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Stagionali del turismo, Ispettorato del lavoro assente

Potere al popolo, con il candidato presidente alle regionali campane Giuliano Granato, ha incontrato i lavoratori stagionali del turismo di Sorrento: «Con il post Covid, ai lavoratori non fanno vedere i contratti, quando se li ritrovano davanti scoprono che si tratta di un full time mascherato da part time con paghe dimezzate. Molti temono di finire nella black list del coordinamento informale dei datori di lavoro».

Granato e l’avvocata Marzia Pirone ieri hanno denunciato via pec all’Ispettorato del lavoro otto storie di abusi: «Quando abbiamo chiamato l’ente per un appuntamento ci è stato risposto che la prima data utile era il 21 settembre, cioè quando la stagione è già finita. Ci hanno inviato un modulo, Inl 31, con cui non è possibile fare una segnalazione anonima: “In assenza della fotocopia del documento di identità la denuncia non verrà presa in carico” è scritto». E poi c’è «la sottolineatura eccessiva dei rischi in caso di false dichiarazioni. L’ispettorato pare quasi voler scoraggiare il lavoratore».

Inoltre, in base al decreto legislativo 124 del 2004, gli ispettori hanno la possibilità di avviare il tentativo di conciliazione invitando sia il lavoratore che il datore di lavoro a un incontro: «In realtà ciò è possibile solo in presenza di alcune precise circostanze – spiegano da Pap – che però non sono specificate, con la conseguenza che il lavoratore non sa come evitare di trovarsi faccia a faccia col proprio datore di lavoro dopo averlo denunciato. Né sa come evitare che il proprio datore di lavoro venga avvisato dall’Ispettorato stesso che c’è una richiesta di intervento a suo carico e che prima o poi riceverà un controllo».

Granato e Pirone puntano il dito anche contro il Jobs act: «L’Ispettorato del lavoro è stato sostanziale ridimensionamento a seguito delle varie riforme del settore, ultima la riforma di Renzi. La strutturale carenza di personale e la conseguente organizzazione interna, che spinge gli ispettori a lavorare molto più sulle carte e molto meno sul campo, fanno il resto. Eppure basterebbe allargare le prerogative della polizia locale facendo in modo che i vigili urbani possano dedicarsi al contrasto del sommerso e del lavoro nero».

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«Il governo non è la banca delle aziende né un’agenzia di collocamento»

«Se il governo non prorogasse il blocco dei licenziamenti sino a fine anno si assumerebbe tutta la responsabilità dello scontro sociale»: è la posizione di Cgil Cisl e Uil. Cosa può succedere se si lascia un varco aperto ai licenziamenti a partire da ottobre lo spiega Barbara Tibaldi, componente della segretaria nazionale Fiom Cgil e responsabile del settore elettrodomestico.

Quale potrebbe essere, ad esempio, l’impatto alla Whirlpool di Napoli?
La multinazionale Usa ha confermato il 31 luglio che intende chiudere lo stabilimento di via Argine a fine ottobre. Senza il blocco delle uscite si apre la procedura e senza un nuovo progetto, finiti gli ammortizzatori sociali, 340 operai si ritroveranno senza lavoro. Con lo stop fino al 31 dicembre diventa più difficile per l’azienda resistere alle pressioni di governo e sindacati soprattutto se, come pensiamo, i dati del mercato certificheranno una ripresa, anche in vista dei finanziamenti che innescherà il Recovery fund. Il blocco dei licenziamenti serve a dare tempo per arrivare ai fondi europei, in modo da limitare l’impatto della crisi sul tessuto industriale.

In prefettura a Torino ieri c’è stato un tavolo sull’ex Embraco. Una reindustrializzazione voluta da Whirlpool di cui il tribunale ha certificato il fallimento.
La multinazionale nel 2018 comunicò che entro 30 giorni avrebbe chiuso la fabbrica e che aveva individuato una società italo israeliana che sarebbe subentrata, Ventures srl. È finita con i lavoratori che hanno fatto un esposto in procura e i pm che indagano per bancarotta distrattiva. In prefettura il ministero del Lavoro e quello dello Sviluppo hanno promesso la cassa integrazione per cessazione attività e la cassa integrazione per Covid per i 407 dipendenti, Invitalia si è presentato senza un nuovo progetto. Whirlpool, che è la prima responsabile di questa crisi avendo spostato la produzione a est e individuato i compratori, è disposta a lasciare per la reindustrializzazione e per gli esodi volontari i fondi avanzati alle ruberie, 9 milioni di euro. Scaricando così ogni problema.

Cosa succederà alla Whirlpool di Napoli?
L’azienda il 31 luglio ha spiegato che il mercato va male causa Covid, che prevedono una ripresa nel 2021 ma comunque chiudono il sito partenopeo. Invitalia si è presentata con il piano B fatto di tanti progetti, anche di imprese solide: ciascuna avrebbe assorbito 20, 30 o 40 dipendenti. Non c’è nessun piano di sviluppo a lungo termine dietro una proposta strutturata in questo modo. Così torniamo al modello degli incubatori di impresa anni Novanta. Il governo deve ottenere il rispetto degli accordi del 2018, la produzione di lavatrici deve restare a Napoli. Se il sito è in perdita è perché satura le linee solo al 40%, ci vogliono progetti nuovi. Il governo è in grado di mettere sul tavolo almeno 60 milioni di aiuti più la fiscalità di vantaggio, con il taglio del 30% del costo del lavoro per le aziende che operano al Sud, proposto dal ministro per il Mezzogiorno Provenzano. Lo stato deve entrare nel progetto con un ruolo fattivo. Basta regali ai banditi delle false reindustrializzazioni.

Cosa dovrebbe fare il governo?
Innanzitutto dovremmo stabilire qual è il suo ruolo. Non è una banca che finanzia le multinazionali o le grandi imprese e neppure un’agenzia per l’impiego al servizio delle piccole realtà del territorio. Deve piuttosto normare il rapporto con le realtà che finanzia, controllare come queste utilizzano i fondi. Ad esempio, entrare nel progetto per rafforzare il piano industriale o utilizzare le multe come in Francia. Oppure politiche protezionistiche come negli Usa dove, se vai via, non ti puoi portare il marchio. Invece l’Italia i marchi del settore elettrodomestico li ha svenduti alle imprese estere che, se poi decidono di delocalizzare, non hanno problemi a trovare qualche amico che fa il lavoro sporco.

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Cgil, Cisl e Uil: «Senza lo stop ai licenziamenti fino a dicembre, sciopero generale il 18 settembre»

In attesa di capire cosa accadrà dal primo gennaio 2021, se licenziamenti di massa o un’altra proroga del blocco dei licenziamenti e degli ammortizzatori sociali, Cgil, Cisl e Uil sono entrati a gamba tesa nel dibattito sul decreto agosto che ieri sera vedeva la maggioranza incerta se bloccare i licenziamenti fino al 31 dicembre ed escludere dai finanziamenti pubblici le imprese che hanno sospeso o ridotto l’orario di lavoro in cambio della cassa integrazione per fare fronte all’emergenza innescata dal Covid 19. «Chi pensa di anticipare quella data alla fine dello stato di emergenza (15 ottobre, ndr.) dimostra di non avere cognizione delle elementari dinamiche del mercato del lavoro e di non preoccuparsi delle condizioni di centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori – sostengono i confederali – Chi pensa che possano stare insieme sgravi contributivi e fiscali generalizzati (vedi Irap) e licenziamenti non capisce che ora è il tempo della coesione sociale e degli investimenti sul lavoro. Se il governo non prorogasse il blocco dei licenziamenti sino alla fine del 2020, si assumerebbe tutta la responsabilità del rischio di uno scontro sociale. Abbiamo già indetto un’iniziativa per il 18 settembre: che possa essere trasformata in uno sciopero generale dipenderà solo dalle scelte del governo e della confindustria». Ci si chiede se la situazione sarebbe più accettabile mantenendo il blocco dei licenziamenti e il taglio dell’Irap anche alle aziende che hanno prodotto profitti nell’emergenza. E si continua a non porre il problema di quelle (il 30%) che hanno risparmiato sui salari usando le casse integrazioni che saranno prorogate per altre 18 settimane dal decreto agosto atteso in Senato il 18 agosto. Ci sono molte contraddizioni, in queste settimane, non tutte esplicitate politicamente.

I SINDACATI si sono scagliati contro Confindustria perché ha rifiutato di firmare i contratti nazionali della sanità privata e del settore alimentare (ne abbiamo parlato su Il Manifesto del primo agosto). Ai sindacati Viale dell’Astronomia ieri ha risposto di avere rispettato il «patto per la fabbrica». Fatto contestato dai sindacati. «Inutile evocare uno sciopero generale, specie in questo momento di gravissime difficoltà economiche e sociali è stata altrettanto dura». Al governo Confindustria ha inviato un altro messaggio: «Se l’esecutivo intende ancora protrarre il divieto dei licenziamenti, il costo per lo Stato sarà pesante. ll divieto per legge assunto in Italia, unico tra i grandi paesi, non ha più ragione di essere ora che bisogna progettare la ripresa. In assenza della libertà di ristrutturazioni è ovvio – prosegue l’associazione – che lo Stato dovrà continuare nel suo pieno sostegno a occupati e imprese com’erano prima della crisi, e sarebbero del tutto inaccettabili misure che aggravassero gli oneri a carico delle imprese». In questa visione si presume che il mercato, travolto da una recessione violentissima, sarà comunque in grado di reagire. È l’illusione dei liberisti: ai licenziamenti seguiranno le assunzioni. Non sarà così e, se avverrà, non colmeranno la differenza, ma saranno l’occasione di una ristrutturazione selvaggia. In ogni caso, i costi saranno pagati dallo Stato. La proroga indefinita degli ammortizzatori sociali è stata esclusa dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri secondo il quale non è possibile bloccare per sempre i licenziamenti.

NEL DECRETO AGOSTO il governo intende correggere parzialmente quanto avvenuto nei 5 mesi precedenti: saranno escluse dalla copertura della cig le imprese che non hanno subito una riduzione del fatturato di almeno il 20% o che ha avviato l’attività dopo il primo gennaio 2019. Prima la Cig è andata a tutte quelle che l’hanno richiesto, senza perdita di fatturato. E si prospetta un altro regalo: alle imprese che non richiedono la Cig, dopo averne fruito a maggio e giugno, possono usufruire di un esonero, ma solo per 4 mesi. Per tutte le altre il limite massimo è di 8.060 euro, per sei mesi, su base annua.

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Violenza della crisi: da febbraio 600 mila disoccupati, 700 mila inattivi in più

Esplode la disoccupazione, dilaga la precarietà di massa, aumenta la povertà. Lo tsunami della crisi sociale, innescato dalla pandemia del Covid, è già arrivato. Mentre l’onda continua ad ingrossarsi, il governo resta a guardare senza approntare una rete di tutele e garanzie sociali universali e incondizionate a partire da un reddito di base. E si resta in attesa di un’annunciata riforma degli ammortizzatori sociali.

I DATI DELL’ISTAT sull’occupazione a giugno resi noti ieri, incrociati con una lettura di un rapporto sull’aumento della povertà dopo il lockdown realizzata dal Censis-Confcoop a partire dai dati dell’Istat sono utili per tracciare il profilo di un’emergenza sociale di dimensioni storiche, quella incubata negli ultimi tre mesi che esploderà al termine del blocco dei licenziamenti e dell’estensione della cassa integrazione previsti fino a dicembre dal decreto Agosto. Ieri la Banca centrale europea ha sostenuto che senza l’estensione della cassa integrazione a zero ore durante l’emergenza la disoccupazione sarebbe arrivata al 25% in Italia. Ma non è escluso che la situazione possa peggiorare al termine del «congelamento» del mercato del lavoro. A questo fine sarà usato anche il fondo europeo del «Sure».

ALL’INIZIO del 2021 l’eventuale impatto dei licenziamenti di massa rischia di abbattersi su una situazione già oggi preoccupante. Nei tre mesi tra aprile e giugno oltre 600 mila lavoratori, 459 mila dipendenti di ogni tipo e 140 mila autonomi, hanno perso il lavoro, 46 mila solo a giugno, 752 mila dallo stesso mese dell’anno scorso. Questo significa che la crisi ha amplificato quella precedente strisciante. Il dato, se è possibile, più sconvolgente è quello degli «inattivi».Da febbraio si sono trovate in questa condizione 793 mila persone. Queste persone non si «attivano» sul mercato del lavoro perché il lavoro è stato spazzato via dalla crisi più grave degli ultimi tempi. Tale fattore andrà ricordato a chi continuerà a vessare precari e disoccupati sventolando gli investimenti, quelli del «Recovery fund» che inizieranno ad arrivare tra un anno, pensando che produrranno subito posti di lavoro (precari). Nel frattempo ci sarà stato però un massacro sociale e si capirà che il cosiddetto «reddito di cittadinanza» è inadeguato per contenere l’onda, oltre che essere ingiusto e escludente.

NELLA CONGIUNTURA è stata comunque registrata una crescita tra le persone in cerca di occupazione. Riguarda tutte le classi di età. L’aumento interessa soprattutto gli uomini (+9,4%, +99mila unità). Inferiore è stata la crescita delle donne +5,0%, +50mila. È comprensibile che questo accada tra i più precari. Dopo le settimane di chiusura, di perdita del reddito legata ai mancati rinnovi dei contratti a termine e alla drastica riduzione di altre attività intermittenti, ricominciano a cercare un’occupazione. Ma non è detto che la troveranno in un momento di crisi e per un periodo sufficientemente lungo. In ogni caso questa crescita dell’«attività» ha fatto registrare un aumento del tasso di disoccupazione in Italia risale all’8,8%, +0,6 punti rispetto a maggio. È un effetto statistico dovuto al fatto che una frazione di «inattivi» si è messa a cercare un lavoro.

AD OGGI I PIÙ COLPITI dalla recessione sono, ovviamente, i più vulnerabili: giovani under 24, le donne, le partite Iva povere, i lavoratori temporanei e precari. E la crisi inizia a farsi sentire anche sui lavoratori «fissi» (-60 mila). Dunque, non basta il blocco dei licenziamenti. In un mercato tradizionalmente sbilanciato sui lavoratori maschi over 50 precari si sono registrati piccoli sussulti: +102 mila.

QUELLO CHE CI INTERESSA capire è come si vive nella crisi sociale pandemica. Alcuni elementi utili sono stati forniti ieri dal rapporto Censis-Confcoop sui »nuovi poveri»: 2,1 milioni di famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare. Parliamo di almeno 4 milioni di persone. Ben 1.059.000 di famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare. Sono il 4,1% sul totale delle famiglie italiane. Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350 mila, è composta da cittadini stranieri. Questi ultimi, va ricordato, sono stati esclusi dal «reddito di cittadinanza» da una norma razzista imposta dalla Lega, accettata dai Cinque Stelle. E che questo governo non intende cambiare. La situazione peggiore è al Sud dove l’occupazione irregolare, e le nuove povertà, sono maggiormente concentrate. Nel 2019 le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni. Viste le premesse, e le prospettive, questo dato è destinato ad aumentare drasticamente.

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Il 30% delle imprese ha usato la cassa integrazione senza un calo dei ricavi

Se per l’Ufficio parlamentare di bilancio un quarto di oltre 1,5 miliardi di ore di cassa integrazione è stato usato dalle imprese che non hanno avuto cali del fatturato durante il lockdown (>Il Manifesto 28 luglio), ieri un’analisi dell’Inps e della Banca d’Italia ha circostanziato le dimensioni di questa appropriazione di risorse: un terzo delle imprese ha fatto richiesta, ed ottenuto, di mettere in cassa integrazione i loro dipendenti imponendogli anche una pena supplementare. Non solo non hanno lavorato, ma hanno perso in media il 27 per cento del loro stipendio che non gli sarà mai restituito. Stando ai primi dati l’uso opportunistico degli ammortizzatori sociali è stato realizzato per circa il 20% nel settore della manifattura e per il 30% nei servizi.

PER AVERE un’idea generale del guadagno realizzato da queste imprese, ancora da specificare per settore e fatturato, è utile riferirsi a questi dati. In media quello che chiamano «risparmio» è stato di circa 1.100 euro per dipendente . Tra le imprese più piccole, che hanno utilizzato prevalentemente la cassa integrazione a causa del Covid in deroga, l’importo medio risparmiato grazie alla riduzione dell’orario di lavoro è stato di 3.900 euro nel bimestre di chiusura per pandemia. Le imprese più grandi del settore dei servizi, che hanno fruito dell’assegno ordinario Covid, hanno risparmiato in media quasi 24 mila euro. Per le imprese della manifattura, che ricorrono prevalentemente alla Cig ordinaria Covid, il risparmio è stato di circa 21 mila euro.

IERI MATTINA si sentiva il ritornello secondo il quale queste pratiche siano fatte da «furbetti». La nozione suona come assolutoria, e anche abbastanza liquidatoria. Parole simili sono state pronunciate due giorni fa persino da un sindacato che una certa idea su questo uso degli ammortizzatori sociali dovrebbe invece averla. Converrebbe allora iniziare a ragionare a partire dalla categoria di appropriazione di risorse, anche a danno dei lavoratori a cui nessuno ha pensato di garantire, perlomeno nei mesi dell’emergenza, lo stipendio pieno. Parliamo di persone che, secondo l’indagine dell’Inps-Bankitalia, hanno subito una riduzione oraria di 156 ore, il 90 per cento dell’orario mensile di lavoro a tempo pieno, pari a 173 ore in marzo e aprile. Va anche notato che, dopo la comunicazione di questi dati, le forze politiche e sindacali hanno chiesto nemmeno un’indagine, tanto meno hanno evocato una misura minima di giustizia. è un altro segnale di subalternità all’egemonia confindustriale. Solo poche settimane fa il presidente dell’Inps Pasquale Tridico aveva subodorato l’opportunismo di chi ha sfruttato l’emergenza per guadagnare anche sulla cassa integrazione. È stato aggredito da chi evocava addirittura un’inesistente clima contrario alle imprese. L’imbarazzo che ha accolto questi dati rivela la situazione opposta: un paese inginocchiato davanti alle imprese.

QUESTI ARGOMENTI potrebbero essere interessanti anche per chi lamenta il crollo dei consumi. La perdita del salario legato alla cassa integrazione. Secondo i dati Istat il reddito disponibile lordo è sceso sul trimestre precedente dell’1,6% e che, di conseguenza, i consumi sono crollati del 6,4%. Una situazione già grave, destinata inevitabilmente a peggiorare nel secondo trimestre. In questa situazione sappiamo chi ha continuato a guadagnare mentre c’era chi guadagnava sui lavoratori che perdevano potere d’acquisto. Non «è andato tutto bene». Il mondo del dopo è peggio di quello di prima.

NEL «DECRETO AGOSTO», con cinque mesi di ritardo, il governo ha preso atto dell’esistenza di questo problema. Ed è così che la proroga di altre 18 settimane della Cig sarà «selettiva» e prevederà un «contributo» da parte delle aziende che vi facciano ricorso senza avere avuto perdite «significative». Si parla del 20% di fatturato. Un atto di coraggio che però non sarà retroattivo. Il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare. In attesa che parta da gennaio un’ondata paurosa di licenziamenti, che resteranno bloccati, per ora il costo di questa operazione tampone sarà di 12-13 miliardi sui 25 miliardi di euro previsti. Ci sarà il rinnovo dei contratti a tempo senza causale e l’allungamento dell’indennità per i lavoratori dello spettacolo e gli stagionali del turismo. Terminati i bonus da 600 euro per le partite Iva. Il Welfare emergenziale e a pezzi è finito. Continua per altri.

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Aboubakar Soumahoro ha lasciato l’Unione Sindacale di Base (Usb)

È «giunto il momento di meditare, camminando per la stessa nobile e alta causa di difendere le lavoratrici, i lavoratori e gli invisibili schiacciati dalla precarietà e dalla vulnerabilità». Con questa motivazione ieri il sindacalista Aboubakar Soumahoro ha lasciato l’Unione Sindacale di Base (Usb), ventitré giorni dopo gli «Stati popolari» a piazza San Giovanni a Roma. «La tutela degli invisibili, la difesa dei bisognosi e la ricerca della felicità collettiva rimangono il cuore dell’impegno» ha aggiunto. «Ad Abou non ci resta che augurare i successi che merita nel mondo in cui ha scelto di meditare camminando. A noi il compito di continuare a riflettere combattendo tra, e con, le lavoratrici e i lavoratori» è stata la risposta del sindacato.

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Cassa integrazione, 1/4 delle ore alle aziende che non hanno perso fatturato per il Covid

Dopo avere cancellato il saldo dell’Irap 2019 e l’acconto del 2020 in scadenza a metà giugno alle aziende con un bilancio entro i 250 milioni di euro che non hanno perso il fatturato durante il lockdown, un altro regalo alle imprese. Il governo ha permesso che un quarto delle ore di cassa integrazione usate in questi mesi dalle aziende in difficoltà fossero riconosciute anche a quelle che non hanno perso il fatturato, hanno continuato a produrre e hanno imposto ai loro lavoratori dipendenti una perdita del salario durante l’emergenza.
Il dato è stato illustrato ieri dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) Giuseppe Pisauro nel corso di un’audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato, riuniti in seduta congiunta per l’esame del Programma nazionale di riforma. Incrociando i dati del monitoraggio dell’Inps con quelli della fatturazione elettronica dell’Agenzia delle Entrate nel primo semestre 2020 rispetto al primo semestre 2019, l’Upb ha sostenuto che circa un terzo delle ore di Cig, Cig in deroga e Fondi bilaterali è stato utilizzato da imprese che hanno subito perdite di fatturato superiori al 40%. Finora la Cig ha interessato 5,5 milioni di persone su 8 milioni stimati dalle relazioni tecniche, con un «tiraggio al 63%». Nel calcolo potrebbero mancare le ore riconosciute a aprile e a maggio che sono state autorizzate a marzo, anche a causa dei ritardi dell’erogazione dovuti alla macchinosità del processo che la ministra del lavoro Nunzia Catalfo ora sostiene di volere riformare. Nei due mesi in cui i dati sono certi, per l’Upb sono state utilizzate «943 milioni di ore su 1,5 miliardi». Dunque quando si farà un bilancio potrebbero esserci anche dei risparmi su quanto è stato stimato ufficialmente.

«Il dato sulla cassa integrazione lo conoscevamo anche noi» ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in un’altra audizione, presentando i contenuti dello scostamento di bilancio che sarà votato oggi dal parlamento. Gualtieri ha sorvolato sul fatto di non avere previsto norme per impedire l’uso opportunistico della cassa integrazione, con la conseguente perdita del salario per i lavoratori, e sull’eventualità di accertare realmente i fatti e, nel caso, recuperare le risorse. Ha invece sostenuto che «ovviamente ciò non fa venir meno che fosse stato giusto offrire la cassa a tutti». In realtà il governo si è posto il problema non a marzo, ma solo con il «decreto agosto» che prolungherà di 18 settimane i termini per chiedere altra Cig e si propone di approntare «un meccanismo più selettivo» che contempli anche la perdita del fatturato. Il comportamento delle imprese è stato giudicato «un fatto grave» dal renziano Luigi Marattin, mentre la segretaria della Cisl Annamaria Furlan ha parlato di «furbizia». «È stato un altro spreco di risorse che sarebbero potute arrivare a esigenze rimaste scoperte: dal turismo, a tanti lavoratori autonomi, alle famiglie in affitto» ha detto Stefano Fassina (LeU).

Il decreto agosto da 25 miliardi di euro è il terzo scostamento di bilancio che porta l’extradeficit a oltre 100 miliardi in cinque mesi. Servirà a sostenere l’allungamento delle rate delle tasse sospese, per i fondi per la scuola, per lo sblocco di investimenti per gli enti locali e il blocco dei licenziamenti. Per il bonus assunzioni il governo sarebbe orientato su 6 mesi di sgravi contributivi al 100% per i neoassunti e 3-4 mesi per chi rientra dalla Cig. Arriveranno altri bonus aiuti per il turismo (bar e ristoranti) e per l’automotive.

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Addetti alla ristorazione a Mirafiori: senza stipendio e senza Cig

Il Covid_19 ha stravolto il mondo e come una mano invisibile è andato a toccare la vita delle persone dei quattro angoli del Pianeta. Oltre alla disuguaglianza strutturale che pre-esisteva ne è emersa una che potremmo chiamare secondaria: nei Paesi ben governati l’effetto della pandemia è stato contenuto e gestito, negli altri è stato amplificato. Il governo italiano ha cercato di rispondere prontamente, chiudendo le frontiere, imponendo il distanziamento e la chiusura, ma soprattutto ha attivato misure di sostegno per contenere gli effetti economici del virus. E qui arriviamo ai lavoratori della Compass group leader della ristorazione aziendale con 161 mln di euro di fatturato e 3.437 in Italia ed è di proprietà di Compass Group plc è presente in 50 paesi nel mondo, con oltre 500.000 dipendenti.

Ora i 250 addetti alla ristorazione di Mirafiori sono senza stipendio da marzo e senza cassa integrazione. I lavoratori e le lavoratrici hanno protestato in questi giorni davanti alla porta due e sono andati agli uffici centrali dell’Inps, ma della loro cassa-integrazione non c’è traccia.

Il problema lo spiega Cinzia Bernardini della segreteria del sindacato Filcams Cgil che sta seguendo la situazione. «Per questo tipo di aziende multilocalizzate la cassa integrazione viene attivata su richiesta dell’azienda». Normalmente, inoltre, c’è una correlazione tra la cassa della committenza e la cassa delle società in appalto.

Ora qui la situazione con il covid si è un po’ complicata perché ad esempio vi sono aziende che con lo smartworking non hanno avuto necessità di attivare alcun tipo di ammortizzatore sociale, le persone lavorano da casa, ma non andando in azienda non c’è necessità dei lavoratori della ristorazione e delle pulizie quindi viene meno il legame tra le due “casse”, ma non il bisogno.

Un secondo aspetto riguarda il tipo di ammortizzatori sociali a cui lavoratori possono accedere a seconda dell’azienda per cui lavorano. Il Fondo d’Integrazione Salariale è un sostegno al reddito che si eroga in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa e permette alle imprese di anticipare le spettanze dei lavoratori, ma le aziende in appalto non possono accedervi perché devono far riferimento alla cosiddetta cassa in deroga che però non può essere anticipata dalle aziende perché è previsto solo il pagamento diretto da parte dell’Inps. Ora perché questa venga concessa sono necessari 3 passaggi: accordo tra azienda e sindacati, comunicazione al Ministero e poi all’Inps. Questo, continua Bernardini, ha determinato un prolungamento dei tempi di erogazione.

All’inizio la Compass in accordo con i sindacati ha anticipato la quattordicesima, ma non è stato sufficiente perché ormai siamo a quasi 4 mesi e le ultime buste arrivano con scritto netto a pagare zero. «È una situazione, prosegue Bernardini che riguarda in Italia 20 mila persone, il governo ha cercato nel Decreto Rilancio di semplificare alcuni passaggi, ma rimane tutto il pregresso».

Tra i lavoratori c’è sconcerto si oscilla tra sit in, proteste e passaggi di paranoia. C’è chi si sente colpevole, come se lo stare a casa fosse sua responsabilità. Sanno che FCA ha disposto per tutti gli impiegati lo smartworking fino al 31 dicembre quindi ci sarà pochissimo lavoro anche per gli addetti alla ristorazione. La cassa arriverà, ma con un ritardo che è profondo come una cicatrice.

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Scavi di Pompei, lavoratori costretti a metà dello stipendio

Li chiamano servizi aggiuntivi ma accoglienza, controllo accessi, biglietteria, ufficio guide e ufficio informazioni sono servizi essenziali. A Pompei sono gestiti da Opera laboratori fiorentini, un pezzo del colosso Civita cultura holding. Gli addetti, incluso il sito di Ercolano, sono circa 60. Il lockdown l’hanno vissuto a casa in cassa integrazione: l’azienda non ha voluto anticiparla, per ora è arrivato aprile e 10 giorni di maggio. Chi ha un full time, con un mensile di circa 1.400 euro, ha incassato solo 850 euro. Il 26 maggio sono tornati al lavoro agli scavi ma solo per 5 ore al giorno su 6 giorni: «Stiamo ancora aspettando il resto della cig. Il Fondo di integrazione salariare che spetta a noi non prevede buoni pasto o premi di produzione e, per i primi mesi, niente assegni familiari – spiegano dal sindacato Cobas lavoro privato -. Molti dipendenti e le loro famiglie sono scivolati nell’indigenza e hanno contratto debiti. Quando sono stati richiamati al lavoro si sono ritrovati con un monte ore mensile (circa 50, 60 a fronte di un full time di 158) inferiore a un part time». Il risultato è che il compenso mensile è la metà e niente buoni pasto.

Questa settimana è stato aumentato l’accesso: possono entrare massimo 300 visitatori a turno, scaglionati ogni 15 minuti, da due ingressi. Salvo sconti o esenzioni, il biglietto è di 14,50 euro più 1,50 di prevendita. La prevendita on line è gestita da un altro privato, Ticket one. «I visitatori pagano, il pubblico finanzia la manutenzione, i privati incassano mentre però risparmiano sul costo del lavoro – prosegue il sindacato -. Si stanno formando lunghe file ai varchi senza condizioni di sicurezza, nonostante le prenotazioni in capo al privato. Il 13 luglio abbiamo scritto a prefettura e Commissione di garanzia per gli scioperi: chiediamo turni di 8 ore ripartiti in meno giorni, in modo da ridurre i costi di spostamento».

Sul sito del Mibact le statistiche del 2018: il totale dei visitatori a Pompei è stato di 3.649.374. L’incasso lordo da ingressi solo di audio guide è stato pari a 600.032 euro, alla Soprintendenza è andata la metà: 300.016 euro. Ma il book shop ha fatturato 968.579 euro, alla Soprintendenza solo 80.931 euro. La caffetteria 1.356.968 euro, il ristorante 1.001.794,24, andati integralmente al privato. Prenotazione e prevendita hanno fatto segnare 60.990 euro, alla Soprintendenza le briciole (3.789,70 euro). Visite guidate 69.034 euro, al pubblico 16.568 euro. Sommando, ai privati sono andati 4.057.397 euro, alla Soprintendenza meno del 10%: 401.305 euro.

«I siti come Pompei potrebbero autofinanziarsi, demandare ai privati è poco etico e poco lungimirante perché si perdono fondi che potrebbero sostenere le altre realtà – spiega Leonardo Bison dell’associazione Mi Riconosci? -. Il flusso turistico viene indirizzato su Pompei, mentre siti come Oplonti e Stabia ricevono un’attenzione minore. Viene il dubbio che sia dovuto in gran parte al fatto che a Pompei i concessionari hanno i profitti maggiori. Si tratta di privati del centro nord, ricchezza che si sposta verso un’altra area del paese».

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Nuovi lavori per guarire la Terra malata

L’articolo 9 della Costituzione tutela il paesaggio e il patrimonio culturale, non la natura: una visione antropocentrica e estetica, con l’articolo 44 che parla di “sfruttamento del suolo”. Stentiamo a realizzare che la natura è essenziale per la nostra sopravvivenza, la diamo per scontata, ma se si deteriora la nostra vita diventa miserabile.

Lo ha capito Francesco con la sua Enciclica, e ora le donne al potere lo ribadiscono: Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Jacinda Ardem (Presidente della Nuova Zelanda), Zuzana Caputovà (presidente della Slovacchia) hanno messo la natura e la sostenibilità al primo posto nei loro programmi. In Italia questa visione non riesce ad entrare nelle agende politiche e si ferma ai ricercatori e alle associazioni ambientaliste.

I miliardi che arriveranno a seguito della crisi pandemica dovranno servire per innescare la transizione ecologica, il green deal, ma siamo culturalmente attrezzati per affrontare questa sfida? O stiamo riproponendo i modelli che ci hanno portato alla crisi attuale? Questo rischio se non ci muoviamo è forte.

Il Covid 19 ha messo in ginocchio l’economia globale e globalizzata e stravolto la nostra vita quotidiana. È la prova generale di quello che succederà quando la crisi ambientale esploderà – improvvisa e apparentemente senza preavviso – se non interveniamo subito per evitarla.

Non soltanto di ondate di calore, inondazioni, siccità, incendi e ghiacci che si sciolgono, e di epidemie, si tratta, ma di sconvolgimenti di tutto il modo di funzionare dei sistemi naturali, quelli che ci permettono di vivere e prosperare. Sconvolgimenti che porteranno a carestie, all’aumento delle disuguaglianze, della povertà, delle migrazioni di massa e delle guerre e probabilmente alla riproposizione di un mondo diviso in blocchi pronti a combattersi con armi letali.

La lezione che la natura ci sta dando mostra come i modelli di produzione e consumo pre-covid, che vedono la crescita economica come unico obiettivo strategico, hanno fallito. Non possiamo pensare, finita una crisi epocale, di ricominciare abbracciando gli stessi paradigmi che hanno innescato la crisi, con la speranza che identici modelli portino a risultati differenti.

Accanto ai molti segnali negativi, per fortuna ce n’è uno positivo, e importante: arriva dall’Unione Europea che, già prima della crisi, ha riconosciuto la necessità di un nuovo patto verde per l’Europa (Il Green Deal europeo1), e ora sta mettendo cifre importanti a disposizione degli Stati più colpiti dalla pandemia. L’Italia è al primo posto per gli importi che saranno erogati.

Bisogna evitare in tutti i modi che la considerevole quantità di euro che dall’Europa si sta riversando sull’Italia, oltre alla enorme quantità di risorse che verranno dai sacrifici dei cittadini italiani, vada a investimenti per la restaurazione del “business as usual” invece che al Green Deal. Anche perché, se non orientato davvero al Green Deal, quell’aiuto europeo non può essere chiesto.

Come useremo questi fondi? È chiaro che se si vuole imboccare seriamente la difficile fase della transizione l’intervento pubblico è essenziale, come guida agli investimenti.

In Italia, fra gli anni ’50 e inizio ’60 sono stati avviati progetti di pianificazione, via via cancellati dall’ondata di privatizzazioni degli anni ’80. Oggi dovremo ripensare, anche criticamente, a quell’esperienza per trovare forme che consentano di evitare la statalizzazione, e però incoraggino l’intervento pubblico intrecciato con l’iniziativa privata, avvicinandosi all’esperienza della socializzazione (dei beni comuni, per esempio).

Quel che è chiaro è che non si può ricominciare come se nulla fosse. E per cominciare è necessario che l’accesso agli aiuti europei venga attentamente condizionato.

La crisi è un’occasione irripetibile per correggere i nostri modelli di sviluppo con un cambiamento radicale nella realizzazione della conversione ecologica che – ci dice la comunità scientifica internazionale – è indifferibile. La parola chiave per lanciare nuove sfide è sostenibilità, che si riflette nei modelli di produzione e consumo, e si basa sulle fonti energetiche rinnovabili e sulla economia circolare, preservando l’integrità degli ecosistemi e difendendo il suolo.

È una sfida che si vince solo con il sostegno della ricerca scientifica e tecnologica e di un forte sistema di istruzione a tutti i livelli, in cui si venga preparati a una visione sistemica dei problemi e che ponga l’educazione ambientale fra i pilastri del percorso formativo