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In Germania mille nuovi casi in un giorno

Europa sempre più impestata di coronavirus. Gli ultimi dati dell’Oms certificano la nuova impennata dei contagi in tutto il Vecchio continente. Spiccano i Balcani e gli Stati dell’Est, a partire dalla Bielorussia dove si registra il valore maggiore (7.190 casi per milione di abitanti), seguita da Moldavia (6.399), Macedonia del Nord (5.393), Montenegro (5.364) e Kosovo (5,100; +23,4%). A Skopje il record di decessi (243 per milione), mentre il tasso più basso è stato rilevato in Grecia (451) e Slovacchia (434).

Ma la pandemia ha raggiunto livelli preoccupanti anche in Romania (+1.232 casi da mercoledì a ieri) e soprattutto in Spagna: nelle ultime 24 ore i nuovi infettati hanno raggiunto quota 1.683 con la regione Nord-orientale dell’Aragón in cima alla lista europea della più alta incidenza di Covid-19 e un’intera città, Aranda de Duero, nella regione settentrionale di Castilla y León, che ha dovuto imporre ai suoi 32mila residenti il lockdown di due settimane dopo che sono stati rilevati 230 casi di coronavirus nell’area, stesso provvedimento assunto meno di una settimana fa nei comuni poco distanti di Íscar e Pedrajas de San Esteban.

EPPURE INQUIETA non poco anche la Germania con mille nuovi casi in un giorno: il più alto numero dallo scorso 7 maggio.

Così a Berlino si è riaccesa ufficialmente la spia d’allarme dopo che l’istituto Robert Koch (Rki) ha confermato l’indice di diffusione pari a 0,9.

In queste condizioni «non possiamo abbassare la guardia ed è necessario che tutti rispettino l’obbligo di indossare le mascherine», l’appello di Jans Spahn, ministro della Sanità, nel corso della conferenza stampa in cui ha annunciato ulteriori misure di contrasto alla pandemia. Dal test obbligatorio per i viaggiatori provenienti dalle aree a rischio, ai tamponi facoltativi per i tedeschi che rientrano dalle vacanze all’estero, fino alla maxi-sanzione di 25 mila euro per chi si rifiuta di sottoporsi ai controlli sanitari.

Alla base del giro di vite, l’incessante rifiorire di focolai in qualunque contesto (aziende, famiglia, centri sportivi e ricreativi) così come la forte crescita dei contagi nei Paesi sulla black-list appena aggiornata dal Rki.

In testa, le regioni spagnole di Navarra, Aragón e Catalogna, la provincia belga di Anversa e il Lussemburgo, ma anche Serbia, Bosnia, Kosovo, Turchia, Bielorussia, Moldavia, Russia, Israele, Usa, Iran, Libia e più di metà dell’America Latina. Tutti accomunati dall’indice di oltre 50 positivi ogni 100 mila abitanti.

Per questo Spahn ieri ha dato il via libera ai cosiddetti “ambulatori volanti” in tutti gli aeroporti, porti, stazioni ferroviarie, nonché nei principali snodi delle autobahn, da affiancare ai centri per i test rapidi già attivi dall’inizio della fase due.

«Il Covid-19 non solo non è scomparso in Germania ma rischia di tornare ai livelli della primavera» avverte il ministro Cdu, impegnato anche nel tentativo di armonizzare le contromisure a “macchia di leopardo” adottate nei diversi Land della Bundesrepublik.

Un puzzle di competenze da governare nel rigido rispetto del federalismo, proprio alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico, superando le diametrali differenze tra l’Assia (che ha lasciato carta bianca alle singole scuole), il Brandeburgo (che ha prima abolito e poi reintrodotto l’obbligo delle mascherine) e Berlino (dove i dispositivi di protezione individuale sono previsti solo nelle aree comuni).

IN OGNI CASO, i controlli di massa in Germania sono iniziati da quattro giorni: in Baviera circa 18mila vacanzieri si sono già sottoposti a tampone, mentre all’aeroporto di Francoforte (principale hub europeo) il numero di test ha superato quota 40mila. Con la spesa rimborsata a chiunque presenti la carta d’imbarco, ricevuta d’albergo, o qualunque altro documento comprovante il soggiorno all’estero. Gli esiti delle analisi sono mediamente disponibili in 24-48 ore.

Costo previsto dal governo: 50,5 milioni di euro prelevati dalla riserva di liquidità dei fondi sanitari rifinanziati dopo il lockdown.
Basteranno? Per adesso pare di sì, anche se sul quotidiano Die Zeit il più importante virologo tedesco responsabile della clinica Charité di Berlino, Christian Drosten, avverte le autorità sanitarie di prepararsi alla seconda ondata di Coronavirus che «molto probabilmente» si verificherà tra l’autunno e l’inverno.

«Mentre la maggioranza delle catene dell’infezione finora sono risultate rintracciabili, in futuro potrebbero comparire nuovi casi ovunque, nello stesso momento e in qualunque fascia di età» prefigura Drosten. Paventando il rischio di collasso della Sanità pubblica dato che «gli ambulatori scarsamente dotati di personale saranno inevitabilmente sovraccaricati».

Prospettiva da incubo, evitabile – spiega Drosten – unicamente se si riuscirà a mettere in atto «una strategia per evitare il blocco generale, come nella scorsa primavera».

In pratica, vuol dire concentrare il contenimento anzitutto ai piccoli cluster isolando tutti i sospetti senza attendere il risultato dei tamponi: «Può essere una grande festa di famiglia, una classe scolastica, un ufficio a pianta aperta oppure una squadra di calcio» specifica il virologo, prima di consigliare ai tedeschi di «tenere un diario dei contatti questo inverno».

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Juan Carlos che scappa fa esplodere il conflitto tra gli alleati del governo spagnolo

La diplomazia politica fa fatica a nascondere l’esplosione di uno dei conflitti più gravi fra i soci del governo spagnolo a causa della fuga del re emerito, Juan Carlos. Unidas Podemos e alleati (fra cui soprattutto i catalani di Catalunya en comú, il partito guidato da Ada Colau) sono infuriati con il Partito socialista, che ha negoziato in segreto con la Casa Reale le condizioni dell’allontanamento dell’ex monarca accusato (ma ancora non formalmente indagato) di gravi delitti fiscali.

Se lunedì notte il vicepremier Pablo Iglesias scriveva che «la fuga all’estero di Juan Carlos di Borbone è un’attitudine indegna di un ex capo di stato e lascia la monarchia in una posizione compromessa» e chiedeva che l’ex re rispondesse dei suoi atti «davanti al suo popolo» e «davanti alla giustizia», spiegando che «un governo democratico non può guardare dall’altra parte né, peggio, giustificare o salutare comportamenti che minano la dignità di un’istituzione come quella di capo di stato e che sono una frode alla giustizia», le parole più nette sono arrivate solo ieri. In mattinata, Irene Montero, ministra viola dell’Uguaglianza, chiariva che il negoziato con la Casa Reale era stato portato avanti con i socialisti, e che «certo non è stata una decisione presa dal governo», mentre la sindaca di Barcellona Ada Colau in un tweet durissimo chiedeva al presidente del governo Sánchez se il governo aveva negoziato o meno «la fuga dell’emerito, presunto corrotto».

L’ex numero 2 di Ada Colau, Gerardo Pisarello, deputato del Congresso e presidente della commissione scienza aveva tuonato che il «minimo» era «togliere all’emerito la condizione di re», «abrogare per legge la inviolabilità come carta bianca per delinquere», «abrogare la criminalizzazione della critica alla monarchia» e finalmente «aprire il dibattito su un referendum», un’idea che hanno ribadito vari esponenti viola e dei partiti nazionalisti catalani e baschi in parlamento. Il presidente catalano Quim Torra, in una conferenza stampa (dove ha evitato accuratamente di fissare una data per le elezioni anticipate catalane che aveva promesso a gennaio, quando aveva certificato lo stato pessimo dei rapporti fra il suo partito ed Esquerra republicana, alleati nel governo della Generalitat), si è subito lanciato alla giugulare di Sánchez per aver permesso la fuga di Juan Carlos e ha chiesto a Felipe VI di abdicare.

Ieri pomeriggio Sánchez in una conferenza stampa ha chiarito che «si giudicano persone, non istituzioni», che «rispetta» la decisione della Casa Reale e ha difeso «la vigenza del patto costituzionale» del 1975 che aveva instaurato la democrazia in Spagna, trasformando il monarca (eletto come suo successore da Franco) in re costituzionale. Ha negato di sapere dove si trova l’ex monarca (molti media parlano di Repubblica domenicana), ma ha detto che l’importante è che si mette a disposizione della giustizia (cosa che però Juan Carlos non ha detto, l’ha detto il suo avvocato). Infine si è fatto scudo dietro la confidenzialità dei colloqui fra capo dello stato e presidente del governo per non rispondere alle domande dei giornalisti sul ruolo del governo nei negoziati con la Casa Reale dei giorni scorsi. E ha cercato di chiudere la polemica con i soci di governo dicendo di essere molto soddisfatto della collaborazione dei partiti al governo e di sentirsi «molto orgoglioso» di ciascuno dei ministri del governo di coalizione.

Ma i fuochi d’artificio non finiranno: con tono molto arrabbiato, Ada Colau commentava le dichiarazioni di Sánchez parlando di «indignazione», «delusione» e «vergogna», così come il portavoce del gruppo parlamentare di Unidas Podemos, Jaume Asens, anche lui di Catalunya en Comú, che definiva come «deludente» la conferenza stampa di Sánchez, che dimostra, scrive «molto poco senso critico di fronte all’indegna fuga di chi fu capo di stato. I cittadini meritano che i partiti di sinistra siano all’altezza della situazione».

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Spagna, l’ex re Juan Carlos si toglie dai piedi

L’ex re Juan Carlos abbandona la Spagna. La decisione di abbandonare la Zarzuela, sede della corona spagnola, era nell’aria da qualche settimana ma ieri sera è stata resa pubblica con una lettera firmata dall’ex monarca e diretta a suo figlio Felipe: di fronte a “certi accadimenti del passato della mia vita privata” che stanno generando una certa “ripercussione pubblica” e naturalmente “con lo stesso spirito di servizio che ispirò il mio regno”, l’ex re manifesta al figlio “la più assoluta disponibilità per contribuire a semplificare l’esercizio delle tue funzioni”.

In sostanza, Juan Carlos si toglie dai piedi, come gli chiedeva non solo l’attuale capo dello stato, in una posizione sempre più scomoda per i loschi affari mantenuti da suo padre durante il suo lungo regno, ma anche sempre più voci istituzionali. Ma non è chiaro se abbandonare il paese con varie inchieste in corso in Spagna e in Svizzera sui soldi che il monarca aveva accumulato in conti segreti in paradisi fiscali e in banche elvetiche sia il modo migliore per allontanare le ombre sul giovane regnante.

Anche se fino al 2014 la Costituzione spagnola proteggeva l’ex capo di stato con lo status di “inviolabile”, il criterio dell’accusa del Tribunal supremo è che questo scudo legale terminò il giorno in cui lasciò l’incarico, e pertanto sta attualmente valutando se, dopo quella data, il Borbone commise qualche delitto fiscale relativo ai fondi ricevuti dai sauditi per “ringraziarlo” per la sua intermediazione sull’abbassamento dei prezzi per la costruzione del treno d’alta velocità AVE alla Mecca. Anche in Svizzera, dove i magistrati non sono obbligati a inibirsi dalle indagini, si sta studiando l’origine della sua fortuna. La settimana scorsa è stato riaperto anche un altro caso, che era stato archiviato per mancanza di prove, che coinvolge il monarca e la sua ex amante Corinna Larsen, la quale era stata registrata illegalmente dal commissario Villarejo, una spia al centro di una serie di loschi affari politici, in carcere in attesa di giudizio per i metodi di spionaggio usati.

Non è chiaro né cosa accade dell’ex regina Sofia, con cui i rapporti erano piuttosto freddi da tempo, né quale sarà il paese dell’“esilio” (dorato) dell’ex monarca. L’unica cosa che è chiara è che la mossa del re causerà nuove spese alle arche pubbliche perché dovrà essergli garantita la sicurezza nel paese dove risiederà. Dopo che, per decisione di qualche mese fa di suo figlio (quando iniziarono a trapelare i dettagli dei soldi ottenuti dal re in maniera poco limpida), non riceve più emolumenti pubblici, questa decisione avrà un impatto economico ancora difficile da quantificare.

Per ora comunque rimane “re emerito”: per togliergli questo status bisognerebbe cambiare la legge speciale che glielo attribuì nel 2014. Ma la questione che più preoccupa è capire se l’espatrio del re lo proteggerà dalle future (e comunque improbabili) condanne o indagini, o no. Secondo il suo avvocato Javier Sánchez Junco Mans, il re emerito lo avrebbe incaricato di comunicare che “nonostante la decisione in questo momento, di trasferirsi all’estero, rimane in ogni caso a disposizione del ministero fiscale (l’accusa, ndr) per qualsiasi gestione o decisione che si consideri opportuna”.

I fatti diranno se sarà davvero così, ma intanto il partito popolare si scioglie in lodi per l’ex re verso cui manifesta “rispetto” per il suo “ruolo determinante e decisivo per l’arrivo della democrazia”, mentre Vox parla di “linciaggio” della sinistra e sentenzia: “il re si esilia, la Spagna si tiene Podemos”. Il partito socialista, fra i più a disagio su tutta la vicenda, parla di “assoluto rispetto” per la decisione de re emerito e appoggia “il lavoro e l’impegno del re Filippo VI”, mentre Podemos per bocca del portavoce Pablo Echenique dice che la gente vuole “conoscere la verità sulle sue attività presuntamente corrotte e che paghi per i crimini che possa aver commesso e restituisca le imposte evase”, e aggiunge che Unidas Podemos continuerà “a esplorare tutte le vie perché gli affari turbi di Juan Carlos di Borbone si investighino a fondo” e perché “si ponga fine all’impunità”.

Se il ministro Alberto Garzón, di Izquierda Unida, chiede di trovare “i responsabili e i complici” della “trama” che non poteva mantenere “una persona sola”, la sindaca di Barcellona Ada Colau chiede direttamente un referendum sulla monarchia e sentenzia che “permettere la fuga di Juan Carlos I implicherebbe una frode alla democrazia”. Lapidario il commento del presidente catalano Quim Torra: su Twitter ha scritto solo “come Alfonso XIII”, nonno di Juan Carlos che, dopo la vittoria della repubblica nelle elezioni del 1931, abbandonò volontariamente la Spagna (e morì a Roma nel 1941, dove è nato anche Juan Carlos nel 1938). La Repubblica sarebbe durata fino al colpo di stato di Francisco Franco, che vinse la guerra civile nel 1939 e rimase al potere fino alla sua morte nel 1975.

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L’esercito dei negazionisti si assembra a Berlino

«La fine della pandemia – il giorno della Libertà». È il doppio slogan scandito ieri pomeriggio dall’esercito di quasi 20 mila “negazionisti” ammassati davanti alla Porta di Brandeburgo, rigorosamente senza mascherina e tantomeno a distanza di sicurezza.
Arrivati da ogni parte della Germania, soprattutto da Stoccarda, hanno chiesto al governo Merkel di revocare immediatamente le restrizioni varate nelle due prime fasi dell’emergenza Coronavirus. Nel nome del «pensiero trasversale», che è anche il nome del cartello di associazioni che unisce integralisti-liberal, complottisti, e anche più di qualche neonazista come ha fatto notare il socialdemocratico Andreas Geisel, ministro degli interni del Land di Berlino.

PROPRIO NEL GIORNO in cui la Repubblica federale fa i conti con la mega-impennata dell’indice di contagio certificato dall’istituto Robert Koch, la massima autorità nazionale per le malattie infettive: 955 nuovi ammalati e 7 morti in appena 24 ore, con il totale dei positivi al Covid-19 che ha raggiunto quota 209.653 e il bollettino dei deceduti salito a 9.148. Un vero e proprio allarme rosso: «L’ulteriore aumento delle infezioni rischia di inficiare il recupero che avevamo appena iniziato. Sia chiaro, chiunque metta deliberatamente a repentaglio la salute dei cittadini deve aspettarsi gravi conseguenze» tuona il ministro dell’Economia, Peter Altmeier, braccio destro della cancelliera Angela Merkel, pronto a inasprire le sanzioni previste dalla legge attuale.

DA QUI LA MASSIMA copertura istituzionale alla polizia che ieri ha interrotto la manifestazione dopo avere avvertito i partecipanti della «violazione delle regole amministrative sui raduni di massa». Uno degli organizzatori ha opposto resistenza; è stato fatto scendere a forza dal palco tra i fischi e le grida di protesta dei dimostranti, che si sono concentrati in Viale 17 Giugno in numero doppio rispetto alle previsioni.

Ma il decollo dei contagiati impesta l’intera Europa, a partire dalla Spagna con 1.525 nuovi casi in un solo giorno: il record dalla fine del lockdown. Colpa delle vacanze ma non solo, riassume il premier Pedro Sànchez, facendo sapere di volere impiegare i 9 miliardi del pacchetto appena concordato a Bruxelles per assumere migliaia di «tracciatori», nonché consigliando ai concittadini di scaricare l’App che a Madrid si chiama «Radar Covid».

Non va meglio in Francia: i nuovi contagiati tra venerdì e ieri sono schizzati a oltre 1.300, mettendo sotto pressione i reparti di terapia intensiva dove i pazienti ricoverati attualmente sono ben 381. Particolarmente colpite la zona della Loira, il dipartimento delle Alpi Marittime ma anche l’Occitania, mentre il ministero della Sanità di Parigi ieri ha deciso di lasciare carta bianca alle autorità locali, prefigurando misure di contrasto “a macchia di leopardo”.

UN BEL PROBLEMA, dato che la pandemia non conosce confini amministrativi né politici, e soprattutto con l’estate non è scomparsa, anzi. Lo dimostra bene la massiccia recrudescenza del morbo nei Balcani: in Romania si sono registrati 1.356 casi nelle ultime 24 ore (35 morti), in Bulgaria la lista degli ammalati è lunga 11.150 nomi dopo i 285 nuovi infetti di ieri (13 morti). E in Serbia e nella Macedonia del Nord si viaggia al ritmo, rispettivamente, di 372 e 185 nuovi positivi sul totale di 28.890 e 10.500 contagiati.

Brutte notizie anche dalla vicina Bosnia (382 casi in un giorno), al contrario della Grecia che pare essere riuscita a confinare il Covid a soli 57 nuovi casi (1 morto) e soprattutto della Croazia che ieri ha comunicato all’Oms l’indice di aumento uguale a zero
Numeri incontrovertibili, sintomatici dell’attuale situazione sanitaria tutt’altro che sotto controllo. Anche delle contromisure a geometria variabile, scoordinate, pronte a fare lo sconto alle grandi imprese imprescindibili per le economie dell’Eurozona. Su tutti spicca il problema “europeo” dei mattatoi: veri e propri focolai di infezione nell’Ovest della Germania, ma anche a Lione in Francia, così come in Italia. Fanno meno rumore dei profughi sbarcati a Lampedusa, respinti a Ventimiglia dalla gendarmeria francese, oppure accolti con il contagocce nella Bundesrepublik non più accogliente. Ma molti più danni.

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«Sui migranti l’Europa non ha voluto agire, speriamo in Merkel»

«Nel 2011 arrivarono sull’isola 8mila tunisini in due giorni. Le minacce non fermeranno i flussi» spiega Pietro Bartolo, eurodeputato del Pd e vicepresidente della Commissione Ue per le Libertà civili, per tanti anni medico di Lampedusa.

La ministra degli Interni Lamorgese promette aiuti alla Tunisia in cambio dello stop alle partenze e maggiori rimpatri. Il collega agli Esteri Di Maio minaccia di fermare i fondi stanziati dalla Farnesina.
Mettere sul tavolo gli euro non ha fermato gli sbarchi dalla Libia e non servirà neppure con Tunisi. L’Europa dovrebbe intervenire perché siamo difronte a un gravissimo problema economico e politico. A partire sono i giovani maschi, soprattutto dell’entroterra dove le condizioni di povertà sono terribili, ma anche tutti quelli che lavoravano nel turismo si sentono costretti lasciare casa perché l’emergenza Covid li ha lasciati senza lavoro, senza futuro. Li possiamo anche rimpatriare, perché non c’è lavoro neppure in Italia, ma bisogna che attiviamo programmi di cooperazione internazionale per sostenere lo sviluppo in Tunisia. Fermare la cooperazione, viceversa, peggiorerebbe solo le cose. Giorgia Meloni, anche questa volta, ha tirato fuori lo slogan del blocco navale, che significa sparare e affondare le navi, facendo morire chi è a bordo. Un’idea insopportabile e improponibile. Ricordiamo che, viceversa, esiste un obbligo di soccorso. La responsabilità per quello che succede in Africa è dell’occidente: Italia, Europa, Usa ma anche Russia e Cina hanno trattato quel continente come un ipermercato dove prendere le risorse con pochi soldi. Anche i cambiamenti climatici sono colpa nostra.

Lamorgese ha spiegato che in Libia è necessario adottare il modello turco, 6 miliardi in cambio dello stop ai flussi.
Abbiamo sbagliato con la Libia e anche con la Turchia. Il memorandum siglato dal governo Gentiloni, che l’esecutivo Conte ha appena confermato con alcune modifiche ancora da definire, serve solo a spostare il muro europeo in Libia, come abbiamo fatto con gli accordi stretti con Ankara. I soldi che diamo a Tripoli non servono per migliorare i diritti umani ma vengono spesi per fare la guerra, finiscono ai trafficanti di esseri umani: alla Guardia costiera libica diciamo prendete i migranti e fateci quello che volete. Gli accordi li dovremmo fare con l’Onu, non con le milizie. Dovremmo evacuare i campi di concentramento non dare fondi per «migliorare i campi di detenzione», un concetto totalmente assurdo visto che sono lager dove si tortura e si uccide.

In autunno si discuterà il nuovo Patto europeo in materia di asilo e migrazione. Le regole in discussione potrebbero inserire espulsioni più rapide e il rafforzamento dei confini esterni.
Lo scorso parlamento europeo aveva già lavorato alla riforma del regolamento Dublino tre, che è stato un fallimento perché è quello che ha introdotto il meccanismo di primo approdo bloccando i migranti in Italia, Grecia e Spagna. La riforma, invece, introduceva meccanismo di ricollocamento automatici e obbligatori, proporzionati alle possibilità dei singoli stati. Votata dal parlamento Ue, è stata bloccata in consiglio. Adesso c’è il semestre tedesco, ho fiducia che la commissione possa fare una buona proposta basata sui valori che hanno fatto nascere l’Ue: solidarietà, accoglienza e lungimiranza. Senza i migranti l’Europa e l’Italia tra 20 anni saranno un ospizio a cielo aperto. E abbiamo visto durante il Covid in che modo terribile siamo capaci di trattare i nostri anziani.

Il governo sta lavorando alla modifica dei decreti Sicurezza voluti da Salvini. Ma una nuovo decreto arriverà solo a settembre.
I migranti regolari pagano le tasse e, grazie a loro, l’Inps non è fallito e le nostre pensioni vengono erogate. Con i dl voluti dalla Lega, i migranti sono stati costretti a pagare le tasse non allo stato ma a mafiosi e sfruttatori. Il governo ha già perso troppo tempo, andavano cambiati molto prima. I fatti hanno dimostrato che sono decreti insicurezza: ad esempio hanno eliminato quasi del tutto gli Sprar, che sono una buona pratica di integrazione. L’idea di Salvini si basava sul presupposto che li avrebbe mandati via: un’operazione per cui non c’è tempo, non ci sono soldi e neppure gli accordi bilaterali con quasi tutti i paesi di provenienza. L’Africa vive di rimesse, gli stati non sigleranno mai questo tipo di accordi. È un fenomeno strutturale che va gestito con razionalità. E poi non c’è nessuna invasione, come va ripetendo la destra per fare propaganda politica. Lampedusa va in difficoltà perché è un’isola e va aiutata. Nel 2016 in Italia sono sbarcati in 180mila. I flussi non li fermi, li devi governare.

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Geografia europea di un crollo annunciato

Una «crisi senza precedenti» per l’economia europea a causa del Covid. Ieri, Eurostat ha pubblicato una prima serie di dati, che confermano gli effetti «devastanti» della pandemia: nel secondo trimestre di quest’anno (aprile-giugno), il Pil è crollato del 12,1% nella zona euro, meno 11,9% per l’Unione europea complessiva. Questi dati verranno affinati nelle prossime settimane, per una nuova serie che verrà pubblicata da Eurostat il 14 agosto prossimo, ma che confermerà i timori per un «rilancio dolorosamente lento». La lista è catastrofica: in testa al disastro c’è la Spagna, con una caduta del Pil nel secondo trimestre del 18,5%, che segna uno scollamento negativo di Madrid dagli altri paesi. Seguono, il Portogallo con meno 14,1% e la Francia, meno 13,8%. L’Italia è a meno 12,4%, la Germania a meno 10,1%, meno 10,7% per l’Austria, meno 12,2% per il Belgio. La Lituania è il paese che se la cava meglio, con meno 5,1%.

QUESTE CIFRE seguono un calo del 3,6% dell’economia europea registrato nel primo trimestre di quest’anno, quando l’Europa non era ancora affondata in pieno nella crisi del Covid, ma già erano cominciati i lockdown a fine periodo. Su base annuale, per il 2020, la Commissione ha previsto un calo del Pil della zona euro del 7,7% (per la Francia contrazione dell’8,3% ma meno 6,5% per la Germania).

Per la Svezia, che è un caso un po’ a parte perché per ragioni di rispetto della Costituzione non sono state imposte misure drastiche di limitazione delle libertà personali, le conseguenze economiche sono altrettanto gravi: la Commissione prevede un meno 6,1% nel 2020, con una disoccupazione che salirà al 9% (contro il 6,8% nel 2019), a causa del legame con il resto dell’economia europea (l’export conta per il 50% del Pil svedese, il 70% è realizzato con la Ue).

I fallimenti aumenteranno di qui al 2021 (rispetto al 2019) del 25% nella Ue, con forti disparità tra zone economiche (più 12% in Germania, ma più 42% in Spagna, più 27% per l’Italia). Questi dati non tengono conto, evidentemente, dei possibili effetti dell’intervento del Next generation Eu dell’Unione europea, che ha messo sul tavolo più di 1800 miliardi (750 miliardi del Recovery Fund, con 390 miliardi di sovvenzioni, 1074 miliardi del bilancio pluriannuale Ue 2021-27). Il piano è ora partito in una corsa a ostacoli complicata, dopo l’approvazione al Consiglio europeo il 21 luglio, c’è già stato un voto critico del Parlamento europeo il 23 luglio e sono attesi i voti dei parlamenti nazionali in autunno.

IERI, L’INSEE (l’Istat francese) ha pubblicato i dati per la Francia, che registrano «il più forte calo registrato dopo la seconda guerra mondiale», secondo l’economista dell’Ofce, Mathieu Plane. Il governo ha indossato gli occhiali dell’ottimismo per commentare le cifre: le previsioni, difatti, erano di un meno 17% e quindi un calo contenuto al 13,8%, per il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, «è la prova che l’azione politica è stata efficace», che «non siamo impotenti di fronte alla crisi». Cassa integrazione pagata dallo stato, piano «giovani», intervento pubblico per 100 miliardi, sostegno alle imprese con prestiti garantiti, sono state le prime misure, mentre un piano di rilancio dovrebbe essere annunciato dal governo francese il prossimo 24 agosto, in attesa del Recovery Fund dell’Unione europea.

Secondo la Banque de France, la disoccupazione dovrebbe salire all’11,8% nel primo semestre del 2021 (era dell’8,1% a fine 2019). Le previsioni sono meno catastrofiche nel medio periodo, perché dopo un crollo dei consumi del 35% durante il lockdown (dal 15 marzo all’11 maggio), potrebbe esserci un balzo di più del 36% (anche se per la Francia, come sempre, si tradurrà in un aumento dell’import) e nel terzo trimestre l’Insee prevede un rialzo del 19%.

MA MOLTI ECONOMISTI mettono in guardia: attenzione all’effetto ottico, non cancellerà il crollo avvenuto. Il vero test sarà nel quarto trimestre. Ma ora è troppo presto per fare previsioni, anche perché pesa sull’economia europea e mondiale il rischio di una ripresa del Covid, con qui e là esplosioni di cluster (la Spagna è in grandi difficoltà, con la quarantena imposta dalla Gran Bretagna e le raccomandazioni di Germania e Francia di evitare alcune regioni, come la Catalogna, per i viaggi «non essenziali»).

GLI INVESTIMENTI sono in calo e questo pregiudica l’avvenire (in Francia, tra aprile e giugno, meno 17,8% nella piccola e media impresa, meno 26,8% nell’edilizia). Interi settori sono in gravi difficoltà: auto, aeronautica, turismo e nessuna previsione intravvede un ritorno a ritmi precedenti il Covid fino al 2022-23. In questo clima, ieri è entrato in vigore l’accordo commerciale Ue-Vietnam, peraltro oggetto di contestazione: «L’economia europea deve ormai sfruttare ogni occasione per ristabilirsi dopo la crisi del Coronavirus», ha commentato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

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Confine italo-sloveno: «Respinti anche i richiedenti asilo»

«Le procedure informali di riammissione in Slovenia vengono applicate nei confronti dei migranti rintracciati a ridosso della linea confinaria italo-slovena anche qualora sia manifestata l’intenzione di richiedere protezione internazionale». Così Lamorgese in risposta a una interrogazione di Riccardo Magi, deputato di +Europa. E’ vero quindi che al confine con la Slovenia i migranti vengono respinti a priori, tutti, anche se avrebbero diritto a protezione internazionale.

Procedure informali, «semplificate»: nessun atto, nessuna traccia. Il ministero specifica che ci sarebbe un modulo che la polizia italiana consegna a quella slovena assieme ai migranti ma, ammesso che ciò avvenga, non è documentazione pubblica. Viene in mente la denuncia presentata dalla polizia slovena l’anno scorso contro la garante della privacy Mojca Prelesnik che, assieme ad Amnesty International, aveva chiesto di desecretare parte dei documenti riguardanti il trattamento dei migranti e dei richiedenti asilo.

«La sicurezza dell’area Schengen, del Paese e di tutta l’Unione europea, verrebbe compromessa rilevando più particolari di quanto fatto finora» aveva scritto la polizia slovena. I migranti? Non si sa chi né quanti: non sono niente, nemmeno numeri. Nessun diritto di asilo viene violato, prosegue Lamorgese nella sua risposta, perché questo è garantito «a prescindere dallo Stato individuato quale competente ad esaminare la domanda».

Nella realtà, i diritti dei migranti vengono fatti rimbalzare da uno Stato all’altro, scaricati da uno all’altro e, così, negati. D’altra parte secondo Lamorgese «non può essere consentito allo straniero, pur bisognoso di protezione ed aiuto, di scegliere il Paese in cui essere eventualmente accolto».

L’Italia respinge in Slovenia, la Slovenia in Croazia, la Croazia in Serbia o in Bosnia-Erzegovina, nei campi di concentramento finanziati dall’Europa fuori dall’area Schengen. Dal confine italiano la tratta all’indietro è coordinata dalle polizie: da un camion all’altro, cambiano le targhe e le divise ma il loro carico umano si ritrova fuori dall’Europa. «La Croazia non rispetta i diritti umani»: così recita la sentenza di un tribunale elvetico che ha impedito la riammissione in Croazia di un giovane siriano che aveva raccontato e documentato più di un anno di ripetute sevizie da parte della polizia croata. Poliziotti che rubano vestiti, documenti, cellulari. Poliziotti che urinano sopra i migranti dopo averli malmenati. Poliziotti che sparano lacrimogeni tra la gente accampata.

I dossier delle Ong attive in quel tratto di inferno, i rapporti di Amnesty International, la stampa slovena e anche croata, basta informarsi per farsi un’idea di quel che succede a decine di migliaia di migranti bloccati in una specie di terra di nessuno, in balìa delle polizie di frontiera ma anche di bande di ultranazionalisti. Qualche giornale parla dei cadaveri, annegati nei fiumi o disidratati nel bosco o saltati su qualche ordigno rimasto dalla guerra fratricida in Jugoslavia.

Il ministero dell’Interno fa finta di non sapere, la risposta a Magi è un’ammissione sconcertante: si deportano le persone in forza di un accordo che viola le norme internazionali. Migranti comunque continuano ad arrivare a Trieste e in condizioni sempre più precarie. Quelli intercettati ben dentro la linea di confine vengono sistemati in quarantena, il più delle volte nei tendoni allestiti appositamente dall’esercito, vietato a chiunque avvicinarsi, e poi «trasferiti altrove».

Altri arrivano nella piazza della stazione dove, ogni giorno, Linea d’Ombra e Strada Si.Cura offrono qualche parola, un panino, le prime cure per provare a mitigare la tortura di piedi martoriati. «Abbiamo bevuto dalle pozzanghere, abbiamo cercato di mangiare l’erba, ci hanno tolto tutto quello che avevamo» raccontano i migranti.

Scrive ancora Lamorgese: «Slovenia e Croazia sono membri dell’Unione europea, essi sono da considerare intrinsecamente Paesi sicuri, sotto il profilo del pieno rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali in materia». E annuncia l’invio di altri centro militari a presidiare il confine.

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Italia, Malta e Libia denunciate al Comitato diritti umani dell’Onu

L’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione e il Cairo institute for Human rights studies hanno presentato una denuncia contro Italia, Malta e Libia presso il Comitato per i diritti umani dell’Onu. La denuncia è stata depositata per conto di due migranti il cui diritto di fuggire dalla Libia è stato violato dall’intercettazione e dal respingimento effettuati dalla cosiddetta Guardia costiera libica sotto la responsabilità delle autorità italiane e maltesi. Una pratica ormai diffusa che si sta ripetendo anche in queste settimane. A sostegno della causa si sono schierate le ong Alarm phone, Sea Watch e Mediterranea saving humans.

I fatti risalgono al 18 ottobre 2019, quando un barcone in difficoltà, che trasportava circa 50 persone, ha contattato Alarm phone. Erano in zona Sar maltese ma vicini a Lampedusa. I volontari hanno informato via mail il Centro di coordinamento maltese: «Abbiamo cercato di chiamare le autorità maltesi per tutto il pomeriggio – raccontano nella denuncia -. Quando siamo riusciti a contattare il Centro di coordinamento alle 21.30, sette ore dopo la prima chiamata di soccorso, ci hanno informato che i libici aveva intercettato la barca. Più tardi divenne chiaro che le autorità maltesi stavano monitorando la barca dall’aria senza effettuare il salvataggio».

I naufraghi sono stati trasportati al centro di detenzione di Triq al Sikka, dove numerosi rapporti delle agenzie Onu hanno documentato le ripetute e gravi violazioni dei diritti umani.

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Silurato il direttore di un giornale indipendente, proteste in Ungheria

Il recente licenziamento di Szabolcs Dull, direttore di index.hu, il più importante giornale online ungherese, rappresenta un nuovo episodio nell’attacco alla stampa critica che da anni il governo Orbán porta avanti.

Molto critico nei confronti dell’attuale esecutivo a costo di finire nel mirino del premier, index.hu è diventato un punto di riferimento per quanti non si riconoscono nella linea politica degli orbaniani. Questo tentativo di dare voce a un’altra Ungheria, quella che cerca di opporsi in qualche modo alla deriva autoritaria che il paese conosce dal ritorno di Orbán al potere, ha comportato un prezzo da pagare, certo.

Va però detto che il licenziamento di Dull non è certo passato inosservato e ha provocato una reazione: i redattori del giornale si sono licenziati in massa, decine di migliaia di dimostranti hanno preso parte ad una marcia di protesta promossa dal partito di opposizione Momentum. Quest’ultimo è un soggetto politico di recente fondazione che ha partecipato alle elezioni politiche ungheresi per la prima volta nel 2018 senza peraltro riuscire a ottenere seggi in Parlamento.

Proveniente dalle iniziative della società civile e caratterizzato da una composizione prevalentemente giovanile, Momentum ha iniziato a farsi strada dopo il voto di due anni fa, è parte attiva nella critica al governo, anche se non soprattutto quella di piazza, e giorni fa ha invitato a manifestare per la libertà di stampa, prendendo spunto da questo nuovo triste episodio.

Segnali poco rassicuranti nella vita di Index, uno dei pochi giornali indipendenti nel paese almeno fino a non molto tempo fa, si erano manifestati con l’acquisto, da parte di un imprenditore vicino al primo ministro, di una quota pari al 50% della società editrice. Cosa che aveva portato Dull a lanciare l’allarme: “La nostra voce indipendente è in pericolo, rischiamo la chiusura”, aveva detto.

Il fatto è che non si tratta dell’unico episodio del genere. Da quando Viktor Orbán è tornato al potere lavora a un progetto teso a creare un sistema sempre più dirigista, sempre più capace di controllare le principali manifestazioni della vita pubblica del paese e i settori più strategici come quello dell’informazione impegnandosi a silenziare le voci dissenzienti.

La vicenda più clamorosa, in questo senso, è stata la chiusura dello storico giornale di opposizione Népszabadság, avvenuta nell’autunno del 2016 dopo che la società editrice era stata rilevata da un personaggio influente molto vicino al primo ministro. Svolgendo un giornalismo di tipo investigativo il Népszabadság denunciava sovente casi di corruzione che vedevano coinvolti membri del governo e funzionari della Banca nazionale e accusava l’esecutivo di condurre una politica antidemocratica.

In questi anni Index ha fatto un lavoro simile arrivando a infastidire un sistema impegnato a chiudere gli spazi residui di critica e a impedire una qualsivoglia presa di coscienza da parte delle persone. Purtroppo, a fronte delle manifestazioni di protesta, ci sono nel paese chiari segni di indifferenza e rassegnazione che sono la migliore sponda per questo tipo di manovre. È forse soprattutto lì che bisogna agire.

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La Tunisia, senza governo, promette di fermare i barconi

Missione tunisina per la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, la seconda in meno di un mese. Dopo la visita del 16 luglio, ieri è volata di nuovo a Tunisi dove è stata ricevuta dal presidente Kais Saied e dal premier incaricato, Hichem Mechichi. Al centro degli incontri il tema migranti e aiuti economici: lo stato nordafricano è il primo paese di provenienza degli sbarchi illegali in Italia, superando il 35% del totale. Da gennaio 2020 al 26 luglio sono stati 12.228 i migranti approdati, in 4.354 hanno dichiarato di essere tunisini e ulteriori 883 sono partiti da quelle coste. La Tunisia è uno dei pochi stati con cui l’Italia ha un accordo di rimpatrio che, tuttavia, funziona a rilento e l’accelerazione non è dietro l’angolo, vista la situazione altamente instabile che sta vivendo il paese. Saied, appena due giorni prima dell’incontro con Lamorgese, ha nominato premier Mechichi, dopo le dimissioni del predecessore Elyes Fakhfakh. Entro un mese la formazione del nuovo governo che dovrà avere la fiducia del parlamento, altrimenti ci saranno le elezioni.

LA FUGA DALLA TUNISIA si intreccia con l’instabilità politica e la crisi economica, con la recessione aggravata dall’emergenza Covid-19 (si stima un calo del Pil di circa 7 punti) e il timore che in autunno potrebbero esserci 200mila disoccupati in più. Ma a destabilizzare il quadro c’è anche il conflitto in corso nella vicina Libia: Saied ha accusato «alcuni partiti politici» di ordire un «complotto straniero», un messaggio che sembra riferirsi alla formazione islamica Ennahda, vicina ai Fratelli musulmani al potere in Turchia, grandi protettori del Governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj.

Al termine dell’incontro, ieri, Saied ha detto chiaramente che i flussi si fermano solo con il sostegno economico: «È necessario unire gli sforzi della comunità internazionale per individuare un nuovo approccio contro l’immigrazione illegale – la dichiarazione ufficiale -. Le soluzioni della sicurezza non sono sufficienti a contrastare il traffico di esseri umani. È innanzitutto una questione umanitaria. Consentire la sopravvivenza dei migranti nei loro paesi è una responsabilità collettiva e la soluzione risiede nella cooperazione».

DAL LATO ITALIANO delle dichiarazioni ufficiali, sono state ribadite «le solide relazioni bilaterali» e «l’intenzione di sostenere investimenti per accelerare la ripresa economica in Tunisia». Ma, è il messaggio, bisogna che il paese fermi le partenze: «Specialmente con il Covid-19 – prosegue la nota – questi flussi incontrollati creano problemi di sicurezza sanitaria che si riverberano sulle comunità locali interessate dai centri di accoglienza, dai quali i migranti tunisini cercano di allontanarsi in ogni modo prima del termine della quarantena». Per bloccare gli arrivi l’Italia offre pieno supporto «nell’attività di sorveglianza delle imbarcazioni dei trafficanti». Saied avrebbe offerto rassicurazioni sui controlli alle frontiere marittime e «lo svolgimento regolare delle operazioni settimanali di rimpatrio dall’Italia», riprese dopo il lockdown. Strette di mano e sorrisi ma l’instabilità della regione e la crisi economica restano nodi irrisolti.

La pandemia ha provocato la chiusura delle infrastrutture turistiche: Hammamet, Sfax, Cartagine, Djerba, Tunisi, gli europei in vacanza sono spariti. Tutti quelli che lavoravano nel comparto sono senza impiego e vanno via. L’Italia ha promesso di accelerare i progetti avviati da Farnesina, Viminale, Mise, Mit e si è impegnata a fare la voce grossa in Ue per spingere nuovi programmi di sviluppo. D’altro canto, in Italia pure non c’è lavoro. Sui rimpatri, tema a cui il Viminale tiene molto, c’è l’impegno a intensificarli ma sarà tema per il prossimo governo tunisino.

INTERE FAMIGLIE approdano in Italia, portandosi dietro anche gli animali di casa. Ieri a Lampedusa sono arrivati due gruppi dalla Tunisia: il primo, di 11 persone, era su un barchino intercettato al largo, il secondo di 7 è arrivato sulla costa. Sul primo c’erano tre donne, una aveva il bagaglio e il suo barboncino. «Sono già stata in Italia per 15 anni in Italia – ha spiegato -. Abbiamo comprato una barca. Ognuno ha dato un poco di soldi e abbiamo guidato fin qui». Dal lato tunisino, invece, si recuperavano i cadaveri. Il corpo di un uomo di 54 anni è stato portato a terra dalle autorità ieri: la barca su cui viaggiava è affondata a 7 miglia della costa di Hassi El Jerbi a Zarzis. A bordo erano in 12, solo in 7 sono stati salvati.

LAMORGESE HA POI CHIAMATO il governatore siciliano Musumeci. Dopo la fuga dal Cara di Caltanissetta (139 i migranti rintracciati su 184), altro esodo di massa ieri a Porto Empedocle: nella tensostruttura della Protezione civile nel porto dell’agrigentino c’erano circa 520 migranti, contro i 100 previsti. Nelle immagini diffuse sui social si vedono decine di persone scappare verso la statale 640. Nel pomeriggio li hanno rintracciati quasi tutti. «La struttura è senza finestre – aveva avvisato la sindaca Ida Carmina -. È un forno, rischiano il soffocamento. Non ci sono le condizioni igienico-sanitarie». Lamorgese si è impegnata a trasferire 520 migranti da Lampedusa e Porto Empedocle, a inviare l’esercito per sorvegliare i centri e una nave per la quarantena.