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Le condizioni drammatiche nella Piana di Gioia Tauro

Sfruttamento lavorativo endemico, condizioni igienico-sanitarie precarie, difficoltà di accesso ai diritti fondamentali e ai servizi territoriali e uno stato di abbandono da parte delle istituzioni che ha, tra le altre cose, esposto al Covid migliaia di braccianti immigrati della Piana di Gioia Tauro.

Questa è la sintesi del VII rapporto Medu (Medici per i Diritti Umani) dal titolo «La pandemia di Rosarno» relativo alle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri residenti in particolare negli insediamenti informali nei comuni di Rosarno, San Ferdinando, Drosi (frazione del comune di Rizziconi) e Taurianova.

A fare da involontario sostegno ai dati di Medu, quelli pubblicati in contemporanea dal Ministero dell’Interno sull’emersione dei rapporti di lavoro prevista dall’articolo 103, comma 1, del decreto legge 34/2020.

Mentre, infatti, il rapporto Medu fotografa il drammatico peggioramento delle condizioni di vita, sociali e di lavoro dei braccianti immigrati, anche per via del combinato disposto del Covid-19 e della legge 132/2018 (decreto «Sicurezza»), i dati del Viminale certificano le contraddizioni di un provvedimento di emersione che doveva servire, stando alle dichiarazioni del governo, a superare quelle condizioni sociali e lavorative per riconoscere ai braccianti stranieri, dignità, sicurezza e legalità.

Un’aspettativa, sinora, sostanzialmente delusa.

Basti pensare che le domande di emersione ricevute dal portale del Ministero dell’Interno sono sinora solo 123.429, a fronte di una platea potenziale di circa 620 mila persone.

Per quanto riguarda i settori interessati dal provvedimento, il lavoro domestico e di assistenza alla persona comprende l’87% delle domande perfezionate (97.968), mentre quello subordinato, ossia agricolo, arriva appena al 13% (14.360).

I due documenti, dunque, sono la fotografia impietosa che segna tutta la distanza tra una norma, che era e resta giusta nelle intenzioni, ma anche incapace – per come è stata costruita – di intervenire sulle cause reali dello sfruttamento lavorativo degli immigrati in Italia, e la realtà di fatto delle agromafie nella Piana di Gioia Tauro.

Volontari Medu nella Piana

Nel corso di tre mesi circa di attività precedenti la pandemia (fine novembre 2019-febbraio 2020), Medu è riuscita a fornire, con la sua clinica mobile, servizi fondamentali di assistenza sanitaria, sociale e legale a 231 persone, divenute poi 400 in piena fase Covid, ai quali ha garantito sorveglianza attiva e la fornitura dei dispositivi di sicurezza.

I migranti intercettati, tutti uomini e con un’età media di 30 anni, provenivano dall’Africa subsahariana occidentale, in particolare da Mali (49%), Senegal (12%), Ghana (9%) e Gambia (9%). Il 63% di loro, peraltro, è risultata residente in Italia da più di 4 anni, il 25% da meno di 3 anni e il 12% da oltre dieci anni.

E ancora, l’81% delle 131 persone intervistate era presente nella Piana in modo stagionale, mentre il 19% ha dichiarato di vivere stabilmente in Calabria. Interessante notare che delle 213 persone che hanno fornito informazioni sulla propria condizione giuridica, il 90% è risultato regolarmente soggiornante, a fronte del 10% di irregolari.

Tra le persone regolarmente soggiornanti, i due terzi erano richiedenti asilo (28%), titolari di protezione internazionale (13% protezione sussidiaria, 1% status di rifugiato) e altri tipi di protezione (14% protezione umanitaria, 10% casi speciali, 2% protezione speciale).

Rilevante è poi il dato delle persone in fase di rinnovo o conversione della protezione umanitaria (25%) mentre solo il 7% degli assistiti era in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Medu ha anche prestato assistenza sanitaria a 201 persone nel corso di 291 visite mediche. Il 22% di loro è risultata affetta da patologie dell’apparato respiratorio, il 19% da patologie dell’apparato osteo-articolare, il 15% da patologie all’apparato digerente e il 9% da patologie della cute. A questi bisogna aggiungere, infine, una quota non irrilevante di pazienti che necessitano di supporto psicologico e/o psichiatrico a causa di un forte stress emotivo.

Il quadro generale che ne deriva è l’espressione di condizioni di vita e di lavoro estremamente difficili sul piano igienico-sanitario e per una diffusa emarginazione sociale, stigmatizzazione, promiscuità abitativa, carenza di elettricità e servizi igienici, mancanza di acqua potabile e riscaldamento negli insediamenti a cui si devono associare condizioni lavorative disumane.

Il rapporto di Medu mette in evidenza tutta la distanza tra la condizione reale dei bracciani immigrati sfruttati e una politica governativa che è lontana dalle ragioni di chi vive ogni giorno la violenza di un sistema di produzione criminale fondato su sfruttamento e caporalato.

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Perché gli hacker prendono di mira l’Enac

L’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, è stata colpita da un attacco informatico che ha causato disservizi ai sistemi informatici.

L’attacco ha immediatamente catturato l’attenzione dei media che hanno elaborato diverse ipotesi su quanto sarebbe successo all’ente.

A partire dal giorno 10 Luglio, il sito web dell’ENAC non è raggiungibile, problemi sarebbero stati riportati al sistema di posta elettronica interno all’ente e ad alcuni sistemi di archiviazione gestiti dalla struttura.

Immediatamente dopo l’attacco, l’ENAC ha scongiurato una violazione dei dati, anzi nel comunicato ha precisato che i tecnici stanno ripristinando i sistemi colpiti utilizzando i backup disponibili.

“sulla base di quanto emerso nel corso delle attività di ripristino avviate nell’immediato, non sono stati sottratti dati. I dati contenuti nei sistemi informatici dell’Ente sono, in ogni caso, salvaguardati in un sistema di backup”, puntualizzando di aver “tempestivamente messo in atto tutti gli interventi tecnici necessari a ripristinare, nel minor tempo possibile, la piena operatività dei sistemi e delle infrastrutture informatiche dell’ente.” Recita un comunicato emesso dall’Ente. “[L’Enac ha] tempestivamente messo in atto tutti gli interventi tecnici necessari a ripristinare, nel minor tempo possibile, la piena operatività dei sistemi e delle infrastrutture informatiche dell’ente”.

“L’ENAC, in contatto con le autorità di riferimento per gli attacchi di pirateria informatica, sta continuando le azioni di ripristino per garantire al più presto la ripresa dello svolgimento del servizio pubblico reso attraverso le attività proprie dell’Ente e dei suoi dipendenti”, conclude la nota.

Quanto descritto dalla nota rilasciata dall’ente e la concomitante indisponibilità prolungata del sito web suggerisce una infezione da parte di un ransomware, sebbene si ignori completamente la famiglia di malware cui apparterrebbe.

Quest’ultimo dettaglio è tutt’altro che trascurabile perché molti dei gruppi criminali dietro i principali ransomware come Maze, REvil e NetWalker non si limitano a chiedere il riscatto alle vittime per decifrare i file.

Questi gruppi prima di cifrare i dati delle vittime li rubano per poi ricattare le organizzazioni che non intendo pagare il riscatto. Questa pratica estorsiva ha come intento quello di indurre le vittime a pagare il riscatto anche quando dispongono di backup dei dati, per evitare che gli stessi diventino di dominio pubblico.

Qualora dietro l’attacco all’ente vi fosse qualcuno di questi gruppi sarebbe lecito attendersi la richiesta del pagamento di un esoso riscatto come osservato in passato per altre aziende vittime di questi specifici attori.

I responsabili dell’ENAC hanno immediatamente denunciato l’accaduto all’autorità competenti, compreso il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche.

Tra le informazioni gestite dall’ente vi sono sicuramente dati sensibili e persino informazioni classificate come segrete, tuttavia l’agenzia precisa “che il sistema di gestione della documentazione classificata NatoUEO gira su un sistema separato che non è in rete e non è stato oggetto di attacco.“

La buona notizia è che l’Enac non conserva dati personali dei passeggeri, ma solo informazioni sul traffico aereo, inoltre pare non vi siano stati impatti sull’operatività degli aeroporti gestiti dall’Ente.

Tuttavia, secondo diverse fonti, tra le informazioni che potrebbero esser state trafugate vi sono i nomi dei passeggeri sui voli gestiti dall’ente, informazione che potrebbe essere di interesse sia per gruppi criminali che per attori nation-state.

I primi potrebbero utilizzare queste informazioni per poi lanciare campagne di phishing mirato agli utenti che han fatto viaggi specifici e rubare loro ulteriori informazioni, persino finanziarie attraverso attacchi di ingegneria sociale.

Un attore che opera per conto di un governo potrebbe invece essere interessato a queste informazioni per tracciare gli spostamenti di “persone di interesse.

Quanto precisato dall’ente tuttavia sembrerebbe smentire la conservazione di informazioni personali relative ai passeggeri.

“L’Enac non conserva dati personali dei passeggeri che utilizzano il trasporto aereo, ma ha esclusivamente dati di traffico complessivi, relativi al numero dei passeggeri che transitano negli aeroporti nazionali.”

Non abbiamo al momento informazioni precise sull’impatto al sistema di posta elettronica interno dell’ENTE, una sua compromissione potrebbe avere effetti devastanti considerando la mole di dati gestiti e scambiati a mezzo email dalla strutture con diversi enti. Gli effetti dell’attacco potrebbero propagarsi ad altre organizzazioni in contatto con l’ENTE nei prossimi giorni o settimane.

Cerchiamo quindi di fare qualche ipotesi su quanto è accaduto, chiedendoci innanzitutto chi potrebbe aver avuto interesse a colpire l’ENAC.

Un gruppo criminale come quelli menzionati non avrebbe interesse nel rubare i dati dell’agenzia in quanto non vi sono informazioni di interesse specifico che potrebbero essere rivendute nell’ecosistema criminale.

Tuttavia, non possiamo completamente escludere la matrice criminale, l’attacco potrebbe essere il risultato di un’azione opportunistica di un gruppo che individuata una falla ha compromesso la rete dell’organizzazione ed una volta dentro ha infettato il maggior numero di sistemi possibili.

Purtroppo, sono molteplici in modo con i quali un attaccante può compromettere la rete di una organizzazione.

Dalla fine del 2019, il National Cyber Security Centre (NCSC) del Regno Unito e l’agenzia di intelligence americana NSA hanno riferito di gruppi APT (Advanced Persistent Threat) che stavano sfruttando vulnerabilità nei sistemi utilizzati per connessioni alle reti aziendali, sistemi Virtual Private Network o VPN, di noti produttori come Fortinet, Palo Alto Networks e Pulse Secure.

Nelle scorse settimane gli esperti di sicurezza hanno messo in guardia su possibili attacchi che sfruttano falle presenti in sistemi prodotti da F5 Networks, anche in questo caso.

Lo sfruttamento di queste falle potrebbe consentire ad un attaccante di compromettere una macchina nella rete dell’organizzazione presa di mira ed una volta all’interno cercare di propagarsi compromettendo altre macchine ed esfiltrando il maggior quantitativo di informazioni possibili.

E se l’attacco avesse finalità di spionaggio? Quest’ipotesi è tutt’altro che trascurabile. La natura dell’obiettivo e le informazioni potenzialmente accessibili all’attaccante rendono questa ipotesi estremamente plausibile.

Gli attaccanti operanti per conto di governi stranieri potrebbero aver avuto interesse ad accedere a qualche sistema contenente documentazione classificata Nato-UEO oppure operare con finalità di sabotaggio.

I punti di Controllo NATO-UEO sono organi di sicurezza istituiti nell’ambito degli enti e comandi, centrali e periferici, per la gestione dei documenti UE classificati fino al livello UE-SEGRETO. L’accesso a questo tipo di informazioni potrebbe avere implicazioni significative sulla sicurezza delle operazioni.

La buona notizia è che questi dati sarebbero gestiti da sistemi non impattati dall’attacco.

Altra ipotesi vede un attaccante per conto di un governo che è in realtà interessato ad avere informazioni su altri obiettivi strategici in qualche modo legati all’ENAC ed in questa fase avrebbe operato per raccogliere dati da utilizzare in un successivo attacco contro un’altra infrastruttura critica del paese.

Non possiamo infine neppure escludere che si tratti di una operazione diversiva oppure di un test in preparazione di qualche attacco altrettanto pericoloso.

L’attacco all’ENAC è molto preoccupante in quanto l’ente per l’aviazione civile è considerato una un’infrastruttura critica del nostro Paese, ovvero una struttura dal cui funzionamento dipendono funzioni vitali del nostro stato.

Per questo motivo è lecito attendersi che siano messe in essere misure straordinarie di difesa ed un sistema di condivisione di informazioni relative ai principali attacchi con il CSIRT nazionale, con i CERT internazionali e gli altri operatori del settore.

Evidentemente qualcosa non ha funzionato, certamente le strutture competenti faranno tesoro di quanto sta accadendo in queste ore.

* Pierluigi Paganini è Chief Technology Officer presso Cybaze SpA. Membro Gruppo Threat Landscape Stakeholder Group ENISA (European Union Agency for Network and Information Security). Collaboratore SIPAF –  Prevenzione dell’ utilizzo del sistema finanziario per fini illegali – Ministero Dell’Economia e delle Finanze

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Droghe, i «trend» del mercato nella pandemia

Apprendere da situazioni extra-ordinarie per meglio comprendere la via da prendere in quelle ordinarie: da qui nasce la forte spinta da parte delle associazioni verso la ricerca sulle variazioni dei consumi in fase di lockdown. Sono state condotte tre ricerche mirate a tre diversi stili di consumo e una quarta indagine qualitativa, trasversale, è in corso, grazie a Forum Droghe, Cnca, Itardd, Itanpud, Neutravel, in collaborazione anche con realtà europee. Dai dati preliminari pubblicati nel Libro Bianco, e nonostante le differenze nei pattern analizzati, emergono comuni aspetti rilevanti, soprattutto sotto il profilo delle strategie che i consumatori hanno adottato nel regolare e rendere funzionale il proprio consumo alle mutate condizioni di vita.
A fronte di un mercato illegale che si è dimostrato flessibile e che non è mai venuto meno, se non per una minor accessibilità nelle prime settimane, i consumatori hanno mantenuto il proprio pattern di uso, anche quando accedere alla sostanza di elezione si faceva più difficile: non ci sono stati viraggi eclatanti su sostanze più reperibili o meno costose, in caso di difficoltà più che ricorrere a un’altra sostanza, si è parzialmente diminuito il consumo, così come l’aumento del consumo di alcool ha riguardato solo i bevitori più che giornalieri, mentre per gli altri è sensibilmente diminuito.
C’è stata capacità di adeguarsi al nuovo setting, con un ampio abbandono degli stimolanti usati nei contesti del divertimento, e la crescita delle motivazioni al consumo di droghe mirate al contenimento di ansia e solitudine, senza tuttavia configurare un picco di queste sostanze.
I processi di autoregolazione hanno mantenuto il limite di spesa – abbassatosi sia a causa di minor reddito che della minor propensione dei pusher a fare credito – come fattore di controllo, anche per chi vive in strada, che non ha visto un aumento delle attività illegali.
Non c’è stata sperimentazione di nuove sostanze, in un contesto di solitudine o famigliare che lo sconsigliava e lo avrebbe reso rischioso, e si è cercato il più possibile – ci è riuscito il 60% – di mantenere lo stesso pusher, per limitare i rischi di variazioni nella qualità. Alcuni tra chi consuma eroina si sono rivolti ai servizi per il mantenimento metadonico (+2,4%) e solo il 10% lamenta una carenza dei servizi di rdd. Costi i consumatori ne hanno pagati, ma a causa del mercato: i prezzi sono saliti, la qualità è diminuita.
Ora aspettiamo i risultati definitivi delle ricerche e quanto altre indagini dovranno dirci, augurandoci che si capisca come la ricerca sia necessaria; ma una prima osservazione, per quanto indiziaria, possiamo già farla: a fronte di un mercato illegale che non ha mai smesso di funzionare, nonostante la doppia, potente proibizione, della legge 309 e dei decreti Covid19, i consumatori hanno regolato il proprio consumo, lontani dallo stereotipo che li vede in balìa e alla ricerca di qualsiasi cosa possa alterarli. Una prima buona lezione appresa dal Covid19.
Le ricerche su www.fuoriluogo.it/consumicovid

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Ustica, storia di una strage negata per 40 anni

Domani ricorre il quarantennale della strage forse più singolare della storia italiana. Quarant’anni sono un tempo troppo lungo per essere scandito da un’unica e spaventosa costante: la negazione degli eventi da parte di chi poteva chiarire subito come e perché erano morti 81 nostri concittadini, pochi secondi prima delle 21 nel cielo tra le isole di Ponza e Ustica.

Ricostruire l’intera vicenda in poche righe è impossibile. Perciò abbiamo scelto di affrontare quello che, ai fini pratici (colpevoli, condanne, risarcimenti) è ancora un mistero, secondo un punto di vista e due approcci: lo scenario geopolitico in cui tutto succede, sbarrando la strada alle sirene militari che tutt’oggi cantano «una bomba, è stata una bomba», e utilizzando solo dati di fatto.

IL DC9 ITAVIA, decolla da Bologna con quasi due ore di ritardo (motivo per cui è impossibile ipotizzare una bomba con detonatore a tempo) diretto a Palermo (fatto). Qualche minuto prima delle 21 ora locale, annuncia al radar di Roma Ciampino che prenderà contatto con l’assistenza al volo di Palermo per la discesa e poi scompare dalle consolle di tutti i radar interessati all’area. L’ultima frase registrata sul voice recorder di bordo, messa di recente in chiaro da Rainews24, recita: «Guarda..cos’è» e poi il silenzio. La frase è pronunciata dal copilota, Fontana, che siede a destra in cabina.

Il tracciato radar di Ciampino, tradotto su carta, mostra una evidente manovra di attacco da parte di un caccia militare proveniente da ovest che taglia la rotta del Dc9 a 90° verso est (fatto, ribadito da tutti i periti radaristi italiani più due esperti americani, Macidull e Transue). In questo caso, sarebbe stato proprio il copilota a trovarsi il caccia in arrivo sul suo lato, «guarda…cos’è». Subito dopo, il Dc9 perde la qualifica di aereo e diventa, per i radaristi un oggetto in caduta libera (fatto). Il maresciallo Luciano Carico in servizio al radar di Marsala lo dirà, in contraddittorio con tutti i suoi colleghi: «Vidi la traccia del Dc9 decadere e diedi l’allarme».

ALLARME NEGATO, è utile ricordarlo, dall’Aeronautica militare a tutti i suoi livelli, fino al giorno in cui il giudice Rosario Priore trova le conversazioni telefoniche tra i vari siti radar della difesa aerea e scopre che le dichiarazioni rilasciate fino a quel momento al magistrato che l’aveva preceduto erano tutte (o quasi tutte) bugie (fatto).

Bene, ma che cosa poteva essere successo di così indicibile da convincere un’intera forza armata a negare giustizia per 81 suoi connazionali, civili, quelli che aveva giurato di difendere con le unghie e con i denti a costo della propria stessa vita?

Spostiamoci allora sullo scenario geopolitico del tempo, cominciando dall’Italia. Noi eravamo tirati a molla tra l’obbedienza al patto atlantico e il petrolio libico. La divisione, che vide scontri feroci, si riproduceva all’interno della politica. Avevamo un presidente del consiglio (Cossiga) filoatlantico e un ministero dell’automobile (la Fiat, all’epoca) che aveva Gheddafi in consiglio d’amministrazione con il 13% del pacchetto azionario. La divisione si riproduceva, come è ovvio, anche tra i militari, i servizi segreti, eccetera.

IL MEDITERRANEO era il nuovo fronte dello scontro tra i blocchi. L’Egitto aveva appena abbandonato il campo sovietico e aveva abbracciato quello americano (fatto). Uno dei motivi di questo cambiamento era il vicino turbolento e troppo forte di cui temeva le mire. Gheddafi. Gli Usa non vedevano l’ora di toglierlo di scena, la Francia anche e per parecchi motivi (non ultimo lo scontro per il Ciad) e l’Inghilterra ugualmente, visto che lui gli aveva fatto bruciare l’ambasciata a Tripoli.
Insomma, quattro paesi e mezzo (l’Italia) lo avrebbero voluto volentieri morto. Però, metà di uno dei paesi, no.

Ora, torniamo ai dati accertati per le giornate che ci interessano. Il 26 giugno, la hostess dello stesso volo Itavia ma sulla tratta inversa, cioè Palermo-Bologna, all’altezza di Napoli vede insieme al pilota sotto di loro una portaerei che naviga in formazione, con le navi di protezione.

Il 27 giugno però, se si ascoltano le dichiarazioni delle varie marine militari, tutte le portaerei riposavano. Le francesi in porto a Tolone da tempo, l’americana Saratoga in porto a Napoli arrivata secondo il registro della capitaneria il 23 giugno, le inglesi altrove.

QUALCUNO mente, perché fin dai primi minuti dopo la scomparsa del Dc9, i radaristi militari di mezza Italia si scambiano telefonate cercando una portaerei, telefonando all’ambasciata Usa in piena notte, parlando a più riprese di caccia, persino arrabbiati perché non danno loro risposte.
E infatti i caccia c’erano. I francesi, decollati fino a tarda notte dalla base corsa di Solenzara. Gli americani, secondo il marinaio Brian Sandlin e, ora, secondo alcuni militari italiani in servizio alla base di Grazzanise (Caserta) che avrebbero raccontato ai pm attuali di uno «scramble», un decollo in allarme, diretti verso una portaerei lì davanti.

E gli inglesi. Sì gli inglesi che quatti quatti finora hanno taciuto. I british erano a Decimomannu impegnati fino a tardo pomeriggio in una esercitazione di rifornimento in volo denominata Patricia. Dal materiale consegnato ai giudici dalla Nato, risultato un discreto numero di aerei di sua maestà proprio nei minuti a cavallo dell’incidente (fatto). Infine, a Gioia del Colle in Puglia, c’erano Phantom tedeschi. Insomma, a pensar male ci sarebbe da intravedere un’operazione in corso probabilmente contro il leader libico.

Anche perché, sempre in quel frangente, era previsto il transito di un F111 proveniente dalla base inglese di Lakenheat diretto a Grazzanise, cancellato (ma davvero?) all’ultimo minuto (fatto).
Tutto ciò mentre era in pieno svolgimento il ponte aereo dalla Germania al Cairo per l’Operazione Proud Phantom, cominciato nella giornata del 26 giugno. Tre ore dopo che è caduto il Dc9, infatti, sulla stessa rotta del dell’aereo Itavia passa un C-141 Starlifter, un bestione che porta le attrezzature necessarie ai Phantom in arrivo dalla base Usa di Moody (fatto).

E vogliono farci credere che non è successo niente, alle 21 del 27 giugno 1980, tra Ustica e Ponza. Niente.

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In un anno 33mila italiani segnalati per uso di cannabis

Il Libro Bianco sulle droghe è giunto alla undicesima edizione, e come ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, giornata mondiale sulle droghe, nell’ambito della campagna internazionale Support! don’t Punish. In assenza della relazione governativa sulle tossicodipendenze, anche quest’anno desaparecida, è il rapporto indipendente di riferimento sui danni provocati dal Testo Unico sulle droghe.

Dopo 30 anni di applicazione, le devastanti conseguenze penali della legge Jervolino-Vassalli non possono essere più considerati «effetti collaterali».

LA LEGGE SULLE DROGHE continua a essere il volano delle politiche repressive e carcerarie italiane. I dati, presentati da Maurizio Cianchella nel suo aggiornamento delle conseguenze sulla giustizia e sul carcere, sono evidenti. Basti pensare che in assenza di detenuti per art. 73, o di quelli dichiarati tossicodipendenti, non vi sarebbe il problema del sovraffollamento carcerario.

Il 30% dei detenuti entra in carcere per l’art. 73 del Testo Unico (spaccio) mentre a fine anno il 35% è in carcere per una violazione del DPR 309/90. Gran parte sono pesci piccoli, pochissimi i narcotrafficanti. Questo a conferma di come «il proibizionismo sia addirittura utile ai consorzi criminali più potenti organizzati, ripulendo il mercato dai competitor meno esperti» scrive Cianchella.

Allarmante poi il dato dei «tossicodipendenti» entrati in prigione, che arriva al 36,45%, in aumento costante da 4 anni. A fine anno, rappresentano il 27,87%, una presenza maggiore anche rispetto al picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007). Si conferma un trend in aumento delle misure alternative che, fatto positivo in sé, nasconde anche «una tendenza all’allargamento dell’area del controllo» più che essere una alternativa alla detenzione.

Sono 217.855 le persone con procedimenti pendenti al 31/12/2019, l’80% per spaccio (art. 73). Illuminante il dato portato da una ricerca di Massimo Urzi contenuta negli approfondimenti di questa edizione: mentre quasi 1 procedimento su 2 per droghe termina con una condanna, questo rapporto diventa 1 su 10 per i reati contro la persona o il patrimonio. Il sistema è quindi piuttosto efficiente a condannare e portare in carcere gli spacciatori, nonostante quello che dicono Salvini e Lamorgese.

DRAMMATICO IL DATO delle segnalazioni ai Prefetti per i consumatori.In continuo aumento dal 2015, nel 2019 sono state oggetto di segnalazione 41.744 persone. Più di 4.000 sono minorenni. In un terzo dei casi vengono comminate sanzioni che, ricordiamolo, sono pesantissime: la sospensione della patente di guida (anche se al momento della perquisizione non si era alla guida), del passaporto (o della Carta Identità valida per l’espatrio), del porto d’armi o del permesso di soggiorno per motivi di turismo (se cittadino extracomunitario).

Risulta irrilevante la vocazione «terapeutica» della segnalazione: solo 202 richieste di programma di trattamento socio-sanitario, nel 2007 erano 3.008. La repressione colpisce principalmente persone che usano cannabis (77,95%), seguono a distanza cocaina (15,63%) e eroina (4,62%), irrilevanti le altre sostanze. Dal 1990 1.312.180 persone sono state segnalate per uso di sostanze: di queste quasi un milione (73,28%) per cannabis.

Questa del resto è la sostanza al centro dell’azione repressiva sia per numero di operazioni, che per sequestri e persone segnalate all’attività giudiziaria. Lo si nota anche da una analisi retrospettiva dei dati della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga che mette in luce anche come, nel periodo in cui era vigente la Fini-Giovanardi, che equiparava tutte le sostanze, si sia divaricata la forbice fra operazioni con oggetto cannabis (in continuo aumento) e operazioni contro cocaina e eroina, in diminuzione. Per quest’ultima il calo del numero delle operazioni continua anche negli ultimi anni.

Restano significativi, pur se disomogenei e di difficile interpretazione (anche secondo l’Istat), i dati rispetto alla guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti. Ad esempio durante i controlli nelle notti dei week end, le violazioni accertate dai Carabinieri rappresentano solo lo 0,27% dei controllati. Rispetto alle positività accertate a seguito di incidente questa percentuale sale al 3,20% nel corso dei primi 10 mesi del 2019 (Carabinieri e Polizia Stradale). Ricordando che spesso la positività al test non è prova di guida in stato alterato (in particolare per la cannabis), possiamo affermare che l’uso di droghe non è certamente la causa principale di incidenti in Italia.

IL RAPPORTO PRESENTA poi un focus sulle conseguenze della crisi Covid-19 su carcere e consumi. Inoltre, come ogni edizione del passato, contiene riflessioni e approfondimenti sul sistema dei servizi, sulla riduzione del danno e sulle prospettive di riforma delle politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale.

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I 100 modi in cui Trump sta distruggendo l’ambiente

Che Trump e la sua amministrazione negassero l’esistenza del cambiamento climatico, avessero abbandonato l’Accordo di Parigi e tagliato i fondi all’agenzia di protezione ambientale statunitense, l’EPA, lo sapevamo già.

Sotto Trump, l’EPA (l’equivalente del nostro ministero dell’Ambiente, ndr) rappresenta lo 0,2% del budget federale, il più basso degli ultimi quarant’anni.

Quello che forse è ancor più grave è che mentre gli occhi dell’America e del mondo sono concentrati sulla crisi di coronavirus e sulle proteste per Black Lives Matter, l’amministrazione Trump sta revocando centinaia di leggi di protezione ambientale dell’EPA, assicurandosi che l’azione contro la crisi climatica sia, ancora una volta, rimandata e ostacolata.

Dopo tre anni di mandato, Trump ha smantellato la maggior parte delle politiche climatiche e ambientali, ha indebolito le leggi di protezione ambientale varate durante l’era di Obama ed ha annullato moltissime leggi di regolamentazione per l’aria e l’acqua pulita, le sostanze chimiche tossiche e le emissioni di anidride carbonica.

In questi ultimi mesi, coperta dalla crisi per la pandemia e più recentemente dalle proteste per l’uccisione di George Floyd, l’amministrazione ha potuto agire indisturbata. E con le elezioni in arrivo a novembre, Trump dovrà concludere rapidamente queste manovre.

Secondo le ricerche dei dipartimenti di giurisprudenza dell’università di Harvard e Columbia, durante l’amministrazione Trump più di 60 leggi e normative ambientali sono già state revocate e annullate e, per un totale di 100 leggi, altre 34 revoche sono ancora in corso.

Allo stesso tempo, il ministero degli interni statunitense ha aumentato le concessioni di terreno per gas e petrolio, riducendo le aree protette e mettendo a repentaglio la biodiversità.

I cosiddetti rollback ambientali dell’amministrazione Trump aumenteranno le emissioni di gas serra e causeranno migliaia di morti in più per inquinamento e peggioramento della qualità dell’aria, secondo gli esperti energetici e legali di un centro di ricerca della New York University (pdf).

Fonte: New York Times

Di seguito, ricostruita sulle analisi di Harvard, Columbia e il New York Times, una mappatura dell’inversione ambientale di Trump negli ultimi tre anni. Queste leggi di protezione ambientale rappresentano solo una parte delle 100 la cui revoca è stata completata o è attualmente in corso.

Smog a Los Angeles, foto Ap

Inquinamento atmosferico ed emissioni

Per quanto riguarda le leggi sull’inquinamento atmosferico e sulle emissioni, l’amministrazione Trump ha cancellato l’obbligo per le compagnie petrolifere e del gas di dichiarare le proprie emissioni di metano, gas il cui impatto su un periodo di 100 anni è 34 volte superiore a quello della CO2.

È stata inoltre revocata una normativa dell’era Obama che limitava le emissioni di mercurio dalle centrali a carbone.

Tra le revoche in corso, invece, Trump sta ritardando l’approvazione di una legge che limita le emissioni di gas serra dagli aerei. L’EPA ha riconosciuto di essere legalmente obbligata ad approvare questa legge, ma non lo ha ancora fatto – inazione contestata dai gruppi ambientalisti.

Trivellazioni ed estrazioni

I rollback relativi alle leggi sulle trivellazioni e le estrazioni comprendono tagli significativi alla dimensione del territorio protetto di due parchi nazionali, national monuments, dello Utah. Pochi mesi fa Trump ha finalizzato il piano che darà il via libera alle compagnie di combustibili fossili di estrarre petrolio e gas nelle aree protette di Bears Ears e Grand Staircase-Escalante nello Utah.

Già nel dicembre 2017 l’amministrazione Trump aveva ridotto le aree protette dell’85%, nella più grande manovra di eliminazione di terre federali protette nella storia degli Stati Uniti.

Un’altra revoca riguarda il divieto di trivellazione nelle aree protette dell’Artico e la costruzione del gasdotto Dakota Access a meno di un miglio dalla riserva di Standing Rock Sioux dopo che il Corpo degli Ingegneri dell’esercito, Army Corps of Engineers, aveva dichiarato che avrebbe esplorato altre alternative – entrambi progetti approvati da Trump.

Un tribunale ha successivamente stabilito che dovranno essere eseguite delle indagini sull’impatto del gasdotto sull’ambiente e sulle popolazioni indigene locali, nel frattempo però rimane operativo.

L’amministrazione Trump ha anche allentato le norme di sicurezza sulle trivellazioni offshore varate sotto Obama dopo l’esplosione della piattaforme Deepwater Horizon e la fuoriuscita di petrolio del 2010.

Tra le revoche in corso, invece, c’è una proposta per aprire la maggior parte delle acque costiere americane alle trivellazioni offshore di petrolio e gas – piano che ha subìto un ritardo dopo che un giudice federale ha stabilito che la revoca del divieto di trivellazione nell’Atlantico e nell’Oceano Artico era illegale – e una proposta per restringere tre aree marine protette e aprirle alla pesca commerciale.

Un pozzo di petrolio in Colorado, foto Ap

Infrastrutture e pianificazione

Tra le leggi di protezione ambientale che riguardano le infrastrutture, Trump ha annullato una direttiva che imponeva alle agenzie federali di ridurre al minimo l’impatto sull’acqua, la fauna selvatica, la terra e le altre risorse naturali al momento dell’approvazione di progetti di sviluppo, ha revocato una normativa dell’amministrazione Obama che considerava il cambiamento climatico nella gestione delle risorse naturali nei parchi nazionali e ha eliminato l’uso di un sistema di pianificazione, anche questo approvato sotto Obama, progettato per ridurre al minimo i danni derivanti dall’attività del petrolio e del gas su paesaggi “sensibili”, come i parchi nazionali.

La mega centrale a carbone di Plant Scherer in Georgia, foto Ap

Animali

Tra le leggi per la protezione degli animali, l’amministrazione Trump ha approvato delle modifiche nell’applicazione dell’Endangered Species Act, rendendo così più difficile proteggere la fauna selvatica dalle minacce a lungo termine dal cambiamento climatico, ha annullato il divieto di caccia sui grandi predatori in Alaska, ha proposto di rivedere i limiti sul numero di tartarughe marine e mammiferi marini in via di estinzione che possono essere uccisi o feriti involontariamente con reti da pesca e ha revocato una legge, varata circa 40 anni fa, volta a proteggere gli uccelli migratori.

Trump ha inoltre proposto di annullare una legge che vieta l’uso di esche per attirare e uccidere gli orsi grizzly su alcune terre pubbliche in Alaska.

Sostanze tossiche e sicurezza

L’amministrazione Trump ha respinto la proposta di vietare il clorpirifos, un pesticida che causa disabilità nello sviluppo dei bambini, nonostante diversi stati americani l’abbiamo comunque messo al bando.

Inoltre, l’amministrazione ha terminato il programma dell’Occupational Safety and Health Administration che proteggeva i lavoratori dal rischio di contrarre la silicosi polmonare.

Le foto del disastro Deepwater Horizon nel 2010

(foto Ap)

Inquinamento delle acque

Trump ha revocato una normativa che impediva alle compagnie di carbone di scaricare i detriti delle miniere nei corsi d’acqua locali, ha annullato una legge proposta per ridurre le sostanze inquinanti, compreso l’inquinamento atmosferico, negli impianti di trattamento delle acque reflue e ha proposto un provvedimento che possa esentare alcuni tipi di centrali elettriche dalle limitazioni sugli scarichi tossici nei corsi d’acqua pubblici.

Altro

A livello generale, l’amministrazione Trump ha interrotto i finanziamenti al Green Climate Fund, un programma delle Nazioni Unite per aiutare i paesi più poveri a ridurre le emissioni di carbonio, ha invertito le restrizioni sulla vendita di bottiglie di plastica nei parchi nazionali e ha proposto modifiche alle modalità di analisi dei costi e benefici condotte nell’ambito del Clean Air Act, del Clean Water Act e di altri statuti ambientali.

Obama in una spiaggia per le tartarughe alle Hawaii nel 2016, foto Ap

Tutte queste leggi che garantivano la protezione dell’ambiente, della fauna e flora selvatica e della salute dei cittadini americani e che Trump ha revocato non costituiscono neanche la metà del totale dei rollback ambientali completati dall’amministrazione.

Trump ha smantellato interi decenni di legislazione ambientale in appena tre anni, distruggendo l’eredità di protezione ambientale delle amministrazioni precedenti per la quale movimenti di cittadini, scienziati e attivisti si sono battuti per decenni.

Tre anni che costeranno caro, non solo agli Stati Uniti, ma al mondo intero.

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Punjab-Italia, senza ritorno

Nelle campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6 giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence «Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.

ERA GIUNTO IN ITALIA mediante un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.

Troppi soldi e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.

COSÌ, DOPO ESSERSI SFOGATO con alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato, ormai senza vita, dai suoi coinquilini.

Come Joban, altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e dissenso loro rimasta.

L’ULTIMO CASO ERA ACCADUTO l’1 dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno, domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane.

Sono sicuro di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.

IN QUEI MICRO appartamenti di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato, ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e sindacale.

DURANTE IL PROGETTO «Bella Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016, insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.

SE LA POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».

NON CI RESTA, INVECE, ora, che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di giustizia.

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Schiavi-soldato dal mare alla guerra di Libia

L’Onu ha segnalato la recente scomparsa di più di 1.700 rifugiati nel sistema dei lager libici. Ha eseguito un rapido calcolo: nei primi cinque mesi del 2020, 3.150 persone in fuga dalla Libia sono state catturate in mare. Sono state tutte sbarcate nel porto di Tripoli. Ma solo 1.400 si trovano nei lager libici sotto il controllo del Governo di accordo nazionale (Gna). 1.715 rifugiati respinti in Libia dal mare e presi in custodia nel 2020 dalla cosiddetta Guardia costiera libica risultano spariti nel nulla.

In questi mesi tutti i gruppi di attivisti che si occupano di Libia hanno ricevuto appelli e segnalazioni da parte dei parenti degli scomparsi. Molte più di quanto ne ricevono di solito.

In diversi casi c’è stata un’ultima chiamata dal mare, con il telefono satellitare, che avvisava dell’imminente arrivo di una motovedetta della Guardia costiera. Poi più nulla. Fin qui niente di anomalo: la prima cosa che i libici fanno quando intercettano un gommone è requisire il telefono satellitare. Ma poi nessuno dei passeggeri ha mai più contattato i parenti a casa. Questo no, non è normale. I rifugiati deportati in Libia riescono sempre a far pervenire un messaggio a casa.

Dove sono finite 1.715 persone scomparse? Nel mondo di oggi, iperconnesso, sembra impossibile perdere le tracce di qualcuno. E forse lo è. Ma può capitare che un rifugiato catturato e deportato in Libia riesca a tenere nascosto un telefono, riesca a scappare, riesca a riprendere il mare, arrivare in Europa, raccontare la sua storia e quella dei suoi compagni e riesca addirittura a connettersi con chi può dar voce a questa storia.

L’ODISSEA CHE LEGGETE è la storia di un racket di schiavi-soldato di cui possiamo ricostruire con estrema precisione le tappe e addirittura geolocalizzarle su una mappa. Eccole.

Mar Mediterraneo. Un gommone è poco più di un puntino, visto dal cielo. Ma l’aereo della missione Frontex lo individua. Di default Frontex, come faceva anche la missione Sophia, comunica le coordinate in contemporanea a tre MRCC: italiano, maltese e libico. Rispondono sempre e solo i libici, per la precisione la Guardia costiera addestrata e finanziata dal governo italiano. I loro modi sono spesso brutali (nel giugno 2019, secondo testimoni, la motovedetta Ubari regalata dall’Italia alla Libia affondò un gommone a colpi di fucile con i passeggeri ancora a bordo e poi li narcotizzò).

Porto di Tripoli. Lo sbarco. Si viene ammassati su pullman o camionette. Spesso si perdono parenti e amici nel caos.

Lager di Triq al Sikka. Famoso nel mondo per le torture indicibili che vi avvengono. Famoso in Italia perché finanziato nel 2017 e nel 2018 con fondi pubblici attraverso i bandi dell’Aics. «Bando offensivo e vergognoso», forse l’ultimo profetico consiglio che Alessandro Leogrande diede proprio qui su il manifesto.

È A TRIQ AL SIKKA che nel 2020 spariscono le persone. Non tutte, solo alcune. Viene fatta una selezione fisica: i più alti, i più forti vengono scelti per la guerra e separati dagli altri È il centro di reclutamento degli schiavi-soldato, ceduti dalle guardie alle terribili milizie che combattono per al-Sarraj (Gna). Tra tutte quella che oggi impiega il maggior numero di schiavi-soldato, ci dicono, è la RADA Special Forces, l’efferata polizia islamista del ministero dell’Interno libico.

Il sistema di reclutamento attuale è complesso ed è frutto di una sofisticata evoluzione. Già nel gennaio 2020 l’Unhcr temeva che i migranti venissero utilizzati come schiavi-soldato. Non era una paura infondata: circolavano già da tempo scioccanti testimonianze dal lager di Tajoura, altro campo finanziato nel 2018 da progetti italiani, su reclutamenti forzati avvenuti nei primi mesi del 2019.

Migranti catturati in mare dalla Guardia costiera libica (Foto: Ap)

Il campo è un deposito di armi da guerra e i rifugiati catturati in mare vengono lì utilizzati anche come scudi umani. Tutti ricordano i bombardamenti, soprattutto l’ultimo, che lasciò al mondo l’immagine di cento cadaveri. Era il 2 luglio 2019 e i sopravvissuti, compresi i bambini, sono ancora in Libia. Il campo di Tajoura è ancora aperto ed è ancora un deposito di armi da guerra.

Il sistema di Tajoura, come lo descrivono testimonianze del 2019, era semplice, rozzo: chi rifiutava di combattere veniva ucciso. Peter (nome di fantasia) ha rifiutato e ha ricevuto un colpo di pistola alla testa dalle guardie del campo, davanti a numerosi testimoni. Il disinteresse del mondo garantiva totale impunità agli assassini. Poi qualcuno ha iniziato a interessarsene e la Corte penale internazionale dell’Aia ha cominciato a indagare. Alla fine del 2019 i libici cambiano strategia: abbassano il profilo. Era necessario. Ma anche rendere sistemica la guerra forzata, perché c’era sempre più bisogno di soldati.

Nel 2020, in Libia, gli schiavi-soldati sono persone che ufficialmente non esistono. Prima si fanno sparire, poi si fanno combattere. Carne da macello, spedita in prima linea, sfruttata finché si muove, seppellita e sostituita rapidamente quando muore. Nessun nome. Nessuna memoria.

«Eravamo in quindici. Siamo tornati in sette. I cadaveri sono rimasti per strada. I nomi dei morti non li so, non li conoscevo». Questo è il racconto di una giornata tipo di guerra forzata, fatto da Mark (nome di fantasia) un mese dopo essere scappato. Johan invece non parla più, da mesi, urla soltanto, dopo la fuga dalla milizia la sua mente si è come spenta.

IL MARE È IL PUNTO di cattura perfetto: i parenti degli scomparsi, non ricevendo più loro notizie, credono che siano affogati. Uomini invisibili, senza nome, dal mare vengono deportati a Triq al Sikka e da lì smistati alle milizie o in alcuni luoghi “serbatoio”, in attesa di essere utilizzati più avanti, quando servirà. Ne abbiamo una mappa precisissima, le coordinate (32.84675,13.1051699 e 32.8375379,13.0658247). I lager segreti della zona ovest di Tripoli, vicini tra loro e sconosciuti, pare, a Unhcr e Iom. Uno è in una ex fabbrica di tabacco, l’altro è un chilometro più a ovest. Sono luoghi di breve transito, all’interno dei quali sono state viste anche delle donne, di cui non conosciamo la sorte.

Poi c’è il Tribunale di Tripoli. È quasi la tappa più incredibile: i rifugiati catturati in mare vengono «processati» per il reato di immigrazione clandestina (anche se dalla Libia stavano uscendo). In Libia si svolge un processo ufficiale, con un giudice, ma bisogna usare le virgolette: non vi è alcun avvocato difensore. Ce lo conferma anche il legale di uno dei processati, che non è mai stato convocato o informato.

ALTRO LUOGO, il carcere di El Jadida. È qui, nel più grande istituto di pena di Tripoli, che i rifugiati scontano la loro pena, che è sempre di tre o sei mesi. Una volta transitati per questi luoghi serbatoio, i rifugiati vengono ricondotti in un hangar del lager di Triq al Sikka (dove nell’ultimo anno è stato vietato l’uso dei telefoni) e da lì prontamente ceduti alle milizie, probabilmente per sostituire schiavi-soldato deceduti.

Dalle milizie di al-Sarraj, oggi, si esce solo cadavere. Quasi sempre. Paul (nome di fantasia) è uscito vivo, perché è riuscito a fuggire dalla guerra forzata e dall’inferno libico. Appena in salvo, ha raccontato la sua storia e quella dei tanti compagni che sono ancora nelle mani delle milizie. In questo mondo iperconnesso è riuscito a rintracciare i parenti e gli amici di tante persone scomparse in mare, informandoli che i loro cari sono ancora vivi.
Paul è riuscito a rintracciare e a informare anche noi, nella lista delle persone care di uno dei 1.715 rifugiati scomparsi nel corso del 2020.

Recentemente il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio ha dichiarato: «È necessario che il trasferimento di armi e mercenari verso la Libia cessi». Si riferiva ai mercenari sudanesi che combattono a fianco delle forze di Haftar. Non una parola, invece, sugli schiavi-soldato utilizzati dal Governo di accordo nazionale e sul fatto, gravissimo, che è proprio il governo italiano, con gli accordi Italia-Libia e il sostegno economico alla cosiddetta Guardia costiera, a fornire schiavi-soldato all’esercito libico di al-Sarraj.

IN QUESTI GIORNI a Tripoli si è smesso di combattere, ma gli schiavi-soldato non sono stati liberati. In Italia, lunedì scorso, la deputata di LeU Rossella Muroni ha presentato alla Camera un’interrogazione in cui chiede di far luce sulla sparizione dei migranti in mare e sul racket dei reclutamenti forzati. Ma soprattutto chiede la liberazione e la messa in sicurezza degli schiavi-soldato che sono a Triq al Sikka e presso le milizie, che vengano ascoltati come testimoni di reiterati e atroci crimini di guerra.

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Effetti drammatici del cambiamento climatico anche sulle epidemie

Nell’arco di pochi giorni, un’area pianeggiante dell’Asia centrale, in Kazakistan, si ricoprì di centinaia di migliaia di carcasse di una piccola antilope dal muso oblungo, chiamata saiga.

Era maggio 2015 e un gran numero di esemplari di saiga si erano radunati nella pianura della steppa per partorire insieme i propri cuccioli, in modo tale da essere meno vulnerabili ai lupi, loro predatori.

Fino agli anni 2000, la saiga è stata braccata per le corna e la carne fino alla quasi estinzione. Nel 2001 la specie è stata inserita nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come categoria a rischio critico di estinzione (critically endangered ndr).

Fino al 2015, il lavoro di conservazione di governi, scienziati e ONG stava dando i suoi frutti; il numero complessivo di saiga era passato dai circa 50.000 esemplari all’inizio degli anni 2000 ai 300.000 all’inizio del 2015.

Secondo il Centers for Disease Control and Prevention statunitense (CDC), nel maggio del 2015 ne sono morte circa 200.000, due terzi della popolazione mondiale di saiga.

L’episodio di morte di massa delle saiga ha dato luogo a numerose interpretazioni cospirative.

Cosa era stato ad ucciderne così tante e in così poco tempo? Alieni? Radiazioni? Avvelenamento?

Alla fine gli scienziati individuarono il colpevole: un microbo. Pasteurella multocida è un batterio che abita le tonsille delle saiga, per secoli questa antilope è stata un ospite ideale per il pasteurella.

Improvvisamente, però, nel 2015, il batterio ha proliferato, è emigrato nel sangue, da lì nel fegato, nei reni e poi nella milza. “Una setticemia emorragica causata da Pasteurella multocida sierotipo B innescata da condizioni ambientali”, spiega il CDC riguardo all’episodio che ha portato alla morte di massa delle saiga.

Ma cosa aveva spinto il batterio a comportarsi diversamente dal solito? Quali erano queste “condizioni ambientali”? Un caldo e un livello di umidità più alti della media e particolarmente inusuali per la regione.

Il tasso di umidità nell’estate 2015 fu il più alto registrato dal 1948. Il giornalista scientifico Ed Yong su The Atlantic ha scritto che il clima è stato “il grilletto” e Pasteurella “il proiettile”.

Ciò che è allarmante di questo episodio è che potrebbe non trattarsi di un caso isolato. Ciò che è inquietante è che un qualsiasi patogeno, presente in altri mammiferi, incluso l’essere umano, potrebbe essere innescato in maniera simile da alterazioni climatiche.

Con il termine “patogeno” si intende una vasta gamma di agenti che possono causare malattie, tra cui i virus, i batteri, i germi parassitari e i funghi.

L’impatto del cambiamento climatico sugli agenti patogeni può essere diretto, influenzandone la sopravvivenza, la riproduzione e il ciclo di vita, o indiretto, influenzandone l’habitat.

Di conseguenza, non solo la quantità, ma anche la distribuzione geografiche e stagionale degli agenti patogeni può cambiare.

Il termine “ospite”, invece, si riferisce a un animale o all’essere umano all’interno del quale risiedono gli agenti patogeni causa della malattia. Un “vettore”, invece, è un organismo, come una zecca o una zanzara, che può trasmettere un agente patogeno da un ospite all’altro. La geografia e il cambiamento nelle popolazioni dei vettori sono strettamente correlati ai cambiamenti climatici.

Questo significa che il cambiamento climatico può causare alterazioni nella portata e nell’intensità delle malattie infettive attraverso i suoi impatti sugli agenti patogeni, sugli ospiti e sui vettori.

Il cambiamento climatico sta anche riportando in vita antichi agenti patogeni. In un articolo su Duegradi, un magazine sul cambiamento climatico, ho raccontato un episodio risalente al 2016, quando in un angolo remoto della tundra siberiana, sulla penisola di Yamal nel Circolo Polare Artico, morì un bambino e almeno venti persone furono ricoverate dopo essere state infettate dall’antrace, un’infezione acuta causata dal batterio Bacillus anthracis.

Un’ondata di calore durante l’estate aveva scongelato il permafrost e, insieme ad esso, una carcassa di renna infettata dall’antrace oltre 75 anni prima.

Più di duemila renne che pascolavano nelle vicinanze sono state contagiate dalla malattia e sono morte.

Generalmente, l’antrace si manifesta come malattia endemica in animali erbivori selvatici o domestici, ma può anche svilupparsi nell’uomo per esposizione ad animali infetti, tessuti di animali infetti, inalazione di spore del batterio o ingestione di cibo e acqua contaminata – proprio com’è accaduto nel 2016.

L’epidemia di antrace a Yamal (Siberia), foto Ap

Nel caso del SARS-CoV-2 che causa la Covid-19 si è parlato di come la distruzione sconsiderata di terre da parte dell’uomo, la deforestazione e una conversione aggressiva di terre naturali a fini economici abbiano permesso una maggiore prossimità dell’uomo agli ecosistemi naturali.

L’interferenza dell’uomo nella natura ha, così, permesso ai virus di passare dall’animale all’uomo. Ma non è solo l’effetto spillover a doverci preoccupare. 

Il cambiamento climatico sta esacerbando la diffusione delle malattie infettive, sia di tipo batterico che di tipo virale. Ignorare la connessione tra il cambiamento climatico e le epidemie è un grave errore.

Il riscaldamento globale sta alterando gli equilibri degli ecosistemi. Il clima caldo e instabile, le alte temperature e le precipitazioni irregolari rendono molte regioni nel mondo particolarmente vulnerabili al contagio.

Molte delle malattie infettive più comuni, e in particolare quelle trasmesse dagli insetti, sono molto sensibili alle variazioni climatiche. Sappiamo, per esempio, che le infezioni che si trasmettono attraverso l’acqua, il cibo o vettori come zanzare e zecche sono molto sensibili alle condizioni climatiche e meteorologiche. In molte regioni del mondo, condizioni estreme di caldo e umido rendono più facile la trasmissione della malaria, la dengue, la chikungunya, la febbre gialla, il virus Zika, il virus del Nilo occidentale e la malattia di Lyme.

Arthur Wyns, esperto di cambiamento climatico per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) scrive su Scientific American che il clima sta aggravando gli impatti negativi della malaria sulla salute ampliando la portata della zanzara Anofele, il vettore che la diffonde, e allungandone la stagione di riproduzione, esponendo così un maggior numero di persone a rischio di trasmissione.

Anche la malattia di Lyme, diffusa dalle zecche, sta aumentando la sua portata e la stagionalità in molte parti del Nord America e dell’Europa, mentre il colera e la criptosporidiosi sono in aumento in condizioni di siccità o inondazioni più frequenti.

Gli eventi climatici estremi, inoltre, possono avere un effetto significativo sulla distribuzione delle malattie infettive.

Analisi riportate dall’OMS hanno dimostrato che il rischio di epidemia di malaria aumenta di circa cinque volte dopo El Niño.

Gli eventi meteorologici estremi possono produrre altri effetti a cascata, sostiene l’Earth Institute della Columbia University, che, a loro volta, possono influenzare la diffusione di una malattia infettiva.

Il calore e la siccità possono fare da combustibile per gli incendi boschivi che frammentano le foreste e avvicinano la fauna selvatica all’uomo.

La siccità e le inondazioni influenzano la resa dei raccolti, potenzialmente causando un alto tasso di malnutrizione, che rende le persone più vulnerabili alle malattie e le costringe a trovare altre fonti di cibo.

Le inondazioni possono fornire terreno fertile per gli insetti e causare contaminazione dell’acqua, portando alla diffusione di malattie diarroiche come il colera.

Inoltre, le condizioni meteorologiche estreme possono alterare i delicati rapporti tra predatori e prede, e quindi anche quelli con parassiti portatori di agenti patogeni come topi e zanzare.

Alcuni scienziati ritengono che il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo fondamentale anche nell’epidemia di Ebola.

Non è un caso, infatti, che stagioni secche seguite da forti piogge che favoriscono la produzione di frutta in abbondanza abbiano coinciso con la diffusione dell’epidemia nei paesi africani più colpiti. Quando la frutta è abbondante, le scimmie e i pipistrelli, che secondo gli scienziati sono i portatori del virus dell’Ebola, si riuniscono per mangiare, offrendo al virus l’opportunità di saltare da una specie all’altra.

Gli esseri umani, poi, possono contrarre la malattia mangiando o maneggiando un animale infetto, come una scimmia. Secondo Kris Murray, ricercatore della EcoHealth Alliance, ong di ricerca sulle malattie infettive emergenti, il cambiamento climatico gioca un ruolo cruciale nell’aumento del rischio di Ebola.

Quasi il 50 per cento dei focolai di Ebola sono stati direttamente collegati al consumo e alla manipolazione della carne di animali selvatici. Il punto, insomma, è che un clima alterato ha conseguenze fondamentali per la salute degli esseri umani.

Ma le malattie infettive non sono l’unica conseguenza.

Tra i gravi impatti dell’emergenza climatica che ogni anno causano migliaia di morti ci sono l’inquinamento, le alluvioni, gli incendi, gli eventi meteorologici estremi e la sicurezza alimentare. Altre conseguenze includono ripercussioni sulle allergie e sulla salute mentale.

Il cambiamento climatico e la COVID-19 sono entrambe minacce attuali per la salute pubblica, sebbene si stiano manifestando con tempi diversi. Ed entrambe richiedono un’azione tempestiva che fornisca una rete di sostegno e protezione a lungo termine per tutti, soprattutto per le comunità più vulnerabili della società.

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Quammen e l’«albero intricato» della vita

David Quammen, autore di Spillover, durante questi mesi di lockdown è stato protagonista di molte interviste, rilasciate dal suo computer di casa, in Montana.

Oggi è in uscita il suo nuovo libro, L’albero intricato (Adelphi), nel quale traccia la storia della scienza evolutiva da Darwin agli studi degli ultimi decenni e trasporta il lettore in un mondo di scoperte sulla genetica degli esseri viventi, inclusi noi esseri umani.

Dopo Spillover, abbiamo intervistato Quammen sulle implicazioni di queste scoperte, sul collegamento tra il nostro genoma e le infezioni, sia di tipo batterico che virale, abbiamo approfondito altri aspetti del SARS-CoV-2 che causa la Covid-19 ed esplorato come l’«Albero intricato della vita» ha ridefinito la comprensione dell’identità genetica umana.

Allora, come sta? È stanco di essere intervistato?

Beh – ride – no, è importante e sono grato per la possibilità di diffondere i messaggi che sono in Spillover. Ora parleremo de L’albero intricato, quindi questo cambio di ritmo è un bene.

Nel suo libro parla di un processo fondamentale per comprendere l’evoluzione di tutte le specie, il trasferimento genico orizzontale (HGT horizontal gene transfer, nda). La scienza ha svelato uno dei segreti più grandi dell’evoluzione: i geni non si muovono solo verticalmente, quindi da una generazione all’altra, ma, come scrive nel libro, si muovono anche lateralmente, in orizzontale, scavalcando i confini delle specie. Può parlarci di come è arrivato a scrivere di questo processo?

Di questo processo, il trasferimento orizzontale dei geni, la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare. Io scrivo di biologia in continuazione e non ne avevo mai sentito parlare.

Nel 2013, dopo aver pubblicato Spillover negli Stati Uniti, stavo cercando il mio prossimo progetto e mi è capitato di leggere qualcosa sul trasferimento genico orizzontale e ho pensato: Cosa? Un trasferimento genico orizzontale? Ho scoperto che è stato molto importante nella storia della vita e continua ad essere importante anche per la comprensione dell’identità e la salute umana.

Ma è così contro intuitivo, così strano e così astratto che non riuscivo a capire come avrei potuto scrivere un libro su questo argomento e a farlo in modo che il pubblico avrebbe voluto leggerlo.

Poi mi sono imbattuto nella storia di un uomo, Carl Woese, a cui ora mi riferisco come al più importante biologo del ventesimo secolo, di cui non avete mai sentito parlare. Ha scoperto un metodo completamente nuovo per comprendere la storia dell’evoluzione sulla terra, in particolare la storia antica, e il suo metodo ha portato a quest’idea di disegnare l’albero della vita usando la biologia molecolare e questo ha messo in prospettiva il trasferimento genico orizzontale.

Un albero d’acciaio del Nelson-Atkins Museum of Art a Kansas City, Missouri (Usa), foto Ap

Cos’è il trasferimento genico orizzontale e come avviene?

È il movimento dei geni, di materiale genetico, lateralmente da una specie all’altra, da un regno della vita all’altro. Sembra che sia impossibile.

Ci è sempre stato detto che quel materiale genetico, l’ereditarietà, si sposta verticalmente dai genitori alla prole, mentre questo si sposta orizzontalmente oltre i confini delle specie. La semplice spiegazione di come ciò avvenga la troviamo in un termine che gli scienziati hanno coniato negli anni ’50: l’eredità infettiva.

Quindi, per capire il trasferimento genico orizzontale la prima cosa a cui pensare è l’infezione; il fatto che batteri e virus possono portare con sé materiale genetico quando infettano un altro essere vivente e possono inserire quel materiale genetico nel genoma di quell’essere vivente, anche infettando le cellule riproduttive, come le cellule germinali, quindi nei testicoli o nelle ovaie.

È molto più complicato di così, ma questo è il primo passo verso la comprensione del trasferimento genico orizzontale. L’eredità infettiva.

Un virus, per esempio, può raccogliere materiale genetico in un essere vivente e poi trasportarlo e infettarne un altro. Se il virus entra nelle cellule riproduttive, può inserire quel materiale lì, i nuovi geni, nelle cellule riproduttive. Così diventa ereditario.

Tanzania, foto Ap

L’8% del nostro Dna deriva dalla trasmissione virale, lo scrive nel suo libro. Quali sono le implicazioni?

Sì, l’8% del genoma umano deriva da quelli che vengono chiamati retrovirus endogeni, i retrovirus che hanno infettato l’uomo e inseriscono il loro Dna nel genoma umano e in alcuni casi è stato molto benefico e importante per l’evoluzione umana.

In particolare, il caso che ho descritto nel libro, quello più drammatico, è il caso di un gene che si chiama sincitina-2, ed è responsabile nell’essere umano della creazione di una membrana tra la placenta e il feto durante la gravidanza. Senza quella membrana, la gravidanza nell’essere umano sarebbe impossibile, non potrebbe avere successo, perché quella membrana tra la placenta e il feto trasporta le sostanze nutritive dal sangue della madre al feto per aiutarlo a svilupparsi, e trasporta i prodotti di scarto verso la placenta in modo che la madre possa liberarsene nelle urine.

È molto importante per la gravidanza. E questo a causa di un’infezione virale e del trasferimento genico orizzontale.

Charles Darwin nel 1875

C’è una parola chiave nel suo libro: convergenza. Questo concetto ci ha permesso di studiare l’evoluzione della vita non più come un albero in senso tradizionale, come spiega nel suo libro, ma come qualcosa di diverso, un concetto di albero ridefinito. Come siamo passati dalla teoria classica dell’evoluzione di Darwin al trasferimento genico orizzontale?

Secondo la teoria classica di Darwin, l’albero della vita ha tronco e rami sempre divergenti. La vita proviene da un’unica fonte. Per molto tempo abbiamo pensato che ci fossero solo due regni, da un lato i batteri, le cellule singole e semplici, e dall’altro tutto il resto, gli animali, le piante che hanno cellule complesse e nuclei cellulari.

Anche la figura che rappresentava tutto questo nell’Origine delle specie di Darwin, quando fu pubblicata per la prima volta, fu chiamata il diagramma della divergenza. Quindi era tutta una questione di divergenza, nel tempo, che creava diversità biologica.

Poi alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, un paio di scienziati visionari hanno iniziato a suggerire che ci fossero alcuni casi di convergenza, per esempio, nell’origine delle cellule complesse di cui siamo fatti, compresi i cloroplasti nelle piante che permettono loro la fotosintesi e i mitocondri in tutte le cellule complesse che ci permettono di impacchettare l’energia per processi complessi. E questo significava che c’era un punto di convergenza tra la linea dei batteri e la linea delle «creature complesse».

L’albero della vita non ha tronchi e rami divergenti, ma alcuni di questi rami fluiscono verso altri e questo non accade con gli alberi in natura.

È per questo che il titolo del libro è «L’albero intricato».

Il titolo, per cinque anni, mentre ancora lavoravo al libro, era: L’albero della vita non è un albero. Uso questa frase nel libro: «l’albero della vita non è un albero».

Quando finalmente ho consegnato il libro, il mio editore della casa editrice qui negli Stati Uniti ha detto: «Amo il libro, ma abbiamo bisogno di un nuovo titolo. Questo titolo è un paradosso». E ho risposto: Sì, lo so che è un paradosso. E dovrebbe esserlo». E loro hanno detto di no, che lettori hanno paura dei paradossi e così è diventato L’albero intricato.

Un altro argomento del libro è la mutazione dei virus. Ne abbiamo sentito parlare molto anche in relazione al SARS-CoV-2 che causa la Covid-19. Può spiegare come funziona la mutazione di un virus? E quali sono le conseguenze?

Questa è una domanda molto importante. Tutti i virus mutano mentre si replicano. E questa è semplicemente una questione di piccoli “errori” che vengono fatti mentre il genoma virale si copia per creare nuove particelle virali – piccoli errori nell’alfabeto del Rna, ovvero i suoi componenti che sono simboleggiati da quattro lettere che si ripetono più e più volte con combinazioni diverse. E se il virus commette un errore nel copiare una lettera, allora si tratta di una mutazione – piccoli cambiamenti.

Alcuni virus sono virus Rna, altri virus sono virus Dna. I coronavirus mutano piuttosto rapidamente perché sono virus Rna, con un solo filamento. Il Dna a doppio filamento è più stabile e si copia più accuratamente, mentre i virus Rna a filamento singolo sono notoriamente più soggetti a mutazioni.

E questo è uno dei motivi per cui i coronavirus erano in cima alla lista dei virus di cui avremmo dovuto preoccuparci. Il fatto che un virus stia mutando, tuttavia, non significa che il virus si evolva in una particolare direzione.

E gli scienziati, quelli di cui mi fido, che stanno osservando il genoma del SARS-Cov-2 e lo stanno campionando da luoghi diversi, in tempi diversi e da diversi casi umani, hanno detto che questo virus non si sta evolvendo molto. Le mutazioni in alcuni casi sono solo un vicolo cieco, quindi il virus può mutare, ma la versione mutata potrebbe non essere una versione riuscita.

Perché questo virus sta mutando ma non sta evolvendosi? La risposta è che un virus, come qualsiasi altra creatura, si evolve in risposta alle sfide di un ambiente, ai cambiamenti di un ambiente, per avere più successo. Questo virus ha già così tanto successo che si è già adattato all’ambiente del corpo umano e non ha bisogno di evolvere molto.

I ciliegi in fiore in Maryland (Usa) durante l’epidemia di Covid-19, foto Ap

L’ultima volta che abbiamo parlato ha spiegato che secondo alcuni nuovi studi i pipistrelli sono un ospite ideale per i coronavirus perché il loro sistema immunitario è attenuato in modo che siano più “tolleranti” nei confronti del virus. Pensa che l’immunità dei pipistrelli ai coronavirus abbia qualcosa a che fare con il trasferimento genico orizzontale?

In effetti sembra che i pipistrelli abbiano la capacità di ignorare il virus, il loro sistema immunitario ha imparato ad ignorarlo. Mi piacerebbe credere che sia vero un collegamento tra l’immunità dei pipistrelli ai coronavirus e il trasferimento genico orizzontale.

Sarebbe davvero interessante. E collegherebbe molto bene i miei due libri, Spillover e L’albero intricato. Ma non ne ho ancora visto le prove. Lo studio di ciò che sta accadendo con l’evoluzione del sistema immunitario nei pipistrelli è agli albori. Per quanto ho potuto vedere, nessuno ha ancora dimostrato che questi virus, come i coronavirus, trasferiscono parte del loro Dna nel genoma del pipistrello, in modo che il pipistrello abbia meno probabilità di dire al suo sistema immunitario di attaccare quel virus. L’ipotesi che stai descrivendo è quindi un’ipotesi interessante ma non ho ancora visto alcuna prova di questo.

Tra i virus che hanno causato le epidemie più recenti qualcuno è collegato al processo di trasferimento genico orizzontale? Inseriscono il loro genoma nell’ospite che infettano?

L’HIV che causa l’AIDS, ma non nel genoma, bensì nelle cellule immunitarie. Poiché l’HIV è un retrovirus, copia il proprio genoma nelle cellule immunitarie e poi, quando le cellule immunitarie si replicano, replicano anche il genoma virale. E questo aiuta l’HIV a diffondersi nel corpo di una persona.

Dopo aver letto L’albero intricato mi sono imbattuta in uno studio secondo cui il trasferimento genico orizzontale può facilitare la diffusione di nuove epidemie causate da infezioni batteriche. Lo studio fa riferimento alla resistenza agli antibiotici, di cui lei parla nel libro. Di che si tratta?

I batteri attivano un processo per cui possono scambiare sezioni del loro genoma da una particella batterica a un’altra, da un batterio a un altro, anche se si tratta di batteri di specie diverse. Questo processo è chiamato coniugazione.

È uno dei tre meccanismi principali per il trasferimento genico orizzontale ed, essenzialmente, alcuni lo chiamano “sesso batterico” come metafora, anche se non è proprio sesso.

C’è una sorta di cordone ombelicale che va da una particella batterica all’altra, e poi c’è un pacchetto di DNA che viene “spruzzato” nel secondo batterio diventandone parte.

E una delle capacità geniche che questo processo può far acquisire è la resistenza agli antibiotici. Ecco perché la resistenza agli antibiotici si diffonde così rapidamente in tutto il mondo.

L’escherichia coli, per esempio, può passare quella resistenza in un istante alla salmonella, un diverso tipo di batterio, o allo stafilococco, un altro tipo di batterio ancora.

Laboratorio di biologia in Italia, foto Ap

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce alla salute globale. Anche se dirlo nel bel mezzo di una pandemia è quasi un paradosso…

Sì, è vero – ride – no, effettivamente è un gran problema e non se ne andrà solo perché per ora siamo preoccupati per la Covid-19.

I nostri antibiotici rischiano di diventare obsoleti?

Alcuni scienziati dicono che, sì, gli antibiotici stanno diventando obsoleti perché non possiamo crearne di nuovi alla stessa velocità con la quale i batteri stanno acquisendo resistenza.

Le infezioni batteriche da parte di batteri resistenti agli antibiotici stanno già uccidendo molte persone, decine di migliaia di persone, e questo solo negli Stati Uniti.

Ma se questa tendenza continua e non riusciamo a sviluppare nuovi antibiotici così velocemente come i batteri acquisiscono resistenza, allora gli antibiotici diventeranno obsoleti. E dovremo trovare nuovi modi per affrontare le infezioni batteriche, anche se non so quali saranno.

Nell’ospedale di Bergamo ad aprile 2020, foto LaPresse

Sta scrivendo un libro sulla Covid-19?

Sì. Ero impegnato in un libro sul cancro e l’evoluzione, un campo molto interessante. E sono stato in Tasmania per tutto il mese di febbraio a fare ricerche sugli aspetti di quel libro, perché la Tasmania è una parte importante di quella storia, quando è iniziato il caos della Covid-19.

E poi, a marzo, il mio editore qui negli Stati Uniti, mi ha suggerito di metterlo da parte e fare un libro su questa pandemia.

La mia prima reazione è stata pensare che ci saranno centinaia di libri sulla Covid-19 e a me invece piace scrivere di cose di cui altri in quel momento non si occupano. Ma poi ho anche riflettuto sul fatto che nessuno sta pensando ad altro che alla Covid-19 ed è una mia responsabilità e io ho un vantaggio in partenza per aver scritto Spillover. Così, ok, farò un libro sulla Covid-19 e cercherò di scrivere un libro diverso dagli altri libri. E in Italia verrà pubblicato sempre da Adelphi.

Può anticipare qualcosa su questo futuro libro?

Mi interessa trovare la risposta ad alcune domande. Forse ne ho già parlato nell’altra intervista, mi interessa molto sapere per esempio cosa è successo in Italia.

Perché la Lombardia è stata colpita così duramente? Voglio capire come la Corea del Sud e Singapore hanno affrontato il virus in modo molto efficace all’inizio. Voglio capire cosa è successo in Cina. Voglio capire perché gli Stati Uniti hanno fatto così poco per tenere sotto controllo la situazione e perché siamo i leader mondiali di casi e vittime.

Sono interessato alle origini del virus, un virus da un pipistrello. È un virus da un pipistrello che è arrivato agli esseri umani attraverso il pangolino? Il pangolino, l’animale selvatico più trafficato al mondo, è portatore di molti coronavirus. Quindi sono molto interessato alle origini e all’evoluzione del virus.

E alle domande che mi hai posto tu, se questo tipo di virus ha una capacità di mutare così tanto, perché non si sta evolvendo?

E infine, i vaccini. La storia davvero interessante sarà quella di capire, tra le centinaia di vaccini che stanno sviluppando, quale sarà quello che funzionerà.