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Abuso e strumentalità della «questione settentrionale»

«Salvini allontana la Lega dal Nord», titolava la Repubblica di Lunedì 3 Agosto. Il titolo è stato ripreso prontamente da Giorgio Gori che in un tweet, con l’hashtag #ricominciodalNord, ha esortato il Pd a farsi rappresentanza della parte più moderna ed europea del Paese mettendo il lavoro, la produttività e la crescita in cima all’agenda politica. Non interessa qui entrare nel merito della tattica elettorale implicita nel messaggio, peraltro alla sua ennesima riedizione, quanto interrogarsi circa la sua consistenza fattuale: la rappresentanza politica dei ceti produttivi e dei territori più moderni ed europei del Paese.

O, MEGLIO, la reductio della «questione settentrionale» a una narrazione che cela in un cono d’ombra proprio quegli aspetti della realtà più divergenti rispetto alla condizione di molti paesi europei. Lavoro, produttività e crescita non sono problemi specifici delle regioni settentrionali ma riguardano il Paese nel suo insieme. Utilizzarle come parole d’ordine significa solo inseguire la retorica leghista della prima ora sul suo stesso terreno: la locomotiva dell’operoso Nord e la zavorra dell’assistito Sud.
Ciò non significa negare che le regioni settentrionali non abbiano bisogno di una rappresentanza politica da parte delle forze di sinistra e di centro-sinistra; piuttosto, è urgente sottolineare quali debbano essere i temi e le parole d’ordine di questa rappresentanza.

COME NON RICORDARE, anzitutto, che la pandemia ha portato in prima serata i problemi della fertile Pianura padana che, complice un modello agro-industriale intensivo, è diventata una delle aree più inquinate d’Europa, con conseguenze gravi per la salute dei suoi residenti? Inoltre, varie inchieste giornalistiche e studi accademici – tra questi ultimi Mafie del Nord a cura di Rocco Sciarrone (Donzelli, 2014) – documentano i «mali del Nord» nella sovrapposizione attiva tra mercati legali e mercati illegali.

Questi lavori fotografano un territorio intessuto di relazioni mafiose, sia con le imprese che con le politica locale; in alcune aree del Nord la criminalità organizzata è diventata un importante vettore dello sviluppo locale. L’inchiesta giudiziaria in corso verificherà se queste ombre si allungano anche sulla caserma Levante di Piacenza. A proposito di Nord.

Dal punto di vista politico e della classe dirigente, poi, in questi anni cruciali le regioni settentrionali non hanno dato alcuna prova di coordinamento strategico, pur in presenza di flussi e interdipendenze funzionali importanti. Le dinamiche del ciclo politico e del consenso a breve hanno dominato e annullato ogni capacità di pensiero «orientato al futuro». Di fronte a una progettualità politica macro-regionale carente, Il Nord si riduce a una entità geografico-amministrativa priva di capacità di azione collettiva.

UNA VISIONE STRATEGICA sulla rappresentanza del Nord dovrebbe dare prova di sé nell’evitare slogan semplificatori. Dal punto di vista territoriale, il Nord non esiste più da tempo, se mai è esistito. Come ci sono tanti Sud, allo stesso modo ci sono vari Nord: città medie in crisi, campagne produttive in spopolamento, periferie metropolitane sotto stress, aree interne, rurali e montane. L’Italia è il paese della diversità territoriale e il Nord non fa eccezione (si veda Il Manifesto per riabitare l’Italia, a cura di D. Cersosimo e C. Donzelli, Donzelli, 2020).

Un’Italia in contrazione caratterizzata da vincoli demografici, edifici abbandonati, cantieri bloccati e proprietà invendute, ci ricordano A. Lanzani e F. Curci (in A. De Rossi, a cura di, Riabitare l’Italia, Donzelli, 2020, seconda edizione). Le differenze economiche, sociali e territoriali che ormai separano il Nord-Ovest dal Nord-Est sono per molti aspetti tanto rilevanti quanto quelle che distinguono il Nord dal Sud.

I problemi idro-geologici della Liguria sono paragonabili a quelli di altre Regioni del Mezzogiorno; lo spopolamento delle aree montane del Piemonte ha le stesse conseguenze nell’Appennino calabro; la perdita di valore degli immobili che caratterizza molte città del Nord Italia – dove una casa per una famiglia costa come l’ascensore di un alloggio in centro a Milano – non è dissimile dalle dinamiche dei valori immobiliari delle città del Sud Italia.

IL NORD NON É LA «LOCOMOTIVA» del Paese, come sottolineato nell’appello «Ricostruire l’Italia. Con il Sud» promosso da 29 esperti di Mezzogiorno. Raccontare la questione settentrionale come un problema di rappresentanza dei ceti produttivi, vicini all’Europa e diversi rispetto al resto del Paese, è tatticamente errato, infondato dal punto di vista fattuale e strategicamente miope. I problemi specifici delle regioni settentrionali esistono eccome, ma non sono quelli della retorica che contrappone i «ceti produttivi» del Nord, vicini all’Europa, agli «individui assistiti» del Mezzogiorno.

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Falsa normalità e oscura «libertà» della destra

L’epidemia è scomparsa nella contesa per la distribuzione delle risorse. Eppure la pandemia infuria ovunque, riprende forza anche laddove veniva data per imbrigliata come nel cuore d’Europa dove qualcuno la dichiarava addirittura estinta. Ma dietro le parvenze di questa «fase», che non si saprebbe neanche più come definire, il conflitto politico ruota più o meno visibilmente intorno al virus.

Che si tratti di rinviare scadenze elettorali, dagli Stati Uniti alla Bolivia, di estendere i poteri dei governanti come nell’Europa orientale, di stabilire il rapporto tra potere centrale e poteri locali, o di manipolare i dati per allarmare o tranquillizzare la popolazione secondo le convenienze e gli equilibri di potere è sulla leva della pandemia che l’azione si concentra. Tutti pronti a cogliere le occasioni che il suo evolversi potrebbe offrire. A partire da un singolare rovesciamento degli orientamenti politici e delle inclinazioni ideologiche.

Tradizionalmente è la destra autoritaria ad enfatizzare l’allarme sociale e l’intensità dell’emergenza, a soffiare sul fuoco della paura per provocare riflessi d’ordine e obbedienza indiscussa all’autorità. Caso esemplare di questa tendenza è l’ «allarme criminalità» che, pur contraddetto da tutti i dati statistici, viene regolarmente giocato per favorire l’inasprimento del codice penale e la moltiplicazione delle forze dell’ordine. Modesti scampoli di terrorismo, consumo di stupefacenti, incidenti stradali, tutto torna utile per mettere in scena drammatiche emergenze da fronteggiare con una stretta autoritaria.

Per non parlare dell’immigrazione il cui impatto sulle società di arrivo viene gonfiato a dismisura fino a tratteggiare catastrofici scenari di scomparsa delle tradizioni e dei modi di vita dell’ «Occidente cristiano», sommerso da altre genti e altre culture.

Nel caso dell’epidemia di coronavirus accade invece esattamente il contrario, dalla minimizzazione al negazionismo. E il fenomeno riguarda tanto le destre all’opposizione quanto quelle al potere. Cosicché non può spiegarsi con l’attacco nei confronti di governi avversi. Questa volta le destre sventolano il vessillo delle libertà, non solo quella «d’impresa», come da usuale repertorio, ma anche quelle individuali, altrimenti poco apprezzate e comunque inscritte nel corpo organico della nazione e delle sue presunte tradizioni che ne disegnano i confini.

Dalla porta di Brandeburgo dove migliaia di persone inveiscono contro la politica sanitaria (peraltro assai morbida) del governo di Berlino, ai fans di Donald Trump, ai rumorosi convegni dei parlamentari italiani, si leva l’indignata protesta contro le limitazioni (certo non sempre e non tutte sensate) imposte dai governi per fronteggiare l’epidemia. Ma che resta comunque difficile interpretare come prodromi di una svolta autoritaria. Come si spiega questo rovesciamento di prospettiva?

Il fatto è che il virus, a differenza del criminale o dell’immigrato, non può essere descritto come nemico sociale. Si tratta di una entità «incolpevole». E, laddove la logorata mitologia dell’untore non può più essere messa in gioco (anche se qualcuno ci prova malamente coi migranti, qualcun altro col complotto cinese), il colpevole, dal quale l’autorità pretende di proteggerci, si dissolve. E della figura del colpevole da reprimere, la destra non può mai fare a meno.

La Pandemia ricade invece completamente al di fuori da questo schema trattandosi di un fenomeno di sistema, un prodotto dell’organizzazione sociale e produttiva nel suo insieme. L’emergenza riguarda dunque il suo funzionamento e la sua dinamica espansiva. Esattamente come nel caso del cambiamento climatico o dell’avvelenamento ambientale.

Ma il sistema, ovverosia lo sviluppo capitalistico e il processo di accumulazione, è esattamente ciò che la destra intende conservare invariato. Non le resta dunque che la via del negazionismo o della minimizzazione di una emergenza di cui non si può servire. Anche fuori dal campo della destra, tuttavia, la genesi sistemica di questa pandemia (e di quelle che presumibilmente seguiranno) è oggetto di una generale rimozione che da un lato ha dirottato verso i comportamenti individuali (compresi i più innocui) il recinto delle restrizioni, dall’altro ha generato la falsa normalità nella quale stiamo oggi vivendo.

E tutto quello che da questa sponda ci proviene è la promessa che forse qualche correzione ci sarà. Forse. Il virus purtroppo non mostra altrettanta moderazione.

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Bombe nucleari ad Aviano. Italia, ripensaci

Oggi è il 6 agosto 2020. Sono passati 75 anni. Siamo davanti alla base Usaf di Aviano. Già da molti anni, il 6 o il 9 agosto, ci ritroviamo qui davanti. Sono gli anniversari dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki dell’estate del 1945. In questa base, ancora oggi, sono custodite delle armi nucleari.

In queste occasioni ricordiamo sempre le storie dei sopravvissuti delle due città giapponesi, gli Hibakusha, uomini e donne che hanno dedicato le loro vite a far sì che nessun altro debba mai soffrire ciò che hanno vissuto loro. Non ci potrà mai essere giustificazione alcuna per l’uso di armi come queste. Non si tratta di armi che, se usate male, possono causare vittime civili. Si tratta delle uniche armi esplosive progettate non per l’uso sul campo di battaglia, ma per distruggere le città e i civili che le abitano.

La memoria è il punto di partenza. Ma è l’attualità che ci preme. Anche gli Hibakusha partono dai loro ricordi per mettere tutte le loro energie nella lotta per la messa al bando delle armi nucleari. Ed è per questo che, come partecipanti ad Aviano, vogliamo mandare un messaggio ai giovani, perché di mezzo c’è il futuro.

Negli anni le nostre azioni di movimenti per la pace e il disarmo hanno avuto alti e bassi. Chi di noi ha qualche anno in più ricorda ancora il periodo esaltante, degli anni 80, quando si unirono movimenti dal basso in Europa, a est e a ovest del Muro di Berlino (che c’era ancora), in un vasto movimento che portò all’eliminazione degli euromissili e a importanti riduzioni di armamenti. Per la prima volta si iniziò a capire che la sicurezza non poteva essere contro qualcuno, ma che doveva essere «comune» e inclusiva.

E ancora negli ultimi anni abbiamo avuto periodi che hanno rafforzato gli strumenti giuridici per il disarmo: la messa al bando delle mine antipersona, delle munizioni a grappolo, il trattato per il controllo internazionale sul commercio degli armamenti. Tutte campagne partite dal basso, con la forza tipica dei movimenti di società civile, che penetrano la cultura condivisa, la arricchiscono e ne diventano pilastri fondamentali.

Certo, a partire dal 2001, le nostre campagne sono state più in salita. Mai come oggi, però, ci siamo trovati in un frangente così pieno di pericoli. A gennaio gli scienziati atomici hanno posizionato le lancette del loro Orologio dell’Apocalisse a soli 100 secondi dalla mezzanotte: mai avevano dichiarato una tale situazione di pericolo, nemmeno al culmine della Guerra Fredda. Hanno giustificato l’allarme mettendo insieme il fallimento degli accordi sul clima con lo smantellamento (da parte di Trump) dei trattati internazionali sul controllo degli armamenti. E da gennaio le tensioni internazionali si sono acuite. Pensiamo agli scontri tra India e Cina, combattuti all’arma bianca, ma tra due potenze nucleari. E le schermaglie in Kashmir, tra India e Pakistan (possiede la bomba anche il Pakistan).

Qui, davanti alla base con le armi nucleari, però non possiamo lasciarci avvilire dalle pessime notizie. Abbiamo ancora un compito importante. Ci siamo impegnati per costruire una grande coalizione che arrivi a far mettere al bando le armi nucleari. Siamo movimenti e gruppi organizzati in oltre 500 Stati, abbiamo dalla nostra circa due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite. Il testo del Trattato che proibisce le armi nucleari (TpnW) è stato approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2017, e in quello stesso anno la nostra Coalizione Ican ha vinto anche il Premio Nobel. Il TpnW entrerà in vigore quando verrà ratificato da 50 Stati e siamo già a 40. Vogliamo raggiungere la cifra necessaria entro l’anno.

E noi, qui in Italia, abbiamo un compito ancora più speciale. Siamo in tanti (associazioni, comitati, movimenti, parrocchie, molti consigli comunali e tanti sindaci, e decine di migliaia di cittadini) che abbiamo aderito alla campagna «Italia, ripensaci». Chiediamo al governo italiano di esprimersi a favore del TpnW. Da quando si è iniziato all’Onu il dibattito sul TpnW nel 2016, in ogni occasione ufficiale l’Italia ha sempre appoggiato la posizione dei membri della Nato. Noi crediamo che la cultura, la tradizione, la storia della Repubblica italiana impongano un ragionamento diverso. Non può essere la logica di un’alleanza militare a dettarci decisioni immorali e illegali, le ragioni militari non possono prevalere sulla responsabilità comune di fronte alla vita, all’umanità.

Anche se non venissero mai usate, le armi nucleari ci impongono un modello di relazioni internazionali fondate sulla paura, sulla minaccia dell’annientamento. Ecco il motivo ultimo per cui vanno messe al bando e per cui l’Italia deve finalmente scegliere di stare dalla parte giusta della storia dell’umanità. «Italia, ripensaci».

L’autrice fa parte di Beati i costruttori di pace / Rete Italiana per il Disarmo

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La minaccia nucleare incombe, trattati internazionali a pezzi

Alle 8:16 del 6 agosto 1945 a Hiroshima un lampo accecante vaporizzò 140.000 vite umane, condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante. L’orrore fu reiterato 3 giorni dopo a Nagasaky. Questo settantacinquesimo anniversario può non essere rituale, perché per la prima volta si sta per acquisire uno strumento capace di portare all’eliminazione delle armi nucleari.

Perhé è potuto accadere? Una recente inchiesta ha mostrato che fra i cittadini europei prevale la convinzione che le bombe sul Giappone siano state una necessità per indurlo alla resa e salvare vite di militari americani. Gli storici hanno da tempo smontato questa tesi: in primo luogo vi erano altre possibilità, come invitare responsabili giapponesi ad assistere a un’esplosione, dato che il Trinity Test del 16 luglio aveva dimostrato la spaventosa distruttività della bomba. Il Giappone era allo stremo, sebbene si scontrassero nei comandi militari una linea dura ed una propensa alla resa, ma l’irrigidimento di Washington per la resa “incondizionata” precluse questo esito.

Peraltro gli Usa, che da tempo insistevano perché Mosca aprisse un fronte contro il Giappone, ora volevano affrettarne la resa per escludere l’Urss dagli accordi post bellici sul Pacifico: questa fu la sola motivazione della successiva esplosione su Nagasaky. Insomma, sono molti i motivi per interrogare anche i titubanti se ne valeva la pena! Perché ancora oggi è questa la ratio delle armi nucleari.

Quando nel dopoguerra la proliferazione nucleare dilagò all’Urss, alla Gran Bretagna, la Cina, la Francia, e con la sua collaborazione Israele, divenne necessario un trattato internazionale che ponesse un limite. Si arrivò così nel 1970 al Trattato di non proliferazione (Tnp), che soffrì di una contraddizione intrinseca imponendo obblighi difformi agli stati aderenti, poiché a chi già aveva l’arma nucleare era concesso di continuare a svilupparla (negli anni ‘80 gli arsenali nucleari toccarono la cifra demenziale di 70.000 testate), mentre a chi non la possedeva era vietato realizzarla: la “carota” era l’articolo VI del Tnp che impegnava gli stati nucleari a condurre trattative in buona fede per il disarmo completo. Promessa di marinaio, poiché il Tnp non è vincolante.

Con la fine della guerra fredda le armi nucleari risultarono obsolete come deterrente, si aprirono grandi speranze di una loro eliminazione e si avviò realmente un processo di riduzione: ma verso la fine del secolo le tensioni internazionali si aggravarono e il processo di disarmo rallentò. Qui il Tnp tradì i propri limiti per l’inadempienza degli stati nucleari dell’articolo VI: infatti la bomba nucleare venne realizzata dal Sudafrica (che tuttavia smantellò il proprio arsenale sotto il governo Mandela), dal Pakistan e dall’India (che non avevano firmato in Tnp) e dalla Corea del Nord (che per realizzarla recedette dal Tnp, che lo consente). E non ha impedito lo schieramento delle B61 in Europa, 70 in Italia.

Se non bastasse, Trump ha smantellato pezzo per pezzo il pur carente regime di non-proliferazione, rescindendo unilateralmente tutti i trattati di riduzione e controllo delle armi nucleari, e ha incentivato progetti pluri-miliardari di nuove mini-testate che dietro un’illusione di poter condurre una guerra nucleare limitata ne aggravano a dismisura il rischio. Oggi tale rischio è più alto che in tutti i 75 anni passati!

L’impotenza del Tnp di garantire l’eliminazione di queste armi, a fronte dell’esasperazione della minaccia di una guerra nucleare, ha dato origine una decina di anni fa alla Campagna Internazionale della società civile per l’Abolizione delle Armi Nucleari, Ican, che è riuscita a portare all’Onu e fare approvare il 7 luglio 2017 un Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, Tpan, che avrà carattere vincolante. Per entrare in vigore il Tpan deve essere ratificato da 50 Stati, ma siamo già a 40 e fra breve esso sarà sicuramente un componente del diritto internazionale.

Ovviamente questo non assicurerà l’eliminazione delle armi nucleari, anche perché gli Usa e la Nato osteggiano ferocemente il Tpan, ma il possesso, l’uso, e la minaccia dei queste armi saranno per il diritto internazionale, e quindi per il senso comune, un crimine contro l’umanità: l’esito sarà analogo a quello delle altre convenzioni che vietano armi di distruzione di massa, considerate appunto un crimine.

Qui si pone una ferma richiesta al governo italiano di firmare il Tpan: è un atto che esula dagli interessi politici contrastanti dei partiti, e nella sostanza non tocca neanche la sostanza degli equilibri militari internazionali, è un dovere verso i cittadini e riscatterebbe la subalternità storica dell’Italia, che ai tempi di Trump diviene aperta complicità con un criminale

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Referendum, non ci sono alternative al No

La contesa referendaria si anima e non poco. Era partita quasi in sordina, al piccolo trotto, con i sostenitori del Sì fieri e tronfi, convinti di marciare verso un plebiscito a insegne spiegate. Ma le cose stanno andando molto diversamente. Dall’intervista di Bettini in poi si è aperta una voragine dentro il Pd, fino alle dichiarazioni di Zingaretti che scopre che il taglio dei parlamentari senza neppure il correttivo di una nuova legge elettorale è un pericolo democratico e una porta spalancata all’antiparlamentarismo populista. Alcuni hanno interpretato questa scomposta alzata di toni come un’astuta manovra per riuscire almeno a discutere e votare il «Brescellum» in un ramo del Parlamento. Ma si tratta di dietrologie buoniste del tutto infondate.

NON È SOLO una questione di tempi troppo stretti. Chi ha un minimo di esperienza parlamentare sa bene come sia scivoloso e comunque imprevedibile il terreno della discussione su nuove normative in campo elettorale, sia per quanto riguarda gli esiti, che possono arrivare a stravolgimenti del progetto originario se non addirittura a insabbiamenti più o meno definitivi, sia per la totale imprevedibilità della durata del percorso parlamentare. A meno che non si voglia ricorrere a manomissioni regolamentari e costituzionali. Così gli appelli a Conte per fare rispettare il patto di maggioranza come gli ultimatum di Zingaretti “in aula con chi ci sta” cadono in un totale vuoto di credibilità.

I renziani si sono sfilati da tempo, anche se non rinunciano ad usare la tattica del dondolio fra aperture e chiusure assolute. Forza Italia e Lega non sono propense a intese, avendo affidato alle imminenti regionali la prova della loro reale consistenza politico elettorale. Fratelli d’Italia coltiva e amministra la propria crescita di consensi nei sondaggi. Inoltre non manca molto alla riunione della Corte Costituzionale, convocata inusitatamente per il 12 agosto, che dovrà decidere su quattro ricorsi presentati contro le conseguenze negative che avrebbe il taglio dei parlamentari e l’election day.

IL «BRESCELLUM», dal canto suo, non sanerebbe affatto lo strappo alla rappresentanza politica e quindi alla democrazia. Non solo la soglia di accesso è troppo alta, il 5%, ma non vi è la possibilità da parte dei cittadini di scegliere gli eletti. Quindi le segreterie e i potentati dei partiti continuerebbero a farla da padroni. Si dice che vi sarebbe disponibilità ad abbassare la soglia fino al 3% per accontentare le forze minori, ovvero Italia Viva, ma a quel punto tanto varrebbe per i renziani tenersi l’attuale Rosatellum. Del resto, come ha sostenuto Massimo Villone su queste pagine, anche una legge elettorale proporzionale con recupero nazionale dei resti e la cancellazione della base regionale per l’elezione del Senato, offrirebbe solo una parziale riduzione del danno, ma non certo la ricucitura dello strappo costituzionale. Insomma il Pd si è infilato con sciagurata baldanza in un vicolo cieco da cui è impossibile uscire con piccole furbizie.

Il fatale errore iniziale è stato quello di scambiare una norma di rango costituzionale, quale è la modifica della composizione del parlamento, pilastro della democrazia rappresentativa, con una legge ordinaria, come è la legge elettorale, per quanto importante sia, con l’umiliante aggravante di non ottenere neppure quest’ultima nei tempi della celebrazione del referendum. La scelta di «tenerla bassa», di sfilarsi alla chetichella dalla contesa referendaria è una tattica artificiosa e debolissima. È vero che in parte è già in atto. Si fatica a incontrare comitati per il Sì non solo nei territori ma persino nei confronti televisivi, il che può creare grattacapi all’Agcom, come è già capitato all’inizio – subito abortito per effetto delle misure anticovid – della campagna referendaria quando il voto era stato fissato per il 29 marzo. Nelle feste estive del Pd pare che il Sì non troverà rappresentanza ufficiale.

MA SOPRATTUTTO cresce nel paese la scelta per il No. Si sono pronunciati in questo senso grandi organizzazioni di massa, quali l’Anpi e l’Arci, intellettuali influenti, da Mario Tronti ad Alberto Asor Rosa, a Massimo Cacciari, nonché esponenti del Pd e dirigenti storici del Pci come Emanuele Macaluso. Il segretario generale, Michele Schiavone, del Consiglio generale degli italiani all’estero non ha risparmiato critiche all’election day e al taglio dei parlamentari. Tra i 5stelle i dissensi si moltiplicano. È entrato nella contesa il mondo cattolico, da padre Bartolomeo Sorge che ha parlato di «Costituzione mutilata» a Bernard Scholz presidente del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Come è successo positivamente in passato, lo scontro referendario rivivifica la società civile e le sue istituzioni. Ed è il No a farlo. Poiché in un referendum costituzionale il quorum non esiste, l’astensione non ha alcun significato. Se si riconosce che il taglio del parlamento è un pericolo per la democrazia c’è un’unica possibilità: votare No. La partita è aperta, anzi apertissima.

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L’Italia sul Ponte, sospesa sul passato che non passa

Meglio l’arcobaleno che congiunge il ponte San Giorgio da un capo all’altro, delle frecce tricolori che lo tagliano trasversalmente. Meglio il semicerchio iridato che parla di pace, delle strisce di fumo rettilinee dei colori nazionali tracciate da macchine da guerra. A Genova la natura fa meglio degli uomini, sul piano del simbolico, nel giorno in cui, come più non si potrebbe, l’Italia si mostra in tutta la sua presente ambivalenza, intreccio di positivo e negativo, volontà e velleità, bisogno di andar oltre e condanna a ripetersi.

Due Italie non separate tra loro in un prima e un dopo distinti e contrapposti, ma ancora confuse e intrecciate in una zona grigia tenacemente opaca. Tutto, in quella cerimonia inaugurale, parla di questa incapacità del Paese di separarsi dai propri vizi storici, a cominciare dall’oggetto inaugurale: quel ponte integralmente nuovo (e bello) – quasi poetico.

Affidato tuttavia (non importa qui per quali insuperabili ragioni giuridico-amministrative) a chi aveva mandato in rovina il precedente per molto prosaici interessi. E poi l’incontro di Mattarella con i parenti delle 43 vittime, giustamente scelto in forma sobria, in Prefettura, come «occasione raccolta, non di frastuono», e il discorso profondo, non formale, del Presidente, di «sostegno sincero» alle loro ragioni, sulle responsabilità che «non sono generiche, hanno un nome e un cognome», e sull’importanza che «vi sia un’azione severa, precisa e rigorosa di accertamento delle responsabilità».

AZIONE che, tuttavia, a due anni esatti dal fatto, ancora non ha dato risultati visibili, e questo resta il grande rimosso: il greve non detto che pesa e ha pesato nel giorno del Ponte. Sul quale, è vero, sono risuonati i nomi dei morti e, almeno in parte, è stata messa la sordina ai trionfalismi d’occasione (solo in parte perché qualche richiamo al «genio italico» si è sentito), ma sul cui asfalto nuovo di zecca camminava anche qualcuno dei vecchi responsabili (diretti o indiretti) delle indecenti concessioni fatte in passato, e la stessa ministra delle Infrastrutture a cui si deve almeno parte dei ritardi nello scioglimento nel nodo concessorio.

D’ALTRA PARTE è proprio lei, Paola de Micheli – per molti versi un simbolo dell’endemico trasformismo italiano, nel suo fibrillante zig zag tra tutte le componenti del centro-sinistra delle ultime stagioni, nessuna esclusa – ad aver compiuto il capolavoro di accludere al recente decreto «Semplificazioni», in cui avrebbero dovuto esprimersi le istanze di rinnovamento prodotte dal trauma del coronavirus, l’indecente lista di «priorità» delle Grandi opere: un monumento di continuismo nei peggiori luoghi comuni.

IL SEGNO che «nulla deve cambiare» rispetto alle disastrose credenze del prima, a cominciare da quel TAV Torino-Lione che continua a svettare, provocatorio, in cima alla lista. È il segno – un po’ patetico se non fosse drammatico – di quanto l’Italia continui a essere ostaggio del proprio «passato che non trapassa», replicando di volta in volta, aldilà delle dichiarazioni verbali, sempre i propri vizi.

PER QUESTO mi ha colpito (favorevolmente) il riferimento da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a un noto passo di Piero Calamandrei, a proposito appunto del Ponte (la rivista da lui fondata nel 1945), nel suo discorso a Genova. Ma non mi è sfuggito lo stridore tra quel testo e la situazione politica attuale.
Nell’editoriale del primo numero Calamandrei commentava appunto il titolo della rivista e «l’emblema della copertina: un ponte crollato, e tra i due tronconi delle pile rimaste in piedi una trave lanciata attraverso» su cui camminava un «omino».

IN QUELL’IMMAGINE egli vedeva il segno della «ritrovata unità morale dopo un periodo di profonda crisi» e la volontà di permettere al Paese di superare «un passato di distruzione» (il fascismo) per entrare in «un futuro di rinascita», come fedelmente ha riportato Conte.
Ma poi Calamandrei aggiungeva che l’«omino» che transitava sul precario asse, non era una figura generica. Aveva in spalla una zappa. Era un lavoratore. E voleva simboleggiare il necessario cambio di egemonia nell’Italia che ri-nasceva, come dichiarerà poi, purtroppo solo formalmente, l’art. 1 della Costituzione nel definire la nostra Repubblica «fondata sul lavoro».

ORA, È PROPRIO questo il tassello che manca, se si vuole attenuare lo stridore e dar coerenza ai due capi del ponte: questa assenza nel – sia pur parziale – cambio di egemonia, se a dettar legge sul presente e sul futuro continuano a essere i padroni di sempre, che si tratti della resistenza all’applicazione delle zone rosse durante la fase esplosiva della pandemia (si pensi ai diktat confindustriale di Carlo Bonomi) o sull’uso dei miliardi del Recovery fund (tutto ai soliti noti, niente all’«assistenza»).

E se le maggioranze di governo, di qualunque combinazione cromatica siano, continuano a essere ostaggio dei campioni del trasformismo e dei corsari da aula o da consolle.

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Usa e getta o lunga durata delle cose?

Confidando naturalmente negli aiuti dello Stato (agevolazioni fiscali e sussidi a fondo perduto). Tanti soldi alle imprese in cambio di una spruzzatina di verde e della solita promessa che presto ci sarà più occupazione e più ricchezza per tutti. L’esatto contrario dell’impostazione delle forze ecologiste e di sinistra, che reclamano un ruolo strategico dello Stato per cambiare alla radice la politica economica e sociale. In questa polarità si gioca, dunque, l’uso più o meno efficace dei fondi in arrivo.

Affermare un nuovo modo di produrre (e di consumare) non è facile. C’è bisogno, innanzitutto, di un cambio profondo di mentalità. La svolta green non è dietro l’angolo, ma va preparata con l’iniziativa di massa. Senza conflitto e senza partecipazione popolare, una nuova idea di sviluppo non avrebbe le gambe per camminare. Un «modello verde di sviluppo», per intenderci, è incompatibile col modello, oggi dominante, dell’«economia del ricambio», in base al quale si acquistano beni per rimpiazzare quelli in uso.

La crisi dell’auto, per esempio, che è anche crisi di sovrapproduzione, è emblematica. Il governo vara misure per incentivare la vendita di automobili, magari più ecologiche. Ma il trasporto pubblico locale, inefficiente e al collasso in molte regioni e città, è del tutto ignorato. Del Tpl, che dovrebbe essere il punto di partenza di una strategia della mobilità e di una riconversione ecologica del settore, nessuno parla. Anche l’industria farmaceutica, per fare un altro esempio, non sfugge alla perversa legge dell’economia del ricambio.

Quanti farmaci sono sostituiti da quelli nuovi, certamente più costosi, ma non sempre più efficaci? La ricerca del profitto, come l’esperienza insegna, finisce spesso col danneggiare i malati, che vengono privati delle migliori cure al costo più basso, e col riflettersi sul servizio sanitario nazionale gravandolo di maggiori costi, di cui non ci sarebbe necessità. Ancora, la maggior parte dei consumatori sarebbe propensa a riparare l’elettrodomestico non funzionante o il vetro rotto del tablet, ma è scoraggiato dai costi, che a volte superano quelli dell’acquisto online dello stesso prodotto.

Così, elettrodomestici e apparecchi elettronici diventano spazzatura senza che si sia nemmeno provato a riparare il guasto. Non è vero che i centri di assistenza stanno praticamente sparendo? E con loro anche migliaia di giovani tecnici capaci di mettere mano su prodotti ad alta tecnologia? Avvenne la stessa cosa, in termini diversi, ai tempi del miracolo economico (negli anni sessanta) quando centinaia di migliaia di artigiani chiusero bottega perché le industrie inondarono il mercato di prodotti a basso costo.

Nel contesto della crisi che stiamo attraversando, non serve, anzi è controproducente, un generico sostegno alla domanda individuale o ai singoli comparti dell’economia maggiormente in difficoltà. Il problema è di come orientiamo gli investimenti, indirizzandoli verso scelte innovative ed ecologiche. Ciò presuppone una lotta senza quartiere alla cultura dominante dell’«usa e getta» e puntare tutto sul migliore «uso» e sulla «lunga durata» delle cose. Presuppone di intervenire anche con una legge ad hoc contro la pratica illegale dell’«obsolescenza programmata» dei prodotti (la durata del loro ciclo di vita prefissata già in fabbrica), su cui ormai si fonda il business del comparto industriale.

Si esce da questa situazione spostando la ricerca e l’innovazione da obiettivi tesi ad ampliare gli spazi del consumismo esasperato e del facile profitto verso obiettivi di benessere collettivo e di lavoro qualificato. L’Italia presenta innumerevoli elementi di fragilità: il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, l’erosione delle coste, lo stato di abbandono e di degrado di beni culturali e di beni pubblici (scuole, ospedali, strade, ponti, ferrovie, e altro), l’impatto devastante di eventi calamitosi, sempre più frequenti e imprevedibili a causa dei cambiamenti climatici.

La parola d’ordine del rilancio economico, in questa fase, dovrebbe essere manutenzione, che significa riparare ciò che si rompe o riattivare meccanismi inceppati. Manutenzione come bussola che dovrebbe guidare l’azione del governo, delle regioni e degli enti locali, seguendo il filo dei progetti indicati da Laura Pennacchi su il manifesto del 2 agosto.

Una politica della manutenzione, insomma, non solo rimetterebbe in sesto le cose, ma si ripagherebbe ampiamente evitando costosi interventi, casuali e parziali, effettuati ex post. Mettere a disposizione di questa politica una parte delle risorse in arrivo dall’Europa darebbe un impulso positivo al miglioramento della qualità dello sviluppo e della qualità della vita. <TB><TB>

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Non repubbliche marinare ma repubblichette

Toti ci informa che: se il paese è ripartito, «è soprattutto merito delle Regioni che si sono prese le responsabilità di scrivere le linee guida»; non c’è nessuna emergenza, e il parere del Comitato tecnico scientifico (Cts) si spiega perché deve «anche ribadire la sua esistenza in vita»; «il governo non ha cercato alcun dialogo alla faccia delle competenze e dell’autonomia. È già sgradevole per la nostra Costituzione scritta ma anche per quella materiale che si è formata nella gestione del virus»; in materie di potestà concorrente la concertazione è necessaria, e nella specie si sarebbe dovuto avere il parere del Cts, una conferenza Stato-regioni, e infine una decisione collegiale.

Bisogna dire a Toti che il ruolo delle regioni, probabilmente abnorme, nella gestione dell’emergenza è venuto dalle scelte di Conte e del governo, che hanno scelto la via dei Dpcm, dei comitati tecnici, delle cabine di regia e delle conferenze. Avrebbero probabilmente fatto meglio a costruire un percorso meno affollato e più centrato sul parlamento.

Ci sono stati elementi di debolezza di Palazzo Chigi, che non sono certo la nuova costituzione materiale che dice Toti, ma solo una errata politica istituzionale, con momenti di appeasement verso i governatori. Che però non hanno, né possono avere, il ruolo di rappresentanza generale che per Toti dovrebbero assumere. Sono poco rappresentativi persino per il territorio che governano, visto il modello istituzionale e i sistemi elettorali regionali. E comunque una concertazione fra esecutivi non esaurisce la domanda di capacità rappresentativa e di governo che solo istituzioni genuinamente nazionali possono assicurare.

Le conferenze sono luoghi – tra l’altro poco o nulla trasparenti – sensibili alle assonanze / divergenze delle maggioranze tra centro e periferia, in cui storicamente hanno prevalso gli interessi dei territori più forti. Vanno ripensate. Ma qui cogliamo un pericolo che emerge dal confronto sul taglio dei parlamentari e sulla legge elettorale.

Il taglio di per sé indebolisce il parlamento, come abbiamo argomentato su queste pagine. Voci anche insospettabili parlano ora di un pericolo per la democrazia. Parallelamente, è certo che il danno, da grave che è comunque, diventa devastante se non: a) si adotta una legge elettorale proporzionale con recupero nazionale dei resti, e b) si cancella la base regionale per l’elezione del senato. Una strategia di riduzione (parziale) del danno. Italia viva ha invertito la rotta rispetto all’accordo sul proporzionale stipulato con la nascita del governo perché evidentemente Renzi ha smesso di sperare in una crescita dei consensi.

Per una piccola forza politica è ovviamente meglio un maggioritario in cui portare i voti decisivi per la vittoria di una coalizione, piuttosto che un proporzionale commisurato ai consensi effettivi. In soldoni, col maggioritario si vale il 3%, e si contratta per il doppio dei posti. Al momento, la strategia di riduzione del danno si mostra impervia.

Un esito negativo porterebbe a una devastane caduta di rappresentatività delle Camere, in perfetta e perversa sinergia con l’aspirazione a una rappresentanza generale del paese da parte dei governatori. La conferenza Stato-regioni diventerebbe di fatto una terza camera para-legislativa, chiamata a dare il disco verde alle politiche nazionali che fossero nell’agenda di governo.

Vanno in questo senso i rumors secondo cui nell’ambito dei festeggiamenti del cinquantenario del regionalismo sarebbe presentato un documento che chiede un nuovo «patto» tra Stato e Regioni. Patto tra chi, e per cosa? No, grazie. È passato il tempo delle Repubbliche marinare, e speriamo non venga mai quello delle repubblichette.

La costituzione materiale nata col virus che piace a Toti richiede un vaccino urgente. Vogliamo un paese unito e forte, in cui non accada che passando un confine regionale qualcuno si debba alzare e scendere dal treno, perché ogni territorio decide per sé. Capiamo che, come dice Toti del Cts, i governatori devono giustificare la propria esistenza in vita. Ma non esagerino.

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La pandemia rende ancor più evidente la necessità di abolire le armi nucleari

In questi mesi l’intera famiglia umana è stata messa in ginocchio dal coronavirus. Il bilancio globale delle vittime continua a crescere quotidianamente; la disperazione dell’umanità aumenta; gli effetti fisici, psicologici ed economici aumentano. Questa pandemia ha raggiunto praticamente tutti: abbiamo capito che siamo tutti vulnerabili e ci rendiamo conto che la vera sicurezza deve essere, in sostanza, condivisa.

Il prossimo mese di agosto – sperando di giungervi con sempre più vite salvate – il mondo commemorerà una minaccia che per 75 anni ha rappresentato il più grave dei rischi per l’umanità. Le conseguenze dannose della pandemia Covid-19 impallidiscono rispetto a quelle che sarebbero capitate alla famiglia umana, e alla terra stessa, in caso di guerra nucleare.

Papa Francesco ci avverte che le armi nucleari costituiscono un affronto mortale non solo al benessere della terra e dei suoi abitanti, ma anche al nostro rapporto con Dio. Le armi nucleari sono un abominio: la “minaccia del loro uso, così come il loro possesso, è da condannare fermamente”. (dal discorso di Sua Santità ai partecipanti al Simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero da armi nucleari e per lo sviluppo integrale”, 10 novembre 2017) 

La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci.

Il coronavirus ha rappresentato un campanello d’allarme per il mondo. Stiamo sperimentando in prima persona come investire centinaia di miliardi di dollari per lo sviluppo, la fabbricazione, i test e lo spiegamento di armi nucleari non solo non è riuscito a renderci sicuri, ma ha privato la comunità umana delle risorse necessarie per il raggiungimento della vera sicurezza umana: sufficienza alimentare, alloggio, lavoro, formazione scolastica, accesso all’assistenza sanitaria.

Di fronte al coronavirus, le speranze di sopravvivenza nelle nostre comunità si sono fondate sul sacrificio in prima linea dei soccorritori. Eppure, come ammonisce la Croce Rossa Internazionale, tali soccorritori non ci sarebbero in caso di un attacco nucleare: i medici, gli infermieri e le infrastrutture sanitarie sarebbero essi stessi cancellati. Né soccorritori esterni, nella misura in cui sopravvivessero, potrebbero accedere in sicurezza nelle zone esposte alle radiazioni. (https://www.icrc.org/en/doc/resources/documents/legal-fact-sheet/03-19-nuclear-weapons-human-health-1-4132.htm)

Mentre la terra stessa sta vivendo una nuova inattesa esperienza di guarigione e rinascita, a causa della temporanea cessazione delle attività umane dannose, un attacco nucleare sortirebbe l’effetto opposto. Né la terra, né alcuna delle sue creature, sarebbe risparmiata dall’avvelenamento prodotto dalla radioattività risultante da una guerra nucleare, anche se limitata. Le colture appassirebbero e morirebbero mentre la luce del sole sarebbe bloccata dalle nuvole atmosferiche di polvere prodotta. La vita sulla terra sarebbe messa in grave pericolo.

Come comunità umana stiamo imparando delle dure lezioni sulla nostra sicurezza collettiva durante questa pandemia globale. E’ giunto il momento di affrontare la sfida e di cogliere l’opportunità per apportare le modifiche necessarie a salvaguardia del nostro futuro. 

Ma la finestra temporale che ci resta potrebbe essere troppo breve. Se non riusciamo ad agire adesso e con decisione per eliminare le armi nucleari dalla faccia della terra, giochiamo pericolosamente non solo con la pandemia ma anche con la estinzione totale.

Il trattato sul bando totale delle armi nucleari, approvato all’ONU nel 2017, ha un sempre più crescente sostegno mondiale. Per diventare effettivo c’è però bisogno di altre firme per superare la soglia necessaria di cinquanta stati.

Il Vaticano stesso lo ha da tempo ratificato e le Conferenze dei vescovi cattolici di Giappone e Canada chiedono ai loro governi di fare altrettanto.

A nome di Pax Christi International e di Pax Christi Italia sollecitiamo la Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del 75° anniversario dei bombardamenti atomici, a chiedere al nostro Governo di firmare il trattato.

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Fascismo, un fantasma al museo

La notizia positiva è che il museo sul fascismo a Roma non si farà. La mozione che si sarebbe dovuta discutere e votare in Campidoglio il 6 agosto è stata ritirata dalla consigliera comunale Gemma Guerrini, che l’aveva firmata, a seguito delle giuste obiezioni dell’Anpi e di tutte le associazioni della Casa della Memoria e della Storia di Roma. A porre il diniego ufficiale al progetto è stata la sindaca Raggi.

Intervenuta per ribadire l’identità antifascista di Roma Medaglia d’oro alla Resistenza.  La vicenda tuttavia non soltanto solleva, di nuovo, il complesso e irrisolto rapporto tra lo Stato italiano, la sua popolazione ed il passato fascista ma, come si avverte scorrendo il testo della mozione, chiama in causa l’ambiguità europea nella lettura del nostro comune passato.

Sul piano nazionale la questione dei conti col fascismo è tema pluridecennale. Il nostro è un Paese dove molto pesante è stato il lascito della «mancata Norimberga italiana» ossia di un processo, prima ancora che giuridico, paradigmatico e catartico di elaborazione del passato fascista. È nel quadro geopolitico della Guerra Fredda che hanno origine le motivazioni del fallimento dell’epurazione; del reintegro e promozione del personale fascista ai vertici degli apparati di forza dello Stato repubblicano e delle forze armate; della parallela espulsione di cinquemila partigiani dalla polizia e dell’istruzione di processi contro migliaia di loro per «fatti legati alla Guerra di Liberazione» ovvero la radice storica della nostra democrazia costituzionale.

L’impunità per le migliaia di militari italiani iscritti nelle liste delle Nazioni Unite che avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra compiuti nei Balcani, in Africa, in Urss e Francia contribuì in modo decisivo alla rimozione delle responsabilità storiche del fascismo, della sua classe dirigente e delle classi proprietarie e della piccola e media borghesia che lo avevano sostenuto. La «continuità dello Stato», insegna Claudio Pavone, determinò una pesante ipoteca sullo sviluppo della vita democratica e sull’applicazione della Costituzione, che rimase «congelata» fino alla metà degli anni Cinquanta quando finalmente videro la luce il Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale.

I dati storici raccontano che negli anni Sessanta provenivano dal regime fascista 62 prefetti di prima classe su 64, 64 su 64 di seconda classe, 7 ispettori generali su 10, 120 questori su 135, 139 vicequestori su 139. I conti con quelle vicende però non sarebbero rimasti solo faccenda della pubblica amministrazione ma avrebbero chiamato in causa gli italiani ed il loro consenso al regime, alle guerre, alle leggi razziali, alla persecuzione degli antifascisti, alla soppressione della libertà di parola e stampa, alla cancellazione di tutti i partiti e sindacati, alla costruzione di centinaia di campi d’internamento in tutto il Paese.

È con tutto questo che gli italiani non hanno mai fatto fino in fondo i conti ed è su questa questione, più che con «proposte museali», che si dovrebbe intervenire per contrastare i rinascenti fenomeni di intolleranza, razzismo, discriminazione sociale e di genere che si manifestano nel cuore della crisi del nostro presente. Leggendo la mozione ritirata, che pure si apre con le migliori intenzioni antifasciste, non è difficile infine avvertire l’eco della indecorosa risoluzione del Parlamento europeo che il 19 settembre 2019 ha equiparato il nazismo al comunismo, soprattutto nei due riferimenti alla Guerra Fredda (che non c’entra nulla col fascismo italiano) e al «Museo del Terrore» di Budapest nell’Ungheria di Viktor Orbán.

Così come la retorica celebrativa della Resistenza non ha reso un buon servizio ai 20 mesi più luminosi della storia del nostro Novecento, tanto meno sarà una musealizzazione del fascismo a produrre quegli antidoti culturali di cui oggi è indispensabile innervare il tempo presente.

Il regime di Mussolini non fu la «parentesi» cara a Benedetto Croce, piuttosto un moto che pervase al fondo la società italiana divenendo – come scrisse Piero Gobetti – «autobiografia della Nazione». Sta nella prassi concreta e nella promozione dei caratteri di rottura politica e progresso sociale della Costituzione la liberazione dai fantasmi del passato; la presa di coscienza della vicenda storica nazionale; il superamento definitivo dalla continua revisione auto-assolutoria di quella dittatura moderna che gli italiani hanno creato ed esportato nel mondo.