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«Basta vigneti, vogliamo il parco»

«No a nuovi vigneti, sì a un parco di proprietà dei cittadini». Questa in sintesi è la proposta che l’Associazione Il Carpino di Verona ha rivolto a coloro che hanno a cuore la tutela di un’area di 38 ettari situata all’interno di una Zona Speciale di Conservazione Val Galina e vajo Borago ricca di boschi, siepi, prati e muretti a secco al confine tra il Comune di Negrar e quello di Verona finita all’asta. L’ultima di fine febbraio è stata sospesa a causa del Covid, ma nel prossimo autunno ve ne sarà un’altra.

«La zona in questione è stata fatta oggetto di ripetuti tentativi di trasformarla in vigneto, sempre falliti – afferma Mario Spezia, presidente dell’Associazione Il Carpino di Verona – per la decisa opposizione degli abitanti della zona e di alcune associazioni ambientaliste che sono riusciti più volte a bloccare l’iter di approvazione della richiesta di trasformazione fondiaria. Questa volta però ci sono buone possibilità che ciò avvenga e per questo chiediamo ai veronesi di aiutarci ad acquistare il fondo diventandone di fatto i proprietari. In altri termini vorremmo riproporre la proprietà collettiva, un’usanza in vigore nei nostri territori fin dal primo millennio dopo Cristo e poi, forse erroneamente, abbandonata».

Il primo passo per arrivare a ciò è stata la costituzione di un progetto chiamato Fondo Alto Borago (www.fondoaltoborago.it) – a cui hanno dato il loro sostegno anche il Cai Verona, Wwf, Italia Nostra, Lipu, Legambiente, Fiab, Vr Birdwatching, Giros, Terra Viva – con lo scopo di acquisire i terreni messi all’asta, ma anche di occuparsi della loro successiva gestione secondo le direttive di Natura 2000 e le indicazioni pratiche del Comitato Scientifico che verrà formato. «Tutto ciò, se i veronesi ci daranno credito, sarà la dimostrazione – prosegue Spezia – di come sia possibile usufruire di un’area protetta a vantaggio di tutta la cittadinanza salvaguardando la ricchezza di ambienti e di specie presenti».
Ma un vigneto in provincia di Verona, capitale mondiale del vino, non offre maggiori opportunità economiche e di lavoro? «Sento spesso questa domanda, ma vorrei ricordare – risponde Mario Spezia – che le aziende vitivinicole hanno i magazzini pieni di bottiglie invendute e c’è un forte rischio di crollo dei prezzi a cui si cerca di rimediare limitando la produzione e chiedendo il blocco delle concessioni di nuovi impianti. Giusto il contrario di quanto succede con lo sviluppo della rete dei sentieri che riscuote un grande successo e attrae molti turisti favorendo la ripresa del settore turistico. Senza poi dimenticare ciò che significa avere sul territorio veronese altri vigneti in fatto di utilizzo di antiparassitari e stravolgimento del paesaggio».

Per l’acquisto dei 38 ettari, il comitato promotore ha aperto un conto corrente dedicato al fondo (IT45H0501811700000016954679) presso Banca Etica, gestito da un notaio che fungerà da garante e «che fornirà le necessarie garanzie sia alle persone che decideranno di versare le loro quote e sia, in caso di fallimento del tentativo di acquisto, per il rimborso dei soldi versati. La quota di riferimento per partecipare al fondo è di mille euro», precisa il presidente dell’Associazione Il Carpino. La prossima asta si terrà a fine ottobre e il prezzo base stabilito è di 360mila euro, ma per potervi partecipare è necessario depositare subito circa 30mila euro e il resto dell’offerta entro 120 giorni. Una corsa contro il tempo che però ha già avuto delle risposte di apprezzamento da parte dei veronesi. A metà luglio cinquecento persone hanno partecipato al Borago Day, due camminate per conoscere il progetto e la zona, e ha incassato il sostegno di alcuni artisti. Ma non è ancora sufficiente per raggiungere l’obiettivo e allora Mario Spezia ha scritto una email a Patty Smith. «Tramite amici che l’hanno seguita nei vari concerti che ha tenuto a Verona sono riuscito ad avere un suo indirizzo» – racconta – e le ho chiesto di sostenere il progetto del Fondo Alto Borago dal punto di vista mediatico. Ho terminato l’email con il titolo di una sua canzone People have the power, Le persone hanno il potere, che è il senso della nostra iniziativa di acquisto collettivo di quest’area. Certo è che se qualcuno ci potesse aiutare ad arrivare direttamente a lei sarebbe tutto più facile, anche se gli appetiti su questa zona sono tanti».

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Un libro utile per vivere senz’automobile

Subito dopo l’avvento del Covid, le cui conseguenze sulla socialità e sugli spostamenti avete visto tutti, ho ripreso in mano un libro scritto nell’evo precedente; l’era in cui sembrava assurdo girare mascherati soprattutto davanti alle casse dei supermercati o delle banche: in tutta la nostra esistenza era sinonimo di rapina. Mentre adesso sei obbligato, e basta solo questo a capire il ribaltamento collettivo che abbiamo subìto. L’ho ripreso in mano per gustare meglio quanto ci siano degli argomenti che proprio non vogliamo sentire, accada quel che accada. Il titolo è Vivo senz’auto, scritto dalla faentina Linda Maggiori, giovane donna educatrice di formazione e madre di 4 figli. Qualche anno fa insieme al marito sfasciarono la macchina in uno scontro e decisero di non averla più, era il 2011.

Li ho visti molto prima del Covid a Roma per una riunione del gruppo Famiglie senz’auto che Linda ha promosso; un pomeriggio a chiacchierare, eravamo una trentina di persone e la riunione si teneva grazie all’associazione Decrescita felice. Sembrano mille anni fa, e l’ironia mainstream sui praticanti della decrescita nel corso del tempo ha fatto in modo di rendere l’argomento ridicolo per la massima parte delle persone. Cosa di cui mi dolgo ma capisco. Nulla si può contro la narrazione maggioritaria di cosa sia la vita umana. Ce ne stiamo accorgendo in questi tempi particolarmente irritati e con una dose ulteriore di rancorosità. In quell’occasione mi colpì una confessione dal sen fuggita: il loro attivismo, di cui Linda è la portabandiera, gli ha fatto il vuoto intorno. Molti sono gli amici, dicevano, che hanno smesso di frequentarli a causa delle loro scelte definite «talebane» o «ideologiche»; il solito repertorio di chi in vita assiste senza reagire ad alcuni aspetti della realtà che a qualcuno appaiono storture, e che altri inalano senza fare un plissé. Mi è apparso un fenomeno mostruoso, ancora di più dopo l’avvento della pandemia.

Torniamo al libro: Linda ha fatto un lavoro di ricerca prezioso, ha messo in fila fatti ed esperienze soprattutto estere, e ha anche raccolto le esperienze delle persone che hanno scelto di non avere l’auto.

Perché dico che questo sia un libro indispensabile a moltissimi? 1) ritengo inevitabile risanare il nostro paese dall’occupazione di ogni spicchio di territorio da parte di ingombranti carrozze private e 2) circolano in Italia 39 milioni di auto, la quota più alta del continente. Basta questo a capire in quanti abbiano bisogno di essere aiutati a capire l’assurdità della situazione fornendo loro gli strumenti di lettura dello status, e uno di questi è il libro di Linda. Nelle prefazioni e postfazione trovate gente preparata che apprezza lo sforzo del dire «il re è nudo», anche se io vi leggo quella specie di cortesia un po’ timida di chi dice «per favore, potresti cambiare modo di muoverti?» quando in realtà andrebbe usato il bastone e del sale sulle ferite, ma questo è un mio problema. Trovo che la fonte principale del non voler cambiare sia l’Io che non riesce mai a percepire il Noi. Chi invece sospetta che cambiamento debba essere ma ne ha timore trova in Vivo senz’auto spunti di incoraggiamento. A me non serve: vivo da sempre senz’auto, ma se guardo la mia cerchia vedo che la nostra famiglia è l’unica. Leggetelo, sono272 pagine (ed. Macro).

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Terra Nuova ha 40 anni di vita

Oggi in Italia non c’è metropoli o cittadina che non abbia mercati contadini, negozi di quartiere, per non dire della grande distribuzione, dove non sia possibile trovare prodotti biologici. Dal fresco – frutta e verdura – ai prodotti lavorati, trovarne non è certo un’impresa. Non solo: si possono trovare prodotti biologici a km zero, oppure a filiera corta.

MA CHI HA COMINCIATO E QUANDO si è teorizzato e poi realizzato questo circuito del biologico diventato parte integrante del nostro vivere quotidiano? Qualcuno un tempo scriveva: «Aam Terra Nuova. Con i mezzi più semplici nell’ambiente naturale insieme agli altri. Abbiamo bisogno di braccia buone per costruire villaggi autosufficienti, centri di produzione efficienti, spazi di vita e di cultura. Abbiamo bisogno di cervello per rifiutare e scegliere, per disobbedire e inventare, immaginare cosa di nuovo possiamo essere e fare».

Agricoltura, alimentazione, medicina – questo il significato di quell’acronimo «Aam» – è stato un giornale-movimento scaturito sull’onda del movimento del Settantasette. Da una riunione al convegno di Bologna di quel settembre, ebbe origine un bollettino, un paginone che avrebbe conosciuto evoluzioni plurime e traslochi da città a città. Pino De Sario e Rosalba Sbalchiero ci raccontano le avventure di una non redazione itinerante che lentamente divenne stabile, trovò l’humus necessario e sedimentò dopo viaggi tra Milano, Roma, in quel di Firenze.

L’ESIGENZA DI UNA PARTE del movimento giovanile di quegli anni era di cambiare le cose cambiando la propria vita. E subito. Era la ricerca di una via naturale, non compressa negli stili dominanti della produzione e del consumo indifferenti ad ogni rapporto con la natura, quella che ci circonda e quella intima. Una ricerca più spirituale dell’essere umano, condivisa da una fascia sempre più crescente di persone, consentì a questo piccolo nucleo di ingrandirsi e coordinarsi su una base nazionale sempre più ampia. Il bollettino «Aam» costava trecento lire ma valeva molto di più, divenne prima un bimestrale e infine un mensile. Negli anni Ottanta era una piccola casa editrice, complice quell’anima tutelare dei movimenti alternativi, Marcello Baraghini; «Aam» poi ebbe anche il suo bravo direttore responsabile. Importante notare che fu proprio la cessione di quote di uno dei più antichi negozi biologici d’Italia – L’albero del pane sito in via dei Banchi Vecchi a Roma – a permettere il decollo della rivista.

DISTRIBUITA CAPILLARMENTE PROPRIO tra i punti vendita di prodotti naturali, accanto ad una vendita militante, «Aam» si stabilizzò sulle tremila copie e diventò la rivista di riferimento per quanti in Italia si erano incamminati verso uno stile di vita diverso. «Un giornale pieno di vita. 50 pagine per vivere. Da cinque anni, ogni due mesi, Aam Terra Nuova coordina ed informa il movimento naturale per la trasformazione della società attuale. Autofinanziato, grazie ad abbonati e distributori, stampato su carta riciclata, è il giornale di chi vuole da subito cambiare vita e ritrovare il clima adatto alla propria esistenza».

ROSALBA SBALCHIERO RACCONTA di un viaggio negli Stati Uniti nel corso del quale andarono a trovare i principali esponenti di quel pensiero ecologista radicale che avrebbe dato origine a diverse espressioni sia politiche (i Verdi) sia più propriamente alternative. Murray Bookchin ed il pensiero ecologista libertario, il Rainbow ovvero le tribù autogestite itineranti, il pensiero bioregionalista di Gary Sneider, tutto questo mescolato insieme era l’humus comune ad una generazione cosmopolita che desiderava cambiare la propria vita e cambiare anche il mondo.

E DA DOVE RIPARTIRE SE NON dall’agricoltura, intesa come modo di vivere, guardando alla terra senza ucciderla con pesticidi e veleni, pensando a una medicina dolce «olistica» e ad una alimentazione armonica? Aam Terra Nuova riuscì ad aggregare senza far pesare nessuna ambizione da «comitato centrale» una serie di soggetti, nacquero i «coordimanenti-città campagna», gruppi locali diffusi dal nord al sud, inventò le proprie feste, memorabile quella del Solstizio d’Estate svolta a Napoli, era l’anno di Chernobyl, alle Terme di Agnano: cinquemila persone, e molto prima delle campagne attuali «plastica zero» mangiarono e bevvero in tazze e bicchieri di ceramica di Vietri, con tutti i rifiuti rigorosamente separati e differenziati. E ancora feste: la prima fu a Caprarola, sul lago di Vico, ve ne furono altre a Bari e Firenze, le feste erano uno dei collanti di questo giornale-movimento.

L’ATTENZIONE VERSO L’AGRICOLTURA biologica portò alla costituzione della Commissione «Cos’è biologico», la rivista stimolava il dibattito forte delle proprie conoscenze e delle relazioni internazionali di prestigio: Claude Aubert, tra i più grandi agronomi francesi, fondatore di Terre Vivante, era uno degli amici più ascoltati. Tecnologie alla portata di tutti, energie rinnovabili, l’autoproduzione, la messa in pratica del pensiero di maestri come Ivan Illich, di Masanobu Fukuoka, questo il vivaio dal quale ha attinto «Aam».

SONO TRASCORSI DECENNI, il biologico è una realtà consolidata, a Pino De Sario e Rosalba Sbalchiero sono succeduti altri che hanno raccolto e trasformato la rivista. Oggi, dice Mimmo Tringale, direttore editoriale, Terra Nuova è una società con dieci dipendenti, presente nel circuito dei negozi biologici come sempre, è diventata una casa editrice che vanta un catalogo prestigioso con oltre trenta titoli solo nel campo dell’agricoltura naturale.

Si va dal pionieristico e oramai introvabile Naturalmente orto di Luigi Daina con i disegni di Moreno Tomasetig all’ultimo di Vandana Shiva Agroecologia e cambiamenti climatici. Prosegue con una veste grafica diversa, alla spartana carta riciclata grigia e al bianco e nero ha sostituito i colori, utilizzando comunque carta proveniente da riciclaggio e sbiancata senza cloro. Non ci sono più i gruppi locali ma l’animo militante è sempre desto: è tra le poche riviste ecologiste, per esempio, a mettere in guardia contro le potenziali radiazioni del 5G (il dibattito è apertissimo e controverso). Terra Nuova è presente alle principali fiere del biologico in Italia e organizza la propria festa annuale fondata di volta in volta sulla tematica più attuale. La raccolta pubblicitaria è sempre vagliata tra i produttori del biologico.

A TRAMANDARE IL PERIODO DELLE ORIGINI rimangono (e sono molto lette e seguite) le numerose pagine degli annunci dei privati. Sono tante, tangibili microstorie di chi cerca o offre un pezzo di terra per cambiare vita, trasferirsi in campagna, o di chi cerca o offre posto in un eco-villaggio. Sono esperienze significative. Esiste un paese che anche adesso non si stanca di cercare qui e ora le pratiche e le persone per cambiare la propria vita. Coltivando consapevolmente se stessi insieme agli altri, una terra nuova5

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«Un tempo è stato», nel cuore del parco l’arte parla con la natura

Agosto profuma anche di tiglio a Pescasseroli e ha il suono degli zoccoli ferrati sull’asfalto che si attutisce man mano che ci si addentra su per i sentieri del Pnalm – Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. In questo «laboratorio del benessere e dello sviluppo sostenibile» che nel 2023 si avvia a celebrare i cento anni, grazie alla voce del noto e visionario concittadino Benedetto Croce che nel lontano ’22 si espresse a difesa del paesaggio naturale in quanto «rappresentazione materiale e visibile della Patria», dando vita alla specifica legge 778/1922 (abrogata e sostituita dalla legge n. 1497 del 29 giugno 1939) per la tutela delle bellezze naturali con il vincolo di porzioni limitate di territorio e di singoli beni ambientali da proteggere.

L’attualità delle parole di Croce – cambiando solo il termine (e il concetto) di patria con collettività che contempla un orizzonte più ampio e libero – è evidente in quella stessa lungimiranza dettata dall’amore incondizionato per un patrimonio di cui, nel tempo, è stato riconosciuto l’incommensurabile valore. Il Parco, infatti, ha il primato di essere il più antico d’Italia e uno dei più longevi d’Europa, popolato da centinaia di specie di fauna (non a caso il simbolo è l’orso bruno marsicano) e flora, tra cui le Foreste Vetuste riconosciute nel 2017 Patrimonio Unesco.

Il rapporto uomo-natura è ulteriormente rafforzato dal progetto Arteparco- L’arte della natura, nato dall’intuizione di Paride Vitale, in collaborazione con l’Ente Parco, il Comune di Pescasseroli e Parco 1923, marchio di profumi ispirato alle piante e ai fiori del Pnalm, e realizzato con il supporto di BmwItalia e Sky Arte, avvalendosi del patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Per la terza edizione, dopo le due opere site specific Animale – Vegetale (Il Cuore) (2018) dell’artista-designer Marcantonio e (specchi angelici) (2019) di Matteo Fato accompagnata dal testo di Gianni Garrera è stato selezionato Alessandro Pavone (Trento 1973) con Un tempo è stato (2020), opera visibile dal 1 agosto 2020.
Installazioni che sono state progettate non solo per instaurare un dialogo con la natura circostante e un pubblico molto più eterogeneo dei soliti addetti ai lavori, ma per essere assorbite – nel tempo – dal paesaggio stesso, lasciate al loro destino. Pavone che si è diplomato in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, collaborando in passato con Robert Wilson a progetti di light design e set design, dopo aver fatto il sopralluogo percorrendo i sentieri C1 e C2, ha pensato di creare un ulteriore trait d’union con la sua terra, il Trentino Alto Adige, sebbene così diversa dal territorio abruzzese, partendo dal tema comune della precarietà della vita.

Ha scelto un tronco di larice secolare sradicato nel 2018 dalla tempesta di Vaia in Trentino e recuperato con il supporto del servizio di custodia forestale del comune di Folgaria, trattando la superficie e la materia nel rispetto delle sue peculiarità, ma utilizzando anche delle tecniche di costruzione per realizzare la grande mano con polso e avambraccio che ha adagiato all’interno della Foresta Vetusta. «Mentre lavoravo nel mio studio ho sempre pensato al terremoto», ha affermato l’artista riflettendo contemporaneamente anche sul significato vitale che assume la forma stessa della mano che nella sua scultura non è inerte, ma accenna ad un possibile movimento attraverso la presenza delle dita e del polso.
Le diverse parti lignee, dopo essere state sagomate nello studio, sono state trasportate in loco e assemblate utilizzando sia il sistema d’incastro a coda di rondine che le barre di ferro.

Tra le dita della mano i bambini di Pescasseroli pianteranno un albero in occasione della prossima Giornata nazionale degli Alberi, il 21 novembre di quest’anno, ulteriore sguardo sul futuro. Alessandro Pavone delega alla mano un ruolo fondamentale nel processo creativo. Una mano che ristabilisce i confini della riconciliazione e della solidarietà, idealmente vicina alla Mano aperta di Le Corbusier.

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Caffaro, la bonifica non sana le ferite

Entro agosto il decreto Brescia-Caffaro dovrebbe essere pronto e così, dopo anni ed anni di attesa, il progetto di bonifica del sito industriale finalmente dovrebbe diventare realtà.

L’inizio dei lavori prevede la demolizione degli edifici della fabbrica fatti di amianto e pieni di rifiuti speciali. Il rischio ambientale è alto e se già ambientalisti e ambientaliste bresciani considerano gravemente insufficiente l’idea di bonificare solo il sito industriale, l’iter d’intervento che sommerà agli inquinanti diffusi nei terreni anche ciò che è all’interno degli storici stabili non lascia certo spazio ai sorrisi e ai festeggiamenti.

«IL CASO CAFFARO MERITA di essere conosciuto perché è il simbolo del ritardo delle bonifiche dei siti di interesse nazionale. Qui, come nel sud Italia, con la Terra dei Fuochi, senza la mobilitazione dei cittadini e delle cittadine non si sarebbe fatto nulla», ricorda Rosy Battaglia, giornalista specializzata in inchieste su tematiche ambientali e autrice del documentario Io non faccio finta di niente.

Il caso racconta molto della città, del suo sviluppo e di una delle peggiori contraddizioni del capitalismo, ovvero di quanto la politica è pronta a sacrificare nel nome dello sviluppo economico e del mantenimento dei posti di lavoro.

MARINO RUZZENENTI, STORICO, ambientalista e autore del libro Un secolo di cloro e Pcb. Storia delle industrie Caffaro di Brescia dice che «la Caffaro è fabbrica chimica che ha prodotto tra le sostanze più tossiche del ‘900, Pcb e indirettamente diossina, Ddt e anticrittogamici, e la sua attività si è svolta dentro la città, in mezzo alla case e ad un quartiere. Contaminando una porzione di città, dove vivono, oggi, circa 25 mila abitanti. Ha contaminato anche i terreni, la falda, gli alimenti e la popolazione».

Marcello Zane, storico della Fondazione Micheletti, ricorda che nonostante segnalazioni di problematiche ambientali legate all’azienda fossero note già da inizio ‘900, l’azienda, durante la prima guerra mondiale, diventa stabilimento ausiliario e vende con grandi profitti all’esercito quel cloro – sottoprodotto ingombrante e di risulta dell’elettrolisi – impiegato come gas asfissiante. Grazie al cloro inizieranno produzioni nocive che in seguito inquineranno la falda segnando, probabilmente, l’avvio della dispersione in ambiente di diossine.

«L’INCROCIO CON LA STORIA nazionale e i disastri della guerra sono evidenti. L’intervento pubblico, prima quello municipale poi quello statuale, implementa le produzioni dannose, in nome del lavoro e poi della patria che combatte in guerra. Nella seconda metà degli anni ’30 arriverà la produzione dei Pcb e l’inizio dei problemi che arrivano fino ad oggi».
Si intensifica anche lo sversamento nell’ambiente bresciano di diossina. La politica cittadina, così come i sindacati confederali, tutelando prima di tutto «il lavoro» ha chiuso gli occhi e non ha saputo affrontare il problema ambientale.

LA CONTAMINAZIONE OPERATA dalla Caffaro nei terreni esterni, secondo le rilevazioni dell’Arpa, oltre a tonnellate di Pcb e di mercurio, registra almeno 500 chilogrammi di diossine. Lo studio risale al 2015, con la fabbrica già chiusa da diversi anni, e non comprende le diossine sversate nel sottosuolo dello stabilimento e fuoriuscite nei decenni dallo scarico idrico. È presumibile, quindi, che i numeri del disastro siano stati maggiori.

Quando nel 1976 esplose il reattore della fabbrica Icmesa, a Seveso, secondo alcune stime ci fu la fuoriuscita di non più di 30 chilogrammi di veleno. Per il Time il disastro di Seveso è all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia, eppure a Brescia la Caffaro ha sversato quantitativi di diossina molto superiori. Per Ruzzenenti «attorno alla Caffaro vi è stato un disastro ambientale di dimensioni uniche, sicuramente a livello nazionale».

NEI DINTORNI DELLA FABBRICA si trovavano campi agricoli e pascoli che negli anni hanno prodotto molto cibo per la città. Nel sangue dei bresciani si trovano residui velenosi altissimi. «Questa vicenda si sarebbe dovuta scoprire dopo quanto accaduto a Seveso, ma le autorità del tempo non lo fecero. Fecero invece di tutto per non vedere, nemmeno davanti alle evidenze. Questo fu il frutto della subalternità delle istituzioni, comprese alcune Università, al potere economico e agli interessi dell’azienda», ricorda Ruzzenenti. E ancora: “La vicenda è uscita con tutta la sua forza e drammaticità nel 2001 quando uno storico ha scritto un libro sulla storia della Caffaro».

NEGLI ARCHIVI DELLA FONDAZIONE Micheletti, a Brescia, si trova un piccolo adesivo, catalogabile nella decade dei ’70, con la scritta «perché Brescia non sia la seconda Seveso – vietiamo alla Caffaro di produrre Pcb! firmato lotta di classe». Una testimonianza di come parti del movimento cittadino criticarono molto duramente l’operato della fabbrica.

«PER MOLTI ANNI – PROSEGUE Marino Ruzzenenti – non si è fatto nulla, se non molte indagini. Penso sia il sito industriale inquinato più studiato d’Italia. Ci sono centinaia, se non migliaia, di indagini fatte sui terreni interni ed esterni alla Caffaro, così come sulle acque e sulle rogge. Si è fatto un grande lavoro di indagine, ben poco per la bonifica. Da quando il piano Caffaro è stato preso in mano dal commissario straordinario, Roberto Moreni (ex funzionario dell’urbanistica del comune di Brescia), ci si è concentrati solo ed esclusivamente sul sito industriale. Il commissario ha deciso che dell’esterno Caffaro non si farà nulla. Non si bonificheranno i giardini, gli orti, i parchi, che i cittadini vivono ogni giorno. Per di più la cosa è grave perché oggi ci sarebbe il margine per avere risorse economiche adeguate, poiché il tribunale civile di Milano ha condannato la Livanova, una delle scissioni dell’ex Caffaro, a finanziare con circa 500 milioni le bonifiche, ma mancando il piano di bonifica si rischia di non poter utilizzare queste risorse».

LA CAFFARO, E I SUOI TERRENI INQUINATI, si trovano all’interno dell’area interessata dal progetto «oltre la strada», progetto di trasformazione urbana ampia e articolata, che rimesterà proprio una parte di quei terreni inquinati.

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A che gioco stiamo giocando col glifosato?

A cosa serve la pronuncia del Senato della Repubblica in materia di glifosato? Non è molto chiara se si pensa che gli stessi senatori hanno votato due mozioni nettamente contraddittorie.

Ma perché stiamo creando questa confusione sul glifosate? A vantaggio di chi? A danno di chi? Le poche certezze che abbiamo conservato sono sufficienti a farci rimanere dell’idea che un mondo senza glifosate sarebbe un mondo migliore. Forse più impegnativo dal punto di vista agronomico, di certo più in equilibrio con la conservazione delle risorse naturali. Lo avevamo già scritto qui in precedenza, non abbiamo voglia di discutere di residui ammissibili nel cibo che consumiamo e questo vale per i pesticidi come per gli erbicidi. Non comprendiamo, infatti, per quale ragione il consumatore debba accettare che nel suo cibo quotidiano debba esserci, ancorché in tracce, il residuo di un principio attivo studiato per combattere quell’insetto, quel fungo o la crescita di quell’erba spontanea. I contadini di piccola scala, quelli che costruiscono la grande rete dell’agricoltura familiare e che rappresentano la spina dorsale della produzione agricola europea, sanno bene che qualsiasi prodotto chimico di sintesi in agricoltura rappresenta un corpo estraneo che dietro a un immediato sollievo rispetto a un problema nasconde effetti secondari diversificati. E sono quelli che temiamo.

Li temiamo per la salute dei consumatori, li temiamo per la salvaguardia dell’ecosistema, con particolare riguardo al suolo e alla sua fertilità, all’acqua, agli insetti utili in natura e al loro diversificato ruolo.

Non ci piace racchiudere tutta la mobilitazione internazionale contro questo principio attivo solo a una questione relativa alla salute del consumatore, sebbene importantissima. Pensiamo, ad esempio, a Dewayne Johnson che negli USA ha aperto la via delle molteplici condanne accumulate da Monsanto per le relazioni tra l’applicazione del principio attivo e la manifestazione del linfoma non–Hodgkind.

Abbiamo però la necessità di ricordare che quando parliamo di salute ci riferiamo al pianeta che senza glifosate respirerebbe meglio. Perché la persistenza del principio attivo nel suolo è ormai scientificamente provata e allo stesso modo è provata la minore capacità di resilienza dei suoli trattati con erbicidi. Così è per la frequenza con cui le tracce di principio attivo si trovano nell’acqua di falda.

Eppure la Senatrice Cattaneo ha portato in Senato una mozione che è stata approvata, sebbene per mero errore di voto, in cui si è inteso impegnare il Governo ad approfondire gli aspetti legati alla salute dei consumatori con libero uso di glifosate. Forse oggi, se si avesse consapevolezza della crisi climatica a cui il modello industriale di agricoltura continua a contribuire, si potrebbe pensare di impegnare il Governo verso strade diverse, verso una vera transizione ecologica a beneficio dei contadini, dei consumatori, del suolo, delle acque, degli insetti; un paradigma diverso che diventerebbe sostanza vera se il Green Deal della Commissione Europea mettesse solide fondamenta della nuova Politica Agricola Comune rafforzando la capacità dell’Europa di saper intraprendere davvero la strada dell’agroecologia.

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Bio e plastic free, ecco la spiaggia «green»

Ogni sera, prima del tramonto, la spiaggia del Dum Dum Republic si trasforma in una pista da ballo, con dj set e musica dal vivo, e mentre i bambini si muovono sulla pista i genitori sorseggiano i loro drink senza cannuccia. Di fronte al mare del Cilento, a pochi chilometri dagli scavi archeologici di Paestum, il Dum Dum è un’oasi che ha scelto di impattare il meno possibile sull’ambiente: per sorseggiare cocktail in riva al mare, così, è previsto l’utilizzo di maccheroni di zito, perché la cannuccia in plastica non è utile e nemmeno decorativa, e rappresenta anzi una sciagura mostruosa, responsabile dell’inquinamento delle spiagge e dei mari. Non è l’unica scelta green: nel ristorante si mangia (con prodotti del territorio) utilizzando piatti in ceramica per il pranzo, stoviglie di acciaio e l’acqua in bottiglie di vetro. Tutto il lido è «invaso» da una massiccia campagna sulla raccolta differenziata in spiaggia.

Il Dum Dum è uno dei (molti) stabilimenti balneari sostenibili censiti nell’ultimo Rapporto spiagge 2020 di Legambiente, insieme a spiagge libere attrezzate e gestite dai Comuni. Se è vero che il rapporto evidenzia tutte le criticità del mondo delle concessioni demaniali in spiaggia (ne abbiamo scritto sul manifesto del 5 agosto), l’associazione sottolinea anche l’importanza di valorizzare coloro che – titolari di un lido privato, o enti pubblici – fanno scelte responsabili dal punto di vista ambientali e sociale.

Tra le scelte premiate da Legambiente, anche quelle puntano sull’accessibilità. Uno degli esempi in questo senso è quello del Comune di Montesilvano, che dal 2009 ha attivato due spiagge libere completamente prive di barriere, che ogni estate vengono allestite in due diversi punti del lungomare. «Le spiagge sono dotate di palme per l’ombreggiatura, di tavolini e lunghe passerelle cementizie che portano direttamente sulla battigia che consentono a quanti abbiano difficoltà motorie e ai non vedenti di percorrere agevolmente tutto il tratto di spiaggia», spiega il Rapporto spiagge 2020 di Legambiente. Le due aree sono fornite di servizi igienici accessibili e di posti auto dedicati. A disposizione degli utenti vi sono anche tre sedie che consentono alle persone con disabilità di immergersi in acqua.

La località balneare di Bibione, nel comune di San Vito al Tagliamento (Ve), è intanto divenuta destinazione totalmente accessibile, grazie al lavoro fatto nell’ultimo anno con Village for All, un Marchio di qualità internazionale dedicato all’ospitalità accessibile, che attraverso le informazioni consente alle persone con disabilità, agli anziani, alle famiglie con bambini piccoli, di poter scegliere una vacanza adeguata alle loro esigenze. Village for All è il primo network di villaggi e campeggi accessibili alle persone con disabilità: un portale molto semplice da usare che permette di (ri)cercare servizi ed esperienze in tutta Italia e in Croazia. In Toscana, il Comune di Castiglione della Pescaia (Gr) ha partecipato alla sperimentazione del Green Beach Model, realizzato nell’ambito di un progetto Interreg, Mito Med+, finanziato dalla Commissione europea (e che vede in rete la Toscana, la Catalogna, Cipro e l’Istria).

Il «modello» prevede la realizzazione di spiagge ecologiche, progettate e costruite seguendo criteri sostenibili, in grado di includere attività ricreative ed economiche e, allo stesso tempo, preservare il patrimonio naturale e culturale. Il Green Beach Model aiuta le autorità locali e operatore di spiaggia per prendere decisioni più informate sulla gestione delle spiagge con un approccio coerente. Castiglione della Pescaia ha incluso nel progetto una delle spiagge libere nella Pineta del Tombolo, caratterizzata dalla presenza di dune di oltre due metri, coperte da una vegetazione tipica che sembra proteggere la pineta dall’influenza del mare. La spiaggia è situata all’interno di un Sito di importanza naturalistica regionale, è lunga circa 6 chilometri e larga fino a 100 metri. A differenza di altre località lungo la costa toscana, si tratta principalmente di una spiaggia libera, frequentata da sportivi e amanti della natura selvaggia, ed è raggiungibile a piedi lungo un tratto di splendida pineta.

Passando dalla costa tirrenica a quella adriatica, Legambiente segnala in Romagna il progetto Happy Bio, nato dalla collaborazione tra Confcommercio e Camera di Commercio di Ravenna, stabilimenti balneari della costa romagnola e fattorie delle colline forlivesi. Prevede di portare in spiaggia una volta a settimana i prodotti tipici del territorio all’ora dell’aperitivo, soprattutto frutta e verdura da produzioni biologiche. Gli stabilimenti che partecipano sono una decina, principalmente sul litorale ravennate. Nel 2020 è arrivato anche il Frutta Box, ortofrutta biologica per il pranzo o uno spuntino sotto l’ombrellone.

Un ultimo esempio arriva invece dal Lazio, da Capocotta, l’unica porzione del litorale di Roma dove la gestione dei servizi balneari è stata affidata con bando pubblico (dal 1997). L’aggiudicazione della gara poneva fine a decenni di abusivismo ed illegalità nell’area di maggior pregio ambientale del territorio, all’interno della Riserva Statale del Litorale Romano. Qui c’è il Mediterranea, chiosco ecosostenibile che garantisce servizi, cura della spiaggia e della duna, mantenimento della legalità e impegno ambientalista. Il Mediterranea ha garantito l’allontanamento di numerosi soggetti abusivi tra i cordoni dunali: oggi la duna è rigogliosa e si presenta in tutta la sua bellezza, con passerelle di accesso che ne aiutano la salvaguardia. Prima, invece, l’accesso al mare era praticato da qualsiasi punto della strada litoranea sia a piedi che in automobile, con calpestio e danneggiamento della vegetazione. È la spiaggia come dovrebbe essere.

Il censimento virtuoso non è fine a se stesso: Legambiente chiede al Parlamento una legge di riordino delle spiagge, che individui meccanismi premiali per valorizzare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione, spingendo così verso gestioni responsabili dal punto di vista ambientale e sociale, rafforzando imprese locali e familiari capaci di garantire l’occupazione.

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Tutti i veleni della Solvay di Spinetta

La mia famiglia abita a Spinetta da almeno cinque generazioni e il polo chimico, ora di proprietà di Solvay, ha fatto da cornice alla mia infanzia. Di queste cinque generazioni, con certezza due si sono ammalate di diversi tumori. Tra questi mio padre, che ha vissuto e vive a Spinetta. Grazie a lui, quando ero più piccola, si è parlato dell’inquinamento prodotto da un singolo polo chimico gestito con nomi differenti, ma con in comune la stessa politica: il profitto a costo di tutto, anche della salute di migliaia di persone ignare».

COSI’ VIOLA CEREDA DI SPINETTA MARENGO, popolata frazione del comune di Alessandria, racconta in una lettera le radici del suo impegno contro i Pfas, anche quelli di nuova generazione, maturato quando, dopo aver letto del rilevamento del cC6O4 nel fiume Bormida e i risultati degli studi epidemiologici, compreso il rischio di infertilità per le donne residenti, ha smesso di accettare di essere passiva. Il cC6O4 è il nome commerciale di una sostanza multi-componente registrata da Solvay presso Echa (Agenzia europea per le sostanze chimiche) ed è, sotto un nome meno riconoscibile, un Pfas di «nuova generazione»

Nel 2012, Solvay era stata costretta a sospendere la produzione di Pfos (acido perfluoroottansulfonico), vietati dalle normative e dalle convenzioni internazionali. I Pfos, insieme ai Pfoa (acido perfluoroottanoico), sono le classi più diffuse dei Pfas, studiati tra i fattori di rischio per un’ampia serie di patologie, sia croniche che tumorali (ipercolesterolemia, alterazione dei livelli di acido urico, patologie tiroidee, colite ulcerosa, tumori del testicolo e del rene).

I PFAS, AD ALTE CONCENTRAZIONI, SONO TOSSICI non solo per l’uomo, ma per tutti gli organismi viventi. Sostanze inodori, incolori, insapori e solubili in acqua, penetrano con facilità nelle falde acquifere e raggiungono i campi e i frutti dell’agricoltura che arrivano sulle nostre tavole. Non solo quelle degli spinettesi. In Veneto si è riscontrata una contaminazione da due molecole della famiglia dei Pfas (Pfos e Pfoa), in alcuni campioni di mais, di pesci di cattura, di fegato (in particolare di suino), e di uova di allevamenti familiari.

Spinetta, nota alle pagine di storia per l’importante battaglia di Marengo (1800) che vide la vittoria di Napoleone sugli austriaci, si porta sulle spalle i problemi del suo polo chimico, che ha dato lavoro ma anche tanti guai a questa terra. Lo attesta pure la sentenza della Cassazione che lo scorso anno ha confermato la condanna ai vertici di Solvay e Ausimont (che si sono avvicendante nella gestione) per disastro ambientale colposo, responsabili dell’avvelenamento della falda acquifera con cromo esavalente, imponendo l’obbligo di bonifica del sito. Pur consapevoli dell’inquinamento pregresso avrebbero continuato ad operare senza bonificare e smettere di sversare sostante tossiche.

CONTRO I VELENI DELLA SOLVAY, NEGLI ULTIMI MESI, si è fatto sentire il Comitato Stop Solvay, che coinvolge gli abitanti di Spinetta e non solo. «Chiediamo – spiega Eugenio Spineto, portavoce – lo screening medico di tutta la popolazione potenzialmente coinvolta dall’inquinamento della Solvay, crediamo che la gente abbia il diritto di conoscere il suo quadro medico, crediamo inoltre che la prevenzione e la tempestività siano i soli mezzi per evitare un ulteriore aggravamento della situazione. Pretendiamo il monitoraggio di tutti i pozzi, perché non vorremmo che casi analoghi a quelli del pozzo di Montecastello (dove si sono riscontare tracce di cC604, ndr) si ripetessero in futuro, e vogliamo che non una sola molecola inquinante esca dallo stabilimento di Spinetta. Se Solvay non è in grado di garantire questo, la sospensione della produzione in via precauzionale è l’unica strada percorribile».

L’AZIENDA VORREBBE, INVECE, ESPANDERSI. Sul tavolo della Conferenza dei servizi c’è, infatti, la proposta di ampliamento della produzione di cC6O4, che in caso di «no» paventa di traslocare in Francia, riproponendo l’annosa dicotomia lavoro-salute, che dall’Eternit all’Ilva tormenta i destini di molti territori. Il primo round si è svolto a giugno nella sede della Provincia di Alessandria, con la protesta del Comitato Stop Solvay, di Legambiente e delle «Mamme no Pfas» arrivate dal Veneto. La Conferenza è stata riaggiornata al prossimo autunno; nell’attesa, la Solvay, che difende il cC604 sostenendo abbia «un profilo tossicologico migliore dei Pfoa», ha guadagnato, tra gli altri, l’endorsement del governatore Alberto Cirio. Gli allarmi degli scienziati, però, non mancano. Carlo Foresta, docente di Endocrinologia all’Università di Padova, durante una audizione in Parlamento ha dichiarato: «Ho la sensazione che il cC6O4 sia ancora più pericoloso e che, per alcune condizioni, crei più problemi del Pfoa».

SUGLI ESITI DELLA CONTESA ALEGGIANO I RISULTATI dello studio epidemiologico realizzato da Arpa Piemonte nella frazione di Spinetta Marengo a ridosso del polo chimico. Resi pubblici il 21 dicembre scorso, evidenziano che se vivi a Spinetta hai maggiore probabilità di essere ricoverato in ospedale in confronto a chi vive nel capoluogo. Alcuni esempi: ricoveri per tumore al rene +76%, tumori epatici (al fegato) +63%, malformazioni dell’apparato genitale-urinario +25%. Se hai un figlio fino ai 14 anni di età è maggiore la possibilità (+86%) che sia affetto da malattie neurologiche. A questi numeri si aggiungono quelli dell’Asl di Alessandria che indicano come a Spinetta si muoia per alcune patologie molto più che nel resto della Provincia: malattie all’apparato respiratorio +43%, ipertensione (uomini) +97%, tumore alla vescica (donne) +335%, tumore al rene (donne) +166%.

L’AVERE POTUTO LEGGERE GLI STUDI EPIDEMIOLOGICI ha dato slancio all’impegno contro i veleni della Solvay. Viola Cereda, con la sua lettera, si è esposta per coinvolgere persone che vivevano la sua stessa situazione: «Coetanei che avevano affrontato la malattia dei familiari, penso, per esempio, ai miei compagni delle elementari». Ci spiega: «Anche io ho preso consapevolezza che avevo sempre proiettato la mia vita fuori da Spinetta e mai preso in considerazione di rimanerci, non perché qui non mi trovassi bene, ma perché mio padre mi diceva appena puoi vattene via, non è un posto dove stare. Penso, invece, che Spinetta debba essere un luogo in cui vivere. Non tollero più che nel 2020 si debba lottare per il binomio ricattatorio lavoro-salute, da 70 anni si conosce l’inquinamento catastrofico di Spinetta, ma le istituzioni tacciono perché Solvay è fonte di lavoro e di introiti per le casse comunali. A settembre aumenteremo la campagna sul territorio, per essere presenti con i nostri corpi e non solo sui social».

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Da Unicredit e Intesa 10 miliardi alle compagnie fossili

Quasi 10 miliardi di euro: è quanto UniCredit e Intesa Sanpaolo hanno investito nelle compagnie fossili italiane dalla firma dell’Accordo di Parigi ad oggi. A riverlarlo è la nuova pubblicazione di Re:Common e Greenpeace, Cambiamento Climatico S.p.A., che mette in luce il legame strettissimo tra banche e aziende fossili italiane.

Mentre a parole UniCredit e Intesa si dipingano continuamente come attente alla sostenibilità, nei fatti i due istituti continuano a finanziare senza sosta l’industria fossile, contribuendo così ad all’aggravarsi della crisi climatica in corso.

Non sorprende che a beneficiare della somma più elevata di denaro sia Eni, a cui sono andati 3,6 miliardi di euro dal 2016 ad oggi. Al secondo posto si colloca Enel con 3,3 miliardi di euro, di cui il 60 percento ricevuti da Unicredit. A seguire, con 1,7 miliardi, troviamo Snam, la maggiore compagnia di distrubuzione di gas in Europa, e subito dopo Saipem, la controllata di Eni specializzata in progetti infrastrutturali per l’industria petrolifera, che da UniCredit e Intesa ha ricevuto 1,1 miliardi.

Quello di Snam è però un caso a sé, dato che in aggiunta ai finanziamenti elargiti nei confronti della società, Intesa Sanpaolo è anche tra i principali promotori di uno dei suoi progetti più controversi, il gasdotto Tap. La banca ha finanziato il progetto con 1,2 miliardi di euro, ignorando gli appelli della popolazione di Melendugno, punto d’approdo del gasdotto in Salento, che erano persino andati alla sua Assemblea degli azionisti sperando in un dietrofront, mai arrivato.

Le mani nel gasdotto ce le ha messe anche UniCredit, sebbene non abbia finanziato Tap direttamente. L’istituto guidato da Mustier ha infatti finanziato la società veicolo Southern Gas Corridor, attraverso cui il governo dell’Azerbaigian gestisce i propri interessi nel Corridoio Meridionale del Gas, di cui Tap fa parte.
Negli ultimi anni, anche grazie alla campagna di pressione portata avanti da Re:Common e Greenpeace, la finanza italiana ha iniziato a compiere dei primi passi nella direzione auspicata.

Sia UniCredit che Intesa Sanpolo hanno recentemente adottato delle policy che limitano i loro investimenti nel comparto carbonifero e, nel caso di UniCredit, anche nei settori dei combustibili fossili non convenzionali, come il fracking e le sabbie bituminose.

Ciò dimostra che la pressione di società civile e movimenti per la giustizia climatica sta dando i suoi frutti, ma la strada da percorrere è ancora molta. Per avere un’idea di quanto la finanza impatti sul clima, è sufficiente sapere che in Italia il settore finanziario (banche, assicurazioni e fondi di investimento) rappresenta il terzo fattore di emissioni nel paese, con un peso maggiore persino dell’intero comparto industriale.

Come rivelato nel rapporto Finanza Fossile, le sole UniCredit ed Intesa Sanpaolo nel 2019 hanno causato emissioni di anidride carbonica pari a tre quattro volte quelle prodotte da tutte le centrali a carbone del paese: 73 milioni di tonnellate.

* Re:Common

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Girasole, il futuro è biologico

La capacità di seguire i movimenti del sole durante il giorno, un comportamento definito eliotropismo, ha fatto del girasole una pianta dal forte significato simbolico. L’Helianthus Annuus, dal greco helios (sole) e anthos (fiore), è diventato il simbolo dell’estate e fonte di ispirazione nella pittura. La torsione del peduncolo, che consente alle piante di ruotare in modo che la corona sia rivolta verso il sole, si manifesta durante la fase giovanile. Quando la pianta ha raggiunto lo stadio adulto e i semi arrivati a maturazione, la corona non ha più bisogno di seguire il sole e rimane orientata verso est.

Il girasole, originario dell’America centro-meridionale, è stato introdotto in Europa alla fine del 1500 e per lungo tempo è stato coltivato come pianta ornamentale. Solo a partire dal 1700 i suoi semi vengono utilizzati per la produzione di olio, diventando una delle più importanti piante oleaginose. A livello mondiale è la pianta più coltivata, dopo la soia, per la produzione di olio. Il girasole coltivato presenta una singola infiorescenza, mentre allo stato selvatico si trova prevalentemente in forma ramificata. Il fusto può superare i due metri di altezza e la corona gialla, che misura dai 10 ai 40 cm di diametro, non è costituita da un singolo fiore, ma è una infiorescenza in cui sono presenti dai 500 ai 3 mila piccoli fiori che possono arrivare a 8 mila nelle varietà ornamentali. I fiori subiscono un processo di maturazione trasformandosi in semi.

UN CAMPO DI GIRASOLI NON PASSA mai inosservato ed è sempre più frequente imbattersi anche in Italia in questo tipo di coltivazione. Sono le aree di pianura e di collina delle regioni centrali a registrare la presenza maggiore, in particolare Marche, Umbria e Toscana. Le zone del maceratese e dell’anconitano, il senese, l’aretino e la Maremma in queste settimane mettono in mostra le loro distese di girasoli. Ma quest’anno il girasole ha fatto la sua comparsa anche alle porte di Milano. A Vimercate, in Brianza, l’azienda agricola Frigerio ha destinato 13 ettari a questa coltura, cambiando il paesaggio di un’area agricola in cui sono mais, grano e soia le colture tradizionali. L’esperimento ha suscitato interesse negli agricoltori della zona e curiosità tra gli abitanti dell’area milanese, che accorrono nei fine settimana a godersi un paesaggio inconsueto. In questi anni sono stati numerosi gli esperimenti attuati nella coltivazione del girasole, sia con varietà tradizionali che con ibridi. Le particolari condizioni climatiche e di terreno che la pianta richiede hanno prodotto, spesso, risultati inferiori alle attese, scoraggiando gli agricoltori.

IL GIRASOLE È UNA PIANTA ERBACEA a ciclo annuale e la riforma europea che ha interessato le colture oleaginose la colloca tra le piante da rinnovo, in grado di entrare con successo in rotazione con mais e grano. Una pianta che si avvantaggia delle lavorazioni profonde e delle concimazioni organiche e che lascia il terreno in buone condizioni di fertilità per il frumento. Sono una trentina le varietà coltivate e i loro semi contengono circa il 30% di materia grassa. L’epoca di semina va da fine marzo a metà aprile, quando le temperature sono sufficientemente elevate e si riduce il rischio delle gelate. Il periodo di raccolta in Italia va da metà agosto (nelle zone più calde) a metà settembre e vengono impiegate le mietitrebbie da frumento opportunamente adattate. Le rese dipendono dalle varietà impiegate, ma sono fortemente influenzate dalle condizioni climatiche e dalle fitopatologie che si possono sviluppare. La pianta ha bisogno di estati lunghe e calde, ma non torride, in quanto molto sensibile alla siccità prolungata e alle ondate di calore, condizioni che in questi ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici, si sono ripetute con frequenza, incidendo sulla quantità e qualità del prodotto.

IL FABBISOGNO IDRICO DELLA PIANTA è elevato e nelle aree più aride può essere coltivata solamente se si dispone di sistemi di irrigazione. Sono circa 100 mila gli ettari coltivati in Italia con una produzione di circa 250 mila tonnellate annue, insufficienti a soddisfare il fabbisogno interno. Il nostro paese importa il 70% dell’olio di girasole. Sono Ucraina e Russia i paesi dei girasoli. Insieme forniscono più del 50% della produzione mondiale di semi e olio di girasole. Nelle loro fertili pianure si riscontrano le condizioni ottimali, sia per clima che per tipo di suolo, per la coltivazione di questa oleaginosa. Le rese sono elevate e i due paesi si contendono ogni anno, senza esclusione di colpi, il primato nella produzione. La politica economica dei due paesi assegna al girasole un ruolo strategico. Altri produttori di un certo peso sono Argentina, Cina, Romania, Ungheria, Bulgaria. Tra i paesi dell’area mediterranea sono Spagna e Francia ad avere discrete produzioni. Attualmente il 9% di tutti gli oli prodotti a livello mondiale deriva dal girasole. Se pensiamo che il prezioso olio di oliva rappresenta solo l’1% degli oli di origine vegetale, si comprende quale partita si gioca intorno all’olio di girasole. Ma il mercato degli oli vegetali è in rapida evoluzione e la quota di mercato dell’olio di girasole è destinato a crescere rapidamente per l’aumento della domanda da parte delle industrie alimentari. L’olio di palma, che per anni l’ha fatta da padrone sulle nostre tavole per il massiccio impiego nell’industria alimentare, ha subito una considerevole diminuzione grazie alle campagne di informazione sui rischi per la salute. La messa in stato d’accusa dell’olio di palma ha costretto molte industrie alimentari a preferire l’olio di girasole, che contiene una percentuale ridotta di grassi saturi, per la preparazione di prodotti di pasticceria, sughi, salse, sottoli.

QUESTO NUOVO SCENARIO HA SPIAZZATO tutti coloro che assegnavano all’olio di girasole un prevalente ruolo energetico, come biocarburante per autotrazione o combustibile negli impianti per produrre energia elettrica. Per il girasole vale il discorso fatto per le altre coltivazioni per uso energetico: l’insostenibilità ambientale delle produzioni energetiche di prima generazione (quando si coltiva una pianta solo per produrre energia) in quanto entrano in concorrenza con le produzioni per uso alimentare. Ci può essere spazio solo per le filiere energetiche di seconda generazione che utilizzano i componenti residui delle produzioni alimentari. Nella coltivazione delle oleaginose assume una particolare importanza la composizione chimica degli oli che si ottengono, in particolare il rapporto tra grassi saturi e insaturi, la concentrazione di acido oleico e linoleico, il comportamento di ciascun olio alle alte temperature.

PER QUANTO RIGUARDA IL GIRASOLE, negli ultimi anni la coltivazione è sempre più orientata verso varietà ad alto contenuto di acido oleico, un grasso monoinsaturo che conferisce stabilità all’olio e maggiore resistenza alle alte temperature. Il girasole può avere un futuro biologico. Da qualche anno sono stati avviati accordi tra aziende alimentari e agricoltori per lo sviluppo di coltivazioni biologiche di questa straordinaria pianta. Sono piani di coltivazione che hanno lo scopo di creare filiere efficienti e sostenibili in campo alimentare. La seconda giovinezza del girasole passa attraverso l’impiego di varietà che si adattano alle condizioni climatiche delle diverse aree e l’estensione delle coltivazioni biologiche.