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Rispediti al mittente gli aiuti di Tel Aviv

Considerato uno degli attivisti più importanti delle proteste di piazza contro l’intera classe politica libanese, senza eccezioni, Nizan Hassan l’altra sera ha commentato senza peli sulla lingua l’offerta di aiuto al Libano giunta da Israele. «Vaffanculo. Fanculo e basta. Le pubbliche relazioni non laveranno i crimini di 70 anni del vostro Stato etnico coloniale ed espansionista. Se avete buone intenzioni, allora investitele per porre fine all’apartheid, all’occupazione e alle guerre e lasciate la nostra miseria fuori dal vostro patetico whitewashing», ha twittato mentre a Beirut si scavava alla ricerca di superstiti all’esplosione. L’analista Omar Baddar invece ha ricordato la pioggia di bombe a grappolo che Israele ha riversato sul Libano del sud durante la guerra del 2006 e che ha reso invalidi molti civili libanesi, tra i quali bambini.

Mentre Hassan, Baddar e altri libanesi gridavano il proprio sdegno, i media di mezzo mondo pubblicavano la foto della facciata del Comune di Tel Aviv, in piazza Rabin, illuminata con i colori della bandiera libanese. Sul Libano è intervenuto anche Benyamin Netanyahu. «Prima di tutto, in nome del governo israeliano, invio le nostre condoglianze al popolo libanese…C’è stata una grande catastrofe in Libano. Siamo pronti ad inviare assistenza umanitaria in quel paese», ha detto il premier, mentre la tv pubblica Kan riferiva che Israele è in una fase di «discussioni avanzate» con l’Onu per trasferire materiale medico al Libano. Un aiuto “peloso” nel giudizio di tanti nel paese dei cedri dove non si sono rimarginate le ferite per guerre, occupazioni militari e raid israeliani che – con la motivazione della «autodifesa attiva contro il terrorismo» del movimento sciita filo iraniano Hezbollah e di gruppi palestinesi – hanno causato migliaia di morti e feriti e distruzioni immense. Non sono state risparmiate le infrastrutture civili, neppure le centrali elettriche (l’attacco a quella di Jiyeh, nel luglio 2006, provocò un disastro ambientale). Molti ricordano ancora il 28 dicembre 1968 quando un’unità di elite israeliana fece esplodere nell’aeroporto di Beirut 12 aerei di linea di compagnie libanesi.

Sempre per «autodifesa», l’esercito israeliano per 22 anni ha occupato un’ampia fascia di territorio meridionale libanese, ha lanciato vaste operazioni militari, avviato due guerre (1982 e 2006), circondato e bombardato Beirut, colpito Sidone, Tiro, Tripoli e altre città e compiuto dozzine di esecuzioni mirate di  libanesi e palestinesi. Senza dimenticare la strage dei profughi di Sabra e Shatila compiuta da miliziani di destra libanesi nel 1982 sotto gli occhi dei militari israeliani. Il giornalista Gideon Levi ieri sul giornale Haaretz ricordava la “Dottrina Dahiya”, dal nome della periferia meridionale di Beirut. Quella zona tra luglio e agosto del 2006 vide l’aviazione israeliana ridurre in un cumulo di macerie gli interi quartieri popolari di Haret Harek e Bir Abed, roccaforti del movimento Hezbollah che giorni prima aveva lanciato un attacco sul confine uccidendo alcuni soldati israeliani.

Va però detto che l’aiuto degli israeliani una porzione non insignificante di libanesi lo accetterebbe molto volentieri. Non per motivi umanitari, per ragioni politiche. Non è un mistero che Israele sia visto come un alleato da molti cristiani maroniti e più di recente anche da musulmani sunniti, che addossano sui propri connazionali sciiti legati a Hezbollah e sui filo siriani la responsabilità dei gravi problemi del paese. Non si tratta di un fenomeno nuovo, frutto del crescente disinteresse arabo verso la causa palestinese e la «resistenza». È cominciato ben prima della nascita di Israele. I proto-sionisti Moses Montefiori e Adolphe Cremieux, furono tra le prime personalità europee a rispondere alle richieste di aiuto dei maroniti nel 1860 durante quella che è nota come la guerra del Monte Libano tra cristiani e drusi. Già allora i maroniti –  molti di loro oggi come allora si considerano non arabi ma discendenti diretti di Fenici e Crociati, e si sentono più fratelli di Emmanuel Macron che dei libanesi sciiti – individuarono nel movimento sionista un alleato contro la supremazia numerica degli “arabi”, i sunniti e gli sciiti. Per questo accolsero con grandi onori i nazionalisti ebrei in visita in Libano dopo la Dichiarazione di Balfour. Speravano che l’afflusso di coloni sionisti in Palestina fosse ampio e rapido, perché corrispondeva ai propri interessi. E i leader del sionismo si affrettarono a considerare i maroniti non l’espressione più occidentale del mondo arabo ma il limite orientale della cristianità occidentale.

L’affinità non si è mai affievolita in tutti questi decenni. L’unico punto di attrito sono i profughi palestinesi della guerra del 1948. I libanesi maroniti, e non solo loro, desiderano rispedirli a casa. Israele non intende permetterlo.

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Scuole, a New York la protesta dei sindacati degli insegnanti

L’amministrazione della città di Chicago ha annunciato che in autunno le scuole riapriranno facendo lezione solo da remoto, lasciando così New York City ad essere l’unica grande città Usa che ha ancora in programma le lezioni frontali.

In una città dove il sindaco Bill de Blasio ha iniziato a implementare i checkpoint per aiutare a far rispettare gli ordini statali di quarantena di 14 giorni per chi arriva dalle zone a rischio, riaprire le scuole sembra, al sindacato degli insegnanti «una scelta omicida».

Davanti al municipio di susseguono manifestazioni e proteste con finte bare e inscenando funerali. I sindacati degli insegnanti di New York hanno chiesto che una scuola venga chiusa per 2 settimane anche davanti ad un solo caso accertato di Covid-19, e direttive chiare a livello statale su come saranno condotte la tracciabilità dei contatti e la quarantena. «Non è il momento di correre rischi – ha dichiarato il presidente del sindacato Andy Pallotta – Se lo Stato consente la riapertura degli edifici scolastici, i distretti devono essere pronti a chiuderli in presenza di un caso positivo».

La parole finale sulla riapertura delle scuole statali spetta al governatore Andrew Cuomo che ha promesso di prendere una decisione entro questa settimana.

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Basta carbone, Unicredit cede alle associazioni

In occasione della comunicazione dei risultati del secondo trimestre dell’anno, UniCredit ha annunciato la decisione di adottare una politica che porti progressivamente ad azzerare entro il 2028 qualsiasi finanziamento a progetti e società coinvolte nel business del carbone.

La politica si applicherà all’intero gruppo internazionale e l’intero settore della polvere nera, inclusi impianti di produzione elettrica e miniere, e alle operazioni in qualsiasi parte del pianeta.

Così UniCredit accoglie in toto le richieste delle associazioni che dall’aprile 2019 avevano spinto il management dell’istituto di credito a prendere seriamente la sfida dei cambiamenti climatici. Ciò significa che UniCredit smetterà di finanziare grosse utility tedesche e dei paesi dell’Est Europa che ancora resistono in barba a ogni impegno internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici e a favore della salute delle popolazioni locali impattate da questi progetti.

«La decisione di oggi di UniCredit è una vittoria importantissima per Re:Common – dice Alessandro Runci, fossil finance campaigner di Re:Common – La nostra campagna ha mosso in pochi mesi una delle principali banche italiane a prendere una leadership internazionale nella lotta ai cambiamenti climatici.

Aspettiamo con fiducia la pubblicazione a settembre di tutti i dettagli della nuova politica. È giunto il momento che il principale competitor nostrano, Intesa Sanpaolo, che ama fregiarsi dell’appellativo di “banca di sistema”, si svegli finalmente dall’incubo dell’economia fossile e si prenda anche le proprie responsabilità».

«La decisione ha un’ importanza enorme per il clima, ed è anche la testimonianza che la mobilitazione della società civile può avere un ruolo decisivo – dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia -. Fino a qualche tempo fa le banche non avevano alcun interesse a disinvestire dai combustibili fossili, oggi invece – soprattutto grazie alla pressione di associazioni, movimenti, e cittadini – una delle principali banche italiane compie un passo importantissimo. Il carbone è sempre più parte del passato, ed ora è giunto il momento di abbandonare del tutto anche petrolio e gas per contrastare davvero la crisi climatica»

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In quarantena il governatore dell’Ohio, in attesa di Trump. Fauci minacciato

Il governatore repubblicano dell’Ohio Mike DeWine è risultato positivo al coronavirus, proprio poche ore prima della visita di Trump allo Stato. DeWine non accusa sintomi ed è entrato in quarantena per 14 giorni nella sua casa di Centerville; a impensierire sono l’età del governatore, 73 anni, e i suoi problemi respiratori che lo rendono un soggetto vulnerabile.

Alcune settimane fa la task force per il coronavirus della Casa Bianca aveva avvertito che il numero di casi di Covid-19 in Ohio, stava aumentando significativamente; finora sono stati registrati più di 96mila positivi e quasi 3.600 morti. DeWine è il secondo governatore a risultare positivo al coronavirus, dopo quello dell’Oklahoma, Kevin Stitt, che era risultato positivo a metà luglio.

Gli Stati uniti sono ora a 4,8 milioni di casi Covid-19 registrati e 157.690 morti, i dati dono talmente negativi che l’ufficio del censimento degli Stati uniti, ha sospeso il sondaggio settimanale per valutare la qualità della vita degli americani, visto il quadro cupo degli effetti della pandemia e della recessione economica.
A questo proposito, per la ventesima settimana consecutiva, oltre 1 milione di americani ha presentato nuove domande di disoccupazione, L’ultima serie di richieste porta la quantità totale di domande di sussidi di disoccupazione a oltre 54 milioni, tetto raggiunto in soli quattro mesi, spazzando via i 20 milioni di posti di lavoro aggiunti nell’ultimo decennio.

Alcuni Stati hanno subito perdite più elevate; secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento del Lavoro, lo Stato che sta attualmente subendo il peggior quadro occupazionale è Ip Nevada, con un tasso di quasi il 25%. Hawaii, California, Louisiana e New York, tutti con tassi di disoccupazione che raggiunge il 16%, seguono a ruota.

Come se si trovasse in una dimensione parallela, Donald Trump continua a parlare di virus che «sparirà da solo», le esuberanti affermazioni di Trump, però, iniziano a procurargli dei guai: Facebook ha rimosso un video pubblicato dalla sua campagna elettorale dove si affermava che i bambini sono immuni al coronavirus, in quanto violava le regole del social network contro la disinformazione. A causa dello stesso video Twitter ha temporaneamente limitato la visibilità della campagna.

A smentire puntualmente le dichiarazioni di Trump è il direttore dell’Istituto Nazionale Americano per le Allergie e le Malattie Infettive, Anthony Fauci, ma le diverse visioni di Fauci e di Trump riguardo la pandemia e la sua gestione, stanno causando allo scienziato più che un problema politico. Durante un’intervista con il dottor Sanjay Gupta della Cnn organizzata dalla School of Public Health di Harvard, Fauci ha affermato di aver richiesto per sé e la sua famiglia un protocollo di sicurezza continua perché, ha detto, «ricevo minacce di morte per me e la mia famiglia al punto in cui devo avere sicurezza; è incredibile».

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Lo «spirito di Hiroshima» tradito dall’ipocrisia di Abe

Nella giornata di ieri, 6 agosto, il Giappone ha commemorato a Hiroshima il 75° anniversario del primo attacco nucleare nella storia dell’umanità. Alle 8:15 del 6 agosto 1945 esplodeva sui cieli della città portuale giapponese la bomba nucleare «Little Boy», sganciata dall’aviazione statunitense. Tre giorni dopo, un secondo ordigno colpì la città di Nagasaki, costringendo il Giappone alla resa nel secondo conflitto mondiale.

Le due bombe causarono oltre 200mila morti. I superstiti, in giapponese «hibakusha», dagli anni Cinquanta sono impegnati in campagne per il disarmo nucleare. Secondo i dati del ministero della Salute giapponese, a marzo 2020 si contavano 136.682 «hibakusha», con un’età media di 83 anni. Dall’anno precedente ne sono morti più di 9mila.

OGNI ANNO, LA CERIMONIA ufficiale organizzata presso l’Hiroshima Peace Memorial attrae migliaia di partecipanti ed è considerata un punto di riferimento per il movimento internazionale per il disarmo nucleare. Quest’anno, causa coronavirus, la cerimonia si è tenuta in forma ristretta, limitando la presenza dal vivo al memoriale a poco più di 800 persone; un decimo, rispetto agli anni precedenti.
Dopo il minuto di silenzio osservato alle 8:15, il sindaco di Hiroshima Kazumi Matzui ha riaffermato l’appello per un mondo definitivamente denuclearizzato. «Non possiamo permettere che questo passato doloroso si ripeta – ha detto -, la società civile deve respingere nazionalismi e isolazionismi e unirsi contro tutte le minacce».

Matzui si è poi appellato direttamente al governo giapponese, auspicando che l’esecutivo decida finalmente di firmare e ratificare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari. L’adesione del Giappone, unico Stato ad aver subìto un attacco nucleare, avrebbe un grande peso simbolico e, secondo Matzui, contribuirebbe a «unire il mondo nello spirito di Hiroshima».

IL TRATTATO, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017, prevede la messa al bando e la totale abolizione delle armi nucleari. Per entrare in vigore e divenire legalmente vincolante, deve essere firmato e ratificato da almeno 50 Stati. Ad oggi, con la firma e ratifica del Botswana, l’adesione ha raggiunto quota 40.

Nessuna delle potenze nucleari lo ha ratificato né ha intenzione di farlo. E lo stesso vale per i rispettivi alleati tra cui il Giappone, che al momento ospita oltre 50mila truppe statunitensi sul proprio territorio ed è protetto dal Trattato di sicurezza tra Usa e Giappone. Il documento, firmato nel 1951, tra l’altro proibisce al Giappone lo sviluppo di un arsenale nucleare, in cambio della protezione garantita dalla «Nuclear Umbrella» statunitense.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che ha presenziato alla cerimonia di Hiroshima, nel suo discorso ufficiale ha detto: «Come unico Paese ad aver provato la devastazione nucleare nel mondo, la nostra missione rimane avanzare passo dopo passo contribuendo agli sforzi della comunità internazionale per un mondo libero dagli armamenti nucleari».

DICHIARAZIONE GIUDICATA troppo debole e ipocrita dai detrattori del governo Abe, che accusano il premier di voler imprimere al Paese una svolta nazionalista e interventista in netto contrasto con la tradizione «pacifista» del Giappone post-bellico. Abe è stato infatti aspramente criticato sia per la mancata ratifica del Trattato, sia per aver promosso la riforma della Costituzione pacifista giapponese.

PER EFFETTO DELL’ARTICOLO 9 della Costituzione, il Giappone dal 1947 rifiuta la guerra come strumento per dirimere contenziosi tra Stati e non mantiene un vero e proprio esercito regolare. Al suo posto, dispone di «corpi militari di autodifesa» che possono intervenire o per difendere la sovranità del Giappone o – per effetto di una reinterpretazione della costituzione promulgata dallo stesso Abe nel 2014 – per prestare supporto a truppe alleate coinvolte in un conflitto.

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Beirut fa rete tra solidarietà e rabbia: «La violenza è dietro l’angolo»

Mentre le immagini di una Beirut distrutta fanno il giro del mondo e si avvia la macchina degli aiuti, gli abitanti della città si sono rimboccati le maniche per ripulirla dai detriti e dai vetri che ne tappezzano le strade. Con il tam tam sui social media si chiamano a raccolta volontari: servono sangue negli ospedali (quelli ancora agibili) al collasso, già in difficoltà prima dell’esplosione di martedì a causa del Covid-19; posti letto, case, rifugi per i circa 300mila sfollati; persone che vogliano imbracciare una ramazza e aiutare a pulire le case e le strade.

«È UN’IMPRESA IMMANE – ci dice Sabine Choucair, artista e co-fondatrice del gruppo Clown Me In – C’è così tanto da fare che non credo che riusciremo a finire, né contiamo sul governo che è assente». Rabbia e frustrazione hanno preso il posto dell’incredulità. «Non ci resta che aiutare chi ha bisogno per incanalare la collera che proviamo», spiega un ragazzo che preferisce restare anonimo. Amici hanno aperto gruppi Whatsapp per raccogliere le richieste di aiuto e una priorità è liberare le case dai vetri e dai calcinacci.

Clown Me In e il gruppo Al Jana hanno raccolto le adesioni di 60 volontari, mentre Johnny Assaf, dell’agenzia immobiliare Living Beirut, ha organizzato squadre di volontari per aiutare gli anziani a rimettere a posto le proprie case nei quartieri di Mar Mikhael, Geitawi e Karantina, tra i più danneggiati. Nel suo post si legge: «Se volete aiutare, indossate una maglietta bianca e presentatevi al punto d’incontro alle 15.30 muniti di guanti, ramazza o badile, buste di plastica».

LE RACCOLTE FONDI tramite le piattaforme di crowdfunding hanno ottenuto subito risposta, spesso oltre le richieste, con donazioni di privati da ogni parte del mondo. Il Libano ha una società civile molto attiva, ricca di gruppi e associazioni di ogni tipo, oltre che di organizzazioni non governative, che in questa emergenza hanno subito trovato il modo di partecipare dal basso alla macchina degli aiuti.

I libanesi, ma anche palestinesi e siriani, hanno fatto rete e in tanti, da tutto il paese, hanno offerto ospitalità agli sfollati nelle proprie case. La nota pagina Facebook Apartments in Beirut ha deciso di pubblicare soltanto i post di chi vuol mettere a disposizione appartamenti o stanze, e su Instagram fa lo stesso la pagina Open Houses Lebanon.

«Ognuno aiuti come può», è l’appello di Hussein Kazoun, dell’impresa agricola Field To Fork, che sta donando i suoi prodotti a chi ne fa richiesta, come i tanti che hanno organizzato collette per distribuire beni di prima necessità. A Beirut la gente è al lavoro nelle strade, nelle case, nei negozi; fa la sua parte per tornare a qualcosa che per lo meno si avvicini alla normalità spazzata via dall’esplosione di martedì.

«È MERAVIGLIOSO come siamo capaci di auto-organizzarci – ci dice Leila – ma dovremo attraversare tempi molto duri prima di vedere un miglioramento in questo paese e non potrà avvenire se non ci sbarazziamo di questa classe dirigente corrotta, riuscirci è arduo e la violenza è dietro l’angolo».

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Mutui a tasso zero e inchiesta lampo. Ma Beirut vuole giustizia

È partita la corsa alla solidarietà. Boris Johnson, «sconvolto dalle scene che arrivano da Beirut», assicura che «la Gran Bretagna si concentrerà sulle esigenze del popolo libanese». Pompeo, segretario di Stato Usa, ha porto mercoledì le condoglianze al premier Diab confermando gli aiuti medici e umanitari al popolo libanese, mentre le destabilizzanti frasi di Trump su un possibile attentato al porto, contraddette dal Pentagono, sembrano non avere finora un grande effetto.

IL MINISTRO DEGLI ESTERI iraniano Zarif ha twittato dopo l’esplosione: «I nostri pensieri e preghiere sono con il grande e resiliente popolo libanese. Come sempre, l’Iran è pronto a donare assistenza in ogni modo». Sempre via Twitter il premier italiano Conte: «Le terribili immagini che arrivano da Beirut descrivono solo in parte il dolore che sta vivendo il popolo libanese. L’Italia farà tutto quel che le è possibile per sostenerlo». Mentre il ministro degli esteri Di Maio: «L’Italia è vicina agli amici libanesi in questo momento tragico», non confondendosi come il collega di partito tra amici libici e amici libanesi.

E sorprendentemente anche Israele offre il suo aiuto attraverso il professor Antony Luder, direttore del Centro Medico Ziv, che chiede di «mettere la politica da parte e accettare l’aiuto che possiamo offrire». Con l’augurio – che a malignare sembrerebbe beffardo – che «Nasrallah (leader di Hezbollah) ci permetterà di salvare vite».

MA IL PERSONAGGIO di ieri è Macron. Arrivato alle 9 a Beirut, il presidente ha fatto un giro a Gemmayze verso mezzogiorno e la folla, acclamandolo, gridava: «Aoun (il presidente libanese) è un terrorista!», «Viva la rivoluzione!». Dichiarerà in seguito che «al momento la priorità è l’aiuto incondizionato alla popolazione. Ma c’è l’esigenza che la Francia porti tra mesi, anni, delle riforme indispensabili di alcuni settori».

Il Libano è un ex protettorato francese e la Francia è uno dei suoi principali partner commerciali. Una parte dei libanesi si identifica ancora oggi con lo Stato – un tempo coloniale – della libertà, uguaglianza e fraternità. Macron tornerà in Libano il primo settembre.

UNA CORSA A CHI ARRIVA prima. I numeri di oggi non sono per nulla rassicuranti. Circa 157 vittime e 5mila feriti. Poi l’emergenza Covid-19 con 255 nuovi casi, nuovo record nonostante il calo drastico dei test dovuto alle circostanze. Ed è di oggi la notizia della morte nell’esplosione di Maria Pia Livadiotti, 92 anni, italiana, moglie di Lutfallah Abi Sleiman, già medico di fiducia dell’ambasciata d’Italia in Libano.

Ieri il governo libanese ha dato quattro giorni al neonato comitato investigativo per determinare le responsabilità dell’esplosione, mentre la Banca centrale ordinava agli istituti finanziari di concedere mutui a interessi zero a privati e aziende per rimettersi in piedi.

Ma lontano dalle passerelle politiche, la frustrazione, la rabbia, il senso di impotenza delle persone lasciate a se stesse aumentano. Ora cercano di pulire le strade, rimettere a posto le case distrutte, le finestre, i vetri rotti, le porte scardinate. Come a riappropriarsi della propria intimità violata, della strada, dell’uscio di casa. E lo Stato? I social sono pieni di messaggi contro l’inefficienza, la corruzione, la pericolosità del governo.

«HANNO COMMESSO e commettono crimini e non hanno rimorso. Siamo governati da psicopatici. Abbiamo bisogno di un tribunale internazionale che li condanni e ci salvi», scrive Maya D. su Facebook. E non è l’unica a pensarla così. «Si tratta di un fallimento generale del governo in questo caso. Loro stessi non sanno cosa fare e cosa pensare – ci dice Tom Hornig, attivista politico – Stavolta la situazione è differente perché non si può accusare questo partito o quello. È un fallimento dello Stato nel suo complesso».

Per Raed el-Kazen, musicista e attivista tornato in Libano dopo 14 anni negli Stati uniti, il problema è che il denaro che arriverà «comprerà le persone, che accetteranno ogni cosa, un po’ come era successo con Hariri o dopo la guerra civile. Secondo me, dopo lo choc, qualche gruppo scenderà in strada e sarà violento, altre persone no. Ma la strada non sarà la risposta, come non lo è stata finora. Io personalmente ho appena lanciato una raccolta firme, per fare in modo che i crimini di questi giorni vengano giudicati da un tribunale internazionale come crimini contro l’umanità».

Agamben teorizzava, riprendendolo da Schmitt, lo stato di eccezione, per una causa straordinaria viene sospeso il diritto. E il Libano non è nuovo a questa sospensione. Tutt’altro. La paura è che questo disastro sia sfruttato in tal senso, che si crei per l’ennesima volta uno stato di eccezione che lasci tutti gli attori politici al loro posto e impuniti, con la solita promessa delle riforme da fare, come riecheggiava anche oggi nei discorsi del presidente francese. E qui l’eccezione è la regola.

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Duque per Uribe: giustizia da riformare

Per l’ex presidente Álvaro Uribe, il politico più potente e l’uomo più amato e più odiato della Colombia, non è sicuramente un momento fortunato. Dopo la storica decisione della Corte suprema di ordinare la sua custodia domiciliare con l’accusa di corruzione e frode, il mentore politico dell’attuale presidente Iván Duque è anche risultato positivo al Covid-19, benché le sue condizioni di salute risultino «ottime».

INTORNO A LUI, IL PAESE è spaccato tra chi è in festa e chi è in lutto. La sua carcerazione preventiva, disposta dalla Corte nell’ambito del processo in cui è accusato di aver corrotto testimoni perché ritrattassero le dichiarazioni sui suoi legami con il gruppo paramilitare Bloque Metro, sta provocando in Colombia un terremoto politico.

Ed è paradossale che a causarlo sia stato in fondo proprio lui, con la sua denuncia nel 2014 contro il senatore progressista Iván Cepeda, accusato di fabbricare false testimonianze sul suo coinvolgimento con il paramilitarismo. Gli è andata malissimo: la Corte suprema non solo ha scagionato Cepeda, ma ha anche disposto l’apertura di un’indagine, tuttora in corso, contro l’accusatore che avrebbe, lui sì, tentato di corrompere i testimoni. Fino alla decisione di martedì scorso di ordinare la custodia domiciliare per il rischio di intralcio alla giustizia.

Immediatamente dopo l’annuncio, gruppi di sostenitori e di oppositori dell’ex presidente e oggi senatore (il più votato della storia della repubblica), sono scesi in strada nelle principali città per manifestare a favore e contro. E in difesa del suo mentore è sceso in campo lo stesso Duque, spingendosi addirittura ad auspicare una riforma della giustizia.

Si è fatta sentire anche la classe imprenditoriale, contestando la misura «sproporzionata e ingiusta» della Corte – mai nessun presidente era stato privato della libertà – e riesumando il sempre utile spettro del castrochavismo, già evocato con successo nell’ultima campagna elettorale.

SONO PIOVUTE ANCHE, da parte delle diverse organizzazioni imprenditoriali, dichiarazioni oltremodo indignate, mirate a esaltare l’«inestimabile servizio» al paese dell’ex presidente – sul cui capo pesano una sessantina di procedimenti giudiziari, dall’omicidio alla compravendita di voti – e confrontando la sua custodia domiciliare con l’occupazione di seggi parlamentari da parte di ex combattenti delle Farc. Quei combattenti su cui Uribe ha costruito la sua fortuna politica, spendendosi a favore della necessità di porre fine alla guerra attraverso l’annientamento militare della guerriglia.

Una linea portata avanti con pugno di ferro sulla base della cosiddetta dottrina della sicurezza democratica, a cui si deve, tra l’altro, lo scandalo dei falsi positivi: centinaia di esecuzioni da parte dell’esercito di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento.

LA STESSA LINEA che ha continuato a sostenere attraverso la sua feroce opposizione al processo di pace e i suoi ripetuti attacchi alla Missione di verifica delle Nazioni unite in Colombia, colpevole di denunciare la mancata applicazione degli accordi e la vulnerabilità degli ex guerriglieri alla violenza dei gruppi armati illegali.

Che tutto ciò possa ora cambiare è la speranza dei tanti che oggi festeggiano la decisione della Corte, guardando con maggiore ottimismo a una possibile svolta nel processo di democratizzazione del paese.

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Il “commissario” Macron in Libano prova a dettare le regole

Quanto ai soldi della comunità internazionale, ha aggiunto, il monitoraggio sarà affidato a Stati uniti e Banca mondiale. Abile in conferenza stampa a indorare la pillola, Macron nei suoi incontri con il presidente Aoun, il premier Diab e lo speaker del Parlamento Berri, è stato chiaro: o recuperate la fiducia della gente o dovete farvi da parte. Perché in Libano è partito un altro Great Game mediorientale.

LA PARTITA LIBANESE dopo l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio è del tutto cambiata: la posta in gioco non è soltanto la ricostruzione ma il quadro politico-militare che può essere modificato ridimensionando il ruolo di Hezbollah – partito di governo e milizia armata – l’influenza dell’Iran e quella siriana.

L’occasione fa l’uomo ladro. La distruzione del porto di Beirut è il più grave danno strategico inferto a Hezbollah e alla Mezzaluna sciita iraniana, paragonabile in parte a quello portato nel 2019 dai missili degli Houthi yemeniti filo-Teheran agli impianti petroliferi sauditi. Ma è ancora più grave se si pensa che l’Iran è sotto sanzioni, gli Hezbollah pure e Beirut con il porto, le sue banche, le società finanziarie, le assicurazioni, garantisce sbocchi sui mercati e traffici internazionali Un asset che non può essere sostituito dal porto di Latakia in Siria dove Israele bombarda quando vuole sia gli Hezbollah libanesi che i Pasdaran iraniani.

Macron queste cose le sa bene e a Beirut ha pronunciato le parole che volevano sentire gli Usa, Israele, il principe saudita Mohammed Bin Salman, arcinemico di Teheran, e anche la popolazione libanese, inferocita contro i suoi rappresentanti di governo: «Non darò un assegno in bianco a questa classe politica», ha proclamato Macron, sommerso da una folla incollerita che gridava gli slogan delle manifestazioni di piazza dei mesi scorsi.

IN POCHE PAROLE IL LIBANO se vuole gli aiuti internazionali, verrà commissariato. Secondo fonti diplomatiche arabe, dietro le quinte Macron avrebbe chiesto il disarmo degli Hezbollah nella capitale e lasciare alle truppe Onu il controllo dell’aereoporto e del porto. Che poi è quello che chiede Israele. Insomma è chiaro che la devastante esplosione di Beirut viene sfruttata adesso per un tentativo di ridimensionare Hezbollah che nel 2006 aveva resistito all’attacco israeliano e poi partecipato alla guerra civile siriana sostenendo con l’Iran e la Russia il presidente Bashar Assad.

NON È OVVIAMENTE prevedibile se le richieste riservate di Macron, appoggiate da Usa, Israele e sauditi, grandi clienti di armamenti francesi, verranno accolte ma il Libano è con l’acqua alla gola, ha grano per un solo mese, elettricità a singhiozzo, 300mila senza casa nella capitale, non può ripagare i debiti e i negoziati per un prestito del Fondo monetario sono in stallo.
Di concreto, per il momento, c’è la richiesta da parte americana e israeliana, che verrà esaminata a fine agosto, di un ampliamento del mandato dell’Unifil, la missione Onu guidata dall’Italia, che dovrebbe moltiplicare i controlli sulle milizie. Si tratta di andare a toccare nervi sensibili e vitali per il movimento sciita libanese.

Ma perché Macron è stato così svelto a piombare come un falco sulle macerie libanesi? C’è ovviamente il tradizionale ruolo della Francia ex potenza coloniale, il compito che si è assunta Parigi di garante degli aiuti internazionali, l’appoggio francese alla famiglia Hariri legata mani e piedi all’Arabia Saudita. Inoltre la Francia vuole la sua fetta di torta di forniture civili ma anche militari per rafforzare l’esangue esercito libanese da contrapporre alle milizie sciite.

MA C’È ANCHE DELL’ALTRO, la partita strategica nel Mediterraneo e la creazione di una nuove alleanze anti-turche. Anche il Libano rientra in questo quadro. La Francia si scontra con Ankara in Libia, dove finora ha sostenuto il generale Haftar, ha un contenzioso aperto – come del resto pure l’Italia – per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore nell’Egeo. Erdogan è dunque un rivale contro il quale creare alleanze alternative. Non solo Erdogan è anche il grande protettore dei Fratelli Musulmani, detestati dall’Arabia Saudita con cui la Francia ha enormi affari bellici. Macron così sponsorizza un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara.

IL LIBANO FA PARTE DI QUESTO sistema “alla francese” e non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek.

Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Lo capisce anche un bambino che è un piatto troppo ricco per lasciarlo a Hezbollah e ai loro alleati iraniani: ecco perché a Beirut è arrivato il “commissario” Macron.

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La storia si ripete, è ora di andarsene

Beirut è stata devastata da esplosioni nella zona portuale, forse non solo di un deposito di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio. Una forza tale da generare una scossa sismica di 3.3 gradi, persino a Larnaca (Cipro) ne è stato percepito il boato. La città ha subito danni incalcolabili con numerosi morti, migliaia di feriti e interi palazzi, inclusi tre ospedali, rasi al suolo. Vi è, al momento, una gravissima carenza di sangue.
Oltre alla zona del porto, Achrafieh, la parte cristiana di Beirut, ha subito i danni più ingenti, palazzi rasi al suolo, quasi tutti notevolmente danneggiati. Purtroppo anche il campo palestinese di Burj el Barajneh ha subito danni.
Tre delle persone del team con cui ho lavorato lo scorso anno per il mio film (nel 2019, ho realizzato a Beirut «The Little Lantern» su Anni Kanafani, oggi 85enne, che ha dedicato la sua vita alla creazione di asili nei campi profughi palestinesi del Libano) hanno avuto la loro casa gravemente danneggiata, una di esse l’intero palazzo raso al suolo. Una mia amica, professoressa universitaria, mi ha confidato che ha deciso di emigrare e che si sarebbe recata in gran fretta in un’ambasciata straniera per iniziare la procedura. Le ho detto che trovavo triste che le migliori menti lasciassero il paese, impoverendolo anche culturalmente. La sua risposta è stata: «Sì, è vero, ma non possiamo sacrificare le nostre vite. I nostri genitori e i nostri nonni hanno pagato un prezzo grandissimo per due volte nella loro vita e la storia si sta ripetendo ancora. Ne abbiamo abbastanza».