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Decreto agosto, intesa sui licenziamenti: ora il blocco sarà variabile

Blocco dei licenziamenti variabile con una durata minima fino a metà novembre e massimo fino al 31 dicembre. Dopo giorni di tensioni e veti incrociati, ieri le forze di maggioranza hanno raggiunto un compromesso su uno dei problemi del «Decreto agosto» che dovrebbe essere approvato nelle prossime ore dal governo. E poi hanno iniziato a litigare sui bonus destinati al rilancio dei consumi.

IL DIVIETO dei licenziamenti resterà dunque fino alla fine dell’anno, come affermato dalla ministra del lavoro Nunzia Catalfo davanti ai sindacati, ma avrà una scadenza variabile a seconda dell’uso continuo o frammentato che le imprese faranno delle casse integrazioni il cui finanziamento sarà prolungato per altre 18 settimane a causa dell’emergenza innescata dal Covid. Se, ad esempio, un’impresa ha fatto richiesta dell’ammortizzatore sociale dal 13 luglio in poi, ed è intenzionata ad usarlo per intero, e da subito, terminerà la disponibilità delle ore di cassa integrazione a metà novembre. Dopo avere risparmiato sui salari, da quel momento potrà iniziare a licenziare. Le imprese che invece sceglieranno di usare parzialmente, o a scaglioni, le casse integrazioni potranno arrivare anche fino alla fine dell’anno o anche all’inizio del prossimo. Terminato il periodo accordato, anche loro potranno iniziare a licenziare, se non avranno avuto modo di ricominciare a produrre.

NEL «DECRETO AGOSTO» sarà prevista anche un’alternativa a questo uso dell’ammortizzatore sociale. Le imprese potranno infatti ricevere uno sgravio contributivo di quattro mesi sui lavoratori che, dopo essere stati messi in cassa integrazione a maggio e giugno, torneranno al lavoro in azienda. Questa misura di decontribuzione resterà valida fino alla fine dell’anno, coprirà il 100% dei costi previsti ed entro il limite di 8.060 euro annui, riparametrata e applicata su base mensile. Nei quattro mesi in cui le imprese riceveranno i fondi per la decontribuzione non potranno licenziare i lavoratori. Al termine di questo periodo, dopo avere incassato gli sgravi, potranno licenziare.

SONO QUESTI I MODI in cui ieri si è pensato di evitare l’ora X dopo la quale avrebbe potuto scattare la temuta ondata di licenziamenti di massa nell’ambito del lavoro dipendente contrattualizzato. I licenziamenti avverranno lentamente, diluiti nel tempo, sempre per decisioni delle imprese, una volta che avranno esaurito le 18 settimane ulteriori di cassa integrazione o gli sgravi in alternativa.

DAVANTI A UNA BOZZA di decreto, precedente al compromesso raggiunto ieri, che fissava la fine del blocco variabile al 15 ottobre, Cgil Cisl e Uil hanno annunciato la possibilità di uno sciopero generale il prossimo 18 settembre. Ieri sera, una volta arrivata la notizia dell’accordo nella maggioranza, fonti sindacali della Cgil hanno informato che quella raggiunta «non sembra una brutta soluzione. Se si lega il blocco dei licenziamenti agli ammortizzatori sociali, e si fa corrispondere la durata dell’uno a quella degli altri come grosso modo sembra che è stato deciso, questa è una soluzione che potrebbe avvicinarsi alle nostre richieste. Non si arriva al 31 dicembre, ma ci si avvicina. Dipende anche dal periodo a partire dal quale si inizierebbe a beneficiare della Cig. Si potrebbe anche scavallare la fine dell’anno» A questo punto però viene da chiedere cosa succederà dopo il primo gennaio 2021: scatterà un’ondata di licenziamenti di massa? «Già oggi – è stata la risposta – si prevedono procedure di insolvenza e fallimentari, contratti di solidarietà e riduzione di orario del lavoro, misure necessarie per accompagnare i lavoratori. Al netto dell’arrivo di un altro choc epidemiologico, cosa che tutti auspichiamo non avvenga, ci auguriamo che il paese vada verso una ripartenza».

SULLA PROSPETTIVA della ripresa continua a scommettere il ministro dell’economia Roberto Gualtieri commentando i dati Istat sull’aumento della produzione industriale: +8,2% giugno, ma il livello dell’attività è ancora indietro del 13,7%. Per Gualtieri «è un dato che crea i presupposti per un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre del 2020». Il ministro prospetta quella che gli economisti definiscono una ripresa a «V»: un crollo drastico del Pil e poi un rimbalzo impressionante. Tutta la politica del governo, e anche la discussione sul blocco dei licenziamenti e sul prolungamento degli ammortizzatori sociali, dipende da questo scenario. Meno chiaro sembra, al momento, il fatto che un crollo del Pil stimato tra il 9 e il 13% (l’Istat ha parlato del 12,4% tra aprile e giugno) e una ripresa stimata del 4,6% nel 2021 lascerebbe sul terreno almeno 5 punti di differenza in un anno. Il recupero della produttività capitalistica sarà lungo e difficile, con sempre meno lavoro e sempre più povertà. Gli stessi investimenti del «Recovery Fund» avranno effetto – se lo avranno – tra anni, mentre quelli sull’occupazione dovuti a una ripresa non sono prevedibili. Il governo punta sui 20 miliardi aggiuntivi che il programma europeo «Sure» destinerà agli ammortizzatori sociali. Anche questi potrebbero non essere sufficienti.

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Produzione industriale in recupero, ma lontana dai livelli pre Covid

La produzione industriale italiana è in recupero, ma il cammino per tornare ai livelli pre-pandemia è ancora lungo. L’Istat ieri ha segnalato che a giugno la produzione è aumenta dell’8,2% su maggio, ma su base annua si registra una flessione del 17,5% e nella media del secondo trimestre il livello cala del 17,5%. Rispetto a gennaio, la produzione risulta inferiore di oltre 13 punti percentuali.

Si tratta comunque di un buon risultato, quello di giugno, visto che gli analisti si aspettavano un aumento su base mensile molto più circoscritto, tra il 3% e il 5%. «Prosegue la ripresa della nostra economia – il commento del ministro Roberto Gualtieri -. Il rimbalzo della produzione crea i presupposti per un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre. L’Italia è sulla strada giusta».

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Decreto Agosto, una nuova pioggia di bonus nel deserto della recessione

Con il «decreto Agosto» una nuova pioggia di bonus da due miliardi di euro cadrà su bar e ristoranti. Gli effetti evaporeranno quando il solleone tornerà a surriscaldare il deserto della recessione. La metafora meteorologica coglie il senso di un provvedimento che, già dal nome, è congiunturale e risponde a problemi strutturali, provocati dalla crisi economica innescata dal Covid e difficilmente aggirabili, con le ormai consuete ricette temporanee ed emergenziali già viste nei decreti «Cura Italia» o «Rilancio». Nel ventaglio delle misure da 25 miliardi complessivi che dovrebbero essere approvate dal Consiglio dei ministri dopodomani ed essere pubblicate in Gazzetta Ufficiale nei giorni successivi quelle per la ristorazione, oltre che per l’arredo e il commercio al dettaglio come le calzature rischiano di non rispondere alla necessità di evitare una catena di fallimenti, rinviandoli solo di qualche mese. L’ipotesi allo studio del governo non sarebbe l’erogazione diretta delle risorse agli esercenti o ai clienti, ma un incentivo al consumo fino al 31 dicembre che prevede uno storno su una parte dell’importo speso in bar e ristoranti con carta di credito o bancomat. Nelle intenzioni questo renderebbe più semplice il già complicato meccanismo del rimborso, anche sul fronte della lotta all’evasione fiscale.

Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Per Confesercenti, ad esempio, privilegiare la moneta elettronica rispetto al contante in questa fase è una discriminazione. Così come lo è l’esclusione di altri settori che avrebbero ugualmente bisogno di incentivi, non a pioggia, ma strutturali. Resta anche da capire se il modo più efficace per sostenere la domanda non sia invece un sostegno diretto, continuo e incondizionato al reddito dei lavoratori, dei consumatori o dei disoccupati. Questa ipotesi esclude per principio la politica dei bonus a pioggia (per monopattini, per le vacanze, per le auto ecc.), ma sembra essere stata esclusa sin da subito dal governo a favore di un sostegno diretto o indiretto alle imprese. È probabile che si tema la possibilità per cui chi ha un reddito preferisce risparmiare e rinviare le spese, anche quelle durante i saldi. Chi non ha un reddito, e si ritrova più povero di prima, non spende e non risparmia nulla. In quest’ultimo caso è escluso che si torni a spendere, se non per la stretta sopravvivenza, non avendo a disposizione nemmeno le risorse primarie. In queste condizioni è difficile fare politiche per la domanda se le risorse sono maldistribuite con esiti prevedibilmente insoddisfacenti.

Oltre all’estensione di altre 18 settimane di cassa integrazione, Naspi e Discoll, e al prolungamento del blocco dei licenziamenti, un altro pilastro del «decreto agosto» dovrebbe essere una nuova pioggia di incentivi contributivi di sei mesi nella speranza che le imprese trovino più conveniente risparmiare 3 mila euro per i dipendenti, oltre 2700 per un cameriere assunto nel turismo che continuare ad usare la Cig. A parte l’impressione che il governo stia creando una pentola a pressione che esploderà da gennaio 2021 con un’ondata di licenziamenti, anche questa politica è temporanea e non sembra in grado di porre le basi per una ripresa duratura. Opzione a dir poco complessa all’inizio di una recessione.

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La recessione è qui: crollo storico del Pil in Italia: meno 12,4%

Dopo la frenata registrata nel primo trimestre (-5,4%), nel secondo trimestre 2020 l’economia italiana ha subito una contrazione senza precedenti (-12,4%) sul trimestre precedente e del 17,3% del Prodotto interno lordo (Pil) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È il primo effetto della recessione innescata dalle politiche adottate per contenere la diffusione della pandemia del Covid. Il dato reso noto ieri dall’Istat è il valore più basso registrato dal primo trimestre 1995, l’anno in cui è iniziata l’attuale serie storica. Crolli analoghi, e persino superiori, del Pil sono stati registrati negli ultimi giorni negli Stati Uniti con il record del meno 32% trimestrale e anche in tutte le altre economie europee.

IN GERMANIA si parla di un’inedita diminuzione dell’11,7% tendenziale. In Francia e in Spagna la situazione è peggiore. Rispettivamente hanno registrato meno 19% e meno 22,1%. Per quanto riguarda il nostro paese la stima preliminare calcolata dall’Istat è peggiore di quella prospettata dal governo nel Documento di Economia e Finanza (Def). Allora si era parlato di una flessione più contenuta pari a un meno 10,5%. Il crollo è stato nettamente peggiore di quasi due punti in più.

NELLA RELAZIONE finale il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha prospettato una stima che oscilla da un minimo del nove per cento a un massimo del 13 per cento di perdita del Pil. Sebbene l’Istat abbia registrato il principio di una ripresa in alcuni settori, nei prossimi mesi gli effetti della recessione potrebbe incidere in maniera ancora più aggressiva sull’andamento complessivo dell’economia.Ad esempio, ieri il Centro Studi di Confindustria la produzione industriale è in rotta verso una diminuzione di circa il 15% sul 2019.Visti in maniera diversa, questi indicatori macroeconomici parlano di una perdita di valore pari, tra aprile e giugno, a oltre 50 miliardi e 289 milioni di euro nel confronto con i primi tre mesi dell’anno. In generale il valore trimestrale del Pil si è fermato a 356 miliardi e 647 milioni di euro.

QUESTI DATI inediti nella storia più recente dell’economia capitalistica sono il risultato di una crisi che colpito in maniera devastante sia la domanda sia l’offerta, bloccando all’improvviso una parte significativa della produzione a livello nazionale, inducendo una specie di infarto nelle catene del valore a livello internazionale. Man mano che passano le settimane le conseguenze di questo evento si stanno rivelando sempre più profonde e diffuse. Un simile scenario, non certo sconosciuto anche nel nostro paese, è stato descritto dal bollettino economico diffuso l’altro ieri dalla Banca Centrale Europea (Bce) in cui è stata confermata l’esistenza di una«contrazione senza precedenti dell’economia mondiale nel primo semestre del 2020. Anche in questa sede sono stati intravisti segnali di un’inversione di tendenza che non vanno sopravvalutati. La ripresa, ha sostenuto la Bce, sarà lenta e incerta, perché legata l’andamento dell’epidemia in corso. Ciò condizionerà anche i comportamenti dei consumatori che, come accade in queste circostanze, preferiscono risparmiare e non spendere. Il recupero dei consumi sarà “lento e fragile” e, così, condizionerà il rimbalzo che il Pil potrà avere nei prossimi anni. Ci sarà, ma sarà insufficiente per recuperare i livelli di prima della pandemia.

I DATI DELL’ISTAT hanno dunque registrato una diminuzione del valore aggiunto in tutti i comparti produttivi, primario, secondario. è interessante osservare quali sono i comportati che vanno meglio e peggio. Per quanto riguarda i primi si parla di un vero e proprio boom nel settore del commercio eletronico: l’aumento delle vendite è stato del 53,5% su base annua. Aumenta il settore dell’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+15,1%), quello dei mobili, articoli tessili e arredamento (+10,4%). Le flessioni più marcate si evidenziano per calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-12,8%) e abbigliamento e pellicceria (-12,3%). Calano i settori della grande distribuzione con l’1,8%. Le vendite al di fuori dei negozi calano del 5,9%.

PER IL MINISTRO dell’economia Roberto Gualtieri le stime dell’Istat «indicano una flessione meno grave di quanto atteso dalla maggior parte delle previsioni (la stima media era di un ribasso superiore al 15%)». Questo giudizio sarebbe confermato dall’andamento delle vendite al dettaglio. In realtà i dati mostrano la prevalenza del settore elettronico, segno che la crisi sta facendo bene al capitalismo delle piattaforme digitali. Per Gualtieri è invece il segno della «solidità degli interventi messi in campo dal governo». La controprova arriverà già dall’autunno. L’analisi andrà ricordata nel 2021. Potrebbe essere diversa.

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Banche, è il giorno dell’Opas. Intesa San Paolo oggi ha il 75,68% di Ubi

Dopo avere raggiunto ieri il 75,679% del capitale di Ubi banca, con un aumento del 3,7%% rispetto al giorno prima, oggi si chiude l’opas di Intesa San Paolo. L’obiettivo è arrivare all’80% anche se l’operazione si è già conclusa dato che la banca guidata da Carlo Messina ha già superato il 66,67% dell’azionariato di Ubi, realizzando un balzo di quasi il 30% in più rispetto al giorno prima. L’acquisizione ha creato il settimo gruppo bancario europeo, terzo per capitalizzazione. Prima ci sono Santander, Bnp Paribas, Bbva, Bpce, Societe Generale e Deutsche Bank. Sulla capitalizzazione, dopo la fusione la nuova banca avrà un valore di 48 miliardi, alle spalle di Bnp Paribas (67 miliardi) e Santander (65).

Per l’Italia questo è un colosso bancario che conta su 460 miliardi di impieghi, 1.100 miliardi di risparmi, ricavi per 21 miliardi. Obiettivo nel 2022 è realizzarne altri sei. Con Ubi, che è una banca solida, si punta a realizzare sinergie che a regime raggiungeranno 700 milioni di euro. Per soddisfare le richieste dell’Antitrust saranno ceduti oltre 500 sportelli a Bper banca. L’operazione potrà dare vita a un risiko di acquisizioni bancarie che arriverà a interessare anche il Monte dei Paschi di Siena. Eentro il 2021 la banca, ora ripulita dei crediti deteriorati collocati in una band bank guidata da Amco, tornerà sul mercato.

Quando Messina ha lanciato l’Opas il 17 febbraio scorso la mossa a sorpresa che, con ogni probabilità, darà Inizialmente la mossa a sorpresa di Intesa non è stata presa bene dagli azionisti e dai vertici di Ubi. Dopo le resistenze iniziali di una grossa fetta dell’azionariato storico della banca, a partire dai pattisti del Car, che raggruppava circa il 20% del capitale di Ubi, con il rilancio di Messina, che ha aggiunto al concambio da 17 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni dell’ex popolare una componente ‘cash’ da 0,57 euro per azione, il fronte del no si è sfaldato e le adesioni sono cresciute costantemente.

«La nuova realtà – sostiene il segretario generale della Cisl di Bergamo Francesco Corna — ha sicuramente i numeri per reggere meglio le dinamiche internazionali ma ha in sé il rischio di disperdere le molte caratteristiche positive che hanno espresso le persone e il tessuto produttivo di questi territori lombardi. L’auspicio che la nuova banca continui a valorizzare i dipendenti».

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«Il decreto semplificazioni è un attacco alle bonifiche, all’acqua e all’ambiente»

È un disastro il «decreto Semplificazioni» approvato giorni fa dal governo e ora approdato in Senato. Anzi è l’anticamera delle «devastazioni». Così lo definiscono 160 movimenti, organizzazioni nazionali e comitati interregionali, da nord a sud dello Stivale – da Trentino, Friuli, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna – e bollano e stigmatizzano il provvedimento, Inviano anche un corposo dossier ai parlamentari, suggerendo una sfilza di modifiche da introdurre per migliorare il testo.

«Il decreto – fanno presente le associazioni in un documento – contiene norme che ritardano o addirittura annullano le bonifiche dei siti inquinati, da Taranto a Gela, da Mantova a Bussi sul Tirino (Pescara), da Brindisi a Venezia. Dimezzano i tempi già oggi molto risicati per la partecipazione dei cittadini nelle procedure di Valutazione di impatto ambientale, moltiplicano le poltrone con l’istituzione di una seconda commissione “Via”, favoriscono le opere “fossili” in piena emergenza climatica». Da qui l’analisi «comma per comma» e le proposte di cambiamento. Sotto il paradossale ma accattivante titolo «Semplificazioni in materia di green economy» il decreto – viene denunciato – fa l’occhietto a nuovi gasdotti facendo «venire meno i diritti, costituzionalmente protetti, degli usi civici» e ipoteca «il futuro visto che nel 2070 evidentemente dovremo continuare a usarli». Il decreto «taglia pesantemente i termini per poter presentare osservazioni. Diversi codicilli, poi, erodono in molteplici casi l’efficacia della procedura di Valutazione di impatto ambientale, rendendola un mero orpello, svuotandola del suo significato originario fissato dalla Direttiva comunitaria che la istituisce: l’analisi dei reali effetti dei progetti su salute e ambiente». Con l’articolo 53 comma 4 quater «può, inoltre, venire addirittura meno la bonifica delle acque sotterranee, una vera e propria emergenza del Paese con le falde contaminate da sostanze tossiche o cancerogene con concentrazioni spesso decine di migliaia di volte superiore ai limiti di legge». Sulle aree da bonificare, le più inquinate d’Italia, «non si procederà più direttamente alla caratterizzazione delle aree», si renderà facile la vita a coloro che hanno provocato il disastro. «Saranno aggiunte ulteriori lungaggini e un passaggio burocratico in più, – viene sottolineato – con un ministero dell’Ambiente che è già vergognosamente indietro con le procedure per bonificare questi luoghi».

Il decreto sarà presto convertito in legge dal parlamento. «Abbiamo preparato 34 emendamenti – sostengono le associazioni – per confermare il nostro approccio propositivo, sia per abrogare articoli e commi che sono veri e propri regali agli inquinatori sia per suggerire l’introduzione di norme, alcune delle quali già operanti da anni in alcune regioni, che rendano le procedure di bonifica e di valutazione ambientale realmente efficaci ed efficienti e che rafforzino la cooperazione tra i diversi livelli dello Stato. La partecipazione pubblica, la trasparenza e la tutela della salute sono i capisaldi. Se il decreto rimarrà invariato saremo pronti alla mobilitazione a difesa dei territori».

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L’Europarlamento: «No all’accordo tra gli Stati senza più fondi per il bilancio Ue»

Il parlamento europeo non darà la sua approvazione al bilancio 2021-2027 senza un accordo sulla riforma del sistema delle risorse proprie dell’Unione europea che includa l’introduzione di nuove risorse entro la fine del prossimo settennato che sono ritenute necessarie a coprire i costi dei rimborsi del «Recovery fund» approvato solo pochi giorni fa dal consiglio europeo dei capi di stato e di governo.

I 465 VOTI A FAVORE, (150 contrari, 67 astensioni) alla mozione di maggioranza presentata ieri dai popolari del Ppe, dai socialdemocratici di S&D, dai liberali di Renew Europe, dai Verdi e dalle sinistre del Gue apre uno scontro politico e istituzionale tra l’Europa intergovernativa e quella rappresentativa che rischia di azzoppare il percorso del fondo per la ripresa europea accolto con soddisfazione dai governi che lo hanno varato dopo quattro giorni di trattative. I 750 miliardi di euro del «Recovery fund», di cui 209 andranno all’Italia sotto forma di prestiti (127) e sovvenzioni (82), è un capitolo collegato al bilancio pluriennale dell’Ue che è stato tagliato da 1100 a 1074 miliardi di euro.

INIZIALMENTE il taglio è stato dovuto alla Brexit. Il bilancio europeo ha dovuto fare a meno dei 70 miliardi di euro garantiti alla Gran Bretagna. Ciò ha imposto l’aumento della contribuzione degli altri stati membri, a cominciare dall’Italia che verserà 96 miliardi. Ma questo ha imposto anche tagli alla ricerca, alla sanità e alle politiche di accoglienza dei migranti. Intervenendo in aula ieri la presidente della Commissione Ue Ursula von Der Leyen ha parlato a questo proposito di «pillola difficile da ingoiare», sebbene Commissione e parlamento siano riusciti a colmare l’ammanco provocato dagli inglesi, evitando ulteriori drastici tagli chiesti dai governi nell’ambito della trattativa sul «Recovery fund». Gli interventi concilianti di Von Der Leyen, e del presidente del consiglio europeo Charles Michel, non sono riusciti ad ammorbidire la posizione degli eurodeputati.

I 1800 MILIARDI della dotazione finanziaria complessiva rappresentano il 13% del reddito nazionale lordo dei paesi membri, comunque insufficiente per immaginare una significativa capacità di spesa e investimento. La richiesta dei parlamentari era di aumentare la portata del bilancio perlomeno a 1300 miliardi di euro. «I tagli proposti sulla ricerca e sulla salute sono pericolosi, nel contesto della pandemia globale» si legge nel testo della mozione. Quelli «all’educazione, alla trasformazione digitale e all’innovazione mettono a rischio il futuro della nuova generazione di europei».I tagli «ai programmi che sostengono la transizione delle regioni dipendenti «da settori ad alte emissioni» vanno contro il Green Deal. Poi, i tagli «all’asilo, alla gestione delle migrazioni e alla gestione delle frontiere mettono a rischio la posizione dell’Ue in un mondo sempre più volatile ed incerto». Entro ottobre, hanno aggiunto i deputati, servono dunque una correzione significativa e risorse aggiuntive da ottenere dalla riforma del sistema di scambio di quote di emissioni di gas serra (Ets), del meccanismo di scambio di quote del carbonio, la tassazione delle transazioni finanziarie e quella delle imprese, la digital tax, la plastic tax. Strumenti per finanziare gli obiettivi enunciati dalla Commissione e, tra l’altro, contenuti tra le «pietre miliari» che dovranno raggiungere i governi che riceveranno il fondo per la ripresa. Il parlamento Ue ha chiesto inoltre di «mettere fine a tutti i rebates», gli sconti al contributo al bilancio Ue confermati ai «Paesi Frugali» e alla Germania dall’intesa tra i governi.

IL «RECOVERY FUND» è stato definito dalla maggioranza una «mossa storica per l’Ue». Tuttavia, i deputati che a maggio scorso avevano chiesto un fondo ben più finanziato da 2 mila miliardi, hanno criticato «i consistenti tagli apportati alle sovvenzioni»: da 500 a 390 miliardi di euro. Aspra è stata la critica alla decisione dei capi di stato di indebolire la difesa dello stato di diritto, in particolare sull’Ungheria e la Polonia, sia nel quadro del bilancio sia nel piano per la ripresa. I deputati non sono disposti ad avvallare una decisione già presa dai capi di stato che li ha esclusi da materie di loro competenza. Il bilancio dunque non sarà approvato finché i prossimi negoziati non saranno andati in porto, mentre il Recovery fund dovrà essere approvato da alcuni parlamenti nazionali. Il percorso fino a gennaio 2021 non sarà breve né semplice.

TRA GLI ITALIANI, Pd, Italia Viva, Azione, M5S e Forza Italia hanno votato a favore, mentre Lega e Fratelli d’Italia si sono astenuti. Com’è già accaduto altre volte, le destre si sono spaccate, mentre la maggioranza a Bruxelles ha votato una critica di merito all’accordo tra i governi celebrato con entusiasmo a Roma.

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Arriva la manovra d’estate, richiesto lo scostamento di bilancio per altri venti miliardi in deficit

Il governo ha varato la richiesta di autorizzazione a un nuovo scostamento di bilancio da 1,1 punti di Pil: venti miliardi di euro. Si tratta della terza manovra in extra-deficit dopo l’inizio della pandemia del Covid 19. Al momento il totale fa 100 miliardi di euro. In vista della prossima legge di bilancio una parte di questo sforzo finanziario potrebbe essere sostenuto dall’anticipo del 10% del «Recovery Fund», pari a più di 20 miliardi di euro. La conferenza dei capigruppo al Senato ha deciso che si il nuovo decreto del governo sarà votato mercoledì 29 luglio da palazzo Madama. Per l’approvazione dello scostamento il governo ha bisogno della maggioranza assoluta. Forza Italia ha condizionato il suo voto a un chiarimento sul rinvio delle scadenze fiscali di settembre e all’azzeramento degli interessi alle piccole imprese in difficoltà che verseranno in agosto.

LE RISORSE stanziate dalla nuova manovra andranno a coprire le nuove spese per la scuola (300 milioni che si aggiungeranno al miliardo di cui ha parlato la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina); 2,8 miliardi serviranno per colmare i buchi di bilancio di regioni e province autonome (totale pari a 5,3 miliardi, di cui 3 ai comuni); stralcio per le imprese di circa 4 dei 13 miliardi di versamenti fiscali rinviati da marzo scorso. Fino ad oggi è stata stabilita «la sospensione dei versamenti di marzo, aprile e maggio con ripresa da settembre per tutti i contribuenti con perdite – ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ieri in question time alla Camera – è intenzione del governo utilizzare il prossimo scostamento per rimodulare ulteriormente questo pagamento previsto per settembre riducendo significativamente l’onere per i contribuenti per il 2021». «Il governo deve fare tutto il possibile, ma non è pensabile sospendere a tempo indeterminato tutti i versamenti fiscali – ha aggiunto il viceministro dell’Economia Antonio Misiani nella mattinata ieri – Abbiamo rinviato i pagamenti di marzo, aprile e maggio. E sono tante risorse. Ora è possibile rateizzarle in quattro mesi da marzo a dicembre, ma è utile allungare questa tempistica di versamento e con lo scostamento finanzieremo questa misura».

NEL PACCHETTO approvato dal governo un’importanza particolare è stata data al rinnovo degli ammortizzatori sociali pari ad almeno otto miliardi, che si aggiungeranno agli oltre 16 miliardi già stanziati che hanno finanziato quasi 2,1 miliardi di ore di cassa integrazione, di cui 1,1 miliardi di cassa integrazione ordinaria. I lavoratori dipendenti che ne hanno beneficiato sono stati all’incirca 12,6 milioni. Lo sforzo finanziario potrebbe essere sostenuto tra la fine di quest’anno e il prossimo dalle risorse del programma europeo «Sure» a sostegno delle casse integrazioni in scadenza. Per l’Italia è previsto un fondo pari ad almeno 20 miliardi di euro (sui 100 complessivi).

IN QUESTE SETTIMANE si è discusso sull’opportunità di aggiungere una proroga generalizzata della cassa integrazione oppure restringere la platea distinguendo per settori o per cali di fatturato. Tutto questo richiede anche una nuova proroga del blocco dei licenziamenti che per il momento ha impedito la prevista massiccia ondata di licenziamenti che avverrà al momento della scadenza dei termini. Alcune stime, anche del governo, parlano di almeno mezzo milione di nuovi disoccupati. Ieri la Filcams Cgil ha lanciato l’allarme per i settori del turismo, commercio e appalti di servizi che hanno esaurito 18 settimane di Fis e Cig in deroga. Al governo è stata chiesta una proroga almeno fino all’avvio della ripresa.

IL GOVERNO si è detto consapevole di non «potere estendere la cassa integrazione all’infinito» ha detto il viceministro Misiani. E ha pensato di proporre incentivi alle assunzioni e per le decontribuzioni a favore delle imprese. Un rimedio che appare insufficiente per fermare l’ondata. Nessuna risorsa aggiuntiva è stata per il momento stanziata per finanziare tutele sociali fondamentali come l’estensione del cosiddetto «reddito di cittadinanza» oppure per l’annunciata riforma degli ammortizzatori sociali.

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Dieselgate, perquisizioni in varie sedi di Fca

Potrebbe essere l’inizio di un nuovo Dieselgate. Sotto la lente degli investigatori questa volta non c’è Volkswagen ma Fca. Nessun indagato, per ora, ma diverse perquisizioni nei confronti di società del gruppo sull’ipotesi investigativa, formulata dalla procura di Francoforte, di «frode in commercio». Il sospetto è che su alcuni modelli siano stati installati dispositivi di controllo del motore non conformi alla regolamentazione per «truccare» le immissioni di auto diesel. In condizioni reali di guida le emissioni sarebbero, infatti, superiori a quelle rilevabili in sede di omologazione.
Le perquisizioni sono state disposte, nell’ambito di una rogatoria internazionale, dalla procura di Torino in accordo con la procura di Francoforte, che sta indagando per analoga ipotesi di truffa sul mercato tedesco. Il coordinamento internazionale dell’operazione, che coinvolge anche la Svizzera, è stato possibile grazie a EuroJust, l’unità di cooperazione giudiziaria Ue.
La Guardia di finanza si è così presentata nelle sedi di Mirafiori e Lingotto a Torino e al Centro ricerche di Orbassano. Perquisiti anche uffici in Svizzera e Germania. Le indagini dovranno accertare se siano stati montati software in grado di manipolare la centralina di controllo dei cicli del motore, permettendo di tenere le emissioni inquinanti nei limiti di legge in fase di test di omologazione.
La richiesta di perquisizione rivitalizzerebbe un procedimento del 2017 della procura di Torino, quando sulla medesima questione furono fatte indagini che non portarono a risultati particolari. Un fascicolo, però, mai chiuso. Ora, la magistratura vuole approfondire l’analisi dei motori diesel della cosiddetta «Family B» (ovvero 1.3l Multijet, 1.6l Multijet e 2.0l Multijet) omologati Euro 5 ed Euro 6, utilizzati in modelli Alfa Romeo, Fiat e Jeep, e dei propulsori «Light Duty / Heavy Duty», utilizzati in modelli Fiat e Iveco (Cnhi). Fca, confermando le perquisizioni in diversi sedi che arrivano in un momento cruciale delle trattative tra Fca e Psa, ha detto di essersi «subito messa a disposizione degli inquirenti» fornendo «ampia collaborazione».

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Il Parlamento Ue: «Non votiamo l’intesa sul Recovery fund così com’è»

Una risoluzione di maggioranza al parlamento europeo ha criticato l’intesa sul «Recovery fund» e ha raffreddato gli entusiasmi dei capi di stato e di governo. Nel testo si denunciano «tagli al sistema sanitario e ai programmi di ricerca, pericolosi nel contesto di una pandemia globale»; «tagli all’educazione, alla trasformazione digitale e all’innovazione che danneggiano il futuro delle prossime generazioni degli europei»: tagli ai programmi che sostengono la «transizione delle regioni dipendenti dal carbone e contrari all’agenda del Green Deal europeo»; »tagli al sistema dell’asilo e del governo delle migrazioni». Oggi i presidenti della Commissione Ue e del Consiglio Europeo, Ursula von der Leyen e Charles Michel, risponderanno alle critiche davanti alla plenaria straordinaria del Parlamento europeo che può bocciare il Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione Europea al quale è collegato il «Recovery Fund». Il bilancio Ue è stato ridotto a 1.074 miliardi di euro, meno di quanto è stato proposto sia dal Parlamento che dalla Commissione. Dovrà essere approvato entro la fine dell’anno.

Sul bilancio europeo «noi vogliamo che si apra un negoziato con il Parlamento Europeo. Vogliamo entrare nel merito di alcuni tagli, che devono essere corretti» ha detto ieri il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli – Vogliamo migliorare la proposta, concentrandoci sul dare risposte a dei tagli che sono ingiustificabili. Se vogliamo scommettere sui giovani, non possiamo tagliare sulla ricerca e sull’Erasmus. Se c’è la necessità di gestire le migrazioni e asilo non possiamo tagliare fondi per l’asilo».

Già nelle ore dell’intesa i sei negoziatori del parlamento europeo avevano lanciato un chiaro avvertimento. «Il parlamento non può accettare la riduzione del volume finanziario complessivo poiché significa rinunciare agli obiettivi a lungo termine e all’autonomia strategica della Ue, mentre i cittadini chiedono di più».

I capi di stato hanno deciso di ridurre in maniera significativa alcuni programmi chiave per raggiungere gli obiettiviche loro stessi dicono di volere perseguire nell’ambito del piano «Next Generation Eu» che hanno comunque sottoscritto. I parlamentari europei della maggioranza chiedono un impegno a garantire miglioramenti, come importi più elevati, su programmi orientati al futuro come Horizon, InvestEU, LIFE, Erasmus +. «E se le nostre condizioni non saranno sufficientemente soddisfatte, adotteremo i programmi sulla base dell’attuale bilancio, come previsto dal Trattato».

Il problema principale sollevato da questa dura mozione è quello del finanziamento delle risorse. Per trovarle ci sono tre strade: tagli ai programmi con valore aggiunto fino al 2058;, aumentare i contributi degli Stati membri o creare nuove risorse proprie. Solo quest’ultima soluzione, ad avviso della risoluzione, può «aiutare a ripagare il debito salvando il bilancio della Ue e alleviando la pressione sui Tesori nazionali e sui cittadini europei». Per il Parlamento «la creazione di nuove risorse proprie è l’unico metodo di rimborso accettabile». Critiche anche alle misure sullo stato di diritto in polemica con l’ungherese Orban: il Consiglio Ue «ha indebolito gli sforzi di Commissione e Parlamento a sostegno dei diritti fondamentali».