Categorie
Politica

Il M5S va oltre i tabùper volere della base«Ok a fondi e più sedi»

II
Mentre ancora si vota per scegliere i trenta portavoce che chiuderanno con un dibattito pubblico gli Stati generali del Movimento 5 Stelle, viene divulgato l’elenco dei rappresentanti che sono stati scelti la scorsa settimana dalle assemblee regionali. Si tratta di 305 tra parlamentari, amministratori locali e semplici attivisti che si confronteranno sabato 14 nel corso dei tre tavoli di lavoro dedicati rispettivamente a temi e agenda politica, organizzazione e struttura, principi e regole.

LA COMPOSIZIONE
trasversale dell’elenco dei partecipanti al momento pare confermare l’efficacia dell’impostazione voluta dai vertici: depotenziare i consessi territoriali sminandoli da ogni argomento divisivo. Per ottenere questo risultato si è partiti dai punti fermi del capo politico e del voto su Rousseau. «I nostri unici organi con poteri decisionali sono l’assemblea degli iscritti e il capo politico – spiegano dal M5S – Ciò significa che sulle assemblee regionali non cadeva la responsabilità di decidere la linea e non c’era bisogno di arrivare al confronto tra mozioni contrapposte». Ecco perché si è puntato su eventi che «a forza di scremature e di confronto» arriveranno a definire il testo che verrà messo al voto online. «La personalizzazione viene accantonata se sai di far parte di un flusso», è il ragionamento che proviene dalla camera di regia grillina. Anche se ai personalismi viene lasciato proprio lo spazio del momento conclusivo, che a questo punto è quello destinato a raccogliere le differenze più evidenti. Ieri Luigi Di Maio ha confermato la sua candidatura per essere parte dei trenta che dibatteranno. «Io come sempre mi metto in gioco, ci metto la faccia – dice il ministro degli esteri – L’ho dimostrato anche al referendum sul taglio dei parlamentari».

ALCUNE DELLE NOVITÀ
potrebbero venire proprio dai documenti di sintesi preparati al termine delle assemblee territoriali. Verranno diffusi nei prossimi giorni ma dalle anticipazioni che trapelano si mettono in dubbio molti dei punti fermi del M5S nei suoi primi dieci anni di vita. A partire dalla questione dei finanziamenti. «Nell’ottica di avere persone retribuite che si occupino del M5S e maggiore attività territoriale – si legge ad esempio – è necessario avere a disposizioni maggiori fondi e che le restituzioni dei portavoce possano non bastare». La presa d’atto dei costi della politica va di pari passo con la «creazione di un luogo fisico di riferimento»: «Spazi 5 Stelle» dove «gli attivisti, insieme ai portavoce, potranno incontrarsi e organizzarsi». Sedi di partito.

ALTRO TABÙ
: il rapporto col codice di procedura penale. In uno dei documenti si segnala «il bisogno di essere più elastici in merito al tema degli avvisi di garanzia» dal momento che «risulta molto semplice risultare indagati per reati amministrativi e si rischia di dover rinunciare a delle persone capaci con esperienze importanti». Vacilla anche il boicottaggio delle elezioni di secondo livello per le province e le città metropolitane, finora ritenuti enti inutili: «Molti temi strategici sono centrali all’interno di quelle istituzioni e si ritiene dannoso non partecipare». In molti dei testi viene riconosciuto a Rousseau un ruolo «fondamentale» ma allo stesso tempo si contesta il modello «fortemente accentrato della piattaforma». Nell’assemblea campana si prevede chiaramente che la piattaforma sia di proprietà «del Movimento e gestita dallo stesso e non dall’Associazione Rousseau».

DEL VECCHIO M5S
pare reggere un tratto identitario come la regola del tetto dei due mandati per consiglieri regionali e parlamentari nazionali ed europei. Sulla leadership, la maggior parte dei territori propone il superamento della figura del capo politico, da sostituire con un organo collegiale «in numero dispari»: alcune regioni prevedono che comunque questo organismo possa dotarsi di un «primus inter pares», una figura che snellisca i processi, faccia sintesi e si rapporti con le altre forze politiche. Con le quali non si prevedono alleanze «strutturali», bensì accordi valutati caso per caso.

Categorie
Politica

Desecretati i verbali del Cts, Speranza ora fa appello all’unità

«A settembre riapriranno le scuole e riprenderanno a pieno ritmo gran parte delle attività lavorative, occorre collaborazione istituzionale per fare tutto ciò che è possibile per la prevenzione nella fase di ripartenza». Il presidente Stefano Bonaccini chiede di riaprire al pubblico gli impianti sportivi ma insiste soprattutto sul nodo del trasporto pubblico locale, quando al termine della Conferenza delle Regioni chiede un incontro urgente con il governo. Concesso immediatamente per il 10 agosto, anche perché dopo la desecretazione di alcune delle raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico (Cts) relative ai mesi scorsi che hanno sollevato dubbi sulla corrispondenza tra il parere degli scienziati e le decisioni poi assunte effettivamente dall’esecutivo nella «Fase 1» della pandemia, il premier Conte cerca ora la massima condivisione possibile.

Il ministro Speranza, foto LaPresse

«Iss e ministero della Salute hanno completato un lungo lavoro sulle linee guida generali per la ripresa di ottobre», annuncia infatti il ministro della Salute Speranza durante un’informativa al Senato, ieri, nella quale ha specificato che il documento è stato trasmesso al Cts e sarà poi «inviato alle Regioni», per costituire «l’orizzonte con cui affrontare la fase della ripresa». Sì alla ripartenza di crociere e fiere, no al pubblico negli stadi, no alla disponibilità totale dei posti sui mezzi di trasporto pubblico, neppure sui treni locali. E il vaccino, quello studiato ad Oxford e prodotto a Pomezia, probabilmente già entro la fine dell’anno, anticipa Speranza.

MA A SCOTTARE SONO I CINQUE verbali, fin qui riservati, consegnati alla Fondazione Luigi Einaudi dopo una lunga battaglia a colpi di ricorso al Tar e al Consiglio di Stato («la trasparenza è una regola fondamentale», ha ammesso con un certo ritardo Speranza) dai quali si può ricostruire il modo in cui sono state prese le decisioni governative contenute nei Dpcm firmati dalla fine di febbraio all’inizio di aprile. Solo parzialmente però: si tratta infatti dei verbali completi del 28 febbraio 2020 (n° 12), 30 marzo (n°39) e del 9 aprile (n° 49), e solo parte dei verbali n° 14 del 1 marzo e n° 21 del 7 marzo 2020.

Quest’ultimo è particolarmente importante perché due giorni dopo, il 9 marzo, viene decretato il lockdown completo in tutta Italia, con le stesse misure su tutto il territorio nazionale. A ben guardare però il Dpcm firmato da Conte il giorno prima, l’8 marzo, seguiva pedissequamente le raccomandazioni del verbale n°21 dove il Cts prescriveva «due “livelli” di misure di contenimento da applicarsi: l’uno, nei territori in cui si è osservata ad oggi maggiore diffusione del virus; l’altro, sull’intero territorio nazionale». In Lombardia e in 14 province dell’Emilia Romagna, Piemonte e Veneto, gli scienziati chiedevano tra le altre cose di bloccare ogni movimento in entrata e in uscita, mentre nel resto del Paese si raccomandava solo la «limitazione delle mobilità ai casi strettamente necessari». Ma, tra le varie misure da applicare ovunque, c’era anche la sospensione «delle attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché della frequenza di attività di formazione superiore», comprese le Università. L’esecutivo si adeguò alle istruzioni. Ma poi il 9 marzo, nel decreto «#iorestoacasa», Conte annunciava che non ci sarebbero state più zone rosse ma «solo l’Italia zona protetta».

COL SENNO DI POI SICURAMENTE sarebbero state necessarie soluzioni più differenziate tra il Nord più colpito e il Sud che ha patito di meno. Ma andando a ripescare i dati della Protezione civile di quei giorni – e non avendo ancora la possibilità di accedere a tutti i verbali del Cts (alla faccia del «trasparenza» spacciata senza ritegno dai grillini, ma anche dal Pd) – appare evidente come la curva dell’epidemia lasciasse poco spazio all’ottimismo: il 7 marzo infatti risultavano positive al virus 5061 persone, 567 in terapia intensiva, 233 i deceduti. Il 9 marzo i positivi erano già 7985, in terapia intensiva c’erano 733 pazienti e i morti erano saliti a 463. Dopo arrivarono altri picchi. Tanto che il 9 aprile il Cts, discutendo l’avvio della Fase 2 con un allentamento graduale delle restrizioni adottate, raccomandava però il «mantenimento della sospensione delle attività didattica frontale fino all’inizio del prossimo anno scolastico».

ORA LA SITUAZIONE È MOLTO diversa: «Abbiamo dei focolai che stiamo monitorando, ed è questa la differenza fondamentale rispetto all’inizio della pandemia – ha spiegato il professor Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di virologia dell’Ospedale universitario di Padova – ora riusciamo a circoscrivere i contagi, all’inizio non riuscivamo». Adesso però, dopo una flessione della curva dei positivi, «da qualche settimana siamo in una fase di sostanziale stabilità», come ha riportato al Senato il ministro Speranza. Ieri i dati della Protezione civile segnalavano 402 nuovi casi, 6 in più delle 24 ore precedenti. Ma i morti sono ancora 6, a fronte dei 10 del giorno prima.

Il virus circola ancora ma, ha sottolineato Speranza riportando i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, «il tasso di incidenza su 100 mila abitanti negli ultimi 14 giorni e in Italia è pari a 5,7 casi, in Germania 8,4, nel Regno Unito 12,6, in Francia 19, in Croazia 25,3, in Spagna 53,6, in Romania 75,1 casi». È una notizia confortante e forse il risultato è dovuto anche al lockdown più lungo d’Europa.

ORA, HA PREGATO IL MINISTRO della Salute, «non dividiamoci sulle tre regole essenziali e decisive». Utilizzo delle mascherine nei luoghi chiusi pubblici, distanziamento interpersonale di almeno 1 metro e lavaggio frequente delle mani: tre regole, ha detto, che «devono essere patrimonio condiviso di tutto il Paese». Su questo «non c’è materia politica, non c’è sinistra, destra o altro».

Categorie
Politica

«Lo stato deve correggere gli squilibri tra le imprese e i lavoratori»

«Per garantire la coesione sociale il divieto di licenziamento deve rimanere fino al 31 dicembre»: questa è sempre stata la posizione di Leu durante la trattativa sul dl Agosto, ribadita ieri dal capogruppo alla Camera Federico Fornaro.

Come valutate l’accordo?
Il meccanismo flessibile messo in campo consente di avvicinarsi il più possibile a fine dicembre. Il governo si è mosso seguendo la strada della protezione dei soggetti più fragili, allargando gli ammortizzatori sociali anche agli autonomi e alle partite Iva. È arrivato il momento di ragionare su una riforma degli ammortizzatori che consenta una protezione universalistica. Durante il lockdown abbiamo stimolato il governo ad allargare le misure a chi non aveva lavoro, abbiamo spinto per il Reddito di emergenza non solo perché non si deve lasciare indietro nessuno ma anche perché, a differenza di quanto sostiene la cultura mercatista, queste misure spingono l’economia stimolando rapidamente i consumi interni.

Reddito di cittadinanza e Reddito di emergenza prevedono una serie di paletti che ne hanno frenato l’utilizzo.
Con partite Iva e autonomi effettivamente si è ecceduto in assenza di paletti, allocando così risorse in modo inefficace. Mentre, per evitare l’accusa di «assistenzialismo», su Rdc e Rem sono stati inseriti paletti che si potevano evitare. Una lezione che va tenuta presente per il futuro. Ci vuole una riforma complessiva che si muova su un doppio binario: da un lato un sostegno universale, dall’altro una differente forma di cassa integrazione che tuteli anche gli atipici. La divisione netta tra lavoratore dipendente e autonomo ha perso intensità con il moltiplicarsi dell’utilizzo strumentale di lavoratori a contratto, a progetto, partite Iva. Bisogna ricucire il gap tra i più tutelati e i meno tutelati, quasi sempre i più giovani, con un welfare adeguato.

Non c’è stata la stessa severità per tutti. Ci sono state imprese che hanno chiesto la cassa integrazione pur senza perdite da Covid.
L’Inps deve approfondire caso per caso. Se fosse tutto confermato, allora ci troveremmo di fronte a uno spettacolo molto brutto con aziende che considerano lo stato come una mucca da mungere. Mi ha colpito il silenzio di commentatori e associazioni di categoria, sia rispetto a eventuali singole responsabilità che alla più generale responsabilità sociale delle imprese.

Iv ha dato un sì all’accordo condizionato alla presenza di misure come lo slittamento delle tasse di novembre.
Rispetto le loro posizioni ma faccio fatica a capire la difesa dei licenziamenti per rilanciare l’economia. Dovremmo invece utilizzare la strada di un nuovo patto per valorizzare le risorse umane invece di fare leva sul soggetto più debole. Al fondo del Jobs act c’è l’idea renziana di un mondo del lavoro simmetrico, con impresa e dipendente sullo stesso piano e lo stato che ne agevola l’incontro. Invece si tratta di un rapporto strutturalmente asimmetrico, dove le capacità contrattuali non sono affatto le stesse e lo stato deve correggere gli squilibri.

Confindustria preme per avere mano libera dal governo.
La posizione di Confindustria è sbagliata e ingiusta. La scorciatoia di tagliare i diritti non funziona neppure dal punto di vista economico. Il sistema che ha tenuto meglio, quello tedesco, funziona sull’equilibrio tra stato, imprese e lavoratori. Il sistema italiano di lasciare mano libera alle aziende ha tenuto la produttività bassa anche quando gli altri crescevano. Lo stato italiano deve tornare ad avere un ruolo innovatore, programmare la politica industriale. Se negli anni Sessanta l’Italia si fosse comportata con l’energia come ha fatto con la banda larga, avremmo ancora paesi senza luce. Minori diseguaglianze e più giustizia sociale sono concetti che la sinistra dovrebbe frequentare di più.

Categorie
Politica

Doppia preferenza, è legge la toppa per la Puglia

A tempo di record, il parlamento ha convertito il decreto legge che introduce la doppia preferenza di genere nelle elezioni regionali in Puglia e che il governo si era risolto a emanare appena sette giorni fa di fronte all’inerzia del consiglio regionale. Dopo l’approvazione della camera, ieri in senato i sì sono stati 149. Nessun non, ma 98 astenuti dall’opposizione che ha detto di condividere l’obiettivo (non così i rappresentanti del centrodestra in Puglia che hanno fatto ostruzionismo), ma di non poter apprezzare il metodo.

Il governo infatti in maniera assolutamente inedita ha deciso di sostituirsi al consiglio regionale, sulla base del fatto che il principio delle pari opportunità anche nelle competizioni elettorali è un principio costituzionale non aggirabile. Lo ha fatto dopo che era caduta nel vuoto una diffida (partita in verità assai tardivamente) perché la regione si adeguasse. E lo ha fatto scegliendo lo strumento del decreto legge, che in ultima analisi dopo il voto di conversione scarica sul parlamento la responsabilità di sostituirsi all’autonomia regionale (alla quale solo spetterebbero le regole per le elezioni dei consiglieri). Tutti argomenti (ai quali si aggiunge quello che il decreto legge non è utilizzabile in materia elettorale) alla base delle critiche nel metodo. Ma sul merito nessuno se l’è sentita di obiettare, almeno apertamente.

Con la nuova legge, ogni elettore pugliese potrà esprimere due preferenze che, nel caso, non potranno essere su candidati dello stesso sesso. Bene, ma resta inapplicato l’altro principio che è invece recepito da quasi tutte le altre legislazioni elettorali regionali: quello che le liste devono essere composte in maniera non troppo sbilanciata in favore di un sesso (almeno 60% e 40%). In questo caso il governo ha usato la mano leggera, rinunciando sia a prevedere l’inammissibilità delle liste che non rispettino questo criterio minimo di rappresentanza sia a cancellare tutti i candidati del sesso prevalente in eccesso. Il ministro per gli affari regionali Boccia, soddisfatto per l’esito ieri in senato, ha avvertito le ultime due regioni che ancora non prevedono la doppia preferenza – Piemonte e Calabria, che però non andranno al voto a settembre – che se non si metteranno in regola in regola «lo faremo noi».

A rovinare pesantemente la giornata, la dichiarazione di voto del senatore Calderoli, secondo il quale «la doppia preferenza di genere danneggia il sesso femminile perché normalmente il maschio è maggiormente infedele della femmina». Il senatore leghista ha parlato in aula di «accoppiamenti», probabilmente riferendosi ad accordi elettorali ma chiaramente compiacendosi del gioco misogino e volgare: «Il risultato – ha insistito – è che il maschio si porta i voti di quattro o cinque signore e le signore non vengono elette». «Questo atteggiamento – ha commentato il capogruppo del Pd Marcucci – descrive benissimo la destra, che infatti ha applaudito Calderoli a scena aperta». Tra i più divertiti inquadrati dalla telecamera, Salvini

Categorie
Politica

Decreto agosto al traguardo, oggi approvazione in cdm

Ieri mattina, nonostante la nuova ipotesi di compromesso raggiunta nella notte sul nodo dei licenziamenti, circolava ancora un certo pessimismo sulla possibilità di approvare presto il decreto Agosto, tanto che il reggente 5S Crimi ipotizzava il varo «prima di ferragosto».

Poi il ministro Gualtieri ha annunciato la fumata bianca sui licenziamenti e di conseguenza la riunione del cdm oggi per l’approvazione del dl: 91 articoli, 25 miliardi di copertura in deficit.

Qualche spina ancora c’è ma non troppo acuminata. Oltre alla soluzione salomonica sui licenziamenti, il vertice dei capidelegazioni ha aggiunto due voci importanti. Su proposta del ministro Provenzano, le aziende che operano nel sud usufruiranno di uno sgravio fiscale del 30%, su tutti i lavoratori e non solo sui neoassunti, dal primo ottobre al 31 dicembre. La decontribuzione, previo semaforo verde della Commissione europea, dovrebbe proseguire invariata negli anni successivi, fino al 2025, scendere al 20% nei due anni seguenti e poi al 10% fino al 2029. Costo: un mld quest’anno e altri 4 in futuro. Le tasse delle aziende sospese nei mesi di marzo, aprile e maggio dovranno essere poi saldate subito solo per metà. Il rimanente 50% verrà pagato nei due prossimi anni.

Prorogata invece fino al 31 dicembre la sospensione delle tasse sui settori maggiormente in crisi, ristorazione e turismo. In questo caso l’investimento è molto cospicuo: 3,8 mld.

L’ultimo scontro è stato sulla riscossione delle cartelle esattoriali e sulle tasse per gli autonomi. Gualtieri insisteva per non andare oltre il 15 ottobre. Italia viva ha puntato i piedi, in particolare sul nodo delle tasse di novembre. «Il nostro sì all’accordo è subordinato ad alcune misure fiscali, prima di tutto lo slittamento delle tasse di novembre per autonomi e forfettari», chiarisce il neopresidente renziano della commissione Finanze della Camera Marattin. Tenendo conto che, dopo la sospensione dei licenziamenti, la proroga delle riscossioni era il punto più delicato del dl non si trattava di un sospeso da poco. Ma Iv la ha spuntata. Il renziano Marco Di Maio ieri sera già cantava vittoria: «Se come sembra ci sarà lo slittamento delle tasse di novembre per gli autonomi sarà un’ottima notizia».

Non ancora definita invece la situazione su altri due capitoli. Il rimborso del 20% delle spese nei ristoranti, pur con un tetto massimo e a condizione che il pagamento non sia in contanti, potrebbe essere dimezzato. Oltre che a sostenere uno dei settori più colpiti dalla crisi la misura dovrebbe rilanciare la campagna contro il contante interrotta dal Covid. Ma nell’ultima bozza del dl non ce n’era traccia, forse perché non è ancora chiaro come dovrebbe avvenire il rimborso e si sa che è proprio su questi particolari, la traduzione in pratica corrente delle disposizioni annunciate, che si sono verificati gli scivoloni peggiori nei precedenti decreti. Cassata invece l’idea di allargare il rimborso ad altri settori in difficoltà: abbigliamento e arredo.

Difficoltà finali anche per la proposta “Filiera Italia” della ministra Bellanova: un mld da destinare a fondo perduto per i ristoratori che puntano sul made in Italy. Costa un mld che potrebbe essere necessario per coprire lo sgravio del 30% per le aziende del sud. Si tratta comunque di ostacoli minori. Il grosso è fatto. Zingaretti si dichiara contentissimo, «Sono state accolte tutte le priorità del Pd». Iv è «nel complesso soddisfatta dall’intesa».

Gli scogli aspettano governo e maggioranza su un altro dl, quello Semplificazioni. Gli emendamenti inizieranno a essere discussi in commissione al Senato il 24 agosto. Sono circa 3mila, oltre la metà dei quali della maggioranza, nonostante l’invito di Conte a limitare le richieste di modifica del dl, che non piace affatto a buona parte della maggioranza stessa, al punto che la capogruppo di LeU De Petris ne ha chiesto il ritiro. Non sarà una passeggiata.

Categorie
Politica

Scontro sul decreto Agosto, ministri al compromesso

Il vertice si prolunga, s’interrompe, viene riconvocato qualche ora dopo. Il preconsiglio dei ministri slitta e lo stesso varo del dl Agosto, quello che destinerà i nuovi 25 miliardi in deficit, finisce in forse. La coperta, nonostante un deficit arrivato a 105 miliardi in meno di sei mesi, è corta e lo scontro nella maggioranza divampa. La bozza del decreto conta 91 articoli, concentrati essenzialmente sui fronti del lavoro, del fisco, dalla sanità e della scuola.

I principali punti di attrito sono il blocco dei licenziamenti e la riscossione delle cartelle esattoriali. Sono entrambi proroghe necessarie ma fino a quando? Iv, ma anche il Pd e probabilmente lo stesso premier e il ministro dell’Economia, insistevano per non andare oltre il 15 ottobre. La ministra del Lavoro Catalfo ha tenuto duro sulla richiesta di arrivare sino alla fine dell’anno. Alla fine l’ipotesi di mediazione è prolungare la sospensione dei licenziamenti sino al 31 dicembre, ma solo per quelle aziende che stanno utilizzando la Cassa integrazione. Per le altre i licenziamenti saranno possibili già dal 15 ottobre, quando terminerà lo stato d’emergenza.

Stesso termine per la proroga delle riscossioni, attualmente in vigore sino al 31 agosto. Su questo fronte a dare battaglia sarà l’opposizione, che chiede il blocco delle cartelle per tutto l’anno e certo non accoglierà con favore l’eventuale decisione del governo di anticipare la proroga, prevista per il 31 ottobre, di due settimane.

Per i settori più penalizzati dalla crisi, turismo e spettacolo, lo sgravio sarà più incisivo. Alberghi, campeggi, stabilimenti balneari e B&B non dovranno pagare la seconda rata Imu del 2020. La stessa misura verrà estesa anche a fiere, cinema e teatri, a patto che i proprietari siano anche esercenti, e si estenderà sino agli interi 2021 e 2022. Gli stagionali nei due settori massacrati dovrebbero, infine, vedersi riconosciuta un’indennità di 600 euro al mese per giugno e luglio, con uno stanziamento complessivo di 900 milioni.

Per la scuola è previsto un incremento del fondo per la sicurezza di 400 milioni quest’anno e di altri 600 milioni nel 2021. Dovrebbero servire all’acquisto o al noleggio di non meglio precisate strutture atte ad assicurare il distanziamento. Garantito anche uno stanziamento speciale di 480 milioni per diminuire i tempi (solitamente biblici) delle liste d’attesa nella Sanità e altri 580 milioni, più 300 l’anno prossimo, saranno investiti nella ricerca per i vaccini.

Altra misura oggetto di scontro nel governo è la sospensione di fatto del dl Dignità sino al 31 dicembre. Le aziende dovrebbero poter prorogare i contratti a termine anche senza causali. Su questo fronte, però, i 5S restano poco convinti e ancora ieri opponevano qualche resistenza. Gli sgravi contributivi applicati alle nuove assunzioni, ai rientri dalle casse integrazione ma anche, con decontribuzione di 3 mesi, agli stagionali, saranno generalizzati, riguarderanno dunque, come si era già verificato con il dl Liquidità, non solo le aziende che hanno registrato perdite dovute alla pandemia ma anche quelle che non sono state colpite e persino quelle che ci hanno guadagnato.

Ultima voce considerata urgentissima, i fondi per gli enti locali che hanno visto diminuire di oltre la metà il gettito in seguito alla pandemia. Il «ristoro» dovrebbe consistere in 1,470 miliardi, 450 destinati a città metropolitane e province, il resto ai comuni. Nella lista entra anche il dossier Alitalia: ci sono 10 milioni per costituire la newco che sarà incaricata però solo di stendere il piano industriale che verrà poi sottoposto al vaglio della Commissione europea.

Non è detto che la bozza non venga rimaneggiata ma senza che l’impostazione di fondo sia modificata: anche il terzo dl in deficit è puramente emergenziale, cerca di mettere toppe alle situazioni più gravi e non basterà sino all’arrivo del Recovery fund, nella seconda metà dell’anno prossimo.

Categorie
Politica

Dem contro su legge elettorale e referendum

Siamo realisti, per cambiare la legge elettorale aspettiamo l’esito del referendum (e delle regionali), «Mi fido dei partiti di maggioranza, diamogli tempo, convochiamo già il prossimo incontro a settembre», propone Andrea Marcucci. Così il presidente dei senatori Pd smentisce la linea del segretario Nicola Zingaretti, che da giorni ripete di volere un voto sulla legge proporzionale prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Smentisce anche l’altro capogruppo, Graziano Delrio, che proprio ieri mattina (a Repubblica) spiegava che «anche se strettissimi i tempi per votare la legge elettorale alla camera prima del referendum ci sono ancora».

L’uscita di Marcucci è anche un tentativo di uscire dal vicolo cieco in cui il segretario ha infilato il Pd, dopo aver approvato nell’ultimo passaggio il taglio dei parlamentari e aver deciso solo adesso di denunciare i rischi della riforma. La logica conclusione di questi allarmi tardivi, quando tra sette settimane Zingaretti si troverà di fronte a un nuovo assetto istituzionale che lui stesso definisce «pericoloso» e ad alleati che non hanno mantenuto il patto di approvare quelli che i dem considerano i «contrappesi» della riforma, dovrebbe essere quello di votare no al taglio dei parlamentari. O di nascondere il Pd in una poco onorevole libertà di coscienza. Anche per evitare questo, Marcucci si rivolge ai suoi: «Sono sicuro che l’impegno a fare una legge elettorale proporzionale, per ridurre le storture della riduzione dei parlamentari sarà mantenuto». E siccome la «fiducia» negli alleati evidentemente non basta, aggiunge: «Dopo il 21 settembre potremmo avere la sorpresa di avere consensi sul proporzionale anche oltre la maggioranza». Non è una sorpresa, ma il senso dei ripetuti segnali arrivati da Forza Italia: prima delle regionali non può smarcarsi dalla Lega, ma sul proporzionale ci sta eccome.

A contro-smentire Marcucci pensa il vice capogruppo Pd alla camera Michele Bordo, che insiste nel definire «fondamentale» l’approvazione della nuova legge elettorale «almeno in un ramo del parlamento» entro il 20 settembre. La gestione del dossier referendum sta rovinando l’estate del Pd. Un numero crescente di parlamentari confessa di non capire la strategia del segretario, che enfatizzando i rischi di una – assai probabile – approvazione definitiva della riforma senza una legge elettorale (che oltretutto, essendo una legge ordinaria, non si presta tanto a essere brandita come rimedio al vulnus costituzionale) non fa che aggravare la portata della prevedibile sconfitta dem. Arrivano al pettine i nodi del 2019, quando il Pd firmò ai 5 Stelle la cambiale in bianco della riforma anti parlamentare, ripiegando poi su alcuni correttivi in tutta evidenza non sufficienti a compensare i guasti del taglio dei parlamentari – e oltretutto solo promessi. Come l’equiparazione della base elettorale del senato a quella della camera, che gode di maggiore consenso rispetto alla riforma elettorale e pur essendo una modifica costituzionale potrebbe fare da qui al 20 settembre quel passetto in avanti che auspica il Pd. Un passetto di un percorso molto lungo.

E così il Pd che non si è opposto alla pretesa grillina di accoppiare referendum, regionali e amministrative negli election days di settembre, sarebbe adesso sollevato se la Corte costituzionale dovesse accogliere la richiesta di sospensiva che è contenuta in tutti e quattro i ricorsi sul referendum che esaminerà il 12 agosto. Ma anche se la Corte dovesse giudicare solo ammissibili i ricorsi (non è da escludere almeno per quello del comitato del no e per quello della Basilicata) prudenza vorrebbe che il governo – che oltretutto ha confermato lo stato di emergenza – rinviasse il referendum sub iudice (lo ha già fatto e può rifarlo, scegliendo una data fino al 22 novembre).

Cresce nel frattempo anche il numero dei democratici che si espongono apertamente per il no al referendum (in assenza di riforma elettorale). Ieri il senatore Verducci si è attestato sulla linea già indicata dal capo corrente Orfini: «Senza l’approvazione di una legge proporzionale che garantisca rappresentanza e pluralismo penso sia un dovere votare no». Verducci fa parte di un gruppo di senatori Pd che avevano firmato in un primo momento la richiesta di referendum costituzionale contro il taglio dei parlamentari, ma poi l’avevano ritirata. Altri, come Nannicini, Rojc e Pittella l’hanno mantenuta e fanno parte di quel comitato del no che ieri è stato ricevuto dalla presidente del senato e poi dal presidente della camera. Casellati e Fico non l’hanno promesso, ma potrebbero fare un appello a che sia garantita almeno un po’ di informazione sul referendum, già annegato nella campagna per le regionali. Oltretutto il governo aveva accolto un ordine del giorno del deputato Riccardo Magi (+Europa), impegnandosi a far arrivare un opuscolo informativo nelle case degli italiani.

Categorie
Politica

«Mettere in discussione Conte per il M5S sarebbe una follia»

Luigi Gallo, presidente della commissione cultura della camera transitato alla commissione bilancio da qualche giorno, è uno dei deputati del Movimento 5 Stelle considerati vicini al presidente della camera Roberto Fico. Con lui ragioniamo del passaggio delicato dentro al quale si trova il M5S, un momento di scontri e tensioni interne fotografato dall’assemblea dei deputati tenutasi alla camera due giorni fa. In mezzo a una grande confusione e frammentazione generale sono emersi malumori nei confronti dell’attuale direttivo e la richiesta di maggiore coinvolgimento da parte di molti eletti. L’assemblea ha deciso di riconvocarsi al più presto, ma molte delle questioni poste rimangono sul tavolo: la maggior parte dei parlamentari ha lanciato l’allarme sulla necessità che il M5S non disperda le sue energie in posizionamenti personali e manovre tattiche, magari legate alla necessità di distinguersi dalla figura ingombrante del presidente del consiglio.

L’impressione è che alcuni intoppi nel rinnovo delle commissioni parlamentari siano stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso e abbiano svelato alcuni malumori più profondi dentro al gruppo parlamentare. Cosa accade?
Serve un clima di unità per realizzare le riforme radicali che il gruppo parlamentare del M5S alla camera ha elaborato per il prossimo triennio e che propone al governo del paese. Si va da un piano nazionale contro il degrado per sconfiggere le povertà educative agli investimenti in nuovi settori innovativi che promuovono una transizione ecologica, dalla pubblica amministrazione digitale che arriva come qualsiasi servizio sul proprio smartphone al piano di edilizia scolastica e fibra ottica per mettere in sicurezza i ragazzi, cancellare le classi sovraffollate e portarli nel futuro. Le prossime settimane saranno quelle che ci permetteranno di fare sintesi per presentare la nostra visione del paese e impegnare nel giusto modo le risorse europee del Recovery fund attraverso il lavoro che la commissione bilancio e tutte le atre commissioni parlamentari realizzeranno

Il sospetto che circola è che per alcuni di voi la figura di Giuseppe Conte è diventata troppo ingombrante. Siamo arrivati al punto che qualcuno lavora per indebolirlo?
Conte è il presidente del consiglio indicato e sostenuto per ben due governi dal M5S. È una figura «ingombrante» per chi come Giorgia Meloni e Matteo Salvini vive di slogan e selfie con il panino. I risultati concreti di Conte stanno entrando giorno dopo giorno nelle tasche dei cittadini. Sta ricevendo tributi dall’America, dalla Francia e da tutta Europa per come sta gestendo brillantemente la più grossa crisi sanitaria ed economica che la nostra democrazia ha conosciuto. Solo un pazzo nel M5S potrebbe lavorare ad indebolire il presidente del consiglio più amato dai cittadini negli ultimi venti anni.

Resta aperta la questione della vostra organizzazione interna. Cosa si sa degli Stati generali del M5S? Coincideranno con l’evento annunciato da Davide Casaleggio per il 4 ottobre prossimo?
Vito Crimi ha chiaramente detto che l’evento del 4 ottobre non ha nulla a che fare con gli Stati generali ma è una data importante perché è il giorno di San Francesco, il compleanno del M5S. In occasione degli Stati generali dobbiamo tutti guardarci negli occhi e scrivere insieme le regole del gioco per fare il passo della maturità nel momento in cui il Movimento 5 Stelle compie undici anni. In base a quelle regole si tratterà di dar vita alle trasformazioni necessarie in un movimento politico che ormai governa un paese e si trova nell’età adulta.

Nel frattempo il tempo scorre. E buona parte dei parlamentari andrebbero a scadenza se non venisse toccata la regola dei due mandati elettivi. Anche questa incertezza influisce sul clima interno al M5S?
Ciò che darà delle certezze al futuro del M5S sono i progetti, i valori e l’organizzazione capillare e territoriale che ci daremo con gli Stati generali. Il M5S è una forza insostituibile nello scenario politico nazionale ed europeo per la sua capacità di scardinare le sacche di poteri precostituiti a vantaggio dei cittadini, di innovare e realizzare una vera transizione ecologica.

Categorie
Politica

Abruzzo verso la deregulation. La Regione fa fuori i Comuni

Il disegno di legge sulle «semplificazione in materia urbanistica» che il Consiglio regionale abruzzese si appresta a varare oggi, dopo essere passato alla chetichella in commissione senza neppure uno straccio di audizione, sfrutta l’occasione delle misure anti-Covid come la legge Fini-Giovanardi sulle droghe fece con le Olimpiadi invernali del 2006 (e per questo azzerata nel 2014 dalla Consulta).

Contrariamente al nome che portano, le «Modifiche ed integrazioni alle leggi regionali n. 18/1983 e n. 11/1999 e misure urgenti e temporanee di semplificazione in materia urbanistica» contenute nel ddl 135/2020 a firma del presidente del Consiglio della Regione Abruzzo Lorenzo Sospiri, di Forza Italia, e dell’assessore regionale all’Urbanistica, il leghista Nicola Campitelli, insieme ad altri consiglieri del centrodestra, non sono né urgenti né tantomeno temporanee. Ne sono convinti tutti i partiti d’opposizione, dentro e fuori il consiglio, dal Prc al Pd che ha annunciato l’ostruzionismo in Aula, e le associazioni sociali e ambientaliste, dalla Coalizione civica Pescara a Italia nostra, dal Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua al Wwf.

SONO QUELLE CHE NON hanno potuto esprimere un parere perché non interpellate e che invece ieri hanno lanciato un appello ai consiglieri regionali abruzzesi affinché non votino una proposta definita dal Wwf «sbagliata nel metodo, nei contenuti e nei tempi». Una «deregulation» totale, la definiscono tutti, perché «con la scusa del Covid», come fa notare il segretario del Prc Maurizio Acerbo, i 13 articoli del ddl prevedono la possibilità di apportare «corpose varianti al Piano regolatore regionale con un atto di giunta». Eliminando, come scrive Prof. Stefano Civitarese, ordinario di Diritto amministrativo all’università di Pescara, «qualsiasi residuo elemento di controllo sulle scelte urbanistiche dei comuni – i piani attuativi in variante al Prg per esempio non dovranno più essere approvati dalle provincie – e consentire operazioni di rilevante impatto urbanistico in assenza delle verifiche ambientali e anche del controllo democratico dei consigli e della cittadinanza».

VARIANTI AL PIANO REGOLATORE, Piani Particolareggiati o Piani di lottizzazione privata avranno la strada spianata perché «decorsi 30 giorni dalla presentazione senza che il Comune abbia assunto provvedimenti deliberativi», «i richiedenti possono inoltrare al Comune un atto di diffida, trasmettendone copia alla Regione, la quale, decorso l’ulteriore periodo di 30 giorni senza che il Comune abbia deliberato, provvede in via sostitutiva nei 30 giorni successivi a mezzo di apposito Commissario ad acta, all’uopo designato».

Insomma: «modificazioni parziali o totali sul patrimonio edilizio esistente; cambi di destinazione d’uso; possibilità di ricorrere al permesso di costruire convenzionato in sostituzione di strumenti attuativi; individuazione di edifici sui quali è consentito realizzare interventi di rigenerazione e riqualificazione edilizia»: tutto si potrà fare, secondo le associazioni ambientaliste e civiche che si oppongono al disegno della giunta Marsilio (qualche giorno fa la visita di Giorgia Meloni che ha definito il suo un «buongoverno»), bypassando comuni e province.

C’È POI LA POSSIBILITÀ di utilizzare temporaneamente «immobili per usi diversi da quelli consentiti» o «di installare strutture rimovibili», «a servizio di attività commerciali e di ristorazione, anche in deroga ai regolamenti edilizi e agli strumenti urbanistici comunali, per un periodo massimo di due anni» (art.12). Periodo che però è rinnovabile senza limiti. Più avanti si specifica infatti: «Salvo il successivo adeguamento degli strumenti urbanistici nel caso in cui le destinazioni d’uso temporanee diventino stabili».

INSOMMA la «semplificazione» non è altro che un condono regionale su interventi urbanistici privati contando sulle lentezze degli uffici comunali e provinciali. Ad ammetterlo sono gli stessi Sospiri e Campitelli: «Nessuna furbata, nessun regalo ai costruttori, nessuna strizzatina d’occhio – scrivono sul sito del consiglio regionale – ma semplicemente la consapevolezza di dover far ripartire due settori, quello dell’edilizia e quello del commercio, che sono il motore del nostro Abruzzo». Di quale Abruzzo parlino non è dato sapere, certonon è quello del futuro.

Categorie
Politica

Zingaretti: legge elettorale prima del referendum. Altrimenti…

Non è il primo ultimatum monco quello che Nicola Zingaretti ha lanciato ieri su legge elettorale e referendum, ma alla vigilia della sospensione dei lavori di Montecitorio per le ferie è quello che più probabilmente cadrà nel vuoto. Chiedere ancora, come ha fatto il segretario del Pd approfittando di un tweet di padre Bartolomeo Sorge, che su una nuova legge elettorale di impianto proporzionale ci sia entro il 20 settembre (data del referendum costituzionale) «il pronunciamento di almeno un ramo del parlamento» sbatte contro il calendario. E contro i numeri della commissione affari costituzionali della camera, l’unica che a questo punto potrebbe almeno approvare in sede referente («un pronunciamento») la nuova legge elettorale. Con i renziani che si sono sfilati dal proporzionale con sbarramento al 5% che pure avevano sottoscritto, e sia Forza Italia che la Lega non disponibili a intese prima delle regionali, i margini per un voto anche simbolico si sono esauriti. Cosa farà allora Zingaretti?

Nella sua nota di ieri, il segretario è stato chiaro nell’analisi come già in passato, giudicando «fondate» le preoccupazioni di Bartolomeo Sorge, secondo il quale «tagliare i parlamentari senza riforma elettorale vuol dire mutilare la nostra bella Costituzione. NO allo scempio!». Meno chiaro come intenda muoversi il gruppo dirigente del Pd se come pare il referendum sulla riforma costituzionale che taglia il parlamento italiano fino a farne quello con il peggior rapporto in Europa tra eletti ed elettori arriverà prima di una schiarita sul nuovo sistema elettorale. Da escludere (purtroppo) che il partito possa tornare a sostenere il no alla riforma costituzionale di marca grillina. La via del disimpegno dalla campagna elettorale resta la più facile, ma il Pd che ha votato sì in parlamento (solo) nell’ultimo passaggio sarà ugualmente chiamato a trarre le conseguenze dei suoi recenti allarmi. Dopo il 21 settembre, cioè, a sentire quello che dice oggi Zingaretti, i democratici potrebbero trovarsi di fronte a un assetto istituzionale fortemente squilibrato con pesanti limitazioni delle rappresentanza nonché ad alleati che non hanno rispettato gli impegni.

Se l’ultima uscita di Renzi appare più interlocutoria – «noi siamo per il maggioritario ma se altri vogliono il proporzionale discutiamo» – non è il caso di farsi troppe illusioni. Il leader di Iv avrebbe certamente interesse a ritoccare al ribasso la soglia di sbarramento, attualmente ipotizzata al 5%, ma ancora di più a non cambiare il sistema attuale dove la soglia è al 3%. Mentre il capogruppo di Leu Fornaro conferma che «noi sul proporzionale, con una soglia di sbarramento ragionevole, ci siamo».

La situazione appare senza via di uscita per il Pd, quando oggi i senatori che hanno proposto il referendum incontreranno i presidenti di camera e senato. Tra loro il dem Nannicini che insiste nelle ragioni del no sulla base di considerazioni non diverse da quelle di Zingaretti, ma per questo viene attaccato dagli uomini del segretario.