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Scuola, ministero e sindacati firmano il protocollo sicurezza

Il ministero dell’istruzione e i sindacati Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals hanno firmato ieri il protocollo sicurezza per il rientro a scuola del 14 settembre. «Le scuole possono ora disporre di un concreto supporto per definire le modalità organizzative» sostengono i sindacati. Ma la Gilda non ha firmato: «Al di là delle buone intenzioni, molti istituti avranno serie difficoltà a causa della mancanza di spazi e personale».

Il protocollo stabilisce che ci saranno meno alunni nelle classi; test sierologici gratuiti, su base volontaria, per i docenti; psicologi per sostenere gli studenti in preda a crisi di panico per la paura del contagio. Mascherine per gli studenti delle superiori, ma non per i bambini da zero a sei anni. Chi avrà una temperatura superiore a 37,5 gradi non potrà entrare. Per tornare dopo la malattia ci sarà bisogno di un certificato di «avvenuta negativizzazione». Dal 24 agosto sarà attivo un numero verde.

Non sarà un solo caso di Covid a decretare la chiusura di un istituto: l’eventuale chiusura sarà decisa «in base al numero dei casi confermati» e al livello di trasmissione del virus. Non è stata esclusa la didattica a distanza: spetterà ai dirigenti scolastici decidere di caso in caso. «Non viene scongiurato il rischio che col pretesto del Covid (che c’è) si usi la didattica a distanza per renderla permanente mascherandola sotto le parole “emergenza” e “sperimentazione” – sostiene Girolamo De Michele per il movimento “Priorità alla scuola” che sta organizzando una mobilitazione nazionale il 26 settembre – Bisogna dire chiaro che è soluzione estrema ed emergenziale, e in ogni caso a decidere devono essere gli organi collegiali. Altrimenti si crea una situazione a macchia di leopardo dove le scuole decidono per conto proprio». Il movimento denuncia inoltre le assunzioni di 50 mila precari del «contingente Covid», licenziabili e privi di indennità. «Una situazione ignobile. Visto il tipo di contratto andrebbero chiamati “schiavi del Covid”. E tra l’altro sono insufficienti. Visti i tempi si rischia di non ripartire il 14 settembre».

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Raddoppiano i contagi. Il Cts conferma la distanza di un metro sui treni

Chissà se dopo aver letto il bollettino con il numero degli ultimi casi di contagio il premier Giuseppe Conte riterrà ancora opportuno pensare a qualche riapertura in più come aveva ventilato. I dati in arrivo dal ministero della Salute non raccontano infatti niente di buono e danno anzi in risalita tutti i parametri. A partire dai contagi per Coronavirus, che nelle ultime 24 ore hanno fatto registrare un aumento di 384 nuovi casi, più del doppio rispetto a martedì quando erano 190. Stessa cosa per le vittime, passate dalle 5 di due giorni fa alle 10 di ieri.

Numeri che fanno salire il totale dei contagi in Italia a 248.803 e dei morti a 35.181. In salita anche i ricoveri, tre in più rispetto a martedì, per un totale di 764, mentre resta invariato per il terzo giorno consecutivo il numero dei pazienti in terapia intensiva: 41. Ieri solo una regione, la Valle d’Aosta, non ha fatto registrare nuovi casi, mentre a spingere verso l’alto i numeri è ancora una volta la Lombardia con 138 casi e 5 vittime, conseguenza di un focolaio in un’azienda agricola di Rodigo, nel mantovano, con centinaia di infetti.

Entro questa settimana Conte firmerà il nuovo Dpcm nel quale dovrebbero essere confermate le regole essenziali a garantire la sicurezza. Ieri si è tenuta la seduta del Comitato tecnico scientifico alla quale ha partecipato anche la ministra dei Trasporti Paola De Micheli, e ha confermato il mantenimento di un metro di distanza tra le persone nei luoghi chiusi, come le discoteche, e sui mezzi di trasporto pubblico come bus, treni e metropolitane. Tra i nodi da sciogliere la capienza di posti sui treni locali, per la quale gli esperti suggeriscono di mantenere la distanza di un metro tra i passeggeri mentre le Regioni vorrebbero viaggiare con il 100% dei posti occupati.

Discorso diverso per quanto riguarda gli aerei per i quali non sono previste limitazioni grazie al sistema di filtraggio dell’aria che cambia ogni tre minuti. Ieri l’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, ha però reso noto di aver scritto alla compagnia Ryanair avvertendola di essere pronta a sospender i voli della compagnia irlandese da e per l’Italia se in seguito alle numerose violazioni riscontrate alle norme anti Covid.

Altra questione gli stadi: appare difficile che alla ripresa del campionato i tifosi possano tornare ad assistere alle partite dal vivo.

«Le tre regole essenziali», vale a dire l’uso della mascherina, il distanziamento e il lavaggio della mani, «devono necessariamente essere rispettate in tutti i luoghi chiusi», ha ribadito ieri il ministro della Salute Roberto Speranza rispondendo al question time alla Camera. Eventuali eccezioni non sono escluse a priori, ma saranno previste solo il necessario via libera da parte del comitato tecnico scientifico. «Siamo in questo momento tra i paesi europei che meglio sono riusciti a contenere il contagio. Non dobbiamo vanificare il lavoro fatto negli ultimi mesi», ha proseguito Speranza.

Intanto dopo la proteste della Lega nell’aula del Senato contro la secretazione degli atti, il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha chiesto alla presidenza del consiglio la documentazione del Comitato tecnico scientifico relativa all’emergenza coronavirus. A renderlo noto è stato il presidente del Comitato, il leghista Raffaele Volpi. Martedì il comitato ha ascoltato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese «sulla tematica – è spiegato in una nota – di eventuali tensioni sociali che potrebbero verificarsi nell’ultimo periodo del 2020».

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San Ferdinando: tendopoli cancellata, migranti in strada

«I signori ospiti sono invitati a individuare una nuova e diversa soluzione abitativa»: una comunicazione stringata per informare i braccianti migranti della tendopoli di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro in Calabria, che dal 15 agosto gli unici alloggi forniti loro non ci saranno più, senza prevedere alternativa. Eppure sono una pezzo importante dell’economia locale: circa in 1.200 si radunano nell’unico campo formale, in via di cancellazione, e in quelli informali nei comuni di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauro, Taurianova, in condizioni sanitarie molto precarie, per raccogliere le arance. I più fortunati avevano la tenda, da dividere in 7 o 8. Sette bagni per 500 persone. A Taurianova, contrada Russo, la condizione peggiore: tra le 150 e le 300 persone senza acqua e senza elettricità in edifici fatiscenti ricoperti di amianto.

IL SINDACO DI SAN FERDINANDO, in accordo con la prefettura e la questura di Reggio Calabria, ha deciso la chiusura del campo. La data del 15 agosto coincide con il termine dell’incarico della gestione della tendopoli alla cooperativa Borrello, che ha già iniziato la rimozione delle tende e l’eliminazione dei servizi. «Abbiamo sempre sostenuto il superamento della soluzione abitativa della tendopoli ma in presenza di un piano alternativo concreto – spiega Mauro Destefano, coordinatore del progetto di Emergency di Polistena -. Secondo le informazioni che abbiamo in questo momento il termine di affidamento non sarà rinnovato, né abbiamo notizie di un piano di ricollocamento».

EMERGENCY È PRESENTE nella piana dal 2011 con un ambulatorio che offre gratuitamente servizi di medicina di base, assistenza psicologica, educazione e orientamento socio-sanitario. I braccianti agricoli che lavorano nella zona soffrono di dolori muscolo-scheletrici, dermatiti e patologie gastrointestinali, malattie dovute alle condizioni estreme di vita e di lavoro. «Siamo molto preoccupati per i nostri pazienti più vulnerabili dal punto di vista fisico e psicologico – conclude Destefano -, potrebbero trovarsi in una situazione di ulteriore estrema difficoltà. Questo disagio abitativo ha chiaramente ricadute sullo stato di salute individuale e collettivo dei braccianti, a maggior ragione sullo sfondo di una pandemia ancora in corso».

I BRACCIANTI hanno proseguito la stagione a Foggia e in Basilicata. L’amministrazione vuole fare presto, adesso che il ghetto si è svuotato. Il comune conta solo 2mila abitanti e ha deciso di dire basta alla gestione emergenziale della tendopoli («costata in tre anni 300mila euro» di fondi pubblici). Però nessuno mette in campo un’alternativa, ad esempio non vengono rese disponibili, nella vicina Rosarno, le palazzine costruite per i migranti in contrada Serricella, né la foresteria dentro la Casa della solidarietà di contrada Carmine.
«Nel campo attualmente ci sono circa 200 persone – racconta Ruggero Marra dell’Usb – ma tra un mese e mezzo torneranno tutti perché ricomincerà la stagione delle arance e delle clementine. Sicuramente ci sarà ancora l’emergenza Covid-19 e l’unica alternativa per i braccianti sarà spostarsi di qualche metro, in condizioni sempre peggiori».

L’USB LA SOLUZIONE l’ha proposta: «Quando nel marzo del 2019 l’allora ministro degli interni Salvini aveva realizzato a furor di telecamere lo sgombero della baraccopoli, lasciando peraltro le macerie abbandonate per mesi, eravamo stati i soli a denunciare la miopia politica di sostituire un ghetto con un campo – prosegue Marra -. Avevamo chiesto alla regione di istituire un fondo di garanzia per consentire ai braccianti di affittare gli appartamenti sfitti».

Ma gli enti non hanno il coraggio di attuare la proposta: «Di questo percorso – conclude Marra – avrebbero beneficiato i lavoratori e gli stessi abitanti della Piana: la provincia di Reggio Calabria è la seconda in Italia per patrimonio edilizio non utilizzato. Invece i braccianti finiranno nei centri di accoglienza o per strada. È questa la tutela che lo stato garantisce ai lavoratori agricoli?».

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Effetto Twiga, scompaiono le spiagge libere

«Il governo, che già molti danni ha provocato gestendo in maniera inadeguata l’emergenza sul coronavirus, ha il dovere di mettere al più presto in campo misure di stabilizzazione dell’economia. Serve subito il dpcm per il rinnovo delle concessioni demaniali marittime necessario per risolvere la questione balneari». Non era assolutamente chiara la portata dell’emergenza Covid-19, e l’Italia non era ancora entrata in lockdown, ma il 26 febbraio Massimo Mallegni, senatore di Forza Italia, aveva già le idee chiare: era necessario prorogare senza gara e fino al 2033 tutte le concessioni, quelle che trasformano le spiagge libere (e pubbliche) in lidi privati. Mallegni, imprenditore nel settore turistico, è stato sindaco di Pietrasanta tra il 2000 e il 2010, e poi di nuovo tra il 2015 e il 2017, prima di essere eletto in Parlamento.

A MARINA DI PIETRASANTA, nel territorio del Comune che il senatore ha a lungo amministrato, ha sede il Twiga, che secondo il Rapporto spiagge 2020 di Legambiente è il più caro in Italia: 2 letti marocchini, tavolo centrale, 4 lettini e la possibilità di avere su richiesta televisione e musica costano mille euro al giorno. Il Twiga è simbolo di un problema, che – secondo l’associazione ambientalista – il Covid rischia solo di acuire: la Legge di Bilancio 2019 e il recente Decreto Rilancio estende infatti le concessioni per 13 anni, nonostante già nel 2009 l’Ue abbia avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia chiedendo la loro messa a gara.

IL RAPPORTO di Legambiente mette in fila i numeri del settore: in molte regioni le spiagge libere sono un miraggio, come in Versilia o in Romagna, dove meno del 10% dei litorali non è in concessione. Il record è a Forte dei Marmi, comune che confina con Pietrasanta, dove lungo 4,7 chilometri di linea costiera si contano 125 stabilimenti, per un’occupazione del 93,7% della costa. In Liguria e in Emilia-Romagna quasi il 70% è occupato da stabilimenti balneari, in Campania il 67,7%, nelle Marche il 61,8%. Preoccupano Legambiente la situazione in Sicilia, dove la percentuale di spiagge in concessione è più bassa che in altre regioni, ma nel 2019 sono state presentate oltre 600 richieste di nuovi stabilimenti, e alcune situazioni di illegalità come a Ostia (Lazio) o Pozzuoli (Campania), dove muri e barriere impediscono vista e accesso al mare.

Il rapporto evidenzia anche altri problemi: il 7,8% dei tratti sabbiosi in Italia – per oltre 259 chilometri – è sottratto alla balneazione per ragioni di inquinamento, in special modo in Sicilia, Calabria e Campania, mentre sono complessivamente 169,04 i chilometri di costa “abbandonati” in tutta Italia.

IL RISULTATO È che la spiaggia libera e balneabile nel nostro Paese si riduce mediamente al 40%, ma con grandi differenze tra le Regioni, e questo ha creato le condizioni per la nascita di un «Coordinamento nazionale Mare Libero», che nell’estate 2020 ha organizzato blitz contro la privatizzazione delle spiagge a Massa, Napoli e Mondello (Palermo).

Mentre l’attenzione si concentra su ombrelloni e stabilimenti, inoltre, dovremmo preoccuparci dell’erosione costiera: dal 1970 i tratti di litorale soggetti a erosione sono triplicati, e oggi ne soffre il 46% delle coste sabbiose, con tendenze molto diverse tra le regioni e picchi del 60% e oltre in Abruzzo, Sicilia e Calabria.

«Le spiagge rappresentano una straordinaria risorsa del nostro Paese, sia in chiave ambientale che turistica, ma anche spazi vissuti da milioni di persone per diversi mesi all’anno. Eppure se ne parla solo per le polemiche, in primis la Bolkestein, senza che vi sia un dibattito all’altezza di queste sfide. Per farlo, serve alzare il livello del confronto ed entrare nel merito delle questioni coinvolgendo tutti gli attori in campo, nessuno escluso. La sfida che vogliamo lanciare ai Comuni costieri, ai balneari, al Governo è di aprire un confronto sul futuro delle spiagge italiane: se entriamo infatti nel merito delle questioni diventa possibile trovare soluzioni di qualità, interesse generale e innovative» sottolinea Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente.

L’associazione chiede una Legge di riordino delle spiagge. Indicando alcune priorità: garantire il diritto alla libera e gratuita fruizione delle spiagge, fissando limiti alla percentuale data in concessione e una quota prevalente di spiagge libera per ogni Comune, ma anche forme di concessione più leggere; premiare la qualità dell’offerta nelle spiagge in concessione, cioè coloro che puntano su una logica ambientale sempre più integrata con il territorio e le imprese locali e familiari capaci di garantire l’occupazione; prevedere canoni adeguati (oggi lo stato incassa appena 100 milioni di euro, da 10.812 stabilimenti balneari) con risorse da utilizzare per riqualificare il patrimonio naturale; l’approvazione di una strategia nazionale per erosione, inquinamento e adattamento al clima, per garantire l’accesso a un mare pulito, restituendo alla balneazione anche acque soggette a cattiva depurazione o non più campionate.

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Lombardia, a settembre previsto l’interrogatorio di Dini

Potrebbe essere sentito dai pm di Milano già a settembre Andrea Dini, cognato di Attilio Fontana e amministratore delegato di Dama spa, finito nel mirino degli inquirenti per frode in pubblica fornitura per i 75mila camici a Regione Lombardia. Acquisto trasformato poi in donazione, su input di Fontana, per evitare lo scandalo del conflitto d’interessi. Troppo tardi. Perché dopo che Report aveva sollevato il caso, sono venuti a galla elementi che hanno ingarbugliato la matassa. Nella perquisizione alla sede di Dama, oltre al lotto mancante di camici (i 25mila mai consegnati al Pirellone e che Dini aveva provato a rivendere, senza successo) sono stati sequestrati anche documenti contabili e cellulari.

Ieri, i pm di Milano hanno affidato agli informatici delle fiamme gialle la copia forense del telefono confiscato a Dini. Gli inquirenti sono alla ricerca di «interlocuzioni con altri protagonisti della vicenda» per accertare i tentativi di Dini di rivendere il materiale per coprire il mancato guadagno. Non ci sono molti dubbi, invece, sul fatto che il governatore leghista avesse predisposto un bonifico dai conti svizzeri per risarcirlo e che l’operazione sia stata segnalata dall’antiriciclaggio a Bankitalia. La procura, in un filone dell’indagine, cerca anche di vederci chiaro sui “risparmi” dei genitori del presidente, a suo dire «fermi da 20 anni».

Se fino a qualche giorno fa a puntare il dito contro il governatore era solo l’opposizione, dal weekend si inseguono voci di un possibile commissariamento del leghista da parte dei suoi. Salvini da Sesto San Giovanni, dove in barba alle norme anti Covid ha dispensato abbracci, selfie e mascherine, smentisce. Ma il nome è già pronto: Davide Caparini, assessore al bilancio, che potrebbe diventare vicepresidente “operativo”.

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Da Roma doppio no alla Sardegna. Il ministro Costa boccia la legge Solinas

Doppia bocciatura. Sul fronte della difesa dell’ambiente, sempre caldo in Sardegna, due segnali forti arrivano da Roma. Il ministero dell’ambiente invia una nota ufficiale in cui spiega perché la legge approvata il 13 luglio dalla giunta del sardo-leghista Christian Solinas che smonta il Piano paesaggistico regionale (Ppr) è anticostituzionale; il ministero dei beni culturali, attraverso la Soprintendenza del Sud Sardegna, dichiara inaccettabile il progetto di una società di proprietà di Renato Soru di abbattere un edificio storico su una spiaggia per costruire un albergo.

La partita più grossa è ovviamente quella sul Ppr. I tecnici del ministro Sergio Costa in una nota inviata tre giorni fa a Solinas non usano mezze misure: la legge approvata dal consiglio regionale della Sardegna è anticostituzionale perché cancella il principio di copianificazione tra governo e Regioni in materia ambientale previsto dalla Carta. Principio il cui azzeramento dà ora alla Regione Sardegna mano libera, mettendo fuorigioco non soltanto, per quanto riguarda l’ambiente, il ministero guidato da Costa, ma anche, per quanto riguarda i beni architettonici e il paesaggio, quello affidato a Dario Franceschini. La nota ufficiale di Costa è un chiaro segnale di stop a Solinas, che prelude a un’impugnazione della legge sarda da parte del governo Conte. Eventualità che porterebbe a un conflitto tra Stato e Regione Sardegna e quindi all’apertura da parte della Consulta di un’istruttoria sulla costituzionalità o meno delle norme votate in Sardegna.

Pieno appoggio all’azione di Costa viene dal Wwf Italia, che ha inviato una nota al presidente del consiglio Giuseppe Conte con la richiesta di intervenire per bloccare immediatamente la legge anti Ppr. «Sono norme – dice Carmelo Spada, delegato per la Sardegna dell’associazione ambientalista – incostituzionali. Questa valutazione, già espressa da tutto il movimento ambientalista, viene ora fatta propria da ministero dell’ambiente. Il governo dovrà tenerne conto».

La seconda partita è quella che ha come protagonista Soru, proprietario, attraverso una sua società immobiliare, di un ex colonia estiva per i bambini degli ex minatori del Sulcis (Sardegna sud-occidentale) sulla spiaggia di Funtanazza. L’edificio è stato costruito alla fine degli anni Cinquanta. Soru vorrebbe demolirlo per sostituirlo con un immobile identico all’esterno ma ristrutturato all’interno, che diventerebbe un hotel a cinque stelle. L’altro ieri il comune di Arbus, il paese nel cui territorio sorge la colonia estiva e che quindi deve concedere l’eventuale nulla osta all’abbattimento e alla ristrutturazione, prima di decidere ha convocato per remoto una conferenza di servizi, alla quale hanno partecipato gli oltre trenta soggetti che, secondo le norme vigenti, avevano titolo a esprimere un parere. E sono arrivati tre no. Uno dal ministero dei beni culturali attraverso la soprintendenza di Cagliari; un secondo dal parco geominerario del Sulcis entro i cui confini sta Funtanazza; un terzo, inaspettato, dall’ufficio tecnico dello stesso comune di Arbus. Soprintendenza e Parco geominerario ricordano che la colonia estiva rientra nell’elenco nazionale dei beni storici da proteggere e quindi non può essere abbattuta. A certe condizioni può essere ristrutturata, ma non può essere buttata giù dalle ruspe. L’ufficio tecnico del comune di Arbus rileva invece che nell’attuale piano urbanistico del piccolo centro sardo l’area di Funtanazza è tra le zone in cui non sono consentiti interventi come quelli che vorrebbe realizzare Soru.

A questo punto la palla passa al sindaco e alla giunta di Arbus, che dovranno decidere se rispondere a Soru con un sì o con un no. Ovviamente, un no aprirebbe un conflitto tra comune e ministero dei beni culturali. Conflitto dagli esiti scontati, perché Franceschini non avrebbe difficoltà a far prevalere le norme di carattere nazionale.

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L’Aquila continua a bruciare, le fiamme lambiscono le abitazioni

Da circa una settimana le fiamme, incessantemente, divorano il territorio abruzzese. Hanno distrutto 500 ettari di bosco e vegetazione, stando ai dati nazionali dei vigili del fuoco, e si sono avvicinate alle case. Minacciandole. L’incubo è soprattutto col buio, con le fiamme che avanzano indisturbate, che squarciano l’oscurità e si levano dalle alture, dando vita a uno spettacolo di luce angosciante e deleterio.

È un inferno quello che sta vivendo L’Aquila, con le sue montagne, coperte di verde, distrutte dagli incendi. Che, da giovedì scorso, stanno interessando i monti Omo e Pettino. Sul posto, ieri, 85 vigili del fuoco con 45 automezzi, mentre 6 canadair e 2 elicotteri dall’alba hanno continuato con gli sganci d’acqua sui due fronti. Complessivamente gli uomini che stanno lavorando per frenare e arginare la furia del fuoco sono circa 300, con Protezione civile, esercito, alpini, volontari, forze dell’ordine e polizia locale. «Al momento – affermano i vigili – non ci sono situazioni di pericolo per la popolazione, con le squadre che presidiano i centri abitati più vicini».

Per Pettino, la frazione più a rischio, è pronto il piano di sgombero, anche se si invoca l’arrivo della pioggia a sostenere le operazioni di spegnimento. Le ultime notti sono trascorse con la preoccupazione e la paura e tanti residenti si sono riversati in strada, anche se le fiamme non hanno sfondato le linee tagliafuoco. «Di due fronti, ne rimane sostanzialmente uno. Nella frazione di Arischia è sotto controllo, seppure non del tutto domato. Nei quartieri di Cansatessa e Pettino, invece, il quadro è più serio e ha generato apprensione tra i cittadini», scrive su Facebook il sindaco, Pierluigi Biondi, sottolineando che «per ora non sono state disposte evacuazioni, ma abbiamo comunque individuato strutture e alloggi alternativi per l’ospitalità».

Il rogo è ben visibile da ogni parte della città. Inceneriti polmoni verdi e sentieri frequentatissimi. Si avverte a distanza l’odore acre del fumo. «Tredici anni fa – ricorda Biondi – fu cancellata una parte della montagna di San Giuliano. Ora si spera di riuscire a evitare quello che sarebbe un tragico bis, nella stessa zona, attraverso una lotta che sembra quasi un corpo a corpo con il fuoco».

Al centro di coordinamento si sono visti il questore, Gennaro Capoluongo, il prefetto Cinzia Torraco e il governatore Marco Marsilio, che ha anche fatto un sopralluogo in elicottero con il responsabile della Protezione civile regionale, Silvio Liberatore.

Intanto vanno avanti le indagini della Procura per individuare i responsabili della devastazione.

«È un rogo partito in sordina – afferma l’ex consigliere Enrico Perilli, di Sinistra italiana, che ha la madre che vive a Pettino – e che potrebbe ricongiungersi con i danni lasciati da quello di tre anni fa. La stessa fascia pedemontana arde ogni stagione, da 10 anni a questa parte. Chi ha acceso gli inneschi conosce perfettamente i luoghi, le correnti ascensionali, sa quanto siano impervi e irraggiungibili. È un’area maledetta, dove passa anche la famosa faglia del terremoto del 2009. La situazione è al momento drammatica. Ci sono famiglie che, in via precauzionale, hanno già lasciato la propria abitazione. La nostra bellissima pineta – riflette – non esiste più».

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Sanità, indagati quattro dirigenti vicini al governatore Vincenzo De Luca

Concorso in turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture sono le ipotesi di reato che hanno fatto scattare perquisizioni e sequestri di pc e cellulari, l’inchiesta è quella della procura partenopea sulla realizzazione dei Covid center nei moduli prefabbricati: uno nel parcheggio dell’ospedale del Mare di Ponticelli a Napoli e poi uno a Caserta e uno a Salerno. Un appalto da 15,5 milioni di euro, aggiudicato dalla centrale per gli acquisti Soresa in poche ore (il bando è stato pubblicato il 17 marzo con scadenza 18 marzo), è andato alla Manufacturing Engineering & Development srl di Padova. L’indagine è partita da 5 esposti dell’ex assessore regionale Marcello Taglialatela (ex FdI).

La Med si era impegnata a fornire i 3 ospedali modulari già pronti e completamente attrezzati ma gli esposti rivelano: «Mancavano i ventilatori, una carenza che configura il mancato rispetto della procedura di gara a pena di esclusione». Non solo: «Soresa ha poi pubblicato un avviso di gara, dopo l’aggiudicazione della procedura, avente ad oggetto la fornitura di ventilatori per moduli di terapia intensiva» in parte andati anche al Covid center di Ponticelli. Inoltre, l’appalto complessivo è stato aggiudicato con un ribasso del 20,85% ma, accusa l’esposto, attraverso determinazioni successive della Soresa (con cui si disponeva «l’aggiudicazione del completamento dell’allestimento dei moduli»), la Med avrebbe recuperato 14.942.200,89 euro, riassorbendo l’intero ribasso.

Infine i protagonisti. Negli esposti è allega anche documentazione (lettere e mail). In particolare, la lettera inviata dagli avvocati della Med al presidente e ad Soresa: «Nella nota – si legge nell’esposto – si evidenzia un atteggiamento di totale collaborazione del direttore generale dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, il quale non solo partecipa a tutte le riunioni, ma interpreta il ruolo di suggeritore circa la risoluzione delle problematiche esposte, in modo da rendere difficile la distinzione tra il suo ruolo di controllore e quello di mediatore. Nella nota vengono richiamati “i principali interlocutori nella fase di start-up della fornitura”, tra gli stessi viene citato Luca Cascone, consigliere regionale e collaboratore del Presidente Vincenzo De Luca, quale componente della Unità di Crisi, circostanza quest’ultima non veritiera».

I pm hanno cominciato da quattro figure vicine al governatore De Luca. Il presidente della Soresa, Claudio Cuccurullo, e Roberta Santaniello, dirigente dell’ufficio di gabinetto della giunta regionale. Nel 2015 Santaniello, all’epoca presidente provinciale del Pd di Avellino, si presentò alle regionali ma non venne eletta. Ciro Verdoliva, finito in altre inchieste sulla Sanità campana, è passato da direttore dell’ospedale Cardarelli a commissario straordinario dell’Asl Napoli 1 e poi ne è diventato direttore. Quindi Luca Cascone: nei documenti depositati in procura, i fornitori lo indicano come «vero e proprio mediatore tra le ditte e la regione». Cascone, ex assessore comunale a Salerno, è stato eletto consigliere regionale nella civica De Luca presidente, ufficialmente non si occupa di Sanità perché è presidente della commissione Urbanistica, Lavori Pubblici e Trasporti ed è in piena corsa per la rielezione a settembre.

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Tra anni fa l’inchiesta sulla Iuventa

Le inchieste contro le ong hanno una data di inizio precisa: 2 agosto 2017. E’ in quel giorno infatti che a Trapani viene disposto dalla procura il sequestro della nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet. In soli due anni, tra il 2016 e il 2017, la Iuventa ha salvato 14 mila vite nel Mediterraeo, migranti in fuga dalla Libia, ma i dieci membri dell’equipaggio finiscono al centro di un’indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per i magistrati nel corso di alcuni interventi di soccorso ci sarebbero stati dei contatti «tra coloro che scortavano gli immigrati fino alla Iuventa e i membri dell’equipaggio della nave» che di fatto avrebbero organizzato la consegna diretta dei migranti arrivando a restituire ai trafficanti le imbarcazioni vuote affinché potessero essere riutilizzate.

Quella sulla Iuventa è la prima inchiesta dopo il varo del codice per le ong voluto dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti, codice che la Iuventa, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, si rifiutò di firmare. Per i vertici della ong l’inchiesta si fonderebbe «su dichiarazioni contrastanti di due agenti di sicurezza privati, legati a gruppi di estrema destra italiani». Una ricostruzione computerizzata di Forensic Oceanography ha dimostrato che in tutte e tre le operazioni di soccorso contestate la “Iuventa” stava unicamente salvando vite umane.
In questi giorni Amnesty International ha lanciato la campagna di solidarietà «Iuventa 10» nei confronti dei 10 membri dell’equipaggio sotto inchiesta che rischiano fino a 20 anni di carcere. La campagna chiede l’archiviazione dell’inchiesta. «Tre anni dopo l’inizio di un’inchiesta priva di prove, gli ‘Iuventa 10’ rimangono in una situazione di limbo e con la minaccia pendente di una condanna assai lunga», ha dichiarato Maria Serrano, campaigner di Amnesty International sull’immigrazione. «La criminalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso in mare ha compromesso attività cruciali di salvataggio di vite umane nel Mediterraneo centrale, nell’ambito di un più ampio giro di vite nei confronti delle azioni di solidarietà in tutta Europa. Intrecciato al destino degli ‘Iuventa 10’ c’è quello di centinaia di altri loro colleghi e quello di migliaia di migranti e rifugiati che stanno aiutando”, ha aggiunto Serrano.

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Casapound occupa la Regione, Lega solidale

Se vi capitasse di voler entrare nel palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia, vi trovereste sottoposti ad una sorta di interrogatorio da parte degli addetti alla vigilanza e, dopo un paio di telefonate per verificare che davvero c’è qualcuno dentro che vi conosce e vi aspetta, potreste avviarvi lungo il corridoio non prima, però, di avere lasciato la vostra carta di identità ben custodita dal portiere. Così da sempre. Negli ultimi mesi nessuno, nessuno, entra senza aver prima offerto la fronte al termometro e firmato il modulo di ottima salute.

Ieri mattina invece, mentre era in corso la riunione di una Commissione del Consiglio regionale, ecco arrivare dodici ragazzotti che entrano indisturbati e arrivano dentro l’aula. Megafoni, bandiere: Casa Pound può quello che altri non possono. Muniti di un proclama farneticante contro i migranti, interrompono la seduta e si mettono a declamare: parole di odio e di cieco razzismo, neanche a dirlo. Guardie giurate e commessi non pervenuti. I consiglieri del Pd e pochi altri escono, il consigliere di Open Fvg Furio Honsell chiede a gran voce di far allontanare gli occupanti, parecchi si abbandonano sugli scranni con aria seccata, solo il consigliere leghista Antonio Calligaris si avvicina al manipolo e si mette a discutere. E cosa dice a onor di registratore? «Io sono tra quelli che gli sparerebbe, tranquillamente. Tranquillamente». Ai migranti, s’intende.
Sì, però, non vuole confondersi con questa marmaglia che fa tutto facile e occupa l’aula accusando la Regione, in mano alla Lega, di fare troppo poco per fermare la rotta balcanica. Magari la Regione potesse, ma non può – dice Calligaris – e, poi, non si entra così in una sede istituzionale, le regole vanno rispettate, «facendo queste cose diventate come quelli della Cavarzerani che non rispettano le regole».

Quelli della Cavarzerani? Cosa vuol dire? Il dialogante Calligaris, disarmato suo malgrado, si riferisce, evidentemente, alle manifestazioni di protesta che si sono sviluppate nei giorni scorsi in una ex caserma dell’udinese trasformata in campo di raccolta per migranti, la maggior parte richiedenti asilo. In cinquecento ammassati, manca poco e saranno il doppio della capienza. A metà luglio si scopre che un paio di loro sono positivi al Covid-19 e cosa si fa? Li si isola? Ma no, li si lascia lì, in mezzo agli altri. Però ci si fa carico dei bravi italiani incolpevoli che stanno fuori e si dichiara tutta la caserma «zona rossa»: nessuno può uscire, tutti in quarantena a favor di contagio. E chi se ne frega se magari qualcuno aveva trovato un lavoretto in paese, o cose così. Arriva agosto e, proprio allo scadere della imposta quarantena, saltano fuori altri due positivi.

Che fare? Facile, il sindaco leghista di Udine deve solo reiterare e allunga la quarantena: Cavarzerani zona rossa fino al 15 agosto. I migranti reclusi protestano, hanno paura, si sentono discriminati, sentono che è un’ingiustizia, non pensano di essere animali. Un paio di materassi vanno a fuoco, grida, appelli, rabbia e lacrime. I cancelli sono chiusi, la polizia, fuori, sta a guardare. Un ammiratore di Salvini premier, coordinatore della protezione civile, scrive su facebook «4 taniche di benzina e si accende il forno crematorio così non rompono più» ma finisce sui giornali e dalla sera alla mattina gli tocca cancellare il post. Poi quasi quasi si scusa per «uno sfogo senza pensare». Tranquillamente, anche lui.