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Guerre permanenti, la casa brucia nel Mediterraneo

Nulla qui esplode per caso anche quando sembra o è davvero un incidente. L’anno era cominciato il 3 gennaio con l’assassinio da parte di Trump del generale iraniano Qassem Soleiman, ucciso a Baghdad dopo una tappa in Libano e Siria. E continua adesso, nell’era del Covid-19, con la deflagrazione di un’intera città, Beirut. Questo è il Ground Zero del Libano, già in ginocchio per la pandemia, in default per la crisi economica, sociale e politica, soffocato dal conflitto in Siria, dai profughi, dalle tensioni con Israele, Paese con cui è ancora tecnicamente in guerra. Attentato, sabotaggio, incidente? Una cosa è certa: se la casa del tuo vicino brucia, prima o poi le fiamme arriveranno nella tua casa.

La nostra casa, il Mediterraneo, brucia da un pezzo e non per un presunto incidente ma per una precisa volontà. L’incendio lo hanno appiccato gli Stati uniti con la guerra dell’Iraq nel 2003, da allora – passando per le primavere arabe e i cambi di regime, voluti o falliti – si è incatenata una guerra all’altra, assistendo all’ascesa e al crollo del Califfato, agli interventi militari di americani, russi, turchi, iraniani, che hanno accompagnato il massacro delle popolazioni civili, la fuga di milioni di profughi, il collasso di intere economie.

Il Libano, fino all’altro ieri, era ancora per molti un lume di speranza: ora deve essere salvato dal baratro. Invece che per la stabilità di questo Paese, sopravvissuto alla guerra civile dal 1975 al ’90, al crollo dei palestinesi (qui ce ne sono 500mila), alle invasioni israeliane, alla guerra del 2006 tra Hezbollah e Tel Aviv, si è lavorato per la sua fine, che ora pare essere arrivata all’improvviso, come per un collasso.

Non è così. Hanno contribuito le forze interne, con le divisioni tra cristiani, sciiti e sunniti, i clan corrotti e predatori di famiglie al potere da decenni, dove la banche erano sempre più ricche in uno stato sempre più indebitato e ora sono evaporate anche loro perché il sistema da un pezzo si è inceppato. E come se questo non bastasse le sanzioni Usa all’Iran e alla Siria hanno affondato ancora di più le economie regionali come quella libanese.

In tutto questo il maggiore alleato americano, Israele, si è annesso ufficialmente parti di questi Paesi, come il Golan siriano e Gerusalemme, sfoderando i piani di annessione della Cisgiordania palestinese. Un esempio imitato dal Sultano atlantico Erdogan a spese di curdi nel Nord della Siria e nella Tripolitania libica: un’annessione ne nasconde spesso un’altra. Ogni giorno Israele bombarda la Siria, il vicino del Libano, dove ha colpito Hezbollah e pasdaran iraniani: c’è da meravigliarsi se sulla linea del cessate il fuoco, dove è di stanza l’Unifil con 1500 soldati italiani, la tensione sia perenne?

In realtà sembra quasi impossibile che il Libano non sia crollato prima, travolto dal tracollo di un sistema basato all’interno su un castello di carte – altro che Svizzera del Medio Oriente – e vampirizzato all’esterno dai suoi vicini di casa come il siriano Assad e l’israeliano Netanyahu. Un Paese tenuto in ostaggio dal braccio di ferro regionale tra Iran e Arabia saudita.

In una versione riduttiva della storia libanese recente l’imputato più citato è il partito e movimento militare Hezbollah, forza di governo e militante degli sciiti sostenuta dall’Iran. Secondo questa versione gli Hezbollah, “stato nello stato”, forza di governo e milizia armata, capace di decidere della pace e della guerra, sono i maggiori responsabili del disastro libanese, dimenticando che si sono fatti stato nel momento in cui il Libano era in macerie e lo stato non c’era più. Vero che sono quattro gli Hezbollah per cui si attendeva per domani il verdetto dell’Aja per l’assassinio del premier Rafic Hariri nel 2005 – rinviato con «tempismo» al 18 agosto. E che sono stati gli Hezbollah a ingaggiare lo scontro con Israele nel 2006 e a tenere in piedi Bashar Assad, liberando tra l’altro i villaggi cristiani del Qalamoun.

Ma il movimento è anche diventato un comodo paravento per quelli che l’accusano di tutti i mali del Paese che loro stessi hanno creato, dalla corruzione dilagante agli affari sporchi. Qualcuno si ricorderà che l’allora premier Saad Hariri nel 2017 fu costretto dal principe saudita Mohammed bin Salman, l’assassino del giornalista Jamal Khashoggi, a dare le dimissioni da Riad e tenuto come un fantoccio in ostaggio durante le purghe reali. A questo principe e alle monarchie del Golfo gli Usa e parte dell’Occidente avrebbero voluto affidare anche il Libano per farne la base delle battaglie contro l’Iran, la Mezzaluna sciita e i Fratelli Musulmani sunniti, con un corollario di interessi economici, bellici ed energetici.

Questo in Libano, come in Siria e in Libia, è il campo di battaglia del Mediterraneo. Questa, probabilmente, è la ragione delle misteriose esplosioni in corso da settimane in Iran. Ma non c’è un vero mistero: è piuttosto chiaro il piano americano e di Israele, con la nostra complicità, di disgregare intere nazioni per presentare poi una mappa del Mediterraneo e del Medio Oriente come un collage di coriandoli di stati ormai soltanto virtuali. È questa la vera deflagrazione che avviene tutti i giorni, il Ground Zero della nostra politica mediterranea.

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Paciolla, poliziotti indagati dopo le «pulizie» dell’Onu

La Procura generale della Nazione ha ordinato di indagare gli agenti della Sezione di indagine criminale (Sijin) della polizia di San Vicente del Caguán che hanno permesso a membri della Missione di Verifica dell’Onu in Colombia di raccogliere gli effetti personali del volontario Mario Paciolla e alterare il luogo dove è stato trovato morto il 15 luglio scorso.

UNA VOLTA ACCERTATO che la Sijin è venuta meno al suo dovere di vigilare l’appartamento – nel quartiere Villa Ferro – dove viveva il volontario italiano e che ha agito con negligenza permettendo l’alterazione della scena dei fatti da parte della Missione Onu – si tratta di ostruzione alla giustizia – il procuratore di Florencia ha citato gli agenti responsabili delle procedure iniziali: Yomer José Velandia Casallas, Jesús Alberto Rada Gutiérrez, Carlos Alberto Cerón Anacona e Cristian David Giraldo López.

Tale negligenza ha permesso che il giorno successivo alla morte di Paciolla i funzionari dell’Unità di indagine speciale (Siu) del Dipartimento di salvaguardia e sicurezza delle Nazioni unite, ascritto alla Missione di Verifica, ripulissero il luogo e raccogliessero gli effetti personali dell’italiano. In questo modo si è persa la possibilità di ricostruire i fatti e recuperare nuove prove attraverso la dovuta catena di custodia.

SECONDO L’INVENTARIO trasmesso alla famiglia Paciolla-Motta in Italia, la Missione ha raccolto dal suo appartamento più di sette milioni di pesos in contanti (circa 1.500 euro, ndt), le carte di credito, il suo passaporto, una camera Canon EOS700D con i rispettivi obiettivi, la custodia e la scheda SD, un mouse, una chiavetta usb, un mp3, diverse agende, quaderni, ricevute e fotografie, i suoi vestiti e altri effetti personali.

La collaborazione dell’Onu alle indagini giudiziarie ha visto la presenza durante l’autopsia del responsabile dell’Unità medica della Missione, Jaime Hernán Pedraza Liévano, nonostante non sia un esperto forense.

La Procura ha inoltre ordinato il reperimento nelle prossime ore di alcune prove, tra le quali la dichiarazione di Christian Leonardo Thompson Garzón, responsabile della Sicurezza della Missione dell’Onu a San Vicente del Caguán, che Mario Paciolla ha chiamato il 14 di luglio alle 22, poche ore prima di morire.

Secondo il suo curriculum, che fino a ieri appariva su Linkedin, Thompson Garzón è un sottufficiale ritirato dell’esercito, amministratore aziendale e tecnico in Scienze militari che ha occupato ruoli amministrativi, operativi e dirigenziali tanto a livello nazionale come internazionale e che ha lavorato oltre che per l’Onu anche per società minerarie e di idrocarburi.

HO INVIATO SETTE DOMANDE al responsabile della Missione di Verifica, Carlos Ruiz Massieu, in relazione alle azioni che potrebbero comportare l’ostruzione delle indagini della Procura in Colombia e in Italia, sul destino degli effetti personali di Mario Paciolla e sullo svolgimento della chiamata effettuata a Thompson Garzón.

L’alto funzionario è restato in silenzio e ha delegato la responsabile stampa della Missione, Liliana Garavito, che ha risposto con un breve paragrafo esplicitando la volontà dell’organismo di collaborare alle indagini. Tuttavia, l’atteggiamento dell’Onu sta dimostrando il contrario.

*Per gentile concessione di El Espectador, traduzione di Simone Scaffidi

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Strage di Bologna. 40 anni dopo di fronte alla verità

Come ricorda la Camera del Lavoro di Bologna è indimenticabile l’immagine del presidente Sandro Pertini, accorso nel 1980 tra le macerie della strage del 2 agosto, che piangendo disse: «Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia». Dopo 40 anni l’immagine del presidente Mattarella che incontra i parenti delle vittime della strage della stazione di Bologna rappresenta in modo paradigmatico l’anomalia democratica vissuta dall’Italia nel suo primo trentennio di vita democratica.

In nessun paese d’Europa, infatti, si è mai vista una scena simile: le associazione dei familiari delle vittime di una «strage di Stato» che incontrano il capo dello Stato anch’egli con un fratello ucciso dal terrorismo. La strage di Bologna segna un punto di congiunzione, un architrave di vicende storiche centrali per la vita del Paese. Essa connette, attraverso personaggi di spicco del terrorismo neofascista, degli apparati di forza dello Stato e delle organizzazioni eversive come la P2, la prima fase della strategia della tensione, nell’arco di tempo che va dal 12 dicembre 1969 fino all’attentato sul treno Italicus del 4 agosto 1974 alla delicata e drammatica transizione dell’Italia nella fase post-Guerra Fredda.

Nell’ultima inchiesta della magistratura, infatti, i rinvii a giudizio coinvolgono, tra gli altri, da un lato Paolo Bellini, ex fascista di Avanguardia Nazionale, reo confesso dell’assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile e poi implicato nelle cupe vicende delle stragi di mafia del 1992-93 che lo videro a contatto con il boss Antonino Gioè in Sicilia; dall’altro Domenico Catracchia, amministratore degli immobili di proprietà dei servizi segreti di via Gradoli a Roma dove nel 1978 (in pieno sequestro Moro) le Brigate Rosse avevano costituito la loro base operativa ed in cui poi nel 1981 trovarono alloggio esponenti dei gruppi fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, condannati per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Le accuse per coloro che vengono considerati i mandanti della strage di Bologna, se confermate, chiamano in causa gli apparati dello Stato e soprattutto quella classe dirigente di governo dell’epoca.

Che con esponenti come Federico Umberto D’Amato, Licio Gelli, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza e Giuseppe Santovito ha «fatto politica» per decenni in chiave anticomunista e contro la Costituzione della Repubblica.

La condanna del gennaio 2020 dell’esponente dei Nar Gilberto Cavallini, aggiungendosi a quelle definitive di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, conferma non solo la sostanza della pista nera ma apre scenari finalmente importanti sulle responsabilità di più alto livello istituzionale che permisero ai neofascisti di colpire di nuovo il cuore democratico del Paese. È questo il punto centrale, oltre che alla individuazione degli esecutori materiali, in cui si concentra il nodo storico-politico intorno alla strage di quarant’anni fa che si colloca in quel peculiare contesto italiano descritto senza mezzi termini dall’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Mario Arpino che di fronte ad una commissione parlamentare dichiarò: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del Parlamento italiano era il nemico».

Il progressivo approfondirsi di ricerca storica e indagini giudiziarie segnano in questo modo il venir meno di ogni ipotesi «alternativa» come la cosiddetta «pista internazionale» alimentata in primis da articoli di quel Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese e poi senatore del Msi, che oggi viene indicato dalla Procura come uno dei mandanti-organizzatori dell’attentato e poi dal depistaggio tentato nel 1981 (la «operazione terrore sui treni») per il quale sono stati condannati in via definitiva Gelli, Musumeci, Belmonte e Pazienza.

Una falsa pista mirante ad attribuire le paternità della strage ad un «anello debole» che sia l’ex leader libico Gheddafi, ormai morto, o gruppi palestinesi, oggi politicamente isolati – dimenticando chissà perché di chiamarla casomai «pista del Mossad», visto il fatto, come ha ben raccontato Eric Salerno, che in quegli anni l’Italia diventa la «base operativa» di quel servizio segreto.

Comunque una pista estera funzionale ad una campagna volta ad affrancare dalle responsabilità di quella stagione, grazie ad una mescolanza di omissioni, oblii pubblici e convenienze politiche, non solo gli esecutori materiali ma soprattutto quei settori niente affatto marginali della società italiana delle classi dirigenti, militari e proprietarie responsabili del tradimento della Repubblica. Pier Paolo Pasolini scriveva: «Io so..Io so i nomi dei responsabili… della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia…ma non ho le prove». Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi.

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Il ruolo della missione Onu nella morte di Mario Paciolla

Di Mario Paciolla, l’italiano che lavorava come osservatore in terreno per la Missione di Verifica delle Nazioni Unite a San Vicente del Caguán, non è rimasta nessuna traccia.

A causa dell’assenza dei funzionari della Procura Generale e della polizia giudiziaria, i suoi oggetti personali sono stati recuperati il 16 luglio, un giorno dopo la sua morte, da una squadra dell’Unità di Investigazione Speciale (SIU) del Dipartimento di Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite.

I FUNZIONARI DELL’ONU hanno ripulito il luogo in cui viveva Paciolla, hanno raccolto i suoi effetti personali e hanno restituito le chiavi al proprietario, Diego Hernández, il 17 luglio. Hernández ha firmato con soddisfazione la ricevuta dell’immobile senza nemmeno leggerla e si è sbarazzato dei pochi beni che aveva fornito al volontario. A suo dire, voleva solo «voltare pagina» in merito alla morte di Paciolla, con cui aveva concordato un contratto verbale da 13 mesi, e quasi immediatamente ha messo in affitto l’appartamento.

Così, soltanto due giorni dopo la sua morte, si è persa ogni possibilità di ricostruire le circostanze in cui è morto o di recuperare quelle prove materiali che non sono state prese in considerazione durante la rimozione del cadavere. La Missione ha dunque ordinato il trasferimento a Florencia di tutto il personale che lavorava nell’ufficio di San Vicente, incluso la responsabile dell’Ufficio, il responsabile della sicurezza, le volontarie e gli osservatori dell’esercito e della polizia, due dei quali si trovavano fuori dal Paese da prima dei fatti.

QUALCOSA DI SIMILE è successo con il personale dell’Ufficio Regionale (OR) di Florencia, dove ad oggi restano soltanto il direttore e diversi osservatori dell’esercito e della polizia. In tutto il Paese, la Missione ha annunciato che avrebbe concesso congedi medici e permessi ai volontari che lo avrebbero richiesto (proprio come Mario Paciolla ha reclamato durante la pandemia) e ha messo a loro disposizione una squadra di esperti nella gestione di crisi e nel supporto psicosociale.

Lo stesso 17 luglio, la Missione ha inviato a Florencia Jaime Hernán Pedraza Liévano, responsabile dell’Unità Medica, che nonostante non sia un dottore in giurisprudenza è stato presente durante l’autopsia di Paciolla realizzata dall’Istituto di Medicina Legale nella capitale del Caquetá. L’autorizzazione per la presenza di Pedraza è stata firmata dalla famiglia dell’osservatore, alla quale è stato erroneamente comunicato che si trattava di un medico forense assegnato dall’Ambasciata italiana in Colombia.

IL 24 LUGLIO, L’ONU ha inviato a Roma insieme al corpo di Paciolla un inventario, senza nessun tipo di firma, delle cose raccolte nella sua residenza di San Vicente del Caguán e ha informato la famiglia Paciolla che queste si trovavano bloccate in Colombia per ordine della Procura, istituzione che questo giovedì 30 luglio ha ottenuto la revoca dell’immunità in relazione agli strumenti digitali di proprietà della Missione assegnati a Mario.

A queste azioni, che secondo l’avvocato della famiglia Paciolla-Motta, Germán Romero, implicano la violazione da parte delle Nazioni Unite del diritto all’intimità e alla privacy del volontario e del diritto di accesso alla giustizia della famiglia, si aggiungono una serie di messaggi che hanno rafforzato la sensazione di un silenziamento all’interno della Missione e che, nonostante le dichiarazioni di sostegno istituzionale, hanno impedito nella pratica a diversi compagni di Mario di metabolizzare adeguatamente il lutto.

GLI È STATO INFATTI NEGATO si esprimere i loro timori o i loro dubbi in relazione a ciò che è accaduto al loro compagno scomparso nella notte del 15 luglio. Durante i quattro giorni successivi alla morte, la direzione della Missione a Bogotá ha inviato tre mail nelle quali ha ricordato ai suoi 400 funzionari e operatori nazionali e internazionali l’obbligo di mantenere la riservatezza e il divieto di concedere interviste e dichiarazioni ai media.

«MARIO È ENTRATO a far parte della Missione nell’agosto 2018. I suoi colleghi lo ricordano come una persona solare ed empatica, totalmente impegnata nel mandato della Missione e nell’ampia agenda dei diritti umani. Ha svolto i suoi compiti con dedizione, entusiasmo e con una mente brillante e analitica. Il suo contributo al nostro lavoro è inestimabile. Ci mancherà moltissimo», ha assicurato in un messaggio del 15 luglio Carlos Ruíz Maisseu, responsabile della Missione, e ha immediatamente chiesto di «trattare questa terribile notizia [la morte di Paciolla] con discrezione e considerazione, rispettando la sua memoria e quella della sua famiglia, mentre vengono svolte le indagini corrispondenti».

IL 16, UNA NUOVA MAIL inviata dalla direzione amministrativa della Missione, a carico dell’australiano Eric Ball, ha ricordato a tutto il personale che «in base alla regola 1.2 del Regolamente del Personale delle Nazioni Unite, i funzionari non possono : i. Rilasciare dichiarazioni alla stampa, alla radio o ad altri organismi di informazione pubblica; ii. Impegnarsi a parlare in pubblico; iii. Partecipare a produzioni cinematografiche, teatrali, radiofoniche o televisive; iv. Presentare articoli, libri o altri materiali per la pubblicazione o la diffusione elettronica».

Venerdì 17 luglio, durante una riunione con i coordinatori della Missione delle differenti regioni del Paese presieduta da Ruíz Maisseu, si è omaggiato Paciolla con un minuto di silenzio, invitando nuovamente alla «discrezione».

IN UN ULTIMO MESSAGGIO del 19 luglio, più lungo e più dettagliato dei precedenti, Ruíz Maisseu ha assicurato che l’improvvisa perdita di Paciolla è stata un «duro colpo» che ha causato sconforto tra i membri della Missione e che dal momento della morte di Mario è stato fatto «tutto ciò che è nelle nostre mani per avanzare in tutti gli aspetti necessari di questo caso: giudiziario, operativo, logistico e, soprattutto, umano», aggiungendo poi: «Sono sicuro che saprete come gestire questa informazione e questa situazione con la massima responsabilità e discrezione».

Anche se fino ad ora si sa poco delle ore e dei giorni che hanno preceduto la sua morte, ho potuto stabilire che il 14 luglio alle ore 22, quindi poche ore prima di morire, Mario Paciolla è entrato in contatto telefonicamente con il Responsabile della Sicurezza della Missione di Verifica di San Vicente del Caguán, Christian Thompson. Secondo diversi funzionari Onu, una chiamata di questo genere è preoccupante, in quanto comporta l’attivazione di protocolli di allerta inconsueti in situazioni normali.

QUANDO È STATO CONSULTATO su questo particolare, il Responsabile della Missione, Carlos Ruíz Maisseu, è rimasto in silenzio e ha delegato la sua addetta stampa, Liliana Garavito, che ha evitato rispondere a questa e ad altre domande sulle azioni della Missione nei giorni posteriori al decesso del volontario, ma ha sottolineato la disponibilità dell’Onu a collaborare «pienamente» con la Procura Generale della Nazione, che è in attesa dei risultati dell’autopsia di Mario Paciolla, l’ultima è stata realizzata il 27 di luglio a Roma. Per ora, la Procura di Florencia non ha scartato nessuna ipotesi.

(Per gentile concessione di El Espectador, traduzione di Simone Scaffidi)

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Mario Paciolla, giustizia per un poeta

*** Traduzione di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile. La versione originale  ***

Non sono trascorse neppure 24 ore dalla consegna a New York dell’ultimo rapporto della Missione di Verifica delle Nazioni Unite in Colombia quando una delle tue colleghe di lavoro ti ha trovato morto – mio caro amico poeta e giornalista – nella tua casa di San Vicente del Caguán. Quel rapporto doveva raccogliere le tue osservazioni come volontario dell’organizzazione nella regione del Caquetá, ma, proprio come è successo con la tua morte, l’Onu è restata in silenzio.

Ed è questo silenzio, indegno per te e per la nostra realtà, che mi obbliga a scrivere, a cercare di sciogliere con le parole il nodo che mi stringe la gola da quando ho saputo che una corda ha soffocato la tua, fino a lasciarti senza vita la notte di mercoledì 15 luglio.

L’ipotesi del suicidio risulta inverosimile per chi come noi conosce la tua vitalità, il tuo sorriso e anche le tue critiche alla Missione quando un collega si ammalava di dengue e il tempo passava senza che fosse trasferito in un’altra città per ricevere l’attenzione medica adeguata. Ti chiedevi cosa sarebbe successo se ti avesse morso un serpente, se ti fossi ammalato gravemente a San Vicente. Sapevi già a chi ti saresti rivolto se fosse successo qualcosa del genere: non sarebbe stato qualcuno all’interno dell’ONU, perché ti preoccupava che la pachidermica burocrazia ti avrebbe lasciato ancora più esposto a incidenti e malattie.

Questo amor proprio contraddice l’idea che fossi capace di toglierti la vita in un luogo così lontano dai tuoi amici, dalla famiglia, dagli amori e dalla tua Napoli del cuore, dove dovevi tornare il 20 luglio per lavarti di dosso nelle acque del Tirreno tutta la sporcizia che ti aveva rabbuiato nelle ultime settimane.

Qualche settimana fa avevi sbloccato il lucchetto che assicurava la recinzione del tetto che dava sulla terrazza del piccolo edificio dove vivevi, in ottica preventiva, nel caso “che qualcuno” venisse a cercarti. È lì dove ti hanno trovato? No lo so, almeno per ora, perchè non sono mai venuta a trovarti, né a San Vicente, né a Napoli, come ci eravamo detti.

Vedi Napoli e poi muori”, mi ripetevi sempre questa malinconica frase per sottolineare la promessa che ci eravamo fatti nel 2018, quando tu hai lasciato Brigadas Internacionales de Paz e io sono andata in Olanda per respirare un po’ a fronte di una nuova valanga di minacce: al tuo ritorno in Italia sarei venuta a trovarti.

Nonostante il tuo contratto con la Missione doveva terminare il 20 di agosto, qualcosa è successo quel 10 di luglio. Quel giorno hai avuto un’accesa discussione con i tuoi capi, come hai raccontato il giorno successivo a Anna Motta, tua madre, mentre le dicevi che avresti anticipato il tuo viaggio. Ti sentivi disgustato.

In questi ultimi giorni hai insistito molto sul fatto che per te non fosse più sicuro rimanere in Colombia e nella Missione. Per questo hai sbloccato quel lucchetto e hai preparato la tua partenza. Mercoledì 15 avresti dovuto viaggiare a Bogotá. Dovevi richiedere il permesso per viaggiare nel volo umanitario del 20 luglio, una pratica semplice da sbrigare per un funzionario internazionale.

Il tuo Whatsapp personale è stato connesso fino alle 22.45 del 14 luglio. Quello che è successo da quel momento fino a che il tuo corpo non è stato ritrovato la mattina seguente, da un’altra ex brigatista e volontaria della Missione, rimane un mistero. L’ho chiamata appena ho saputo la notizia, il 16, per le condoglianze, anche se io stessa stavo annaspando nel pianto. “Mario ti stimava tanto, parlava sempre di te. Sapevo che eravate in contatto” mi ha detto, e io sono riuscita soltanto a chiederle se poteva provare a recuperare dal suo computer le poesie che aveva scritto e che voleva pubblicare in Italia.

La terza settimana di giugno, in una riunione informale a Florencia – capoluogo del Caquetá, dove opera l’Ufficio Regionale (OR) della Missione dalla quale dipende la sede distaccata del Caguán – una collega ti ha accusato di essere una spia.

Lo hai raccontato sorridendo, perché ti sei sempre preso gioco dell’assurdo. Oggi, con il tuo sorriso spento dalla tua violenta e improvvisa partenza, mi chiedo se quello non fosse un primo segnale del pericolo che stavi correndo. Cos’è successo quel giorno, chi ti ha accusato con toni così pesanti, quali provvedimenti ha preso Sergio Pirabal, responsabile dell’Ufficio Regionale, mio ex collega nella Commissione per la Verità in Guatemala?

Sempre sorridendo hai commentato il recente richiamo da parte dell’ONU per aver manifestato il tuo disaccordo nella forma, per te discriminatoria, con la quale la Missione stava gestendo la pandemia. Mentre ad altri funzionari si offrivano viaggi e telelavoro, la norma per i volontari è stata la solitudine e l’isolamento.

Tu eri di quelli che ridono delle cose serie, come quando mi hai confessato che hai pubblicato per una rivista italiana alcuni reportage con uno pseudonimo. In questi giorni, in cerca di piste da seguire, sono tornata ai tuoi articoli ma l’ultimo è di giugno 2018. È chiaro che non hai mai infranto i principi della Missione: quando sei entrato, hai smesso di scrivere.

No. Non credo alla tesi del suicidio per solitudine e depressione che diversi tuoi amici vorrebbero accettare per dare un senso al proprio dolore. E non credo che per fare una autopsia si impieghino 10 o 20 giorni. Forse per le analisi tossicologiche, ma gli esami forensi dovrebbero essere già pronti e dovrebbero essere resi pubblici dall’Istituto Nazionale di Medicina Legale.

So dei tuoi malumori interni nei confronti di un’organizzazione che nel 2019 nel suo rapporto ha dedicato soltanto un paragrafo di sei linee al bombardamento militare nel quale sono morti 18 bambini e bambine reclutate dalla dissidenza delle Farc, dove si è infierito su alcuni corpi giá morti, un evento che ha determinato le dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero.

So che hai documentato altri casi del genere, come la dislocamento forzato delle famiglie dei bambini uccisi e dell’assassinio di altre persone. So che ti dava fastidio la leggerezza dei toni dei rapporti dell’ONU, la complessa relazione di alcuni membri della Missione con l’esercito e la polizia, la contrattazione di civili che avevano lavorato per le forze militari, la passività di questa organizzazione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta [NdT, regione a nord del Caquetà] e l’aumento degli omicidi selettivi degli ex combattenti delle Farc.

Da mesi aspettavi l’attivazione di una terza allerta preventiva della Defensoría del Pueblo per la situazione di San Vicente del Caguán. Questa settimana, Mateo Gómez Vásquez, coordinatore del SAT a livello nazionale (NdT, Sistema de Alertas Tempranas, Sistema di Allerta Preventiva), mi ha confermato che all’incirca tra un mese verrà resa pubblica l’allerta, che si concentrerà sull’aumento delle cellule dissidenti delle Farc al comando di Gentil Duarte e sulle nuove dinamiche del conflitto in questa regione del paese.

Ma questa volta l’allerta arriverà troppo tardi. Secondo l’ultima conversazione che hai avuto con tua madre, il 10 luglio ti sei messo in “un guaio” con i tuoi capi, non ho dubbi nell’affermare che sia stata la causa detonante che ha scatenato il tuo suicidio simulato.

Da una settimana il tuo nome gira e rigira nella mia testa insieme alle espressioni “investigazione esaustiva”, “immunità diplomatica” e “strane circostanze”.

Mi fai male al cuore, Mario Paciolla. Da brigatista mi hai salvato la vita. Oggi c’è solo un modo per saldare questo debito: cercare la verità sulla tua morte.

*Claudia Julieta Duque è giornalista e attivista per i diritti umani. Dal 2001 per il suo lavoro di indagine e denuncia in relazione a casi di desaparicion, reclutamento forzato e infiltrazione di gruppi paramilitari negli apparati statali è stata oggetto di minacce, intimidazione e vigilanza. In differenti occasioni è stata costretta ad abbandonare il suo Paese, la Colombia, per l’alto rischio che stava correndo.

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Arrivano i soldi, finiscono gli alibi

Magari il commissario Paolo Gentiloni esagera quando dice che, dopo l’euro, siamo di fronte al passaggio «più rilevante nella storia della comunità europea». Ma di certo il presidente del consiglio Conte, ieri mattina sceso dall’aereo e ricevuto al Quirinale da Mattarella, se non la guerra, ha però vinto la prima, campale battaglia. Dimostrandosi un coriaceo mediatore, qualità del resto ampiamente sperimentata nel suo ruolo di capo equilibrista dell’inedita maggioranza che lo sostiene.

Politicamente, guardando al cortile di casa, la missione compiuta al tavolo europeo rafforza il governo e divide le opposizioni di centrodestra.

L’intesa raggiunta a Bruxelles tra i 27 è storica nel senso che ribalta la filosofia dell’austerity perché, per la prima volta dai tempi di Maastricht, si approva l’emissione di un debito comune europeo, con i deficit dei paesi che si gonfiano come neppure il vecchio lord Keynes avrebbe immaginato.

Storica non fosse altro perché lo è la fase mondiale, con una guerra, una grande guerra, con i suoi 600mila morti e il crollo delle economie globali, già devastate dalla grande crisi del 2008.

L’Italia ne ha rappresentato l’epicentro in Europa, con le sue decine di migliaia di vittime e l’economia a picco. E proprio per questo è risultata la maggiore beneficiaria del Next generation Eu, spuntando 36-38 miliardi in più dell’annunciato prestito (praticamente un Mes, sarà un caso o forse no).

Lo scontro, durissimo, tra l’Europa del Nord e quella del Sud, avvalora il risultato generale della lunga maratona bruxellese, dove a guidare le danze sono stati i leader liberal-popolari: da Merkel a Macron, da von der Leyen a Michel, con le socialdemocrazie assenti (a parte lo spagnolo Sanchez e la giovane premier finlandese schierata però sull’altro fronte a sostegno degli «avari»). Assenti perché da tempo inesistenti nello scenario terremotato del Vecchio Continente.

Dunque arrivano i soldi, e di conseguenza finiscono gli alibi. Sulle spalle del sistema-paese (che non c’è) cade da domani la responsabilità di cambiare profondamente la società italiana. Pur con le insidie contingenti (il freno al finanziamento che può essere ritirato su richiesta di un governo) e le trappole strategiche (la spada di Damocle del fiscal compact).

Ad essere richiamata in campo adesso è la politica con progetti, visioni, scelte, priorità.

I ragazzi potranno avere un presente e un futuro nella scuola e nella società? L’ascensore sociale ricomincerà a muoversi contro le disuguaglianze che fanno dell’Italia la maglia nera nelle classifiche? Le tasse le pagheranno sempre i soliti noti? Il neoliberismo finirà nella vetrina del modernariato? I favori si trasformeranno in diritti? Le donne potranno lavorare e fare i figli, o non farli, come preferiscono? Gli anziani potranno sperare di avere una buona e gratuita assistenza senza finire la vita in un lurido cronicario? I malati gravi potranno sperare di ricevere un esame diagnostico senza cominciare a morire in una lista dei dimenticati? E come riusciremo a toglierci di dosso l’immagine di quelli che i fondi strutturali non sono mai riusciti a spenderli?

Il tempo delle risposte è arrivato.

Naturalmente la valanga di miliardi non è la bacchetta magica che d’incanto rivoluzionerà un paese fermo da più di vent’anni, ma offre, questo sì, la concreta possibilità di fare investimenti sui terreni essenziali della ricostruzione, del resto indicati, e per fortuna, dalla stessa Commissione europea.

Probabilmente hanno ragione quegli economisti che valutano l’accordo raggiunto più per il valore simbolico che per il reale peso del Recovery fund (per via delle lentezze, dei piccoli passi che lo accompagneranno, dei freni più o meno light, dei tagli previsti alle altre voci del Bilancio europeo).

Ma forse mai come in questa epoca di post-pandemia, mai come in questo 2020 di sofferenze e di precari equilibri mondiali, i simboli, cioè il modo più forte di comunicare un’idea, sono stati così importanti.

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Un ponte inatteso tra Pd e 5 Stelle

Due anni dopo il crollo del ponte Morandi e i 43 morti sul fondo del Polcevera, il nuovo ponte sta per essere inaugurato mentre i responsabili della tragedia (fino a che punto lo dirà il processo) iniziano a imboccare la via d’uscita dalla gestione di Autostrade. Un doppio risultato, con un valore anche simbolico.

L’accordo raggiunto, con un iter complesso ma abbastanza delineato, smentisce quanti, da subito dopo la strage fino a ieri, hanno sostenuto che nulla poteva essere fatto contro le stratosferiche, miliardarie penali che lo Stato sarebbe stato costretto a pagare ai miracolati concessionari.

Scomodando per l’occasione il jolly dello stato di diritto, perché i contratti si rispettano e se il governo avesse tolto di mezzo i Benetton chi mai più dall’estero sarebbe venuto in Italia a investire? Le due parolacce di uso comune nel vocabolario pentastellato, Benetton e revoca, sconsiderate pure provocazioni.

Perché sui giornali non venisse nominata la famiglia dei maglioncini colorati è un mistero di pulcinella, considerate le ottime relazioni degli imprenditori trevigiani con i grandi gruppi editoriali (grandi firme del Corsera nel Cda di Atlantia, manager Gedi idem).

Non scopriamo niente di nuovo ma vale la pena rimarcarlo. (Anche per apprezzare l’inestimabile valore dell’autonomia e indipendenza di queste pagine).

Dunque si profila una public company, con lo stato imprenditore di un’opera di pubblico servizio. Non che questo ci garantisca la qualità del servizio, e in primis la sicurezza delle nostre autostrade. Ma difficilmente potrebbe capitarci qualcosa di peggiore di quel che il paese ha vissuto con il ponte Morandi, e il contratto capestro concesso ai Benetton dai governi sia di centrosinistra che berlusconiani.

Qualche commentatore, di quelli né di destra né di sinistra, indefessi scommettitori sulla posta fissa della crisi di governo, ieri non si rassegnava al punto segnato da palazzo Chigi, paragonando la situazione politica di oggi al momento in cui, regnante Berlusconi, nel 2011, Merkel e Sarkozy ridicolizzarono il barcollante governo del Cavaliere (poi sostituito da Monti).

Con qualche ragione, i 5Stelle rivendicano il ruolo di protagonisti della battaglia, ma l’esito della vicenda può attribuirselo anche il partito di Zingaretti, nonostante i forti mal di pancia nel digerire l’accordo.

Sensibile al capitalismo di relazione, nei confronti del quale ha «usato i guanti bianchi», come diceva Goffredo Bettini in una recente intervista, questa volta il Pd i guanti sembra esserseli tolti.

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Se De Benedetti promuove Berlusconi e boccia Conte

Complimenti al Foglio per le due belle interviste, una al direttore di Repubblica e l’altra al novello editore di Domani. Senza sorprese il colloquio sulla nuova linea editoriale di Molinari («Destra-sinistra sono vecchie categorie»), parole, queste sì un po’ vecchiotte e, nella sostanza, di destra.

Invece sorprendente quello con De Benedetti.

C’è un politico che in Italia negli ultimi trent’anni ha fatto più danni di Berlusconi? A dar retta all’ingegnere, quest’uomo non solo c’è ma ce lo abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni e si chiama Giuseppe Conte, «il vuoto peumatico».

Sì, tanto bravo a gestire la tragedia della pandemia, tanto capace nelle trattative sul fronte europeo, ma ora arrivano i soldi, troppi per lasciarli nelle sue mani. Di conseguenza: meglio cacciare l’inetto e imbarcare Berlusconi.

«Per isolare Salvini e Meloni trangugio anche Berlusconi al governo con la sinistra, ma accompagnato dal benservito a Conte»Carlo De Benedetti

Non si tratta di un colpo di sole, piuttosto una coerente chiamata alle armi: «Per isolare Salvini e Meloni trangugio anche Berlusconi al governo con la sinistra, ma accompagnato dal benservito a Conte». E dal benvenuto a Draghi? «Magari».

Dunque il Pd apra le orecchie e dia una mano. Tutt’altro che una voce dal sen fuggita, è l’ennesima che si aggiunge al coro di politici, giornali e televisioni. Contro un premier che, tuttavia, sale nei consensi (oltre il 60%).

Ma poi perché Berlusconi dovrebbe allearsi con Zingaretti? De Benedetti lo sa, e dunque risponde serafico: «Per il suo conflitto di interessi, come sempre».

Serafico e senza rossori.

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Missioni, il ritorno di Minniti

In fondo non è successo nulla di nuovo. E questo è davvero grave. Il voto in Senato sulla Libia, dove riconosciamo come interlocutore istituzionale la cosiddetta «guardia costiera libica», è stato bipartisan, come è quasi sempre accaduto dalla guerra in Iraq del 1991. L’approvazione anche stavolta arriva da una sovra-coalizione patriottica, e anche stavolta in aperto dispregio della nostra Costituzione che «ripudia la guerra» e delle nostre leggi (che vietano la vendita di armi a paesi in guerra e che violano i diritti umani).

Ben 260 sì, 142 della maggioranza che sostiene il governo Conte e 118 delle opposizioni di destra. Benvenuta dunque la pattuglia – che ci piace definire «di sinistra» – di 14 senatori che hanno detto no e i due che si sono astenuti. Ma può bastare a fare chiarezza sul ruolo del governo Conte? Francamente no, perché appare chiaro a tutti che così torna in auge l’ex ministro Minniti che in un altro agosto, nel 2017, avviò il «modello» per la Libia: finanziamento delle milizie locali libiche – centinaia dopo la guerra Nato del 2011, bande di predoni che controllano le città della costa, legate ai traffici più ambigui quando non allo jihadismo e che ora spadroneggiano impegnate nella guerra civile contro l’autoproclamato leader della Cirenaica Haftar; milizie pronte ad indossare la casacca della fantomatica «Guardia costiera» per fermare, per noi e da noi pagate, la fuga disperata dei profughi.

Che, in fuga dall’Africa profonda dell’interno attraversata da guerre e miserie delle quali siamo spesso responsabili, arrivano in Libia e lì vengono bloccati e catturati – impossibilitati ad essere soccorsi mentre il Mediterraneo è diventato la fossa comune dei loro tentativi – e poi finiscono inesorabilmente in detenzione nei campi di concentramento e nelle prigioni. Per le violazioni libiche dei diritti umani non si contano i documenti di condanna, prove alla mano, delle Nazioni unite verso il ruolo dell’Italia e dell’Ue che plaudì al modello Minniti. È stata l’esternalizzazione delle frontiere europee assegnate in Libia a bande criminali o a milizie paramilitari – sarà così anche per la Turchia del Sultano Erdogan.

Il tutto, spiegava l’allora ministro Marco Minniti – rimpianto da una infinità di editoriali del «sinistro» Il Fatto quotidiano – che così facendo «si salvava la democrazia e lo stato di diritto in Italia» minacciati dalla destra populista anti-migranti. Insomma chiudere in campi di concentramento e in galere la condizione di migliaia di esseri umani, serviva alla nostra democrazia. Come sappiamo l’operato di Minniti è servito al contrario solo ad aprire la strada al pericoloso razzismo-sovranismo di governo dell’ex ministro degli interni Matteo «voglio i pieni poteri» Salvini, scatenato poi nella battaglia contro le Ong corse in mare in aiuto dei migranti.

Questa «filosofia» concentrazionaria di stile imperial-coloniale torna ora d’attualità nelle missioni militari riproposte dal governo Conte – che certo le eredita da altre, precedenti stagioni bipartisan e avventure belliche, ma così facendo le rilancia in grande stile.

Ora dopo il Senato il provvedimento sarà approvato nello stesso modo alla Camera, magari sempre agitando la chiacchiera inascoltabile e cara a Di Maio – diventata la mediazione nella coalizione di governo – della «promessa di Tripoli di modificare il Memorandum per salvaguardare i diritti umani».
Intanto sull’intero, negativo pacchetto delle missioni militari è silenzio. Perché non si tratta «solo» di Libia e il tutto accade nel periodo post-Covid ma sempre in emergenza.

Una fase che suggerirebbe tutt’altro che spendere più di 2 miliardi di euro per più di 8.500 soldati impegnati in avventure belliche che riproducono se stesse, che non ci difendono dal terrorismo ma lo alimentano, che subordinate ad altre leadership mettono a repentaglio i nostri interessi strategici, che accrescono solo il mercato delle armi che ci vede brillare per produzione ed export. Unica eccezione positiva, da sostenere, sarebbe l’Unifil in Libano, di interposizione e non a caso prodotto di una politica estera italiana per il Medio Oriente.

Ma dopo 19 anni di occupazione militare dell’Afghanistan, il Parlamento ha mai discusso sul senso di questa guerra infinita al seguito di Stati uniti e Nato? Restando alla Libia: possiamo essere servi di due padroni committenti – come ha scritto su il manifesto Alberto Negri – , dando armi su un fronte al golpista egiziano al-Sisi che bombarda in queste ore in Libia le forze turche che sostengono a Tripoli il «nostro» al-Sarraj, e sull’altro fronte trafficare in armi con l’alleato atlantico Erdogan che lavora alla spartizione del Paese, perdipiù lasciando nel mezzo, a Misurata, 300 militari italiani e un ospedale da campo ormai retrovia della guerra civile in corso?

Dov’è la politica estera ridotta ai budget del complesso militare industriale, privato e di Stato? E che senso ha imbarcarsi nella nuova missione nel Sahel al seguito di Macron nella sanguinosa, quanto taciuta, guerra in Mali, Niger e Chad? Magari con l’intento di contenere la disperazione dei profughi a nord con la guardia costiera libica, e al sud con truppe fresche che «vigilano» lungo un confine di 5mila chilometri? È una assurdità. Ma una assurdità bipartisan.
Non è cambiato nulla, lo stile è tardo-coloniale.

Del resto come definire una concezione di governo che, in piena globalizzazione, fa vanto e s’ingegna per garantire nei percorsi ardui del potere finanziario internazionale, i fondi per elargire magro welfare e «grandi opere» all’interno del «proprio» paese, mentre all’esterno delle nostre ristrette frontiere, il dividendo per gli ultimi della terra è fatto di campi di concentramento, galere, torture e guerre chiamate «missioni militari»?

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L’Italia di sotto e l’urgenza di un vero New Deal

Un mondo nel quale bastano un paio di mesi di rallentamento (di lockdown) per aprire i crateri sociali che ora, giorno per giorno, andiamo scoprendo, è un mondo fatto male. Malissimo.

Una società nella quale si aprono le diseguaglianze abissali che stiamo misurando, non è neppur degna di questo nome. È peggiore dello stato di natura hobbesiano.

Man mano che si solleva il velo che ci aveva schermato la vista nel tempo in cui tutti gli occhi erano fissi sui reparti di terapia intensiva, abbiamo la misura di quanto alto sia stato il prezzo pagato dal mondo del lavoro – dai lavoratori, in primo luogo da quelli manuali – e dagli strati più deboli.

Con la cassa integrazione, per esempio, che sembrava l’ammortizzatore sociale per eccellenza dei «garantiti».

Sapevamo che erano all’incirca 8 milioni i lavoratori interessati, tra Ordinaria (la grande maggioranza) e Straordinaria. Ma scopriamo solo ora che quella che hanno perso nei primi cinque mesi dell’anno è una cifra spaventosa: oltre 5 miliardi di euro, perché la parte di salario effettivamente coperta dalla Cig è poco superiore alla metà di una remunerazione già assai misera anche in tempi normali.

E questa è solo la sezione visibile del massacro sociale fotografato dal rapporto dell’associazione Lavoro&Welfare presieduta da Cesare Damiano, con cifre impressionanti: quasi due miliardi di ore di Cassa integrazione (1 miliardo e 794 milioni) in buona parte concentrate nel trimestre del lockdown, più di quanto si era registrato in tutto il 2010, l’anno più nero della crisi post subprime, il 1400% in più rispetto al 2019, con punte del 1800% e del 2600% nel nord-ovest e nel nord-est.

Poi ci sono quelli ancor meno «garantiti» – l’arcipelago della Cassa integrazione in deroga – normalmente non coperti o non più copribili, i dipendenti delle imprese povere soprattutto del commercio e del settore alberghiero (una platea di 3 milioni di lavoratori) che hanno visto le ore perdute crescere di una percentuale iperbolica (il 14.303% in più rispetto all’anno precedente), con 46 milioni di ore e con oltre 1 milione di domande solo in piccola parte riconosciute e pagate, per i ritardi dovuti soprattutto al collo di bottiglia costituito dalle Regioni. Molti di loro stanno ancora aspettando le tranches previste dal decreto.

E dietro di loro, in fitta e dolente schiera, gli invisibili, la galassia gassosa della gig economy, dei lavoretti a giornata, dell’arte di arrangiarsi negli interstizi del capitalismo delle piattaforme, nella logistica di periferia, sull’ultimo metro della consegna, o nei servizi alle persone, collaboratrici e collaboratori famigliari informali, personal trainer, factotum, dog sitter

Solo in parte coperti con i bonus una tantum, più spesso spiaggiati dal lockdown, lasciati all’asciutto dal riflusso delle acque di un’economia instabile e mobilissima, cui basta un breve periodo di congelamento per dissolvere le proprie filiere, e lasciar cadere nel vuoto corpi e persone che tra le sue pieghe si erano ricavate una precarissima fonte di sopravvivenza.

È l’Italia di sotto, che non ha la voce potente di Confindustria per farsi le proprie ragioni (pur avendone enormemente di più di quella) e che è fragile come il sistema che le hanno costruito intorno.

La parte di Paese che ha pagato in modo feroce il proprio prezzo al virus, e che ora rischia di continuarlo a pagare a una congiuntura che non promette niente di buono.

La piazza dei metalmeccanici e delle «cento vertenze» (diventate 150, poi 200 e ogni giorno ne porta altre nuove) ne ha dato una prima impressionante idea, con la sua compostezza, il rigoroso rispetto delle misure sanitarie, il distanziamento, le mascherine ben incollate al viso in segno di rispetto degli altri e di sé, e quel terribile messaggio che ci affida: l’autunno sarà duro. Durissimo.

Mentre gli altri, i soliti – un’imprenditoria arruffona e arraffona senza idee ma con un unico pensiero in testa, accaparrare le risorse di quel pubblico che non smette di denigrare ma a cui non cessa di domandare – si preparano all’assalto alla diligenza dei soldi stanziati dall’Europa, loro ci ricordano che una deadline sta per essere varcata. Nel senso letterale del termine: una linea oltre la quale c’è la morte sociale dopo quella virale.

C’è, nel gran teatro della politica politicante – ma anche di quella sindacale – uno, uno solo, che sia disponibile a battersi fino in fondo, con convinzione non mediabile, per imporre la centralità di questa questione: non del «lavoro» in astratto ma dei «lavoratori»?

Convinto – ma davvero convinto – che il mondo di ieri che ha prodotto il disastro di oggi vada rifatto ab imis. Dalle radici. E a partire da quel «basso» senza il quale tutto l’edificio si sfalda e crolla, rintracciando le linee di quell’altro New Deal del secolo scorso.

C’è? Perché se ci fosse, come per Lot e gli altri 10 che non si trovarono a Sodoma, basterebbe a salvare la città. Ma se c’è, batta un colpo.