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Casa internazionale delle donne, la libertà è senza prezzo

Il 27 luglio la Casa internazionale delle Donne di Roma ha potuto incontrare Valentina Vivarelli, assessora al patrimonio e alle politiche abitative della capitale. L’appuntamento sollecitato dalle amiche di via della Lungara è l’ultima tappa di un percorso durato mesi, che ormai sono diventati anni, teso a scongiurare l’ipotesi dello sfratto, dopo la richiesta di pagamento da parte del Comune – arrivato nel novembre del 2017 – della «morosità accumulata» attribuita al Consorzio del Buon Pastore. Ammontava allora a 833mila euro mentre adesso, nel computo dettagliato da esigere, è pari a un milione di euro (precisamente si tratta di 1.012.398,72 euro). Una richiesta abnorme e tuttavia priva di ulteriori spiegazioni, come lo sono i dati contabili che, algidi oggi come nei precedenti incontri tra le attiviste e il Comune, nell’indifferenza alle interlocuzioni passate.

RESPINTA AL MITTENTE la richiesta di transazione presentata nei mesi scorsi dal Consorzio, si chiede alla Casa di sborsare una cifra da capogiro. «Ci trattano come fossimo inquiline morose e lasciano che la nostra esperienza politica sia affidata a una pratica burocratica», appare amareggiata Maura Cossutta, presidente della Casa internazionale che – come la sua predecessora Francesca Kock – non si scoraggia. «A dire il vero, sono sorpresa – prosegue Cossutta – ci aspettavamo un’apertura per discutere nel merito. Dal 2018 attendiamo che la sindaca e la giunta si esprimano congruamente nel merito. Dentro la Casa c’è una storia che non può essere spazzata via in questo modo». Ed è appunto dell’agosto del 2018 la revoca della convenzione, da quel momento, si apprende adesso, il debito è stato aggiornato.

Piuttosto bizzarro visto che in molti modi dal Buon Pastore hanno cercato di proporre tavoli e confronti con l’Amministrazione, «per esempio in virtù degli indicatori regionali di valutazione economica dei servizi – dice Cossutta – e grazie anche a un ordine del giorno al decreto legge Milleproroghe che aveva previsto la valorizzazione economica e sociale dei servizi considerando i luoghi delle donne beni comuni». Questa congiunzione avrebbe potuto agevolare l’uscita dall’impasse, eppure niente è stato colto dal Comune; nemmeno giunte assai più contrarie di questa attuale hanno mai creduto di affossare l’esperienza della Casa internazionale delle donne.

GIÀ NEL 2017 le attiviste sostenevano che non veniva considerato il valore dei tantissimi servizi offerti e per questa ragione, a fronte di una interlocuzione cominciata nel 2013 con il Comune e le precedenti giunte, la qualità di quei servizi arrivava a un valore economico di 700mila euro annui. Ma con Virginia Raggi al timone non sembra vi siano margini di ascolto né di scomputo. Preferisce il silenzio ed era assente anche a quest’ultimo incontro tra la Casa e l’assessora Vivarelli. Una ritrosia che appare adesso ancor più inaccettabile, in particolare dopo gli ultimi mesi in cui a causa della pandemia ulteriori sono state le difficoltà affrontate sia dalla Casa – che non ha mai smesso di sostenere le esigenze di quante vi si rivolgevano – sia dai luoghi delle donne, centri antiviolenza e sportelli così come di quante dentro le case si sono caricate un lavoro enorme e misconosciuto come quello domestico, di cura con uno slabbro formidabile riguardo l’insufficienza di sostegni esterni; «ci saremmo aspettate più rispetto e attenzione, proprio per il momento drammatico che stiamo attraversando» – spiega Cossutta. Insieme al pagamento delle utenze e all’autofinanziamento per poter garantire comunque i servizi e stare accanto al tessuto sociale cittadino, questi mesi in via della Lungara sono stati complessi da affrontare. Nessuna si è sottratta e anche la sindaca avrebbe dovuto stare sul punto, mostrarsi presente aprendo un reale dialogo ed evitando di rubricare la vicenda come un affare per funzionari che dettagliano il piano-spesa.

MOLTE sono state le mobilitazioni, sia nel mondo dell’attivismo e dell’associazionismo, anche da una parte delle istituzioni. Sono arrivati appoggi e riconoscimenti pubblici sull’indiscusso rilievo di una esperienza politica e sociale come quella della Casa internazionale delle donne di Roma da ogni parte del mondo eppure non sono sembrati adeguati a far comprendere quanto stia accadendo: a distanza di mesi e di finte trattative a cui si sono aggiunte mozioni (come quella presentata nel maggio del 2018 dall’allora presidente della commissione delle elette Gemma Guerrini), la Casa è in pericolo perché ancora una volta si intima un pagamento che continua a svicolare sul merito politico.

COSÌ, MENTRE il Consiglio comunale ha promosso il valore dei beni comuni, votando all’unanimità contro il patto di stabilità, l’assessora Vivarelli ha proposto di rateizzare il milione di euro in tre anni grazie alla norma transitoria della bozza di regolamento dei beni immobili non disponibili. Le attiviste sono sicure: «Consideriamo responsabile di tutto questo la Giunta e in particolare la Sindaca Raggi. Altro che “Le donne unite fanno la differenza!” Oggi la sindaca è contro le donne, è responsabile di questa provocazione e di questo attacco esplicito alla vita e all’autonomia della Casa delle donne, in una prospettiva di ingannevole sussidiarietà e di bandi». Aggiunge Maria Brighi che «il valore della Casa è inestimabile, lo abbiamo costruito noi tutte e non ce lo faremo portare via». Si prospettano mesi di lotta ed è certo che sugli spazi della libertà femminile come è la Casa delle donne, ma come lo sono anche Lucha y Siesta e tanti altri sparsi lungo il territorio italiano, a prendere parola saranno il femminismo e la politica delle donne.

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Preghiera per la morte atomica

«Come Hiroshima», ha detto un ministro libanese commentando l’esplosione di martedì pomeriggio a Beirut. E in effetti, guardando le immagini della devastazione di oggi, non può non tornare alla memoria il paesaggio spettrale del 6 agosto 1945, quando la bomba atomica sganciata da un aereo statunitense distrusse la città giapponese, provocando un numero di morti almeno mille volte superiore a quelli che oggi si contano nella capitale del Libano.

Oggi, a 75 anni di distanza, un ricordo, che sembra un mea culpa, arriva dai vescovi Usa, rivolto direttamente ai pochi sopravvissuti e ai molti che sono arrivati dopo di loro, vittime anch’essi delle bombe del 6 e 9 agosto 1945. «Io e miei fratelli vescovi piangiamo con il popolo giapponese per le vite innocenti che sono state eliminate in quei giorni e per le generazioni successive che hanno continuato a subire le conseguenze sulla propria salute e sull’ambiente di quei tragici attacchi», dichiara monsignor José Gomez, arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale statunitense.

«In questa ricorrenza – prosegue il presidente dei vescovi Usa – ci uniamo alla voce di papa Francesco e al suo appello ai leader mondiali perché si perseveri negli sforzi per abolire queste armi di distruzione di massa, che minacciano l’esistenza della razza umana sul pianeta».

«L’uso dell’energia nucleare per fini di guerra è oggi più che mai un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune», disse infatti nello scorso novembre, in occasione della sua visita a Hiroshima, condannando anche il solo «possesso» delle armi atomiche. Un appello rilanciato oggi dai vescovi degli Stati Uniti – prima potenza atomica mondiale – che, «ricordando la violenza e l’ingiustizia del passato», invitano i governanti a «cercare sempre la via della pace» e a «trovare alternative alla guerra come strumento per affrontare le differenze e risolvere i conflitti fra i popoli».

Hiroshima, il profilo dell’ «Atomic Bomb Dome», simbolo dell’attacco atomico di 75 anni fa foto di Ap

Il 9 agosto – anniversario della bomba su Nagasaki – i cattolici statunitensi si uniranno in preghiera ai giapponesi, in occasione della Giornata nazionale di preghiera, studio e azione per il disarmo nucleare, indetta dalla Commissione per la giustizia e la pace della Conferenza episcopale Usa in concomitanza con i tradizionali dieci giorni di preghiera per la pace che la Chiesa giapponese celebra ogni anno dal 6 al 15 agosto e che comincia proprio questa mattina, a Hiroshima, davanti al cenotafio che commemora le vittime dell’atomica, con la partecipazione anche del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres.

«La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. A 75 anni dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki, è giunto il tempo per rifiutare questa logica di reciproca distruzione e costruire invece una vera sicurezza reciproca», afferma Pax Christi International.

E appelli analoghi arrivano anche dalle Chiese di altre due nazioni protagoniste della seconda guerra mondiale. Dalla Germania, Chiesa cattolica (con mons. Heiner Wilmer, presidente di Justitia e Pax) e Chiesa evangelica (con il pastore Renke Brahms, commissario per la pace del Consiglio della Chiesa evangelica) chiedono ai politici di impegnarsi per una campagna di sensibilizzazione per un mondo privo di armi nucleari: «il primo segno dovrebbe essere l’accettazione e la ratifica del Trattato di non proliferazione nucleare delle Nazioni Unite anche da parte della Germania».

Dall’Italia, Pax Christi (con il presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, e il coordinatore nazionale, don Renato Sacco) chiede al presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, e a tutti i vescovi italiani di fare pressioni sul governo perché anche l’Italia firmi il trattato Onu sulla messa al bando di tutte le armi nucleari.

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Proibizionismo, fabbrica di illegalità

Il caso della Caserma Levante di Piacenza non è certamente il primo in Italia. Episodi di “devianza” all’interno delle Forze dell’ordine ne abbiamo conosciuti tanti. A partire da quello del Generale Ganzer, del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, risultato prescritto in Cassazione solo per l’applicazione della «lieve entità». A livello internazionale conosciamo in Messico la potenza dei grandi cartelli che hanno di fatto sotto controllo le polizie locali. Nelle Filippine il capo della polizia di Duterte si è dovuto dimettere per aver coperto la rivendita al mercato nero di circa 100 chili di metamfetamine sequestrate. Come i mercati illegali pervadono le Istituzioni e perché la domanda di regolazione di questi è preferibile sia soddisfatta dallo Stato piuttosto che dalle mafie e dai corrotti?

Ne parliamo con Federico Varese, professore ordinario di criminologia all’Università di Oxford e autore di numerosi studi e libri sulle mafie internazionali; l’ultimo è Vita di Mafia, pubblicato da Einaudi.

Che impressione le ha fatto vedere le foto dentro la caserma di Piacenza?
È una storia veramente grave. Drammatica per come mina la fiducia che si dovrebbe avere nelle istituzioni. Va detto subito che questa vicenda mostra come la mafia non sia l’unico attore importante nel mercato della droga. Laddove le mafie non sono forti entrano in campo altri soggetti, in questo caso purtroppo autorità deviate. Non so se sia un caso isolato, di certo le notizie dell’inchiesta ci svelano un presunto tentativo di controllare in maniera monopolistica il mercato della cannabis a Piacenza: secondo l’accusa, questi carabinieri non si dedicavano solo allo spaccio, ma volevano “controllare” il mercato, decidere chi poteva spacciare chi no. Questo è un ruolo tipico delle mafie: infatti, cosa sono le mafie? Organizzazioni che danno il permesso ad altri di operare, organizzazioni di governo dei mercati. I mercati illegali quindi non solo producono mafia e la arricchiscono, ma producono anche forti opportunità di corruzione per le istituzioni. Un mercato illegale genera domanda di mafia, che può essere soddisfatta da soggetti diversi dalle mafie.

Siamo quindi al paradosso che anche il mercato illegale debba essere “regolato”.
Certo. E non dimentichiamo che è un mercato vastissimo. Il vero salto di qualità per le mafie nostrane è stato l’ingresso nel mercato della droga. Fino ad un certo punto la mafia siciliana ebbe un ruolo limitato nel contrabbando di sigarette (anche in questo caso cercando di controllare il mercato in Sicilia). Poi entra nel traffico di eroina tra Oriente, Turchia e Usa, sfruttando i contatti con i cugini americani, e tutto cambia. La guerra di mafia degli anni Ottanta (1981-1984), detta come La Mattanza, che fece centinaia morti, nacque da dispute tra mafiosi relative a partite di droga mandate negli Usa, come racconta bene Salvatore Lupo. Quella guerra segnò l’ascesa dei Corleonesi.

Sì è parlato forse più dello spaccio e dei festini, che delle ben più gravi violenze che sarebbero state perpetrate dai Carabinieri. Come se lo spiega?
La stampa italiana mi sembra non abbia sottolineato a sufficienza l’efferatezza della violenza nei confronti di persone completamente innocenti. Ci si è focalizzati appunto sul fatto che i carabinieri fossero coinvolti nello spaccio di droga, mentre i magistrati sembrano intenzionati ad usare la legge sulla tortura. Ripeto: presunti atti di tortura in una caserma dei Carabinieri. Va aggiunto che le vittime non sono scelte a caso. Nel caso di Piacenza si arrestano immigrati, si impauriscono, minacciandone l’arresto, persone che lavorano nel mondo della prostituzione. Migranti e persone “deboli” sono gli obiettivi, che diventano ancora più deboli grazie ad un contesto politico e un dibattito pubblico che criminalizza queste persone. In Italia c’è un clima politico tale che rende più facile prendersela con questi soggetti, e quindi si genera una sorta di colpevolezza presunta e una certa impunità mediatica a priori. Passa l’idea che gli immigrati siano sempre violenti.

Al di là del clima politico italiano quello degli arresti discriminatori è un tema diffuso in tutto il mondo, Usa in testa, come abbiamo avuto modo di parlarne su Fuoriluogo più volte.
C’è l’impressione che in alcuni Paesi gli arresti legati alle droghe facciano parte di un sistema di repressione sociale che attraverso la scusa dell’arresto per piccolo spaccio o consumo di droghe perpetuino antiche discriminazioni nei confronti delle minoranze. Queste politiche repressive riducono la fiducia di queste minoranze nei confronti dello Stato e creano delle enclave sociali ed etniche. Poiché non si fidano più dello Stato, questi cittadini non si rivolgono alle autorità per denunciare reati. Pensi che ci sono alcune zone dell’Inghilterra dove non viene denunciato alcun reato nel corso di un anno: o vivono in un mondo utopico dove il crimine non esiste, oppure il crimine esiste eccome ma la sua repressione sfugge completamente alle istituzioni legittime. In questi casi la funzione di “polizia” viene svolta dalle gang e dalle famiglie criminali.

Leap, l’associazione di operatori di polizia per la riforma delle politiche sulle droghe, sottolinea sempre che, oltre a generare corruzione in sé, il proibizionismo crea opportunità anche quando è efficiente e fa il suo lavoro: arrestando uno spacciatore libera quel mercato (che esiste prima ed esisterà anche dopo) per un altro (più furbo o più potente). Cosa che non avviene quando si arresta un ladro o un violentatore. Che ne pensa?
Sono d’accordo. Arrestare uno spacciatore non serve a nulla. Va aggiunto che chi spaccia è di fatto il venditore di una merce, e quindi di norma evita di usare la violenza (questa viene invece usata da chi vuole controllare il mercato e ingaggia guerre per il controllo del territorio). In Inghilterra il 69% dei detenuti hanno commesso crimini non violenti, e costano circa 50 mila sterlina l’anno all’erario. In prigione poi imparano a diventare violenti per sopravvivere, o diventano a loro volta vittime. Il carcere non può essere una soluzione per chi commette reati non violenti. Molto meglio che queste persone continuino a lavorare, pagare il mutuo, andare a scuola, e lo Stato può controllarli senza arrestarli. Anche nel caso di Piacenza abbiamo scoperto poi che la supposta violenza di questi spacciatori pare fosse inventata per giustificare l’arresto.

La caserma Levante sembra quindi essere un’esemplificazione plastica del Darwinian Trafficker Dilemma. Il proibizionismo è utile ai consorzi criminali più potenti e organizzati: ripulisce il mercato dai competitor meno esperti e permette quindi ai primi, anche grazie alla loro capacità corruttiva, di operare in una situazione di oligopolio.
Sì, questo mi permette di sottolineare un’altra cosa: mi sembra incredibile che il numero di arresti sia considerato un criterio per avere premi o far carriera. L’idea che dal numero di arresti derivi più sicurezza è pura follia, che genera degli incentivi perversi nelle organizzazioni preposte alla repressione. Bisogna ripensare immediatamente questi criteri. Cambiare i vertici dei carabinieri o costituirsi parte civile nei processi non serva a nulla se non si modificano gli incentivi per fare carriera. Va aggiunto che più persone vengono arrestate, più si rafforzano le gang che controllano le prigioni, come dimostrano gli studi sulla carcerazione di massa negli Usa e in America Centrale. Oltre un certo limite, la teoria della deterrenza (non delinquo perché ho paura di essere arrestato) perde ogni senso se la probabilità di essere arrestato cresce a dismisura! In questo periodo sto studiando come nacque nei gulag sovietici la fratellanza criminale alla base della mafia russa. Beh, nacque proprio perché il regime sovietico arrestava in maniera indiscriminata sotto Stalin, e per gestire il gulag l’amministrazione si rivolse ai criminali stessi!

Il video del dialogo con il Prof. Varese è on line su Fuoriluogo.it

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Il machine learning lombrosiano

Cesare Lombroso sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle caratteristiche anatomiche dei delinquenti, dotati di anomalie e atavismi capaci di determinare comportamenti socialmente devianti. Convinto sostenitore della teoria frenologica, un’estensione della più antica dottrina fisiognomica, secondo cui dall’esame della morfologia del cranio degli individui è possibile dedurne caratteristiche psicologiche e morali, Lombroso propose persino di separare i bambini che nel corso delle misurazioni di viso e corpo, risultavano intellettualmente inferiori rispetto ai loro compagni «meglio dotati».

SCREDITATE E BOLLATE come pseudoscienze, oggi fisiognomica e frenologia le ritroviamo dove meno ce le aspetteremmo: negli algoritmi che fanno funzionare l’intelligenza artificiale.

Tutto è partito nel novembre 2016 quando due ricercatori della Shanghai Jiaotong University, Xiaolin Wu e Xi Zhang, affermarono di poter rilevare i tratti del viso associabili alla delinquenza tramite l’uso del machine learning, con un’accuratezza dell’89.5%.

Lo studio pubblicato su ArXiv, un archivio online per i lavori in attesa di approvazione, prendeva in esame curvatura delle labbra, spazio tra naso e bocca e distanza tra gli angoli interni degli occhi. Oltre ad attirare numerose contestazioni, i ricercatori stimolarono l’immaginario degli usi dell’intelligenza artificiale al punto che nel 2017 un altro gruppo di studiosi cinesi è tornato sul tema: in un articolo pubblicato sull’International Journal of Automation and Computing l’uso del machine learning per estrapolare dai tratti facciali dati sulla personalità veniva presentato come uno strumento cruciale per le relazioni interpersonali, le sentenze giudiziarie e le elezioni.

NELLO STESSO ANNO, inoltre, Yilun Wang e Michael Kosinski dell’Università di Stanford presentarono in uno studio un algoritmo capace di individuare gli omosessuali, utilizzando fotografie facciali di uomini, con una precisione dell’81%. Kosinski ha persino affermato che l’analisi facciale potrebbe essere utilizzata in futuro per calcolare il QI degli individui.

Partite dal mondo accademico, le derive della fisiognomica 4.0 hanno coinvolto anche le imprese, con le startup cinesi che hanno fatto da apripista. La Human+ Intelligent Robotics Technology ha sede a Pechino e dal 2016, anno della sua fondazione, ha ricevuto circa 100 milioni di yuan (circa 13 milioni di euro) di finanziamenti. Tra le sue tecnologie vanta i sensori RGDB HumanSense, capaci non solo di rilevare corpi e dettagli facciali, ma anche di valutare le intenzioni e l’attitudine di un individuo sulla base di tali rilevamenti.

Una tecnologia AI, secondo quanto riporta il sito dell’azienda, che si pone l’obiettivo di comprendere ogni individuo, al fine di fornire soluzioni per lo smart retail e la smart security. A Shanghai ha sede invece ReadSense, che attraverso le reti neurali esamina immagini facciali per identificare utenti, analizzare le loro caratteristiche e comprenderne emozioni e temperamenti.

ANCHE SE PIONIERA, la Cina non è l’unica a battere la via: la startup russo-britannica BestFitMe afferma di usare l’AI per delineare personalità sulla base di fotografie, e Facemetrics, startup di origine polacco-bielorussa, ha lanciato l’app FaceMe che sarebbe capace di effettuare il test di personalità di Myers-Briggs utilizzando dati estrapolati da fotografie.

Infine, dall’ecosistema tecnologico israeliano con cui da anni Pechino si interfaccia con vivo interesse, la startup di Tel Aviv Faception sostiene di aver sviluppato software di analisi facciale in grado di identificare potenziali pedofili e terroristi.

Con un mercato della sicurezza pubblica che varrà 162 miliardi di dollari nel 2023, la Cina è terra di sperimentazione per le più innovative tecnologie di sorveglianza. Non è difficile immaginare come gli applicativi fisiognomici dell’intelligenza artificiale possano adattarsi a questo scopo, specialmente in zone sensibili come il Xinjiang, diventato ormai il più grande laboratorio in Cina per aziende di FRT (Facial Recognition Technology) e per esperimenti di controllo totalitario.

In questo caso la fisiognomica potrebbe fungere da strumento di discriminazione etnica, associando per esempio ai tratti tipici degli uiguri un profilo negativo o sospetto.

NON SAREBBE UNO SCENARIO del tutto nuovo: la pelle scura, il naso grande, le labbra carnose e i capelli ricci, caratteristiche anatomiche tipiche delle etnie colonizzate in Africa, furono associate nel corso del XVII secolo a mancanza di disciplina, malignità e depravazione, come testimonia il trattato Physiognomie and Chiromancie Metoposcopie di Richard Saunders (1653).

Misurazioni del cranio e dell’altezza del naso vennero effettuate anche sui prigionieri ebrei dei campi di concentramento nazisti. Insomma, il rischio è che se messa in pratica, la pseudoscienza della fisiognomica potrebbe attivare la pseudoscienza del «razzismo scientifico»: la credibilità degli algoritmi e delle macchine va relativizzata considerando che il loro addestramento può essere viziato da dati somministrati ed etichettati sulla base di pregiudizi umani.

In uno scambio di email con Alexander Todorov, professore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Princeton e autore del libro Face Value: The Irresistible Influence of First Impressions, è emerso che il motivo per cui si tende istintivamente a giustificare la fisiognomica è la confusione che si genera fra la concezione del viso come veicolo di espressione emotiva e la concezione del viso come espressione data del carattere e della personalità: «la tentazione di pensare che possiamo leggere qualcosa di più profondo da questi stereotipi visivi è sbagliata, ma persistente».

DI FATTO, LA TENDENZA a interpretare i volti e da essi fare deduzioni è una pratica antica e persistente, comune ai trattati aristotelici ma anche all’antica Cina, dove prendeva il nome di Mian Xiang.

Secondo la medicina tradizionale cinese il viso funge non solo da mappa per individuare potenziali disturbi, apparati deboli e tendenza a vari tipi di patologie, ma anche per leggere l’equilibrio psichico e fisico della persona e dedurne la sua attitudine.

IN TEMPI IMPERIALI, se giungeva a corte un visitatore straniero, o un dignitario, il consigliere imperiale vagliava l’ospite secondo le regole del Mian Xiang per scongiurare il rischio di attentati all’incolumità e alla stabilità dell’imperatore. La lettura del volto era anche utilizzata per altri scopi, come la scelta del futuro marito per la propria figlia.

Di fatto, come spiega Stefano Parancola, architetto fengshui e autore del libro Capirsi in un istante, l’arte cinese del Mian Xiang ovvero la Fisiognomica – secondo la tradizione cinese, il viso è un microspazio composto da dodici palazzi. È la facciata esterna di un mondo interno. Le diverse aree del viso danno informazioni in merito a specifici contesti. Le sopracciglia indicano l’attitudine di una persona a relazionarsi con altri, le tempie sono per l’uomo indice del suo approccio al matrimonio, mentre per la donna in questo caso si guarda al naso. Un volto senza nei e cicatrici è un volto tendenzialmente raccomandabile, simbolo di purezza d’animo e ciò influenza ancora il concetto di bellezza in Cina, con riguardo anche per il mondo del marketing e della pubblicità, particolarmente importante nel campo della moda.

In Fisiognomica Franco Battiato cantava della capacità di leggere negli occhi, di capire dal taglio della bocca se si fosse disposti all’odio o all’indulgenza, dal tratto del naso se si fosse orgogliosi, fieri oppure vili.

Se fino ad ora questo compito è stato esclusivo di pseudoscienziati e consiglieri di corte, un mondo in cui saremmo sempre più insistentemente invitati a far valutare i nostri visi ad un’app, per scopi ludici o securitari, potrebbe non essere così lontano.

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Liberi fino alla fine della vita libera

La corte d’Assise di Massa ha stabilito che Marco Cappato e Mina Welby non hanno istigato al suicidio Davide Trentini e che l’aiuto fornito dai due dirigenti dell’associazione Luca Coscioni all’uomo 53enne affetto da sclerosi multipla, supportandolo economicamente nel suo progetto di fine vita e accompagnandolo in una clinica Svizzera dove il 13 aprile 2017 ha ottenuto il suicidio assistito, non è un reato. La segretaria dell’associazione Filomena Gallo ha coordinato il pool di avvocati della difesa ottenendo una vittoria oltre le aspettative e un pronunciamento che estende il limite della non punibilità dell’aiuto al suicidio imposto dalla Corte costituzionale nel novembre scorso.

L’avvocata Filomena Gallo Foto LaPresse

Avvocata Gallo, quale linea processuale ha scelto di seguire?

All’indomani della sentenza della Consulta abbiamo esaminato gli atti del processo che si è tenuto davanti la corte d’Assise di Massa e abbiamo deciso di chiedere una consulenza tecnica al dottor Mario Riccio e di proporla in dibattimento. Da questa consulenza è emerso che il livello di farmaci che Davide assumeva era importante ma non sufficiente per controllare totalmente il suo dolore. È agli atti che i medici avevano rifiutato la sua richiesta di avere una dose maggiore di antidolorifici perché ci sarebbe stato un arresto cardiocircolatorio. Inoltre il suo corpo aveva subito ormai il deterioramento di alcune funzioni con conseguenze pesanti e imbarazzanti. Così la Corte ha potuto verificare il fatto che non c’è stata alcuna istigazione al suicidio perché Davide aveva maturato questa convinzione da molto prima di chiedere aiuto. E, anzi, Cappato e Welby tentarono di dissuaderlo.

La Corte ha riconosciuto che l’aiuto economico, materiale e legale da loro fornito come atto di disobbedienza civile – ricordiamo che si autodenunciarono – non è reato. Lo sarebbe per l’articolo 580 del codice penale, ma il nostro ordinamento è del 1930 ed è reso obsoleto dal principio costituzionale dell’autodeterminazione, scritto nella Carta del 1948. La Consulta ha chiarito che non è reato aiutare un aspirante suicida capace di autodeterminarsi, affetto da patologia irreversibile, sottoposto ad enormi sofferenze psichiche e fisiche, e dipendente (del tutto o parzialmente) da trattamenti di «sostegno vitale» che solo la scienza può definire. La consulenza del dott. Riccio e la sua deposizione dell’8 luglio scorso hanno fatto emergere che nel caso di Trentini il «sostegno vitale» erano i farmaci, mentre per esempio nel caso di Dj Fabo era un macchinario, da cui dipendeva parzialmente.

Questo vuol dire che potrebbe essere lecito anche aiutare un aspirante suicida affetto da gravi patologie psichiatriche irreversibili e dipendente da psicofarmaci?

La Corte parla genericamente di patologie gravi, irreversibili e che producono gravi sofferenze, ma pone il limite del paziente che deve essere pienamente in grado di autodeterminarsi. Cosa che sarebbe da escludere in caso di malattie psichiatriche. Non credo che si possa arrivare a questo, sono scettica, anche se non essendo un medico non so definire una patologia psichiatrica. Bisognerebbe ritornare in tribunale, per un caso del genere. D’altronde il Comitato nazionale di Bioetica ha ben descritto questi limiti dopo l’ordinanza 207 della Consulta emanata nel 2018, un anno prima della sentenza. C’è bisogno di una legge perché vanno affrontati tanti aspetti che riguardano la libertà di scelta nel fine vita. Il reato non è più reato ma nell’ambito di alcuni casi specifici.

Il presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, non certo un illiberale, in un’intervista all’«Huffington post» si dice preoccupato per le conseguenze di questa sentenza e sostiene che «l’autodeterminazione spesso è un concetto che funziona per chi ha molta cultura e molta ricchezza». Cosa risponde?
Mah, io credo che la malattia e la sofferenza non fanno differenza tra chi ha molta o poca cultura e ricchezza. Purtroppo toccano tutti. E una persona che non ha cultura e non ha ricchezza invece oggi in Italia ha un limite in più, perché non può andare all’estero e diventa prigioniera di una sofferenza indescrivibile. Quella persona invece deve sapere che può rivolgersi al Servizio sanitario nazionale e porre fine alle proprie sofferenze. Deve poterlo fare chiedendo la sedazione profonda o chiedendo un farmaco letale.

Davide Trentini

Voi avete presentato in Parlamento anche una legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale, ma è tutto fermo. Forse questo non è il momento giusto?

Non è una questione di contingenza: il problema – e il dott. Flick dovrebbe esserne cosciente – è che mentre la Corte auspica fortemente l’intervento del legislatore da oltre un anno, il Parlamento e il governo hanno smesso da troppo tempo di occuparsi dei temi che riguardano la libertà delle persone. Il presidente del Consiglio dovrebbe riportare in parlamento la sentenza della Consulta che chiama in causa il legislatore, e non è stato fatto. I presidenti delle due Camere dovrebbero aprire un dibattito su quel pronunciamento ma neppure questo è stato fatto. Ed è passato già quasi un anno: non è certo colpa del Covid.

Non solo fine vita, dunque. Quali sono i temi più urgenti che attendono di essere affrontati, nell’ambito dei diritti civili?

Sono tanti: dalla legalizzazione della cannabis – parliamo di droghe che dovrebbero essere sottratte alle narcomafie e ai «sodalizi criminali», e il cui traffico funge da anticamera di reati più gravi – fino all’aborto, una legge di Stato che dobbiamo ancora difendere perché non viene applicata su tutto il territorio italiano. E poi l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza e dei vari nomenclatori tariffari, che non vengono aggiornati dal 2017 e dovrebbero esserlo ogni anno. Negli ultimi giorni è stata nominata la nuova Commissione Lea, ma la precedente cosa ha fatto? Ricordo che ci sono malati con disabilità gravi che non riescono ad ottenere nemmeno gli ausili di cui hanno bisogno. Per questo Maurizio Bolognetti, uno dei dirigenti dell’associazione Coscioni, è al 24esimo giorno di sciopero della fame, ma non ha ricevuto alcuna risposta né dalla regione Basilicata, né dal ministro Speranza. Noi siamo stati due mesi in lockdown e ci sono sembrati un’eternità, eppure ci sono persone che vivono tutta la vita in lockdown e che non hanno quegli ausili necessari per avere un livello di vita accettabile. E perché non ce l’hanno? Perché l’atto che deve identificare l’erogazione di questi ausili non è stato scritto correttamente e la Consip evidenzia che così non si possono fare i bandi di gara. Una cosa gravissima. Ci occupiamo dei diritti dell’inizio e della fine della vita, ma in mezzo c’è la vita. E va tutelata.

Qualche correlazione c’è tra diritti civili, promozione di una politica basata sulla conoscenza scientifica e sviluppo economico di un Paese?

Se i diritti civili fossero rispettati nel nostro Paese garantirebbero la possibilità di usufruire dei benefici della scienza. Avremmo un volano per superare gli ostacoli e proiettare l’Italia nel futuro. L’economia si sviluppa anche così. Come abbiamo capito con l’emergenza pandemica, sanità e ricerca scientifica sono il cuore di Paese che non può fermarsi.

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A Cuba il post Covid sarà più “moderno”

Sostanzialmente vinta la «guerra» per il contenimento del il Covid-19, Cuba deve affrontare una gravissima crisi economica dovuta a un cumulo di fattori ostili collegati alla pandemia: l’assenza di turismo (fondamentale per l’acquisizione di valuta) a causa della chiusura dei confini, riduzione della produzione e dei servizi.

Ma anche alla recrudescenza dell’embargo decisa dal presidente Trump e all’inefficienza del sistema produttivo statale. Da alcune settimane un numero limitato di contagi da coronavirus si verifica solo nella capitale e nella confinante provincia di Artemisia, mentre non si registrano vittime.

MA I NEGOZI SONO O CHIUSI o semivuoti e le code per procurarsi alimenti e generi di prima necessità si allungano pericolosamente. «Non possiamo continuare facendo le stesse cose nell’ambito dell’economia, perché così non si ottengono i risultati di cui abbiamo bisogno», ha sostento dieci giorni fa il presidente Miguel Diáz-Canel, annunciando un piano di riforme strutturali che ampliano il ruolo del settore privato e vanno nella direzione di liberare forze produttive fino ad oggi sottomesse al rigido controllo centralizzato della burocrazia. «Il rischio peggiore sarebbe non cambiare», ha concluso il presidente.

IL PIANO ANNUNCIATO prevede una serie di misure per «modernizzare» il sistema socialista cubano che, negli anni scorsi, erano state previste in vari documenti del Partito comunista e del governo. Ma che, soprattutto per una resistenza interna sia della burocrazia sia degli «ortodossi» del Pc, non sono state attuate o si trovano tuttora in mezzo al guado.

GLI ELEMENTI CHIAVE del programma propongono – almeno sulla carta- un impulso senza precedenti all’iniziativa privata: si prevede di dare una figura giuridica alle micro, piccole e medie imprese private- fino ad oggi sono considerate «lavoro per conto proprio»- che potranno così associarsi sia con imprese statali che straniere e soprattutto importare ed esportare beni.

Per incrementare questo settore dell’economia cubana che occupa più di 600.000 cubani (13% della forza lavoro) verranno creati mercati all’ingrosso (in valuta) per rifornire le Pim di materie prime.

Contemporaneamente sono previsti più ampli margini di autonomia sia all’impresa socialista statale, sia ai governi locali perché, come sostiene l’economista Juan Triana, «operino in accordo col mondo reale, fatto vitale se si pretende che l’economia cresca».

IN PARTICOLARE viene dato un impulso al settore agricolo e alla produzione di alimenti che –in una situazione come l’attuale di grande scarsezza e di aumento dei prezzi- diventa «una questione di sicurezza nazionale».

Il problema più difficile sarà superare il sistema di monopolio statale nella formazione dei prezzi e soprattutto nella commercializzazione (Acopio, ovvero ammasso statale) che ha dimostrato da anni una grave inefficienza: da almeno un decennio lo stato spende circa 2 miliardi di dollari l’anno per importare alimenti, molti dei quali potrebbero essere prodotti nell’isola.

«SE APPLICATE con la coerenza e l’urgenza richieste dall’attuale crisi queste riforme implicano cambiamenti di sostanza nel modello economico cubano», afferma Triana.

L’urgenza di far fronte all’asfissiante mancanza di «moneda dura», (divisa convertibile) ha indotto il governo a adottare altre misure di emergenza.

L’apertura di supermercati in dollari – all’inizio sono 72 in tutta l’isola -che vendono alimenti e articoli di prima necessità (assieme ad altri negozi che vendono elettrodomestici di «gamma medio alta») è la misura che nell’immediato ha più impatto.

Ma è anche quella che provoca numerose reazioni popolari di malcontento. Il presidente Díaz-Canel ha messo in chiaro che questa misura ha lo scopo di raccogliere divisa pregiata in un momento di crisi valutaria del governo, valuta che verrà impiegata in gran parte per comprare all’estero beni per rifornire i negozi che vendono in moneta nazionale. Per favorire gli acquisti il governo ha deciso di togliere la tassa del 10% che era applicata nel cambio del dollaro, adottata nel 2004 come reazione a una recrudescenza dell’embargo degli Stati Uniti.

Di fatto però viene prodotta una segmentazione della società cubana, divisa tra chi possiede valuta (in generale da rimesse di parenti all’estero) e chi ne è priva.

Per questo è una misura che viene avvertita da buona parte della popolazione come «contraria all’egualitarismo socialista» e che ha provocato vari commenti critici inviati nei giorni scorsi alla sezione lettere del quotidiano del Pcc Granma. In generale invece è positiva la reazione dei più noti economisti «indipendenti».

«Credo che operare in modo che le imprese statali siano realmente autonome e dare impulso al settore non statale, con particolare enfasi alle piccole e medie imprese, costituiscano misure positive», commenta Pavel Vidal, ex analista del Banco central de Cuba.

«Il tempo e la coerenza con cui questo pacchetto di riforme verrà implementato costituiscono un fattore decisivo. È necessario che sia varata d’urgenza una legge che regoli l’attività delle piccole e medie imprese. Cuba necessita di posti di lavoro, investimenti nazionali e produzione», afferma Triana.

«L’APERTURA DI NEGOZI in divisa e la eliminazione della tassa sul cambio del dollaro fanno parte degli incentivi per l’ingresso nell’isola di divisa, necessaria in un momento di crisi a causa della combinazione tra le conseguenze della pandemia, della crisi mondiale, il rafforzamento del l’embargo statunitense e l’inefficienza dell’economia interna», commenta Julio Carranzas, economista consigliere dell’Unesco per l’ America latina e il Caribe.

«Se si inizia subito a mettere in pratica quello che è stato annunciato, il resto dell’anno sarà assai movimentato», prevede Ricardo Torres, professsore di economia dell’Università dell’Avana.

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Piove sulle Tre Gole

Nelle ultime settimane le immagini dei cittadini cinesi colpiti dalle alluvioni hanno fatto il giro del mondo: edifici che collassano, famiglie evacuate a bordo di piccoli gommoni, studenti che con ogni mezzo cercano di raggiungere le scuole per sostenere il gaokao, l’esame finale per l’ammissione all’università.

A partire da giugno, il sudest della Cina è stato colpito da una serie ininterrotta di nubifragi che hanno portato all’esondazione dei fiumi più importanti nel 75% del paese.

SONO SEMPRE PIÙ ALTI i costi economici e umani legati ai cambiamenti climatici, una perdita stimata nell’ultimo mese a 12 miliardi di dollari che ha coinvolto oltre 37 milioni di cittadini, con almeno 2 milioni di trasferimenti definitivi in aree a basso rischio idrogeologico.

Alla conferenza stampa del 13 luglio a Pechino il vicepresidente alle risorse idriche Ye Jianchun ha confermato l’innalzamento di ben 433 fiumi oltre i livelli d’allerta, 33 hanno registrato record storici: tra questi, il Fiume Azzurro rimane il corso con il più alto fattore di rischio per il Paese.
I danni causati dalle piene del fiume più lungo della Cina non sono una novità, ma con l’aumentare dei fenomeni climatici estremi sono riemerse storiche criticità legate ai progetti di contenimento e sfruttamento del suo bacino idrico.

L’AGENZIA REUTERS ha evidenziato come la conferenza stampa di lunedì 13 abbia riacceso le critiche verso la Diga delle Tre Gole, enorme progetto infrastrutturale per la produzione di energia idroelettrica.

Secondo i critici questa grande opera, costruita anche per gestire le esondazioni del Fiume Azzurro, non avrebbe svolto alcun ruolo nel proteggere le aree a rischio dalle ultime alluvioni, arrivando al limite delle proprie capacità contenitive che equivalgono solo al 9% del volume delle ultime precipitazioni. Al contrario, è stata ciclicamente criticata la presenza di una diga di quelle dimensioni in un’area geologicamente instabile come il confine tra le provincie del Sichuan, Chongqing e Hubei.

LA DIGA DELLE TRE GOLE è uno dei progetti più ambiziosi mai realizzati in Cina, il secondo più grande impianto di energia idroelettrica al mondo.

La struttura ha una lunga e controversa storia alle spalle: già nel 1994, all’avvio dei lavori, non furono poche le voci di protesta che chiedevano l’annullamento del progetto. Le associazioni ambientaliste denunciarono subito l’impatto che avrebbe avuto sull’habitat naturale: gli effetti della costruzione della diga sul degrado dei flussi migratori della fauna ittica, per esempio, hanno costretto il governo ad imporre all’inizio del 2020 un divieto di pesca di dieci anni nelle aree più critiche.

La diga ha inoltre portato alla scomparsa di 1.300 siti archeologici e alla totale o parziale immersione di oltre 1.400 centri abitati. L’insufficiente o mancata compensazione per la cessione delle terre, ancora oggi soggetta al principio di co-gestione maoista, scatena ciclicamente una serie di scandali che interessano i governi locali.

Il trasferimento obbligatorio di 1,4 milioni di residenti avviò infatti un dibattito molto intenso nell’opinione pubblica, perché queste vicende si inseriscono in un più ampio processo di confisca di abitazioni e terreni agricoli che colpisce da decenni le aree rurali cinesi. I danni causati dalle ultime alluvioni hanno riportato l’attenzione su uno dei fenomeni più controversi della Cina moderna.

La Diga delle Tre Gole risponde a una logica di incentivi governativi per le grandi opere che hanno fatto la fortuna delle finanze nazionali, nonché a una narrazione sulla transizione energetica fondamentale nel discorso politico cinese di oggi.

GLI STIMOLI ECONOMICI provenienti dal governo centrale per lo sviluppo infrastrutturale sono stati spesso criticati per aver alzato il debito locale a fronte di opere di scarsa rilevanza, altamente impattanti sugli ecosistemi e che hanno portato alla migrazione forzata di milioni di persone.

I progetti approvati sbloccano ingenti quantità di denaro e in questo modo i governi locali riescono a mettere in circolo delle finanze che portano dati molto positivi a Pechino in termini di crescita del Pil nazionale. Nel caso della diga si parla inoltre di una capacità di produzione energetica importante, valutata 26 miliardi di dollari già nel primo anno dall’inaugurazione ufficiale avvenuta nel 2012.

Di conseguenza, la collaborazione delle autorità locali nella gestione delle grandi opere è una delle più comuni strategie per l’avanzamento nella carriera politica.
Solo negli ultimi dieci anni sono stati approvati almeno altri 22 grandi progetti della compagnia statale che gestisce la Diga delle Tre Gole – la «China Three Gorges Corporation», per la costruzione di nuovi impianti idroelettrici lungo il bacino del Fiume Azzurro.

LA STESSA COMPAGNIA ha in attivo 89 progetti in 47 altre nazioni: tutte decisioni coerenti con la strategia di sicurezza energetica che vedrebbe la Cina come paese all’avanguardia nel settore delle energie alternative. In questo scenario, il potenziale idroelettrico dei maggiori fiumi cinesi costituisce uno dei fattori chiave nella strategia di potenziamento dell’industria energetica, giustificando la velocità con cui vengono avviati i lavori.

Questa è infatti la maggiore critica che emerge nel dibattito sulle alluvioni lungo il Fiume Azzurro: una superficiale gestione dei progetti sul territorio, sostenuti da dati insufficienti sui cambiamenti idrogeologici nelle zone più sensibili. Le implicazioni sono immediate: nel momento in cui le precipitazioni aumentano lo straripamento non può essere gestito che con misure d’emergenza come l’evacuazione e l’intervento delle forze armate.

Il cambiamento climatico mette alla prova queste ambizioni e apre nuovi scenari per la discussione sulla effettiva utilità e sostenibilità sociale, economica e ambientale delle grandi opere infrastrutturali in Cina.

I danni rilevati dalle ultime esondazioni hanno dimostrato la fragilità di questi progetti nel grande piano di sviluppo moderno della nazione cinese.

Le alluvioni di quest’anno, insieme con l’epidemia di Covid-19, hanno rallentato le ambizioni del presidente Xi Jinping per il raggiungimento di una società «moderatamente prospera» e senza povertà assoluta entro il 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese.

A QUESTO PROPOSITO, il presidente cinese ha dichiarato all’agenzia d’informazione nazionale Xinhua il proprio sostegno ai cittadini colpiti dalle alluvioni, invitando a combattere la malagestione del territorio e la carenza di misure preventive efficienti.

La gestione consapevole e attenta dei territori del Fiume Azzurro è centrale nel discorso politico sulla modernizzazione della Cina, dove accanto alla speculazione edilizia sulle grandi infrastrutture ritornano ad avere peso i problemi di sicurezza alimentare nelle campagne.

Mentre Pechino richiede l’anticipo della raccolta di riso per questa stagione, in tutto il paese è stato registrato un aumento dei prezzi dei beni alimentari dell’11% in confronto ai dati di giugno 2019.

Tutti questi fattori rappresentano una sfida importante per il governo centrale, che dovrà valutare accuratamente la gestione delle finanze nazionali e rendere prioritari gli investimenti per la tutela dei territori e delle popolazioni più colpite negli ultimi mesi.

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L’anomalia dell’algoritmo

Insieme a una gestione forsennata della pandemia, le manifestazioni scaturite dopo l’assassinio di George Floyd sono state il principale reattore del calo di consensi che ha interessato la presidenza Trump.

Nel guardare l’effetto domino di proteste generatesi, Pechino ha colto al volo l’occasione per sfruttarle a proprio vantaggio. E infatti, nonostante al suo interno la Cina non abbia mai dato l’impressione di interessarsi di diritti umani e uguaglianza razziale, ha subito fornito il proprio supporto al movimento Black Lives Matter.

Come scritto da The Diplomat, così facendo la Cina sperava sostanzialmente di veicolare due messaggi e scrollarsi di dosso l’attenzione internazionale per come stava gestendo la situazione nello Xinjiang e a Hong Kong. Innanzitutto, evidenziare l’ipocrisia degli Stati Uniti, meticolosi, nonostante i problemi interni, nel sindacare sull’operato di Pechino e a presentarsi come fari della democrazia e dei diritti umani.

E IN SECONDO LUOGO, sottolineare il fallimento del sistema liberaldemocratico a vantaggio del sistema politico cinese, e sedare così le voci di coloro che aspirano agli ideali americani. Tuttavia, per la Cina le proteste di Black Lives Matter non sono solo un’onda da cavalcare per azionare il proprio apparato di propaganda, ma un problema con cui ben presto dovrà venire a capo.

Quando si parla dei programmi di investimento cinesi per la costruzione di infrastrutture in Africa, si fa presto a pensare a strade e ferrovie, dimenticandosi delle infrastrutture tecnologiche, vero volano dei rapporti Africa-Cina e la cui influenza è universale. Dopo l’implementazione dei programmi cinesi di riconoscimento facciale in Africa, infatti, i diritti delle persone nere sono sempre più intrecciati con gli interessi di Pechino.

PROPRIO IN RIFERIMENTO alle violenze della polizia negli Stati Uniti, alcuni hanno sollevato la necessità di abolire i programmi di riconoscimento facciale usati dalla polizia perché le tecnologie con cui funzionano portano con sé le iniquità razziali generate dagli algoritmi.

I pregiudizi razzisti e le imprecisioni – che hanno già mietuto numerose vittime – sono stati segnalati da diversi studi e sono riconducibili alla modalità con cui questi strumenti vengono sviluppati.

Gli algoritmi, per funzionare bene, vengono sottoposti a molti dati attraverso cui imparano a riconoscere, prevedere o formulare giudizi sulle informazioni che elaborano.

Ma se i volti utilizzati per addestrare l’algoritmo sono prevalentemente uomini bianchi, il sistema farà molta più difficoltà a riconoscere donne e uomini neri. Automaticamente, quindi, in un quartiere prevalentemente bianco, il nero individuato da una telecamera verrà segnalato come «anomalo». I programmi di sorveglianza usati dalla polizia, inoltre, tendono a basarsi su dati che mostrano modelli di criminalità del passato per prevedere dove si verificherà il crimine nel futuro. In questo caso, la sovra-rappresentazione dei neri tra i detenuti americani non può che riprodursi in algoritmi affetti da bias razzisti e in programmi di sorveglianza più capillari nei quartieri abitati dalle minoranze.

PER OVVIARE A QUESTO VUOTO di dati, numerose aziende cinesi come Hikvision, Huawei e Cloudwalk hanno avviato programmi di riconoscimento facciale in diversi paesi dell’Africa, in modo da perfezionare le proprie tecnologie e ottenere software abbastanza accurati da essere esportati.

L’idea delle aziende cinesi è che se i sistemi verranno addestrati su un campione rappresentativo di dati biometrici di popolazioni nere daranno vita ad algoritmi non affetti da bias razzisti. La principale preoccupazione sollevata dai media internazionali è che la Cina stia tentando di esportare il proprio modello di sorveglianza di massa (in Cina le telecamere per il riconoscimento facciale sono passate da 176 milioni nel 2017 a 626 milioni nel 2020) rendendo i paesi africani più autoritari.

Ma questo non è l’unico problema: secondo Iginio Gagliardone, autore di China, Africa and The Future of the Internet, «credere che tutte le persone nere siano simili rischia di dar vita ad algoritmi altrettanto razzisti. Noi pensiamo facilmente alla dicotomia bianco-nero, ma in Africa esistono diverse etnie e tensioni fortissime tra le popolazioni. E le caratteristiche facciali dello Zimbabwe, ad esempio, dove Cloudwalk ha avviato un programma di riconoscimento facciale su larga scala, non hanno nulla a che fare con quelle delle popolazioni etiopi».

Anche parlando con Anil Jain, esperto di riconoscimento biometrico e professore di informatica alla Michigan State University, appare chiaro come, nonostante i miglioramenti, nessun sistema può considerarsi ancora privo di pregiudizi: «Dalla valutazione del Nist (il National Institute of Standards and Technology, ndr) del 2019, è stato evidenziato che, su oltre 100 sistemi di riconoscimento facciale analizzati, tutti hanno mostrato diversi gradi di bias discriminanti, anche con diversi gruppi demografici ugualmente rappresentati».

OLTRE A QUESTO, inoltre, non bisogna dimenticare che il continente africano è piagato dal conflitto etnico. I programmi di riconoscimento facciale sono strumenti politici e i governi che stringono questo tipo di accordi potrebbero sfruttare la mancanza di leggi sulla privacy per perseguire politiche discriminatorie.

In Sudafrica ad esempio, uno dei paesi più diseguali del mondo, Michael Kwet ha raccontato come i dataset su cui sono stati istruiti gli algoritmi di riconoscimento facciale si portano dietro i retaggi della segregazione razziale, e hanno dato vita a una nuova forma di apartheid tecnologico.
Sempre più analisti concordano sul fatto che l’Africa sarà l’ultimo campo di battaglia della competizione tra Cina e Stati Uniti nel campo dell’Intelligenza Artificiale, il cui vincitore potrà così aspirare al ruolo di leadership globale.

GLI STATI UNITI sono stati in gran parte freddi nell’esplorare i dati del continente e anche aziende come Google, più attente all’immagine che vogliono dare di sé, non riescono a trasmettere fiducia. Secondo Gagliardone, «da parte loro, oltre a un’ignoranza sconvolgente rispetto al contesto africano, c’è un’eccessiva fiducia nei confronti del perfezionismo tecnologico. Facebook, ad esempio, ha la pretesa che riuscirà a scovare l’hate speech sui social in Etiopia attraverso i propri algoritmi senza considerare che in Etiopia ci sono oltre 80 linguaggi parlati».

Come in epoca coloniale, dunque, l’Africa si conferma luogo da cui estrarre risorse: non più materie prime dal sottosuolo, ma facce e dati.
Oggi, grazie al vantaggio significativo di cui gode, il futuro delle persone nere si sta legando a doppio filo con la Cina.

Se Pechino può vantarsi di non aver costruito le proprie fondamenta sulla segregazione e la schiavitù, il razzismo è comunque un problema da cui non può considerarsi immune. Anche durante la gestione della pandemia, dopo che cinque studenti nigeriani presso l’Università di Guanghzou sono risultati positivi, sono stati segnalati numerosi casi di discriminazione nei confronti degli africani residenti in Cina generando così un’increspatura sull’idillio Africa-Cina, tanto che ad aprile i governi di Nigeria e Ghana avevano richiamato in patria i propri ambasciatori cinesi.

MA IL SENTIMENTO anti-africano scatenatosi durante la pandemia non è nuovo. Ci sono numerose testimonianze che ripercorrono la storia del razzismo cinese nei confronti degli africani.

Nel 1988, ad esempio, quando due studenti africani entrarono nel campus della Università di Hehai a Nanchino con due donne cinesi durante una festa di Natale, si accese una discussione che sfociò subito in rissa e che proseguì in proteste e violenze durate settimane.

E già vent’anni prima, in An African Student in China, pubblicato a Londra nel 1963, Emmanuel Hevi documentava la sua esperienza degli «arresti di ragazze cinesi per le loro amicizie con gli africani e, in particolare, i sentimenti cinesi di superiorità razziale nei confronti dei neri africani».

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Le stelle oscurate della cucina

Non si è mai parlato così tanto di cucina come negli ultimi anni, i nomi dei grandi chef sono osannati, le trasmissioni tv dedicate ai cuochi si moltiplicano dappertutto. Ma se si guarda più da vicino la realtà delle cucine dei grandi ristoranti citati dalle guide tipo Michelin, si scopre una realtà particolare: il campo della gastronomia internazionale è assolutamente dominato dagli uomini, questo è un settore dove le diseguaglianze di genere sono molto presenti e persistenti. Eppure le donne hanno sempre fatto da mangiare, nutrire la famiglia è stato un compito secolare affidato alle donne. Come mai è così difficile per una donna essere «chef»?

IL MODELLO DELLA GRANDE cucina nel mondo è francese, Auguste Escoffier (1846-1935), «re dei cuochi» e «cuoco dei re» ha inventato e diffuso nel mondo i Palaces, i grandi alberghi dotati di grandi e lussuosi ristoranti, dal Ritz di Monte Carlo al Savoy di Londra. Con Escoffier il taylorismo è entrato in cucina. In Francia il modello è da sempre maschile: nella guida Michelin 2018, ci sono 621 ristoranti stellati (28 con tre stelle, 85 con due), ma solo una cheffe, Anne-Sophie Pic, ha 3 stelle; sui 57 nuovi stellati di due anni fa ci sono solo 2 donne (e tutte e due, la coreana Mi-Ra e la malese Kwen Liew lavorano in coppia con un uomo). Nella guida Michelin 2016, su 600 stellati solo il 3% è una cheffe, nel 2017 su 616, c’è una sola nuova cuoca stellata, Fanny Rey. Nel 2019, su 61 nuovi stellati la cifra è in crescita, 8 cheffes stellate. Nel 2020, su 628 ristoranti si arriva a 33 cheffes stellate. Nella classifica World’s Fifty Best Restaurants del 2017 ci sono solo due donne-chef.

LA GUIDA MICHELIN, che nasce nel 1900, ha citato le prime donne nel 1933 (due lionesi, Eugénie Brazier e Mère Bourgeois) e bisognerà aspettare il 1951 per avere la prima cheffe a tre stelle, Marguerite Bise. Le associazioni professionali hanno a lungo sbarrato l’accesso alle donne: fino al 1997 non era possibile per una donna chef entrare nell’associazione dei Maîtres cuisiniers de France (quell’anno ne accoglie per la prima volta due, ma nel 2001 Anne-Sophie Pic, tripla stellata Michelin nel 2007). Al concorso del «Bocuse d’or» solo una donna ha vinto, nel 1989, Léa Linster.

PER LOTTARE CONTRO questa esclusione, nel 1971 la cheffe Annie Desvignes fonda la prima associazione di Restauratrices-Cuisinières (Arc). Oggi esistono numerose associazioni di donne-chef, Parabere Forum, Les nouvelles Mères cuisinières, Elles sont food!, esiste una guida francese per le 500 migliori cheffes. Ora c’è anche il concorso al femminile Cuillières d’or.

DALLE SOCIOLOGHE statunitensi Deborah Harris e Patti Giuffre, che hanno analizzato le diseguaglianze di genere nelle cucine, agli studi della storica italiana Silvana Chiesa, che ha messo in evidenza le particolarità della situazione italiana – meno crudele di quella francese, ma altrettanto difficile – fino alla creazione del primo Osservatorio internazionale della professione al femminile, «Cheffes d’ici et d’ailleurs», creato da Marina Miroglio, italiana di Parigi attiva nel settore, e la polacca Katarzyna Vermont, qualcosa si sta muovendo. A Parigi, Marina Miroglio e Karatzyna Vermont nel dicembre scorso hanno organizzato un incontro in occasione della settimana della cucina italiana nel mondo, l’avvenimento annuale «Cheffes! Rentrez dans les cuisines!», per valorizzare le diverse esperienze e creare uno strumento di informazioni per le candidate a questo mestiere. Tradizionalmente, alle donne era riservata la pasticceria, le ragazze uscite dalle scuole alberghiere sono piuttosto indirizzate verso il servizio in sala, l’amministrazione, il marketing, invece che l’alta gerarchia delle cucine.

È LA STORIA DELLA CUCINA francese che ha favorito la preminenza maschile. I primi capo-cuochi dei ristoranti parigini e delle grandi città francesi avevano lavorato per la corte, per i nobili, per i militari e perdono il lavoro con la Rivoluzione del 1789. La tradizione è militare, le divise adottate in cucina, la severa gerarchia che si manifesta a cominciare dalle toques, i copricapo, in Francia rigorosamente bianche: lo chef ha la toque più alta (perché deve essere visto da tutti), poi via via l’altezza della toque diminuisce con le mansioni inferiori, fino alla calotta piatta per i pelapatate. Anche l’ambiente è militare. In cucina si risponde forte e chiaro «oui chef» a ogni ordine, che non si discute. La cucina è organizzata in «brigate», come l’esercito.

ESCOFFIER AVEVA teorizzato che per preparare e servire volumi di cibo ci vuole organizzazione militare, nessuna improvvisazione. L’ambiente è ostile per le donne, che fin dalle origini non sono gradite nelle cucine della grande gastronomia, si teme che facciano abbassare i salari. La violenza regna nelle grandi cucine: lancio di pentole, calci negli stinchi (per questo i sotto-cuochi portano delle ghette per proteggersi), insulti, come ha raccontato la scrittrice Maylis de Karangal in Chemin de tables (Seuil). Uno chef stellato ha dovuto spiegarsi di fronte alla giustizia del lavoro perché aveva l’abitudine di mettere la mano dei sottoposti sulla piastra incandescente del fornello, come punizione per non aver realizzato bene un ordine.

«ESISTE UN’ENORME omertà in cucina – spiega Marina Miroglio – l’ispezione del lavoro è in difficoltà a far parlare i ragazzi, mentre queste rivelazioni hanno cominciato ad essere diffuse quando sono state le ragazze a denunciare». Per le donne in cucina ci sono inoltre affronti sessisti, a volte molestie, svalutazione del lavoro realizzato, ordini di trasportare pesi eccessivi per metterle alla prova ecc. In Italia la storia è un po’ diversa, la cucina non ha una tradizione militare ma più famigliare e questo spiega una maggiore apertura: l’Italia ha il maggior numero di cuoche stellate al mondo, 46 nel 2018, un terzo delle cheffes stellate sono italiane (mentre il Giappone, che è il paese più stellato al mondo dopo la Francia, non ha nessuna donna-chef all’apice). Sulle cinque tristellate al mondo, due sono in Italia.

LA TRADIZIONE ITALIANA ha però anche il suo rovescio della medaglia: il modello «trattoria famigliare» significa che le donne sono sfruttate, spesso non vengono dichiarate, e quando tentano di fare il salto di qualità per entrare nella grande gastronomia, come ha messo in luce la storica Silvana Chiesa, trovano difficoltà ad accedere al credito presso le banche, se non hanno una famiglia dietro. Anche i grandi cuochi italiani di solito preferiscono non avere donne tra i piedi (Vissani: «Le donne non sopportano il carico di lavoro»), ma ci sono eccezioni, sottolinea Marina Miroglio, come Massimo Tringali del ristorante stellato Armani a Saint-Germain a Parigi, che è coadiuvato da una vice donna.

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I moti di Reggio, l’onda nera che il Pci non vide

Sono passati 50 anni dalla rivolta di Reggio Calabria. Quando, dal luglio 1970 al febbraio 1971, la città fu messa letteralmente a soqquadro. Dopo una lunga fase, a partire dal secondo dopoguerra, in cui teatro dei conflitti erano state le campagne e le fabbriche, esplode per la prima volta una rivolta urbana con caratteri di massa, ma egemonizzata dalla destra reazionaria.

PER SETTE LUNGHI MESI, con la parola d’ordine «boia chi molla», un comitato d’agitazione presieduto dal missino Ciccio Franco si oppone in tutti i modi, anche con l’uso della violenza, fino a conoscere l’uso di mezzi blindati nelle strade, alla decisione del governo di assegnare il capoluogo del nascente istituto regionale a Catanzaro. Per la destra si presenta un’occasione irripetibile per ridare vigore alla strategia della tensione (un anno prima la bomba e la strage di Piazza Fontana), che cerca di contrastare la nuova dinamica politica che attraversa il paese con l’avanzata comunista del 1968 e gli anni dell’«autunno caldo».

La Calabria si presta a trasformarsi in un laboratorio insurrezionale per le sue antiche frustrazioni, la rabbia che cova, l’emarginazione economica che la relega all’ultimo posto tra le regioni nella graduatoria del reddito pro capite e della disoccupazione. Si soffia sul malcontento popolare puntando sul tema unificante del campanile offeso nella sua “dignità”. Anche la Curia reggina scende in campo a sostegno della rivolta. Il 22 luglio un atto di sabotaggio provoca il deragliamento del treno del Sole presso Gioia Tauro. Il bilancio è di sei morti e cinquanta feriti. Si svaligiano le armerie della città. Una bomba esplode nei locali della Questura di Reggio provocando due vittime. A Catanzaro, in piazza Grimaldi, mentre si svolge una manifestazione antifascista, una bomba uccide Giuseppe Malacaria, operaio, e ferisce altri dieci partecipanti.

VALENTINO PARLATO sul manifesto settimanale (n.10-11, 1972) scrive: «Se si volesse fare una graduatoria sociale dei sostenitori di Reggio capoluogo, in prima fila verrebbero i dipendenti comunali, in generale persone con un mestiere rimediato, frustrate dal favore ricevuto e che nella rivendicazione del capoluogo hanno un’occasione di ricambiare il favore ai potenti e, al tempo stesso di darsi uno straccio di ideologia e di dignità. Seguono gli edili e i sottoproletari dai mille mestieri Da questi due gruppi, dai giovani e dai ragazzi (come sempre nelle rivolte di popolo) sono venuti i protagonisti delle barricate Gli altri gruppi, artigiani e commercianti, come anche la piccola borghesia impiegata nello Stato e nel parastato, hanno avuto solo funzione di sostegno morale».

E ALFREDO REICHLIN su Rinascita (n.33, 1970) fa una critica severa al partito che «a Reggio si è fatto sorprendere dal movimento municipalistico e, per un certo tempo, non è riuscito a farsi ascoltare da masse che pure esprimevano una fortissima protesta sociale Per troppi anni in Calabria i compagni sono stati divisi sulla piattaforma di lotta. Fino a qualche mese fa essi si sono logorati in astratte contrapposizioni tra riforma agraria e industrializzazione, tra problemi delle zone disgregate e problemi della pianura, tra occupati e disoccupati ».

I MOTI DEL ‘70-’71, benché rimossi, hanno segnato profondamente la vita della città e della regione. Il famoso “pacchetto” Colombo, di cui il pezzo più consistente era il Centro siderurgico di Gioia Tauro che, da solo, avrebbe dovuto dare occupazione a 7.500 operai, si è dissolto nel nulla. La sua logica era profondamente sbagliata e non corrispondeva affatto alle reali esigenze di sviluppo del territorio.

Dietro la facciata del campanile, l’oggetto vero dei moti era il controllo della Regione come nuovo grande centro di potere e di erogazione di risorse. La città sede del governo regionale avrebbe beneficiato di migliaia di assunzioni e i partiti al governo avrebbero avuto un grande vantaggio clientelare. Sta qui la ragione dell’ambiguità e della reticenza dei partiti nazionali, ad eccezione del Pci. Da Roma non è mai arrivata una netta sconfessione dell’adesione che i gruppi dirigenti locali dei partiti di maggioranza avevano dato alla rivolta.

Ma aldilà dell’adesione o meno ai moti di piazza, aldilà dei personaggi locali, più o meno folcloristici, che si assumono la responsabilità dell’organizzazione e della guida della rivolta, sono le forze politiche, in primo luogo Dc e socialisti, che tirano le file delle questioni sollevate dai moti. La vicenda di Reggio nasce e si svolge nei partiti, e non al di fuori. Testimonia i limiti e le contraddizioni di una modernizzazione disordinata, basata su logiche campanilistiche e particolaristiche. Sta qui il peccato originale della Regione Calabria.

NEL VUOTO POLITICO e di governo è drammaticamente cresciuta la ‘ndrangheta, l’illegalità diffusa, il degrado sociale e ambientale. A distanza di 50 anni dai tragici avvenimenti di Reggio, il problema più grande resta quello di liberare la Calabria dalla presenza invasiva (e oppressiva) di un ceto politico povero di idee e di cultura, che non è mai riuscito a diventare classe dirigente. Un ceto politico sempre pronto a cambiare casacca, interessato unicamente al mero controllo delle leve del potere e all’allargamento della rete clientelare.