivalità musicali e ingerenze governative degne di un film di spionaggio.
Il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti nacque nel 1947 come evento internazionale organizzato dalla Federazione mondiale della gioventù democratica (WFDY) e dall’Unione Internazionale degli Studenti (IUS), due storiche sigle della sinistra studentesca post-bellica. Durante gli anni della Guerra Fredda divenne un enorme appuntamento a cadenza biennale di sostegno al blocco orientale, in cui delegazioni provenienti da tutto il mondo venivano accolte e ospitate ogni volta in una città diversa. L’ottava edizione, nel 1962, si tenne curiosamente nel «campo neutro» di Helsinki, capitale di uno stato non allineato. Per la città, l’evento era epocale: migliaia di giovani da tutto il mondo sarebbero accorsi per partecipare a dibattiti politici, eventi sportivi, mostre d’arte e concerti. Yuri Gagarin, che soltanto l’anno precedente era diventato il primo uomo a volare nello spazio, era atteso come ospite d’onore.

COMUNISTI IN USA
Per il programma musicale, il comitato organizzatore decise di appoggiarsi al Partito comunista statunitense e all’orbita di movimenti artistici ad esso collegati. Uno di questi, il collettivo letterario On Guard for Freedom, fondato dall’attivista afroamericano Calvin Hicks e di ideologia panafricanista, annoverava tra suoi membri alcuni esponenti della neonata scena free jazz newyorkese. Grazie a questa rete di conoscenze, Archie Shepp, Bill Dixon e i componenti del loro quartetto (Don Moore al contrabbasso e Howard McRae alla batteria) vennero invitati ad esibirsi ad Helsinki. Per pagargli il viaggio, il partito organizzò alcuni concerti di auto-finanziamento a New York. Tra questi, uno in particolare si distingueva per una line-up speciale: oltre a Shepp e Dixon, il 25 aprile 1962 si alternarono sul palco il pianista Cecil Taylor, Pete Seeger e un giovane folk singer agli esordi, Bob Dylan.In Finlandia, nel frattempo, l’entusiasmo per i preparativi si sovrapponeva alle proteste e ai malumori delle opposizioni anticomuniste. Oltre ai partiti conservatori locali, anche i servizi governativi stranieri monitoravano l’evento.
Venne orchestrata una campagna mediatica contro il festival, e venne diffuso un giornale gratuito in diverse lingue che ne denunciava la linea filosovietica. Inoltre, nello stesso periodo, venne organizzato un festival parallelo con ospiti jazz internazionali, significativamente chiamato Young America Presents. Alcuni documenti ufficiali recentemente resi pubblici hanno dimostrato che la Cia, insieme al governo britannico e a quello della Germania Ovest, erano i finanziatori occulti di queste operazioni di disturbo.
Nonostante le opposizioni, l’evento fu un successo. Vi parteciparono più di 18mila giovani provenienti da 137 paesi diversi e la delegazione italiana fu tra le più numerose. Shepp, Dixon, McRae e Moore sbarcarono ad Helsinki dopo un lungo viaggio in nave, in tempo per assistere a una sontuosa cerimonia di inaugurazione. Poco prima del concerto, il quartetto si trasformò in un quintetto: il clarinettista Perry Robinson –-figlio del cantautore simbolo della sinistra americana anni Cinquanta, Earl Robinson – raggiunse in solitaria la capitale finlandese e convinse gli altri ad accoglierlo sul palco.
Il gruppo si esibì ad Helsinki in due occasioni, al Conservatorio cittadino e al Rowing Stadium, entrambe registrate dalla televisione di Stato. Archie Shepp e Bill Dixon presentarono al pubblico il loro stile avanguardistico, in cui le strutture tipiche del jazz venivano stravolte da momenti di assoluta libertà da parte dei solisti. L’influenza di Ornette Coleman – la sua opera che battezzò il genere, Free Jazz: A Collective Improvisation, era uscita l’anno precedente – era onnipresente nelle divagazioni dei due. La scaletta, ricostruita nel libro, univa composizioni rivisitate dei grandi maestri – John Coltrane e Randy Weston, ma anche Charlie Parker e Thelonious Monk – a composizioni originali. Tra queste, Viva Jomo!, dedicata all’ indipendentista e futuro presidente keniota Jomo Kenyatta, ben rappresentava l’impegno politico del gruppo per questioni come la decolonizzazione in Africa, l’antimperialismo e le battaglie per i diritti civili. A tal proposito, in un’intervista concessa agli autori del libro, Shepp dichiara: «Nella mia musica volevo esprimere i miei sentimenti politici, e al tempo il jazz non era mai stato associato a qualcosa di politico. Era qualcosa di solo artistico o, per i veri razzisti, “musica da negri”. La mia musica lottava contro queste cose».

CRITICHE
In platea, inoltre, c’era uno spettatore d’eccezione: il sassofonista danese John Tchicai. Come dichiarò in seguito, proprio quel concerto lo convinse a partire per gli Stati Uniti e ad avviare una carriera che lo avrebbe portato a incidere con lo stesso Shepp e, tra gli altri, John Coltrane.
Le sperimentazioni del quintetto, tuttavia, non trovarono riscontri positivi nei quotidiani finlandesi. A parte qualche eccezione, le due esibizioni furono aspramente criticate. Una recensione apparsa su un giornale locale recitava: «Se volevano essere seri, il risultato è stato pessimo. Se volevano provare un nuovo stile, hanno fallito». Al contrario, i concerti organizzati dall’anti-festival filostatunitense vennero elogiati in maniera unanime dalla stampa, che esaltava in particolare la performance di Jimmy Giuffre, l’ospite più in vista, contrapponendola alle «cacofonie» proposte dal quintetto.
A dispetto delle critiche, il concerto di Archie Shepp e Bill Dixon ha rappresentato un evento storico per la Finlandia: non solo per l’esibizione di due tra i musicisti migliori della loro generazione, ma anche per il duello tra i due blocchi opposti della guerra fredda a ritmo di musica jazz.
A festival concluso, il gruppo si separò: Bill Dixon e Perry Robinson partirono per la Svezia, dove incontrarono e condivisero il palco con l’allora espatriato Albert Ayler. Archie Shepp, invece, ne approfittò per un viaggio in Unione Sovietica, in cui si impegnò per sfatare il mito dell’incompatibilità tra jazz e Urss: «Ho partecipato al dibattito, spiegando che la black music è sopravvissuta nonostante il capitalismo, e non grazie ad esso».

Categorie
Alias

«Palermo Pop», il trionfo del Sud in tre edizioni storiche

Ci fu un tempo, in Italia, in cui l’etichetta «pop», applicata alla musica, significava contemporaneamente una sorta di ombrello pan-stilistico buono per ogni evenienza, e, fatto ancor più curioso, anche l’opposto rispetto a quanto intendiamo oggi, musica di facile confezionamento e altrettanto facile presa. Ci fu un tempo in cui la parola «pop» significava dunque sia «rock», sia «qualsiasi cosa vogliate ascoltare, e che non rientri nei canoni di quanto vi fa vedere la televisione o vi trasmetta la radio di stato». Non a caso, e provocatoriamente, il più grande gruppo di confine del rock di quegli anni, gli indimenticabili Area di Demetrio Stratos, al nome usavano accostare la dizione «International (pop)ular Group». In realtà quel «pop» era contrazione a uso di un nuovo mazzo di subculture stilistiche di «popular», cioè del termine anglosassone che raggruppa fenomeni che coinvolgono larghe fasce di popolazione, soprattutto giovanili, a partire dal secondo dopoguerra, fenomeni che stanno molto spesso in bilico precario tra ragioni di mercato e consapevole produzione artistica. Si pensi ai Beatles. O ai Pink Floyd.
L’etichetta-ombrello e il riferimento a un rock ancora inquieto, per nulla adottato nei miti e riti della televisione sonnacchiosa furono centrali per tre anni di eventi, appunto «pop» che, sorprendentemente, non coinvolsero quella parte d’Italia che s’immagina sempre come la più aperta e reattiva nei confronti dei nuovi consumi culturali, dunque il Nord e la Capitale. Per tre anni, accanto agli eventi che coinvolgevano Milano e Bologna, Roma e Genova fu sempre necessario accostare il nome di una città molto, molto più a sud. Palermo. Sede per tre anni consecutivi delle indimenticabili edizioni dell’affollatissimo Palermo Pop Festival. Due almeno memorabili. Dal 1970 al 1972. La prima nel luglio del 1970, esattamente mezzo secolo fa, dal 16 al 19. Fu un vero «evento», in un’epoca in cui, sempre a proposito di termini, non si abusava della parola come oggi, che è diventato «evento» qualsiasi cosa accada. Fu qualcosa di straordinario, che lasciò un segno nelle coscienze e nei gusti di una generazione, che rivelò prospettive musicali, culturali ed esistenziali inattese, e fu anche, caso abbastanza unico, un modo per mettere a confronto direttamente lacerti diversi e per nulla complementari della «cultura pop»: in un affollatissimo range stilistico di proposte che spaziavano in realtà dal jazz più mainstream che esistesse all’avanguardia art-rock pura. Dalla canzone leggera alla francese al folk revival che non aveva ancora fatto incetta di frecce per la propria faretra, ed era ancora la generazione che aveva appena fatto seguito agli eventi di Bella Ciao e Ci ragiono e canto.

JOE NAPOLI
L’idea del festival pop di Palermo, che raccolse 80/100mila persone in un luogo che era stato fino a quel momento periferia dell’impero, per i concerti «anche» rock, era venuta a Joe Napoli, manager siciliano che, appoggiato economicamente dall’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Palermo si decide a fare il grande passo verso il rock, scavalcando i festival di Nervi, Pescara, Verona, Lerici, ancora totalmente dediti al jazz. La bella locandina, oggi oggetto di collezionismo, presenta il tutto come «Sicilian International Folk Rock Jazz Festival», figura centrale un agitatissimo Robert Plant dei Led Zeppelin, annunciati ma clamorosamente assenti. Come non ci saranno Pink Floyd, Who e Rolling Stones. Ma attenzione, non è che le assenze eccellenti non siano state compensate da presenze ben più che significative, per i moltissimi giovani che cominciano a sciamare sull’erba della Favorita nel primo pomeriggio del 16 luglio, e per il giudizio che ne daranno, a posteriori, anche importanti manager europei. Per i ragazzi con i capelli lunghi e le ragazze che indossano molti colori su generose porzioni scoperte di epidermide, nella calura, conta più la nuova esperienza dello stare assieme, del cercarsi, del riconoscersi, in quello che appare a tutti gli osservatori come una sorta di Woodstock o, meglio, Isola di Wight tricolore. Con tutti gli annessi e connessi legati ai megaraduni, come vedremo.
La musica c’è, ed è il collante: sei-sette ore al giorno, per quattro giorni, dalle sei di sera alle 2 del mattino, trecento musicisti coinvolti. Ci sono anche le telecamere importanti, che per fortuna hanno salvato molte delle immagini significative: non solo la Rai, ma anche la Bbc, e operatori e giornalisti dal Brasile, dall’Olanda, dalla Francia, dalla Germania occidentale. In rete è facilmente rintracciabile un bel filmato, ma sarebbe il caso, forse, di riunire e vagliare tutto il materiale esistente.

ORDINE VIOLATO
Carlo Loffredo, jazzista e presentatore e Mariolina Cannuli, la «signorina Rai» degli annunci televisivi sono incaricati di premiare Duke Ellington con la «Trinacria d’Oro»: il Duca, allora settantunenne, sorride e lancia saluti con la sua consueta eleganza, poi si lancia con la sua orchestra ancora scattante in un set memorabile, in cui riecheggiano le note della New Orleans Suite. Aretha Franklin raduna davanti a sé quindicimila persone: una scarica d’energia che compensa, almeno in parte, il suo essere arrivata in ritardo e parzialmente stordita dal whisky.
Le telecamere hanno catturato poi uno spiritato ed efficacissimo Tony Scott, all’epoca glabro come una palla da biliardo, scatenato in un «blues soul» inzuppato di dissonanze acri. Attorno gli volteggia una ragazza, poi si unisce sul palco un’altra ragazza provocante e discinta: è una giovanissima Loredana Bertè. Sensuale e provocatorio anche il set della stella del rock d’oltralpe, Johnny Hallyday, all’epoca consorte di Sylvie Vartan, ma la palma della provocazione spetta ad Arthur Brown, l’underground londinese in presa diretta siciliana: si presenta con un elmo in fiamme, sfascia microfoni e corde di pianoforte, grida come un’aquila, alla fine si spoglia platealmente, e si fa arrestare per atti osceni in luogo pubblico.
Stessa sorte, l’arresto, che tocca anche al cantautore-cantastorie Franco Trincale: per aver declamato stentoreo, sonori «Nixon boia» nella sua canzone contro la guerra del Vietnam. Rosa Balistreri sfodera il suo repertorio folk acre e disilluso, oggi riscoperto dalle nuove signore del folk, altre scintille rock arrivano con l’organista Brian Auger (che si presenta col suo pargolo nello zaino), i bizzarri Blossom Toes, e gli olandesi Ekseption, specialisti nella rivisitazione prog rock della musica classica. Ma c’è anche il versante ironico e pop di Nino Ferrer e Ricchi e Poveri. Palermo Pop tentò e trovò il bis l’anno successivo, nel ’71, il 5, 6 e 7 settembre, nello spazio de Le Pietrine, stelle dure e torve i Black Sabbath, ma anche i Colosseum di Jon Hiseman, autore di un memorabile assolo alla batteria, e poi i Tucky Buzzard messi assieme da Bill Wyman dei Rolling Stones, Pretty Things, Toad, e un parterre di bei nomi dal migliore progressive rock italiano nascente: Osanna, Claudio Rocchi, Circus 2000. Stormy Six, i Clan Free, Living Blues, Delirium, cui tocca di ripetere all’infinito Jesahel, nelle fasi concitate in cui poliziotti e carabinieri tentano di arginare gli ingressi a valanga di ragazzi intenzionati a non pagare il biglietto. Rosanna Fratello rimedia insulti e sacchetti di spazzatura, un anticipo di quanto avverrà nella più dimessa edizione finale del Festival dell’anno successivo, svoltasi nel campo di calcio della borgata Vergine Maria: lì il bombardamento di oggetti investe gli inglesi Mungo Jerry, che cercano stizziti di non mollare il palco mentre attorno gli animi sono sempre più esasperati dalla tensione creatasi tra ragazzi e agenti,tra spintoni e accuse incrociate. Ordine »violato», peraltro, anche dalla scoperta di una giovane coppia che stava tranquillamente facendo l’amore in mezzo al pubblico. Qui, assai simbolicamente, finiva l’avventura «pop» di Palermo.

Categorie
Alias

Wight 1970, l’isola che c’è

Il più bel festival rock di tutti i tempi compie mezzo secolo: è il 26 agosto 1970 quando viene inaugurato The Isle of Wight Festival che si protrae per altri quattro giorni, pomeriggi e serate memorabili, in cui si esibiscono all’incirca 250 musicisti. Per Wight non è una novità: l’isoletta britannica sulla Manica, ma vicinissima alla costa, a poche miglia da Southampton, Portsmouth e Brighton, comincia a ospitare già dal 1968 una prima kermesse, il 31 agosto e il primo settembre, con la contestataria psichedelia dei californiani Jefferson Airplane, seguiti dall’inglesissimo beat, rock e folk di Arthur Brown, Pretty Things, The Move, Ansley Dunbar, Fairport Convention, raccogliendo circa 10mila spettatori. L’anno dopo l’iniziativa si spalma su tre giorni (29, 30, 31 agosto) con 29 nomi famosi tra i quali Bob Dylan, The Band, Joe Cocker, The Who, Richie Havens, Nice, King Crimson, Pentangle, Third Ear Band.
L’effetto Woodstock tuttavia oscura in parte una kermesse già allora, ritenuta fondamentale, non solo per le 150mila presenze, ma soprattutto per il ritorno del futuro Premio Nobel in un festival, quattro anni dopo i fischi di Newport per via della svolta elettrica. Woodstock e Wight ‘69 comunque danno il la a una serie di iniziative per così dire globali, anche se ancora legate alle utopie del mondo hippie, così come generate nel 1967 dal Monterey Pop Festival e protrattesi simbolicamente fino al 1973 quando il 28 luglio i giovani sono ben 600mila (record ancora imbattuto) per ascoltare Grateful Dead, The Band, Allman Brothers Band all’autodromo di Watkin’s Glen (nello stato di New York), dove in autunno si disputa il Gran Premio di Formula 1: ma la cultura underground prende le distanze considerando la location del più ricco sport mondiale un simbolo del capitalismo e un’antitesi delle musiche alternative.
In mezzo, per un lustro, ci sono megaeventi collettivi – in particolare il 1970 ospita via via, per una sola edizione, Hollywood Music Festival nello Shaffordshire, The Kickapoo Creek Rock in Illinois, Schefner Music al Central Park newyorkese, Super Concert ‘70 a Berlino, Aachen Open Air Pop, Bath Festival of Blues & Progressive Music, Kralinger Music a Rotterdam, Phun City nel Sussex, Strawberry Fields in Ontario, Powder Ridge Rock nel Connecticut, Goose Lake International Music in Michigan, Man-Pop Festival a Winnipeg in Canada, Vortex 1 nell’Oregon. Ma è Wight a farsi ricordare pure oggi come la Woodstock europea grazie ad analogie e differenze che ancora coinvolgono studiosi e critici su un possibile «anno zero» dei festival rock, ovvero di una nuova musica divenuta fenomeno di massa interplanetario. Sempre nel 1970 sarebbero da ricordare analoghe iniziative in Italia, Finlandia, Jugoslavia, Cile, Giappone, persino Germania Est, usando il palcoscenico all’aperto come stile-di-vita e trovando altresì il modo di perpetuare la propria effimera identità nei replicanti mediatici dei film e dei dischi a esso dedicati.

I NUMERI
I numeri all’inizio sono più o meno gli stessi: 500mila giovani a Woodstock, forse 600mila in tutto a Wight (e non un milione come spesso qualcuno continua a riportare!), che resta comunque una grossa cifra, vista la location e visti i musicisti invitati (59 in Gran Bretagna contro i 38 degli Stati Uniti); per entrambi, pubblico ordinato e soddisfatto (forse più sulla collina vista mare di Anton Down che nelle fangose praterie di Bethel); un film documentario nelle sale e un album triplo nel giro di pochi mesi. Ma a questo punto gli esiti si divaricano: il copyright della pellicola e degli lp di Woodstock favorisce un exploit planetario di lunga durata, utile a sanare i debiti della «tre giorni». Il parziale flop del lungometraggio e dei vinili per Wight impongono un lungo stop alla manifestazione, che solo nel 2002 verrà ripresa,con ben altre motivazioni.
Tuttavia, al di là degli immancabili rischi gestionali, Wight ’70 resta un memorabile concentrato di grande musica, a lanciare nuove tendenze non solo nel rock, ma anche nel folk, nel blues, nel jazz. Sono otto i reduci woodstockiani: Joan Baez, The Who, Ten Years After, Richie Havens, John Sebastian, Melanie, Sly & Family Stone, Jimi Hendrix per la sua ultima memorabile performance. Ma il grosso e il bello di Wight è, senza dubbio, la presenza di alcune leggende viventi destinate a terminare o iniziare i loro percorsi: da un lato i Doors, assenti a Woodstock per l’agorafobia di Jim Morrison, con Wight firmano l’epilogo del quartetto assieme al vocalist, dall’altro Miles Davis ha l’occasione di farsi applaudire dalle folle giovanili, mostrandosi quarantenne creatore dell’innovativo jazzrock, di cui, sull’isola i Chicago offrono la versione «bianca», spettacolare, poppeggiante. Ma il clou artistico del festival è proprio la libera improvvisazione del settetto del trombettista nero, con due giovani alle tastiere, Keith Jarrett e Chick Corea, destinati a radioso avvenire, persino in altri territori musicali; la tromba milesiana quasi free è dunque avvolta da suoni elettrici accattivanti e ritmi binari insistiti, tra la gioia e lo stupore dei molti figli dei fiori convenuti.
Wight risulta altresì la conferma di una nuova ondata cantautorale dagli Stati Uniti (Kris Kristofferson, Tony Joe White, Shawn Phillips, Tiny Tim) al Canada della soave Joni Mitchell (qui contestata da un ragazzo che l’accusa di imborghesimento) e di un capelluto Leonard Cohen, poeta e romanziere, deciso ora a esprimersi con una voce appena sussurrata, una chitarra acustica e versi simbolisti di rara intelligenza letteraria. I folksinger locali sono invece rappresentati dal fresco revival dei Pentangle e di Ralph McTell e dal blasonato Donovan, il Dylan scozzese, quasi in procinto di intraprendere la svolta celtica. Un assaggio di tropicalismo è fornito da Gilberto Gil e Caetano Veloso, da anni esuli a Londra dopo il golpe fascista brasiliano.

ARRIVANO GLI INGLESI
Wight offre infine larghi spazi al nuovo rock «made in the UK» che, in quanto a originalità, sta ormai surclassando quello Usa appena un lustro dopo la british invasion beatlesiana, con almeno due nuove correnti. Da un lato infatti si può ascoltare l’hard rock, spesso venato di blues, con Taste, Free, Family, Cactus, Groundhogs, Pink Faires; dall’altro emergono almeno cinque gruppi che guardano al domani fino a imperversare per quasi tutti i Seventies: è il prog degli antesignani Moody Blues e dei neonati Supertramp e Hawkwind, passando dai già celebrati Jehtro Tull ed Emerson Lake & Palmer, protagonisti di happening sonori con fantasmagoriche improvvisazioni degne del miglior jazz.
Per fortuna a Wight c’è un regista, Murray Lerner (1927-2017), che filma tutto o quasi: già autore di un capolavoro, Festival (1967), pellicola in bianco e nero che antologizza i principali recital al Newport Folk tra il 1963 e il 1966, propone due ore di documentario a colori in The Isle of Wight Festival (1971) aggiornandolo nel 1995 al più completo Message to Love con una trentina fra band e solisti, per dedicarsi dal 2002 fino al 2018 (con due titoli postumi) a ben 10 monografie sulle performance integrali, sempre a Wight, via via di Who, Hendrix, Jethro Tull, Davis, ELP, Moody Blues, Cohen, Taste, Doors, Mitchell: nessun altro festival storicamente gode di una così magnanima documentazione audiovisiva. Cinquant’anni dopo continua il mito di un’isola celebrata anche dai nostrani Dik Dik e da quella Wight Is Wight del francese Michel Delpech con omaggi nel testo a Dylan (presente nell’edizione del ’’69) e a Donovan (in quella del ’70).

Categorie
Alias

Sulle tracce del brigante

Malvivente, Carmine Crocco lo divenne un attimo dopo aver aperto gli occhi sul mondo, il 5 giugno 1830. Allora, a Rionero in Vulture, provincia di Potenza, malviventi lo erano tutti. In che altro modo si poteva definire chi ogni giorno tornava dalla schiavitù dei campi per mangiare senza mai togliersi la fame e dormire in un tugurio; chi ogni giorno era ostaggio dei ricchi, ne subiva i ricatti, si doveva inchinare alla loro angherie. Ma, sotto la voce ‘malvivente’, il vocabolario classifica soltanto «Chi vive al di là dei limiti imposti dalla legge civile o morale», e non l’essere umano ridotto alla miseria. Carmine Crocco entrò nel vocabolario quando i soprusi, le violenze, le promesse mancate ne fecero un omicida, un disertore e infine un brigante. O meglio: il Generale, il Generalissimo, il Napoleone dei briganti (definizioni ufficiali), durante il decennio che seguì la proclamazione del Regno d’Italia. Crocco, alla testa di un esercito di duemila uomini, acclamato dalla gente del Sud, una volta di più dimenticata, tenne in scacco le truppe italiane e pontificie nel Vulture, in Irpinia, in Puglia; seminò il terrore tra i grandi proprietari terrieri, i commercianti, i coloni; mise a ferro e fuoco villaggi e paesi; fu capace di crudeltà inaudite e gesti di grande generosità. Finì in galera che aveva trentaquattro anni, condannato prima a morte e poi all’ergastolo nel carcere di Portoferraio,isola d’Elba. Dove, malvivente com’era nato, chiuse gli occhi il 18 giugno 1905.

Il consiglio, forse superfluo, è di andare oltre questo obbligato Bignami e leggere di Carmine ad esempio nella Autobiografia illustrata del generale di formidabile banda brigantesca, SiriS Editore; o nel saggio di Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Milano, Della Porta Editore. Quanto a seguirne le tracce per farne filo conduttore di una vacanza, un breve itinerario nel Materese evocherà la presenza del Generalissimo e di altri briganti a lui legati. Garaguso racconta di Carmine alleato dei Borboni che provavano a riprendersi il Regno delle Due Sicilie dopo l’Unità. Il 13 novembre 1861, a fianco delle guarnigioni del generale spagnolo José Boriès, Crocco e i suoi si scontrarono con i reparti della Regia Fanteria, a dir la verità senza particolare veemenza. La fanteria mise in fuga gli avversari, che batterono in ritirata, trovando riparo a Grassano. Il paese, circondato da uno scenario naturale in cui dominano le distese di uliveti (l’olio locale si fregia della DOP, Denominazione di Origine Protetta), è raccolto intorno alla cima di una collina. Le campagne di scavi hanno portato alla luce reperti della civiltà greca, tra i quali il ‘Tempietto Heroon, o di Garaguso’, piccolo tempio in scala rinvenuto insieme alla statua di una dea, datati al Quinto Secolo a.C. e custoditi presso il Museo archeologico di Potenza. L’edificio civile di maggior pregio, Palazzo Revertera, si distingue per l’elegante loggiato a tre arcate. Nella chiesa madre di San Nicola di Mira sono visibili un affresco del tardo Rinascimento, Pietà, all’interno di una stanza dietro l’abside; la statua e il braccio-reliquiario di San Gaudenzio, patrono di Garaguso.

Testimoniano Accettura bizantina le rovine di una fortificazione nell’area di Raya, i resti di mura di cinta lunghe ottocento metri in località Cortaglie, i ritrovamenti datati Quinto e Sesto secolo nella foresta di Croccia – Cognato. Le chiese barocche del paese, in particolare l’Annunziata con una statua lignea, Madonna e Gesù, e la chiesa Madre con un crocifisso, entrambi rinascimentali, accolgono opere d’arte di un certo rilievo. A otto chilometri dal paese, Fontana Francesca, nel bosco di Montepiano, fu teatro, il 7 agosto 1862, di un celebre scontro fra le bande del brigantaggio e la Guardia Nazionale. Accettura si schierò con la Guardia, e per il suo contributo alla vittoria meritò una medaglia al valore. Nei boschi, ogni anno, si svolge la Sagra del Maggio, rito sacro e profano che unisce la festa del patrono san Giuliano al ‘Matrimonio degli alberi’, propiziatorio di buoni raccolti.

Di nuovo in mezzo ai boschi, ecco Gorgoglione. La pietra grigia e compatta delle sue case la fa somigliare a un’oasi di pietra circondata dalla tranquillità. Una cornice in cui, accanto agli eleganti palazzi d’epoca, spicca la chiesa Madre di Santa Maria Assunta, romanica e poi barocca, che annovera un’acquasantiera, seicentesca al pari di una croce di scuola orafa napoletana, e una statua di san Rocco, Quindicesimo secolo. Il 12 novembre 1861, un giorno prima dello scontro di Garguso, Carmine Crocco e il generale Borjès entrarono a Gorgoglione, non trovando alcuna resistenza. La Grotta dei Briganti, a sud del paese, trentasei metri di profondità, servì da nascondiglio e punto strategico di controllo sul territorio. A renderne minaccioso l’ingresso ha provveduto la natura, ‘scolpendo’ sulle rocce un viso che somiglia a quello di una grossa scimmia. Cirigliano, il comune più piccolo del Materese, esibisce con orgoglio case e palazzetti di antica memoria, come il cinquecentesco palazzo baronale con la torre ellittica; la cappella dell’Addolorata e la chiesa dell’Assunta, che nascondono una statua di san Giacomo in legno, scolpita nel ’400, e una croce del XVII secolo in argento. Prima di arrivare a Stigliano, bisogna fermare l’auto davanti alla cappella della Madonna della Grotta, scavata da Donato Gruosso nel 1917. Nativo di Avigliano e giovanissimo brigante, Gruosso venne arrestato nel 1868 e si beccò vent’anni di galera. Girando varie carceri imparò a leggere e a scrivere, il francese, la storia, a far di conto. Graziato nel 1887, si stabilì a Cirigliano, dove sposò Annamaria Granata e, rimasto vedovo, Caterina Carbone. Nella grotta impartiva lezioni ai bambini. Morì il 29 aprile del 1937. Ogni anno, il 15 agosto, Cirigliano gli dedica una messa nel corso dei festeggiamenti di Ferragosto.

Continuando a viaggiare a ritroso nelle battaglie di Carmine Crocco, il 10 novembre 1861, in località Aciniello, due chilometri da Stigliano, le bande del Generalissimo e di uno dei suoi fedelissimi luogotenenti, Ninco Nanco, con l’appoggio delle truppe di José Boriès, affrontarono la Guardia Nazionale e l’Esercito Regio, uscendone vincitori. A Stigliano, il convento barocco di Sant’Antonio possiede un crocifisso di padre Umile da Petralia, 1600/ 1639, autentico maestro in questa forma di arte sacra. L’immagine fu protagonista di un miracolo. Il primo ottobre 1656, un fascio luce e un rombo potente inondarono il volto del Cristo che, fino ad allora chinato verso sinistra, si spostò a destra. Nello stesso istante, la peste che aveva decimato la popolazione sparì. La Basilicata è terra che merita e ha bisogno di turismo, a patto che non se ne lasci travolgere. Destino cui sembrano essere destinati i meravigliosi Sassi di Matera.

Appendice: amore e morte, le brigantesse
Le brigantesse (o forse ‘le brigante’, oppure ‘le briganti’) che fecero parte della banda di Carmine Crocco e di quelle a lui collegate, furono protagoniste di intrecci amorosi tutt’altro che limpidi, accompagnati da duelli rusticani e tradimenti. Olimpia, la moglie che Carmine abbandonò per Maria Giovanna Tito (vedi oltre), si consolò con il capobanda Giuseppe Schiavone. Non durò molto, perché Giuseppe si invaghì di Filomena De Marco, ‘in arte’ Filomena Pennacchio, passata al brigantaggio ventiduenne, dopo aver ucciso nel 1863 il gelosissimo e manesco marito. Il legame con Schiavone fu preceduto da brevi love affair con il già citato Ninco Nanco, Donato Tortora e Giuseppe Caruso. Anche Crocco si fece avanti, al punto tale che Caruso lo sfidò a coltello, uscendone sconfitto. Ma nell’ombra tramava Rosa Giuliani. Schiavone l’aveva lasciata per Filomena, e Rosa, nonostante la sua rivale fosse incinta, denunciò l’ex compagno e lo fece arrestare. Prima di venir fucilato, il 28 novembre 1864, Giuseppe chiese all’amata di poterla incontrare un’ultima volta. Pennacchio accettò, e dopo aver abbracciato il suo uomo, si arrese. Maria Giovanna Tito dovette cedere il passo alla vivandiera della banda di Agostino Sacchitiello, quando Carmine se ne innamorò. Pur continuando a militare nella banda di Crocco, si legò a Sacchitiello. Quest’ultimo, insieme al suo luogotenente Francesco Gentile e a Maria Giovanna, fu arrestato su delazione di Filomena. La donna, dopo la morte di Schiavone, aveva patteggiato un sostanzioso sconto di pena se avesse ‘cantato’. A quanto pare, la voce le uscì chiara e forte. Le cronache del tempo ci consegnano poi non pochi casi di briganti che, fatti prigionieri, si rivelarono essere donne e in stato di gravidanza. Nel novembre 1864, Rosa Reginella, della banda Sacchitiello, fu catturata insieme al suo compagno durante un combattimento con la Guardia Nazionale a Bisaccia, Molise. Aveva impugnato il fucile, pur essendo al settimo mese.

Categorie
Alias

Locorotondo in festival: «Locus» musica e film

Ci sono concerti già programmati prima della pandemia che sono stati rimandati e confermati per il 2021, altri in attesa di ricalendarizzazione, ma la Valle d’Itria e Locorotondo non potevano rimanere senza il Locus festival, che da sedici anni propone artisti di fama internazionale in un contesto naturalistico mozzafiato. Si è organizzata quindi una limited edition che inaugura venerdì 7 e vede susseguirsi nei luoghi scelti anche in base ai limiti di pubblico, concerti e iniziative affini: si esibiranno in una cornice ancestrale nel Parco Archeologico di Egnazia (Savelletri di Fasano) Niccolò Fabi in trio acustico, accompagnato da Roberto Angelini e Pier Cortese e Vinicio Capossela, con il suo nuovo spettacolo Pandemonium, che esce a 30 anni dal suo primo lavoro discografico, entrambi già sold out. Alla Masseria Ferragnano invece suoneranno gli italiani Calibro 35 che presenteranno Momentum il loro nuovo lavoro che riflette sul senso del far musica oggi, accompagnati da Venerus, e poi le nuove stelle del panorama italiano hiphop e cantautoriale Ghemon, Colapesce e Dimartino ma anche la chitarrista e compositrice maliana Fatoumatua Diawara, il produttore della band fusion Snarky Puppy, Michael League in duo con il pianista Bill Laurance, e infine il trio londinese che propone una fusione live di jazz, funk, psichedelia e rock, The comet is coming accompagnato da Lorenzo Senni. Per la serata finale, il 15 agosto, la masseria si trasformerà in discoteca con il dj set di «Napoli Segreta» un collettivo che si dedica alla riscoperta di perle funk e disco, rigorosamente in vinile.

Di particolare interesse le iniziative parallelle: «Sonica», la mostra del giornalista e fotografo musicale Guido Harari, dal 9 agosto al Museo Perle di memoria di Locorotondo, per «vedere la musica e ascoltare le immagini», tematica del talk che terrà domenica 9 e che sarà seguito da altri incontri curati da Carlo Massarini, e dalla presentazione del libro La storia della Disco Music con Andrea Angeli Bufalini, Giovanni Savastano e Nicola Gaeta, mentre per 14 agosto è previsto un focus su Jimi Hendrix con Enzo Gentile e Roberto Crema. Ci sarà spazio per il cinema con la rassegna curata da Sentieri selvaggi e proiezioni post concerto, a partire dalle 24 presentate da Sergio Sozzo e Nicola Gaeta. Le mostre i talk e il cinema sono gratuiti e i biglietti per i concerti si possono acquistare sulla piattaforma Dice.fm e su Ticketone.it. La manifestazione, ideata e prodotta da Bass Culture srl, con la direzione artistica di Gianni Buttiglione, in collaborazione con il Comune di Locorotondo, vanta la collaborazione di partner istituzioni quali Regione Puglia, Comune di Fasano, Museo Archeologico di Egnazia, Mibact, Parco delle Dune Costiere.

Il programma dettagliato: www.locusfestival.it

Categorie
Alias

Eleanor Davis, il futuro non promette bene

Collasso del sistema capitalistico, profonda crisi sociale, cambiamento climatico, adesso la pandemia tra le controindicazioni della globalizzazione: dire che il futuro non promette bene non è sicuramente originale, ma in pochi si prendono la responsabilità di opporsi e combattere personalmente contro questa tendenza. La fumettista statunitense Eleanor Davis nel suo nuovo libro, uscito per Rizzoli Lizard, intreccia ispirazione autobiografica-il proprio desiderio di maternità e l‘attivismo politico- in una trama di finzione che ci porta al centro delle lotte del suo collettivo e della personale battaglia volta a costruire un mondo più accogliente per il figlio che desidera avere. Una storia che ambientata in un futuro non troppo lontano, riflette le storture di un presente mai liberatosi dalle macchie dal passato nella rivendicazione dell’uguaglianza sociale e dell’accesso ai diritti.

Hai iniziato a lavorare su «Il futuro non promette bene» poco dopo l’elezione di Donald Trump. È stato più un atto di resistenza o una specie di esorcismo personale?
Direi che è stata una scelta molto personale. Dopo l’elezione di Trump sono diventata politicamente molto attiva, ma sento che il mio lavoro artistico è qualcosa di completamente personale, che manca di quell’obiettivo più ampio che coinvolge le forme di resistenza.

Nel libro affronti due battaglie: una personale e l’altra collettiva. Hai costruito la storia intorno a due poli opposti o cerchi di suggerire che l’istanza collettiva ha bisogno di un nostro cambiamento intimo?
Volevo raccontare la storia di una coppia nella quale entrambi sentono cadere a pezzi improvvisamente la propria vita, sia nell’aspetto personale che in quello collettivo. Per ogni individuo coinvolto in un gruppo che si batte per lo stesso obiettivo una perdita collettiva è anche una perdita personale; è questo il caso di Hannah e dei suoi amici.

Come ti è venuto in mente di rappresentare Zuckerberg come il prossimo presidente degli Stati Uniti? Ha qualcosa a che fare con il potere del controllo? Che relazione ha il personaggio di Tyler con questo aspetto?
L’ho scelto perché credevo che fosse un’idea sia divertente che realistica, oltre che davvero spaventosa.
Tra l’ubiquità di celebrità che si convertono in personaggi politici incompetenti e Facebook che ha il controllo sulla percezione della realtà di buona parte degli americani, è stato semplice immaginare Zuckerberg presidente. Immagino anche un futuro dove i moderati abbracciano una tendenza liberal-fascista in risposta a Trump. Non è chiaro nel libro-così come non lo è per me che ne sono l’autrice- quanto la paranoia di Tyler a proposito di Zuckerberg e Facebook sia giustificata. È possibile che possa essere completamente legittima.

Hannah e i suoi compagni devono rivedere le loro posizioni per evitare il carcere. Molte esperienze collettive terminano in questo modo, ma è anche una specie di climax nel libro, un punto di rottura…
È probabilmente la parte più dolorosa del libro, un colpo al cuore. Hannah perde tutta la sua comunità in un istante.

La polizia è la materializzazione del potere (o dell’abuso dello stesso) e controllo; in questo senso il tuo libro anticipa l’ondata di rabbia scatenata dalla morte brutale di George Floyd. Colpisce il personaggio dello «sbirro ok»: lo disegneresti anche oggi?
Credo che oggi più che mai sia importante mostrare «sbirri ok». I mostri non esistono; esistono persone comuni che compiono atti mostruosi. Se pensiamo che un agente di polizia possa essere gentile, divertente, e amare la propria famiglia e che non possa anche essere usato dallo stato come brutale strumento di oppressione, non potremmo mai batterci davvero contro quella stessa oppressione.

A proposito dell’aspetto grafico, l’uso di un bianco e nero affilato e drastico nelle scene degli scontri suggerisce una divisione simile tra il bene e il male; lo stesso b/n si ammorbidisce nelle immagini finali del bambino. Consideri la maternità come qualcosa di più complesso, che rompe le certezze e le convinzioni?
È un’osservazione interessante! Credo che ogni essere umano sia complesso e pieno di insicurezze e un bambino appena nato- completamente umano eppure del tutto non formato nella sua recente esistenza-sia la summa di questa complessità e incertezza che ci caratterizza.

Categorie
Alias

Mandolesi, raccontare con il cinema, fuori tempo

Il Globo d’Oro per il miglior documentario è stato vinto quest’anno da Vulnerabile bellezza, il film «fuori tempo» che Manuele Mandolesi ha girato sui luoghi del terremoto nelle Marche, tra Ussita e Visso, iniziando, nel 2017, quando già microfoni e riflettori avevano abbandonato il campo, con l’idea di finirlo due anni dopo, quando ormai del sisma sarebbero stati vuoti pagine di giornali e teleschermi. Vincitore come miglior italiano al Festival dei Popoli nel dicembre scorso, il film è un nitido intimo racconto che con autentico stupore scopre le vite di una coppia di allevatori e dei di loro due figlioletti nel tempo solitario e sfiancante del post-terremoto, tra la migrazione costante da un alloggio di fortuna a un altro, il lavoro con gli animali in montagna e i semplici intensi momenti di rannicchiamento familiare. Vulnerabile bellezza si nega ai cliché e alle strade già battute, e senza evitare qualche passo falso – che resta a testimoniare l’autenticità della ricerca autonoma del regista – racconta una storia drammatica, le ferite e i traumi che essa produce, evitando di spingere i suoi protagonisti nel ruolo degli eroi e liberandosi dei registri canonici, delle retoriche pietistiche, del birignao della critica politica o dell’epopea tragica. Con una delicatezza fuori dal comune, Manuele Mandolesi riesce a registrare la somiglianza quasi palpabile tra i volti dei due allevatori, la forza e la gentilezza dei loro corpi sempre tesi, sempre in movimento e quella del paesaggio che li circonda, e sul quale si posa ogni giorno il loro sguardo d’interrogazione, di timore e di gratitudine.

Ha acquisito gli strumenti del mestiere da onesto artigiano, trovandoti poi a un certo punto a sentire la necessità del passaggio al cinema non commerciale. Interessante soprattuto che nel momento stesso in cui lei sentiva questa necessità, abbia scoperto di avere gli strumenti per diventare autore cinematografico rovesciando, ribaltando tutto quanto aveva appreso da artigiano nella televisione e nel «cinema di consumo».
Ho iniziato così, io dico da «operaio multimediale». Mi sono laureato, ho fatto un master, ma la mia nascita professionale è avvenuta con il lavoro da montatore e regista nelle televisioni locali. Così ho conosciuto il mondo del documentario. Quando vedi cinque, sei, sette documentari al giorno per mesi e mesi inizi a pensare a come li faresti tu, inizi ad appassionarti. Poi è venuta l’esperienza dell’approfondimento sull’attualità che per me è stata una palestra eccezionale sia sul piano personale – perché ho conosciuto persone di tutti i tipi – sia su quello tecnico e professionale: fai parte del circo mediatico, ma nello stesso tempo cerchi di approfondire, di fare il primo passo oltre la pura cronaca. Come dicevi, a un certo punto è venuta quella che chiamo la «necessità del linguaggio»: dare un senso al linguaggio, il bisogno che il linguaggio stesso diventasse senso all’interno del racconto.
Ogni film poi ha un suo stile. Quando fai un documentario secondo me il linguaggio te lo suggerisce la storia, il rapporto che hai con le persone. Penso che il mio prossimo film non lo farò come ho fatto questo, avrà tutto un altro linguaggio, ma nascerà dalla stessa necessità.

«Vulnerabile bellezza» è per progetto un film che non vuole essere appetibile secondo certi schemi, non solo commerciali. Che cosa si scopre lavorando in una parte di mondo che sembra non interessare a nessuno, intervenendo attraverso il cinema su questo spazio già raccontato, usato, depredato? Qual è stata la sua scoperta più importante o quale la cosa che tiene vivo il suo interesse per questo lavoro in fondo più faticoso e più pieno di rischi?
Quando racconti, lo fai in tanti modi diversi: il giornalista inviato, quello che fa reportage, l’intervistatore, ognuno usa un modo diverso di raccontare le cose. A un certo punto ti rendi conto che facendo parte del sistema mediatico puoi guardare dall’altra parte, nella direzione opposta, puoi chiederti: ma perché tutti guardano nella stessa direzione? Quando inizi a stravolgere, a rivoluzionare il punto di vista ti rendi conto che puoi raccontare la stessa situazione in maniera diversa, ti rendi conto che alla fine racconti le persone, che in fondo tutte le storie che racconti nascono da lì. Vulnerabile bellezza non è la storia di un terremoto, è la storia dei legami interni a una famiglia, del legame con la terra.
Quindi la risposta alla prima parte della  domanda è: le storie delle persone. Alla seconda parte, rispondo invece: la curiosità che ho nel conoscere le vite segrete delle persone, cosa c’è dietro il loro aspetto, il loro comportamento. Conoscere cose nuove e capire come raccontarle per me è una sfida sempre avvincente.

Quest’anno è diverso dagli altri, la pandemia ha stravolto tutto. In generale però un premio come il Globo d’Oro arriva a distanza di parecchio tempo rispetto al clou dell’uscita e a tutto quello che ne consegue. Per un documentario, non solo per il suo, ma per un qualunque altro film indipendente che segue schemi tutti diversi dalle dinamiche canoniche, che cosa rappresenta e cosa può portare con sé un premio come questo?
Ho avuto uno scambio acceso proprio ieri con un hater che mi accusava di aver lucrato sul terremoto, quando invece questo film è del tutto autoprodotto: un po’ con soldi miei, un po’ con un piccolo crowdfunding e un po’ pitchandolo direttamente alle aziende del territorio che erano invitate a finanziarci in cambio di visibilità. Soldi pubblici proprio non ne abbiamo presi. Dunque ti rispondo: il premio è una soddisfazione prima di tutto sul piano produttivo; lottavamo con i mostri sacri candidati insieme a noi. Ero già molto contento della sola selezione al Festival dei Popoli, poi anche lì il film ha vinto un premio (Premio al Miglior Film nel Concorso Italiano ndr.). Il Globo d’oro è stato un’ulteriore soddisfazione. A me bastava anche solo esser riuscito a finire il film.
A me piacerebbe che il film seguitasse a far parlare del sisma nel corso degli anni, con l’attenzione dei media ormai abbondantemente esaurita. È stato fin dall’inizio il mio scopo principale. A cosa servono dunque i premi? A far parlare del film. E far parlare del film significa magari avere più possibilità di distribuirlo.

Pensa che «Vulnerabile bellezza» le sia servito a costruire un metodo sia sul piano artistico che sul piano produttivo?
Decisamente sì. Il film è stata una grande palestra, naturalmente ho fatto anche grandi errori, ma mi è servito per imparare a collegare tra loro l’osservazione, la riflessione, la scrittura e il momento della ripresa per riuscire a cogliere al primo tentativo quello che cercavo.
Sul piano produttivo sono andato da tutte le aziende che rispondevano alle mie mail. Ne abbiamo consultate un centinaio, avranno risposto in dieci; ad ogni azienda che mi dava udienza presentavo il progetto del film in dieci minuti. Qualcuno mi ha creduto. È un sistema che può funzionare. Iniziare ad avere un nome certamente aiuterà a sfruttare meglio questo metodo. Si sono fidati di quello che dicevo e delle immagini che mostravo.
Nei titoli di coda ci sono i nomi delle quattro aziende che ci hanno sostenuto. Secondo me se lo meritano perché hanno creduto a un folle che ha operato come forse non ha fatto mai nessuno prima. Ho trasferito i pitch nelle aziende. Poi abbiamo fatto tutto con pochi soldi.

Categorie
Alias

Sergio Vatta, un maestro del calcio

Sergio Vatta è stato un maestro del calcio giovanile, ci ha lasciato qualche giorno fa. Era nato a Zara e vissuto a Torino. Dai piemontesi aveva preso il rigore, nel lavoro dei dalmati si portava dietro la determinazione e qualche imprecazione che gli scappava quando i ragazzi in campo facevano qualche cavolata. Ha guidato il settore giovanile del Torino dal 1976 al 1991 dalle cui fila sono usciti grandi campioni come Vieri, Lentini, Dino Baggio, Fuser, Mandorlini, Carbone, Cois, Crevero e altri. Per qualche mese è stato sulla panchina del Torino in serie A, quando nel 1989 subentrò a Claudio Sala, sostituito perché la squadra granata era ormai precipitata in zona retrocessione e infatti quell’anno finì in serie B. Dopo l’esperienza con il Torino, assunse l’incarico di allenatore e dirigente delle nazionali di calcio under 16 e 17, dove fece esordire Francesco Totti, Alessandro del Piero, Andrea Pirlo, Alessandro Nesta, Massimo Ambrosini.

Il tiro preciso
Nel 1998 passò ad allenare la nazionale femminile di calcio, destando stupore nel calcio che conta, impregnato di pregiudizi maschilisti. Quelli che dirigono i club importanti lo ritenevano sprecato nel calcio femminile, invece portò la nazionale alle fasi finali dei mondiali. Noi che lo abbiamo conosciuto, sappiamo che era molto avanti sia sul piano tecnico che delle idee, e un giorno ci confessò che le calciatrici hanno un tiro più preciso degli uomini e che hanno una visione più collettiva del gioco del calcio. Ci parlava con stupore degli stadi dei Paesi del nord Europa, pieni di 70-80 mila persone, quando giocava la nazionale femminile.

Lamentava di un calcio malato fin dal settore giovanile del quale fu un maestro apprezzato in tutta Europa. Infatti, riteneva esagerato che ragazzi di 12 anni del settore giovanile di una squadra di serie A avessero un contratto annuo di 50-60 mila euro. Quei ragazzini guadagnavano più soldi dei loro papà, che si spezzavano la schiena alla catena di montaggio alla Fiat di Torino o altrove. Puntava il dito contro il potere abnorme che quei ragazzi acquisivano in famiglia fino a ribaltare i rapporti con i genitori.

L’occasione
Ai giovani calciatori del Torino, delle nazionali under 16 e 17 e della Lazio dove chiamato da Sergio Cragnotti allenò il settore giovanile della squadra biancoceleste dal 1998 al 2001, ricordava che vivevano solo un’occasione per entrare nel mondo del calcio che conta e non un passaggio certo, perciò raccomandava di non abbandonare gli studi, come in tanti avevano fatto, perché in caso di sogno infranto un diploma contava per trovare lavoro. Non si stancava mai di ripeterlo, perché tanti ne aveva visti a Torino e altrove, passare dalle giovanili della serie A all’eroina. Lo diceva anche ai ragazzi greci, quando dal 2004 al 2006 fu chiamato dal Paok a dirigere il settore giovanile.

Platini granata
Nessuno conosceva quel mondo così bene come Sergio Vatta. Sapeva individuare i talenti e per il club granata partì per ben due volte verso la Francia per visionare un giovanissimo Michel Platini. Ai titubanti dirigenti del Torino che gli chiesero in quale ruolo potesse giocare, rispose in qualsiasi ruolo e squadra del mondo, ma non lo ascoltarono. Platinì finì comunque per giocare a Torino ma nella Juventus.

Era all’avanguardia sugli schemi di gioco, ma soprattutto sapeva parlare a quei promettenti ragazzini, poi diventati stelle del calcio mondiale da Totti a Del Piero. Sapeva entrare nel loro animo favorendo tra i quindicenni una volta alla settimana la discussione libera nello spogliatoio, dove si parlava di problemi adolescenziali dal sesso al tempo libero. Denunciava la feroce concorrenza, che si scatenava tra loro per conquistare un posto di titolare in squadra, che spesso rasentava la cattiveria. Molti non reggevano l’urto e abbandonavano il calcio.

Tratta di baby calciatori
Quando realizzammo un’inchiesta sul traffico di baby-calciatori africani in Italia, documentando con dati alla mano quanto avveniva nel sottobosco del calcio ad opera di spregiudicati figuri che si spacciavano per procuratori, prelevando a man bassa ragazzini in Africa per proporli ai club delle squadre di serie A e B, salvo abbandonarli per strada in caso di esito negativo, suggellò l’inchiesta con le sue dichiarazioni pubbliche. Non si limitò a confermare l’esistenza del problema e la collusione di club di squadre di serie A che indirettamente alimentavano quella tratta, puntò il dito contro spregiudicati procuratori, non autorizzati ad operare dalla Fifa, che anche in Italia si aggiravano tra i campi di periferia, promettendo ai ragazzi e alle loro famiglie l’Eldorado. Quando il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, responsabile sport dell’Ulivo del primo governo Prodi, venuto a conoscenza dei risultati di quella nostra inchiesta fece un’interpellanza al ministro competente e organizzò una conferenza stampa al Senato, Sergio Vatta non esitò a presentarsi e a denunciare insieme a noi la tratta dei baby calciatori africani. Fece di più, telefonò a due suoi pupilli che aveva lanciato nelle nazionali giovanili, e chiese loro di presentarsi alla conferenza stampa: erano Francesco Totti e Alessandro Nesta. Erano tempi in cui non bisognava passare per il rigido consenso dell’ufficio stampa. Fu una trovata che portò alla comparsa di Giulio Andreotti, noto tifoso giallorosso.

Il talent scout della sfera di cuoio italiana era consapevole della fragilità di quei ragazzini che era chiamato ad allenare e a lanciare nel calcio che conta. Era cosciente delle conseguenze positive, come il salto nella serie A, o negative come il sogno infranto del grande calcio. A quei ragazzi, alcuni dei quali hanno portato l’Italia al titolo mondiale nel 2006, ricordava che solo uno ogni cinquantamila arrivava a giocare in serie A e uno ogni trentamila aspiranti calciatori finiva tra la serie B e la serie C. Sergio Vatta è stato un uomo di altri tempi e di un altro calcio. È stato un maestro, che ha sempre voluto lavorare nel settore giovanile, diceva che quello era il suo mondo.

Categorie
Alias

La marcia delle mele marce

Ma vi sembra possibile che per un pugno di mele marce una delle più prestigiose Istituzioni italiane, finisca infangata e col perdere del tutto la fiducia della gente? Fiducia che si era guadagnata negli anni, ma che dico? nei secoli, conquistandosi poco a poco il rispetto di tutti i cittadini del Belpaese. Da quelli del profondo Sud a quelli dell’estremo Nord. E non è stato facile: chiunque ne mastichi di storia lo sa bene. All’inizio, quando l’Italia era stata appena fatta ma non ancora gli italiani, quegli uomini armati vestiti di nero che venivano da regioni lontane parlando un idioma spesso incomprensibile con l’ordine di controllare il territorio per far rispettare le «loro»regole, non erano affatto ben visti. Ma poi, col passar degli anni, superata l’iniziale diffidenza post-unitaria, il popolo si rese conto che di quegli uomini inquadrati militarmente, ma anche giusti e forti, poteva fidarsi. E sapete perché? Perché sentiva che chi apparteneva a quella Istituzione aveva un forte senso dell’onore. Aveva dei principi che non avrebbe tradito. Quindi gli italiani, rissosi e campanilisti per antonomasia, hanno alla fine delegato loro l’uso esclusivo della forza. E oggi? Purtroppo, con tutta quella melma che è finita nel ventilatore della Caserma Levante di Piacenza, la fiducia in uomini che credevamo nei secoli fedeli è totalmente crollata.

Spunta così fuori la storiella delle mele marce nella cassetta: quelle marce completamente e quelle solo un pochino, le mele che non sapevano, quelle che si sono girate dall’altra parte e le mele che in cuor loro condannavano ma sono state zitte perché avevano paura di mettersi contro tutta la cassetta… e no, troppo facile.
A questo punto qualcuno dalle parti di Platì dovrà pur rendere conto a tutte le ‘Ndrine d’Italia che certi valori sono stati traditi!

Che se l’onore non è del tutto perduto poco ci manca. Perché non si può educare i propri figli inculcando loro che i Carabinieri sono il peggior nemico; brindare coi cugini di Cosa Nostra quando il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ammazzato; contendere all’Arma il territorio nazionale palmo a palmo a suon di piombo e tritolo, e poi mettersi a commerciare droga con loro. Qualcuno dirà: prima di sputare sentenze aspettiamo gli esiti dell’inchiesta, siamo o non siamo garantisti? Giusto. Ma anche se non conosciamo ancora tutta la verità c’è un vecchio adagio meridionale che è difficile da smentire: «o pesce fete da ‘a capa».

Categorie
Alias

Musée Océanographique di Monaco, un’immersione subacquea in scatola

Eccoci in scatola: tonni umani, avvolti non dalla fascia metallica della lattina, ma da lembi infiniti d’oceano, abitati da una varietà inattesa di pesci, che come sempre non si guardano, ma che forse ci guardano, e che noi ora guardiamo. Facce note e sconosciute: Cernie Patata, a bocca dilatabile secondo il boccone, Pesci Napoleone, transgeneri seriali, l’ambigio Squalo Corallo dalle punte bianche, gatta morta di giorno, predatore di notte, Razze Mante, giocherellone e salterine, 7 metri d’apertura ‘alare’, i minuscoli Pesci Clown (11 cm), ermafroditi non appena superano i 4,4 cm, i megamolluschi bivalve Acquasantiere Giganti, spesso centenari, peso medio due quintali, le Tartarughe Verdi con un metro di corazza e 50-150 uova spiaggiate, e la sovrana Megattera di 15 metri, dagli impressionanti esercizi circensi alla vigilia dell’accoppiamento. Sono gli otto Re/Regine delle barriere coralline, icone subacquee d’un corteggio variegato di pinne, branchie, code, squame, che animano le maiuscole scogliere sottomarine nate dal millimetrico corallo.

La scatola oceanica dove noi, tonni bipedi, siamo stati immersi è infatti la galattica installazione interattiva Immersion appena inaugurata al Musée Océanographique di Monaco: 40 videoproiettori, su pareti alte 9 metri, per un totale di 650 metri quadrati di proiezione (di cui 250 interattiva), che permette di conoscere e di stare a tu per tu con una sessantina di specie marine. Un tuffo virtuale dentro un mondo che vive sott’acqua, a profondità d’apnea o di scafandro, da 1 a 400 metri sotto il livello del mare.

In cifre
Costo dell’installazione, che ha comportato mesi di lavoro (quelli del confinamento), 2 milioni e 400mila euro, rivela Robert Calcagno, direttore generale del Museo (10 milioni la cifra d’affari annua), che annuncia il prolungamento eccezionale dell’esposizione fino a tutto il 2021. Il tuffo in Immersion è in realtà, sul piano economico e dello spettacolo, un doppio salto mortale. Le cineprese di Monte-Carlo han fatto una plongée dall’altra metà del pianeta, lasciando il Principato di Monaco, ricco d’oasi coralline (come ha mostrato, in un’escursione marina, Pierre Frolla, quattro volte campione mondiale d’apnea), per andare a esplorare, in Polinesia, la n.1 delle barriere coralline, «molto più grande e più estesa della Muraglia Cinese». Dal mare all’oceano e ritorno: ed ecco Immersion, la Grande Barriera come non s’era mai vista, a portata di mano e di sguardo, unica maschera quella, fastidiosa, anti-Covid. Non basta. Una volta catturate le immagini sottomarine delle varie specie volteggianti attorno e dentro la barriera corallina, l’équipe di Immersion (Bernard Reilhac, direttore del progetto, Olivier Ferracci e Nora Mathhey de l’Endroit, responsabili di ‘Dreamed by Us’) ha compiuto il secondo salto mortale: la digitalizzazione e modellizzazione di fauna e flora registrata, per restituirle come vere agli abissi del cinema.

Animazione
In sintesi: attorno a noi nulla è autentico. «Non c’è un solo pesce naturale», esulta Bernard Reilhac. È tutta animazione, con tanto di sceneggiatura e scenografia: come negli antichi, magici documentari tra fiction e animazione di Walt Disney, tipo Deserto che vive.
Ma Immersion non è solo spettacolo: è anche un memento. Le barriere coralline, ci allarma Robert Calcagno, sono a rischio estinzione. È questione di 15-20 anni, se non ci si affretta a rimediare ai disastri ambientali in corso da anni, inquinamento (non solo dei mari) e riscaldamento globale, che hanno per effetto l’acidificazione delle acque e lo sbiancamento, cioè la morte, dei coralli. In soli 3-4 anni, è già andato perduto un terzo degli oltre 2000 chilometri della Grande Barriera. Se la crisi climatica continua, sarà pallore in tutto l’universo corallino. Un’autentica apocalisse, avverte Calcagno, perché « il corallo, polipino millimetrico, è all’origine, da tempo, di importanti ecosistemi per gli equilibri e la salute della Terra. Le barriere coralline non rappresentano che lo 0,2 per cento della superficie planetaria, ma la capacità dei coralli di vivere in simbiosi con altre specie ha calamitato un’incredibile biodiversità, portando alla creazione di ecosistemi unici, fondamentali, equivalenti, in superficie, alle foreste equatoriali. I coralli non sono solo strani e belli, ma supportano anche centinaia di milioni di vite umane. Pensate che l’effetto serra è assorbito per il 97 per cento dal mare. Ciò significa che le barriere coralline sono oggi la realtà subacquea più a rischio : migliaia d’ecosistemi marini nel mondo son destinati a rapido deterioramento ».

Ecologia e difesa ambientale sono da decenni al cuore di Monte-Carlo, forse per la sua stessa sopravvivenza urbana che pare una contraddizione in termini: colate di cemento, un grattacielo inerpicato sopra l’altro, su un fazzoletto di terra sospeso su una baia di paradiso. Mare lindo in cui si specchia il mostro. La Bella e la Bestia. Tutti stipati in cucina: così uno s’immagina gli abitanti, una volta messi i piedi qua, stando attento a non farsi travolgere da una Ferrari in libertà, magari d’orribile colore giallo, che sfreccia per andarsi a depositare nell’Hôtel di lusso. Invece, a dispetto del look milionario e d’élite, Monte-Carlo sta promuovendo una politica ambientale d’eccellenza – pannelli solari, rifiuti immediatamente convertiti in energia –, condivisa da ogni Grand Hôtel, della quale Immersion non è che l’acqueo stendardo. L’oasi cementizia è punteggiata d’oasi verdi, tra cui i Jardins Saint Martin, primo giardino pubblico di Monaco, che si sviluppa sopra la costa a strapiombo tra il Musée Océanographique e il palazzo del Principato. Il percorso, lungo l’Allée Grace Kelly, è un’altra immersione, stavolta vegetale, nella biodiversità, accuratamente preservata e protetta : un patrimonio naturale di 880 specie vegetali e di volatili ormai rari come il falco pellegrino o il marangone dal ciuffo. Oltre ai giardini naturali inverdiscono il cemento i numerosi giardini pensili o, addirittura, gli orti urbani ecologici, come quello curato personalmente da Jessica Sbaraglia, ex promessa del tennis svizzero, diplomata in aromatologia, che dal 2016 gestisce il podere pensile di 4 ettari sopra il tetto della sala di conferenze del Monte-Carlo Bay Hotel: un rifornimento biologico e continuo di frutta e verdura, cui attinge lo chef martinicano Marcel Ravin del Blue Bay (1 stella Michelin) per inediti menu green, a lui ispirati via via dai prodotti di stagione.

Terra e mare, a Monaco, si gemellano in un grande abbraccio ecologico, che coinvolge periodicamente visitatori d’eccezione come, anni fa, gli aborigeni di Polinesia: proprio da quest’incontro è nato un ricco scambio di viaggi e iniziative, con il Principe Alberto II impegnato in prima persona. Immersion è non a caso il trasloco virtuale d’una fetta di barriera corallina appartenente al loro territorio.

Un film
Oltre all’installazione, questi scambi hanno originato un film: « Sarà presentato in anteprima l’anno prossimo al Festival di Cannes – anticipano Eva Muller, a capo del servizio Mostre, e Olivier Dufourneaud, direttore della Politica degli Oceani –. Al film sta lavorando la regista Trisha Lake. Titolo, provvisorio, Alick and Albert: il tema è infatti il confronto tra due personalità e due realtà, gli aborigeni e l’occidente, geograficamente agli antipodi ma unite da intenti comuni d’equilibrio ambientale». Sarà l’Immersion in un altro mondo. Un mondo possibile.