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Reportage

A Roma, tra gli ultimi in piena pandemia

Quei due mesi di emergenza visti da sotto. Visti dalla “Roma di sotto”. E’ un angolo di visuale che ti porta lontanissimo dalla diatriba fra ottimisti e pessimisti sulla ripresa autunnale della pandemia.

“A parte che non è finito un bel nulla, neanche qui a Roma, sarebbe davvero criminale se non avessimo imparato nulla e ci facessimo trovare di nuovo impreparati”. A parlare così è Antonella Torchiaro, una giovane medico che fa parte del team mobile di InterSos, l’organizzazione umanitaria che – quasi da sola – si è occupata durante il lockdown dei dimenticati, degli ultimi. Degli invisibili. Appunto: della Roma di sotto.

Ogni giorno, in quei mesi nei quali tutta la città era chiusa, due pulmini dell’associazione, andavano ovunque erano – e sono – i senza diritti, i senza protezione.

Due mesi di lavoro, supplendo – quasi completamente – alle carenze delle amministrazioni, delle istituzioni.

Due mesi di lavoro davanti alla stazione Tiburtina, lì dove continuano a vivere e dormire i migranti. anche dopo che è stato smobilitato l’insediamento del Baobab, che pure garantiva loro un minimo di assistenza.

Due mesi di lavoro, 965 visite negli edifici occupati o per le strade attorno a Termini. Che hanno permesso di rintracciare una trentina di persone con i sintoni del virus.

Due mesi di lavoro, corsi di educazione sanitarie per più di mille persone, sintetizzati in un dossier, un report che raccoglie dati, interventi.

Colosseo deserto durante la quarantena, foto Ap

Ma anche storie. Storie di persone. Come quella di Asha, una ragazza ventitreenne che viene dal Bangladesh e che in piena pandemia ha dato alla luce il suo terzo bambino. E che ogni giorno, in ospedale, riceveva la visita del marito e degli altri due suoi figli. Che però vivevano in strada, perché l’uomo quasi all’inizio dell’allarme virus, aveva perso il lavoro e non aveva più potuto pagare l’affitto.

Per un periodo sono stati ospiti della moschea ma lì potevano solo dormire la notte. Di giorno, il padre e i due bambini erano costretti a vagare per Roma. Emergenza della quale si sarebbe dovuto attivare il servizio di accoglienza capitolino. Ma nei giorni del lockdown il servizio era stato sospeso.

E ancora, il dossier racconta anche la storia di Gianni. Un sessantaduenne romano, con alle spalle una vita segnata dall’eroina. Una storia che l’ha portato a vivere per strada. Con conseguenze facilmente immaginabili sulle sue condizioni. Eppure, nonostante questo, e nonostante l’ennesimo ricovero per l’acutizzarsi dell’epatite, dimesso in piena pandemia.

Ributtato in strada. Fino a che, proprio l’equipe di InterSos non l’ha incontrato, visitato. Riscontrandogli esattamente i sintomi del Covid: febbre, tosse, saturazione sotto la norma.

Una delle tante persone che avrebbe avuto bisogno immediato di un tampone, sicuramente prima degli altri. Ma non si è potuto fare subito, perché Gianni non aveva un luogo dove stare in attesa dell’esito. Alla fine, dopo l’ennesimo ricovero ed una lunga battaglia burocratica, il tampone gli è stato fatto. Ed è risultato positivo.

Di storie così se ne potrebbero raccontare centinaia, basterebbe leggersi il dossier.

Storie che però non sono piaciute molto all’amministrazione capitolina che quasi in risposta alla pubblicazione del report ha spiegato che il Comune “si è attivato in tempo”, ampliando le disponibilità nei centri di accoglienza.

Si parla di qualche decina di posti letto in più, costati ore e ore di incontri. Di sollecitazioni, di pressioni. Qualche decina di posti letto davanti ad un esercito di invisibili: l’organizzazione umanitaria calcola che nella capitale ottomila persone vivano in strada, undicimila negli stabili occupati. E soprattutto si calcola in sessantamila i migranti che da un giorno all’altro si sono trovati “irregolari”. “Vittime – continua la dottoressa – del decreto Salvini”. Quello ancora in vigore.

Sanificazione di un hotel della Capitale, foto Ap

Cosa hanno insegnato questi mesi? Cosa insegna ancora la pratica quotidiana di InterSos, visto che si raggiunge Antonella Torchiaro mentre sta andando a fare le visite di controllo in uno dei palazzi occupati da più tempo. Dove vivono quasi 500 persone ma dove in cento non hanno nulla: né un medico di base, né una tessera sanitaria. Nulla.

“Cosa ci ha insegnato? Che dobbiamo cambiare radicalmente approccio. Non sto qui ad indicare colpe e responsabilità. Nel nostro lavoro abbiamo incontrato una straordinaria disponibilità negli operatori dei servizi ma la totale mancanza di coordinamento fra le istituzioni. Asl, Regione, Comune, quel poco, pochissimo che hanno messo in campo, l’hanno fatto ciascuno per conto proprio”.

Chi si occupa degli ultimi chiede coordinamento, insomma, chiede “percorsi sicuri” quando e se riesploderà la pandemia. Chiede una “cabina di regia”, una governance autorevole. Chiede alloggi – anche da requisire – per garantire la possibilità di distanziamento. Chiede che non siano sospesi i servizi di assistenza alle prime difficoltà. Come invece è accaduto. Chiede che siano predisposti piani regionali, comunali. Chiede che le organizzazioni umanitarie non siano lasciate sole.

Neanche adesso. “Anche noi stiamo provando a ritornare alla normalità, se così si può chiamare. E quasi subito abbiamo riaperto il nostro centro a Torre Spaccata, quello che abbiamo allestito anni fa, in una scuola abbandonata. Lì, l’ambulatorio ha ripreso a funzionare quotidianamente. Al servizio di chiunque abbia bisogno. E ci siamo accorti che sui più deboli questo tempo sospeso ha creato un ulteriore disagio”.

Difficile definirlo in poche parole.

La dottoressa solidale usa questi termini: “Vediamo crescere il bisogno di assistenza psicologica. Perché cresce quella che chiamerei un’equiparazione frustrante. I migranti, i senza diritti hanno vissuto col sogno di poter diventare cittadini. Romani come gli altri. Ora però si accorgono che anche tante altre persone, quelle che invidiavano, sono state costrette ai margini dalla pandemia. Tante altre persone conoscono adesso la povertà, l’esclusione, quella che loro hanno vissuto fino ad ora. Ed in qualche modo questo distrugge il loro sogno. Non so se riesco a spiegarmi: ma questo per molti di loro è frustrante. Come se dovessero rinunciare anche a sognare, oltre che a tutto il resto. E ciò genera rabbia, frustrazione. Disagio”.

Servirebbe occuparsene. Ma fra i mille decreti varati, in emergenza e nella fasi successive, non c’è nulla che riguardi il sostegno agli invisibili. Niente. “No – aggiunge la dottoressa – non è un buon segnale”.

Così tutti temono che se tornerà, il Covid19 troverà la stessa situazione di marzo, di aprile. La stessa drammatica situazione.

Da allora, comunque, qualcosa è già cambiato. Per l’equipe di InterSos, ad esempio. A cominciare dalla percezione che gli operatori umanitari hanno del proprio ruolo: “Mi sono, meglio: ci siamo resi conto che la solidarietà non può limitarsi alla filantropia. La solidarietà attiva oggi è soprattutto rivendicazione di diritti. Diritti universali. Diritti umani per tutti. Tutti. La carità da sola non basta più”.

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Le comunità indigene contro le patologie del capitalismo

I popoli originari latinoamericani resistono da secoli alle minacce per la loro sopravvivenza; la loro memoria storica delle epidemie risale alle guerre coloniali di cinque secoli fa, quando le patologie importate come il morbillo e il vaiolo furono alleate fondamentali dei conquistadores europei nel decimare le popolazioni native e occuparne i territori. La costruzione degli stati moderni e indipendenti in America Latina ha significato in molti casi un altro tentativo di genocidio, e oggi la diffusione della pandemia si somma nuovamente alla violenza neo-coloniale, che usurpa e saccheggia le terre native. Davanti all’emergenza del Covid-19 le comunità indigene hanno risposto rapidamente, con pratiche chiare e determinate, anticipando spesso le decisioni dei governi nazionali, e con strategie simili tra loro, rivendicando l’autonomia sui propri territori e condividendo le strategie tra diverse comunità.

In Messico, mentre il presidente Lopez Obrador sminuiva il rischio del contagio mostrando in diretta nazionale le icone religiose che lo avrebbero protetto, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale comunicava che l’accesso alle sue comunità veniva momentaneamente sospeso e allo stesso tempo invitava a mantenere l’impegno politico e la solidarietà anche a distanza. In Honduras, l’organizzazione COPINH, di cui faceva parte Berta Caceres, ha denunciato l’attacco di polizia e militari volto a smantellare le barriere di bio-sicurezza autogestite dalle comunità indigene per limitare il flusso di persone da, e verso, i propri territori, e anche le comunità Mapuche sono state represse dalla polizia cilena mentre cercavano di controllare l’ingresso alle zone dove risiedono nell’Araucania, una delle aree più colpite dal virus nel Cono Sud.

Il cosiddetto “isolamento volontario” è stata una strategia riprodotta lungo tutto il continente: per esempio dalle popolazioni Aymara e Quechua in Bolivia, dal popolo Gunas a Panama, Ingas y Kamëntsas in Colombia, assieme a molti altri, mentre in alcuni casi è stato possibile il dialogo con i governi locali per applicare l’isolamento, come per i popoli Wampís e Asháninka in Perù o per i Rapa Nui nell’isola di Pasqua. Nel dipartimento del Quiché, in Guatemala, dove il presidente ha dichiarato il coprifuoco e implementato pesanti misure repressive, le popolazioni Maya hanno chiuso l’ingresso di 48 centri abitati e allo stesso tempo si sono attivate per dare sostegno e solidarietà alle fasce più bisognose e ai richiedenti asilo rimasti bloccati lungo la rotta migratoria che attraversa il continente.

L’autodeterminazione dei popoli indigeni infatti non si limita alla protezione dei confini comunitari, ma si accompagna in molti casi all’attivazione di reti agro ecologiche, di autoproduzione e raccolta di viveri da far arrivare alle città. Per esempio, la guardia indigena (CRIC) della zona del Cauca in Colombia, oltre a fornire informazioni quotidiane sullo stato dell’epidemia, ha iniziato a promuovere mercati del trueque (baratto) e ha organizzato la Minga de la Comida, un evento tradizionale in cui sono stati distribuiti alimenti alle persone indigene della regione del Popayàn, che versa in condizioni critiche. Le organizzazioni indigene e popolari della zona del Alto in Bolivia, stigmatizzate dal governo golpista di Añez come incapaci di rispettare le norme di sicurezza, hanno fatto arrivare camion di provviste ai centri urbani colpiti dalla pandemia, sfidando le azioni repressive delle forze dell’ordine e lo stesso è accaduto con diversi popoli indigeni della sierra ecuadoregna che hanno fornito cibo alla zona costiera, fortemente colpita dal virus.

Un’altra strategia diffusa di fronte all’estendersi del Covid-19 è stata la prevenzione, per cui diverse organizzazioni indigene si sono impegnate ad auto-produrre i dispositivi di sicurezza e il gel antibatterico e hanno diffuso le norme igieniche nelle lingue originarie, come ha fatto la CONAIE in Ecuador e l’Organización Regional de Pueblos Indígenas de Oriente (ORPIO) in Perú. Nel caso degli zapatisti è stato fin da subito rinforzato il sistema di cliniche popolari costruito in 25 anni di autogestione dalle comunità indigene del Chiapas.

Spesso le comunità si trovano a molti chilometri di distanza dai centri di salute o dagli ospedali urbani, per questo la medicina tradizionale, con l’uso di piante e metodi di guarigione propri, è un altro tassello fondamentale nelle scelte di autodeterminazione. Diverse culture indigene in America Latina condividono un’epistemologia in cui la salute individuale e collettiva sono indivisibili e non si possono guarire separatamente; la malattia non si limita ai sintomi corporei e contempla l’armonia con l’ambiente e con gli altri. Nel popolo Wayuú, che vive tra Colombia e Venezuela, si dice che senza terra non c’è vita, e che la madre terra dev’essere sana affinchè anche i suoi figli stiano bene. Le depositarie delle conoscenze relative alle piante, all’armonia con il cosmo e alle pratiche di cura, che vengono tramandate tra le generazioni, sono spesso donne, che stanno giocando un ruolo fondamentale nell’attuale contesto pandemico dentro le comunità così come nelle reti internazionali di femminismo comunitario.

Purtroppo i governi latinoamericani, in linea generale, non hanno adottato misure specifiche per affrontare l’emergenza sanitaria in dialogo con le autorità indigene, nonostante siano parte della popolazione più a rischio, in un contesto regionale dove diversi stati faticano a garantire attenzione medica di base anche nei centri urbani. La popolazione indigena che vive nelle città sta affrontando situazioni di grave difficoltà dovuta alla mancanza di politiche pubbliche, soprattutto nelle aree periferiche, che si aggiunge alla discriminazione economica e linguistica di cui soffre costantemente nel contesto urbano.

Molte organizzazioni indigene hanno dunque preso parola pubblicamente per esigere maggiore presenza dello stato sociale, come nel caso della CONAIE, la Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Ecuador che ha guidato le recenti rivolte antigovernative dello scorso ottobre, e che chiede al governo di irrobustire il sistema sanitario e fare i tamponi nelle comunità invece che usare le risorse economiche per pagare il debito con il FMI. L’Organizzazione Indigena Cavineña (OICA), della zona amazzonica boliviana, ha denunciato la mancanza di medicinali nei centri di salute della regione del Beni, dove “non c’è nemmeno un paracetamolo”.

La mancanza di pianificazione e protocolli per l’intervento durante la pandemia ha favorito inoltre i settori estrattivi che stanno approfittando dell’emergenza per ottenere rapidamente concessioni e licenze ambientali. L’Osservatorio sui Conflitti Minerari in America Latina (OCMAL) segnala con preoccupazione che l’attività mineraria è stata considerata da diversi paesi come attività essenziale, nonostante l’estrazione di minerali abbia un impatto diretto sull’inquinamento dell’acqua e sull’ecosistema; d’altro canto non si è nemmeno considerato il rischio di contagio per i minatori che hanno le condizioni minime di bio-sicurezza nei territori dove vivono, spesso sprovvisti anche dei servizi basici di salute.

Allo stesso modo non si sono fermati i conflitti ambientali e negli ultimi mesi sono stati registrati nuovi omicidi di leader indigeni difensori del territorio in diversi paesi latinoamericani, mentre si acutizzano i conflitti già aperti. Per esempio, in Colombia, le misure emergenziali non hanno fatto altro che inasprire le vessazioni e rendere più facili i bersagli, e diversi leader sociali sono stati uccisi direttamente nelle loro case. Le denunce di difensori del territorio indigeni uccisi dall’inizio della pandemia arrivano anche da diverse comunità in Messico, Brasile, Perù, mentre nel Wallmapu proseguono le aggressioni nei territori che le comunità hanno recuperato negli ultimi anni.

Altrettanto preoccupanti sono le agende governative che, adducendo la necessità di muovere l’economia durante la crisi, avallano nuovi progetti estrattivi e di devastazione territoriale. È il caso del Messico, dove sta avanzando a grandi passi la costruzione del Tren Maya, duramente contrastata da organizzazioni e comunità indigene, o del Brasile dove si è costituito in febbraio un Consejo Nacional de la Amazonia, dopo gli incendi dell’anno scorso, ma l’organo è coordinato da militari e senza partecipazione indigena, e la deforestazione nel 2019 è cresciuta dell’85,3%.

Riprendendo le parole della portavoce del Consiglio dei Popoli Maya Ki’che’, Lolita Chavez, è evidente che il coronavirus è il sintomo di un’altra malattia chiamata diseguaglianza, una patologia del capitalismo coloniale che si fonda sull’oppressione della maggioranza delle popolazioni a vantaggio di pochi. Quel che i popoli originari latinoamericani stanno mostrando, ancora una volta, è che il modello neoliberale globalizzato, oggi alle prese con la pandemia del coronavirus, non è sostenibile e minaccia i limiti della vita umana e naturale. Per superare l’emergenza sarà allora necessario mettere in discussione le economie basate sull’estrattivismo e l’esportazione delle commodities e ripensare l’intero modello della società capitalista globale che oggi evidenzia la sua profonda crisi.

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Cuba tra pandemia, bloqueo e economia del resolver

Arrivando a La Havana dall’aeroporto José Martí, insieme all’odore dell’aria umida, alle palme che annunciano il tropicale, alla sete dovuta al volo aereo, il visitatore accorto non mancherà di notare un grande manifesto, sorta di monito per il forestiero, che ricorda dove ci si trova. Nell’isola paradiso, che Colombo definì nel suo Giornale di bordo «la terra più bella che occhio umano abbia mai visto» certamente, e, nel paese della rivoluzione.

Rivoluzione viva o morta? Su questo lo straniero avrà le sue idee più o meno chiare ma il manifesto ricorda a chiare lettere una cosa ben nota e sperimentata in modo tangibile dai cubani: benvenuti in un altro mondo, che vive dal 1960 sotto il cosiddetto “embargo” statunitense.

Le parole usate dalla rivoluzione socialista in fieri per descrivere quel che negli Stati Uniti e in molti altri paesi si chiama “embargo”, sono tuttavia diverse.

Il cartellone lugubre, completamente nero, recita in lettere bianche: «Bloqueo, el genocidio más largo de la historia». La “o” di bloqueo, non è una lettera ma un cappio di corda da impiccato. Dentro il cappio c’è la sagoma dell’isola di Cuba, come canta Nicolas Guillén “un largo lagarto verte, con ojos de piedra y agua”, “una grande lucertola verde con occhi di pietra e acqua”.

La parola genocidio, per l’occidentale appena atterrato che viene in vacanza nelle acque cristalline, in un luogo di «piacere», parola chiave della forma più moderna del consumismo, secondo Arjun Appadurai organizzata intorno all’estetica dell’effimero e alla liberazione dall’abitudine, è fastidiosa.

Bloqueo. Certamente un crimine. Ma genocidio? Come può l’orizzonte ontologico di una pausa spensierata a Varadero o Cayo Largo, paesaggio erotizzato che racchiude nello spazio della riva bagnata dall’oceano una geografia edonista, convivere con l’idea di un paese oppresso da un genocidio di lunga durata?

Questa nota stonata e pesante nel clima “esotico” che si instaura dentro e fuori il viaggiatore, fondato, come ricorda Roland Barthes su una trasformazione dell’altro in divertimento (I Miti d’oggi), viene rimossa con sollievo.

Suona il reggaetón sparato a tutto volume nel carro di turno che continua la sua corsa, amabili domande di convenienza dello chófer. La mente torna all’aspettativa del proprio soggiorno, la vista, senso primigenio nell’epistemologia dell’alterità esotica (Affergan, 1991), si appunta sui tronchi delle palme, sui corpi in attesa alle fermate dell’autobus, sulle vecchie chevrolet e cadillac, ci si lascia andare all’aria tiepida che entra dal finestrino e si attacca ai vestiti, e a quel tipico e inebriante odore di benzina, che contraddistingue l’Havana, la gasolina che puntualmente se te acabó sulla quale filosofeggia, ironicamente e ambiguamente tanta musica pop cubana.

Intanto, nello stesso abitacolo viaggia e conduce un hombre sincero de donde crece la palma, per usare i versi di José Martí, un cubano. Con lui viaggia un’altra lettura dello stesso cartellone, nessuna refrattarietà tra lo sguardo che legge lo scandalo denunciato e l’orizzonte quotidiano personale.

Il bloqueo è una realtà sperimentata tutti i giorni e, ancora di più, – come illustrato nei dettagli giuridici dall’Informe sobre las afectactiones del bloqueo a Cuba del ano 2019 pubblicato sul Granma -, da quando, a partire dal 2018, Mr. Master of War Donald Trump ha rafforzato le sanzioni economiche lesive della sovranità di Cuba, smantellato l’allentamento promosso da Obama e Raul Castro nel 2014, con l’effetto di asfissiare nascenti tentativi di capitalismo di stato, privatizzazioni di settori come quello turistico o dei mezzi di comunicazione.

A distanza di un anno dalla mia ultima ricerca sul campo, torno a La Havana per la quarta volta lo scorso febbraio 2020, mentre iniziano a dilagare in Italia i contagi del Covid-19.

Appassionata dalla creatività della lingua cubana, uno spagnolo transculturato, impregnato dell’africanità di Cuba, che possiede uno swing fonetico nella pronuncia di parole troncate, di sillabe finali mangiate, come fosse necessario inghiottire il suono per arrivare al punto diretto del messaggio, e che ha una ricchezza di modi di dire e termini immaginari e metaforici taglienti per descrivere le difficoltà della vita, noto l’incremento della frequenza di un vocabolo già largamente in uso: “escasea”, ossia “scarseggia”.

Sono a La Havana per un’ultima fase di ricerca sulla bellezza della mulatta, le sue rappresentazioni autoctona e i suoi simulacri occidentali.

Intervisto donne, mulatte e nere, di età disparate sulle pratiche di bellezza e cura del sé, sull’idea della sensualità, sulle opinioni riguardo gli stereotipi erotizzanti diffusi.

Mi muovo tra il quartiere del Cerro, oggi uno dei più colpiti dal Covid-19, Centro Habana, Habana Vieja. Incontro persone diverse dal punto di vista professionale, esercenti mestieri statali, artisti o, come si dice a Cuba, cuentapropistas, privati che si muovono nell’economia informale de La Havana: chi è coinvolto nella santeria e vive dell’officio religioso e altri lavoretti, chi è legato all’ambiente dell’arte o a quello della moda, nel quale conosco figure legate alla settimana annuale Arte y Moda de la Havana, stilisti all’opera nei loro atelier, creatori e modelle nel backstage della sfilata a la Fabrica de arte Cubano.

Nell’ambiente del cinema incontro due tra le più note attrici cubane, Eslinda Nuñez, musa di Solás e Gutiérrez Alea e approfondisco con l’amica Luz Maria Collazo, la protagonista mulatta di Yo Soy Cuba di Kalatozov, icone della bellezza nazionale basata sulla spontaneità, la dote del fascino femminile senza ritocchi, la capacità d’improvvisazione.

Luz Maria Collazo
Luz Maria Collazo in Yo Soy Cuba

Questo percorso nella bellezza, chi la detiene, chi la sponsorizza, chi la mette in mostra, mi porta a notare che oltre al modo di dire ormai classico, “hay que resolver”, radicatosi profondamente dagli anni Novanta e il Periodo especial en tiempo de paz e alle espressioni “no es facil” o “hay que seguir luchando” che esprimono la stessa area di senso, quest’anno il cubano sottolinea una situazione peggiorata.

La cosa esta mala, la cosa esta difícil, in altre parole: escasea, todo escasea.

Partendo chiedo a vari amici cubani cosa posso portare. Metto in valigia, oltre a penne e quaderni, pile di taglia media, candela azzurra del colore di Yemayá, candela rossa colore di Changó, salsa di pomodoro, edulcorante, spugnette per pulire, una scopa. Chiedo un po’ preoccupata se serve il bastone, la risposta è: “Ya tu sabes, eso lo resolvemos”. Questo banale esempio dà una vaga misura di quanto todo a Cuba escasea e di come, in urgenza del necessario, il superfluo sia riconosciuto come tale, merce scambiabile in cambio di beni più utili.

Questa pratica del resolver, economia di vita informale che scambia i prodotti più vari, dal tubo al reggiseno, dalla paloma alle scarpe da ginnastica, è un’invenzione del quotidiano assieme creativa e penosa, effetto del bloqueo.

Noi con le valigie con dentro costume e pareo, la simil-moleskine e la penna per il diario di viaggio, che siamo del mondo “de los dolares”, “de los chavitos”, “de la pasta”, dei molti modi cubani di chiamare il capitale, noi del Primo mondo, che viaggiamo verso l’isola lussureggiante di piante e donne, inseguendo scenari di delizia per sfuggire l’inverno o concentrati in avventure di autoformazione epica sulle orme del Che e dei barbudos, dovremmo avere la finezza di dar peso al linguaggio. Noi, del mundo de accá, così come Cortázar chiama l’occidente in Rayuela, la condizione precaria della vita cubana imposta dagli USA la chiamiamo “embargo”, usando una voce spagnola che significa “impedimento, sequestro”. Loro, i cubani, “bloqueo”.

Mentre l’embargo rinvia ad un’azione militare di sanzionamento economico nei confronti di un paese identificato come belligerante, il termine bloqueo, che in antropologia si direbbe emico, di uso nativo cubano, rinvia ad un orizzonte più ampio, riflette un diverso ordine di rappresentazione dello stesso discorso: una chiusura del proprio spazio economico-politico che diventa esistenziale.

La parola bloqueo, sostantivo assoluto non seguito da nessuna specificazione indica un blocco totale, riferito all’idea di orizzonte, al modo di stare al mondo. El bloqueo toglie libertà d’azione e scelta, obbligando affannosamente all’invenzione, impone come limite dello sguardo l’oceano visto dal Malecón e provoca miraggi, anelito di paesaggi di benessere.

Questa condizione di oppressione crea nell’isola quell’aria anacronistica, ammantata dall’occhio occidentale in visita di poesia e di nostalgia imperialista (Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove, Einaudi, 2012), sperimentata invece dai cubani come impotenza, trasformata per necessità in virtù di ironia e gioco per meglio sopportare il quotidiano.

Il saper giocare con l’orizzonte lo racconta bene una “regina dell’Avana” di M. Barnet:

…quanto è grande l’orizzonte! Perché devo essere così triste?… Il Malecón è il mio psichiatra e non mi costa niente. Mi siedo lì sola soletta e mi metto a pensare a qualcosa: di avere un pianoforte a coda, di incontrare qualcuno che mi invita a una prima di gala a Hollywood e di mettermi un vestito di lamé verde… insomma, a un sacco di cose. Neanche sognare costa niente.

La pandemia introdotta a Cuba da turisti vacanzieri, determina un clima di incertezza acuita. L’Habana Libre e l’Hotel Nacional o lo sfavillante Gran Hotel Manzana Kempinski stanno tristi e vuoti di fronte al venir meno della maggior risorsa del paese, la mobilità del mondo capitalista in vacanza.

All’ordine del giorno è il discorso sull’efficacia dell’antivirale Interferone Alfa 2b, integratore del sistema immunitario e dell’antiparassitario l’Ivermectin, usato contro la zanzara tropicale nota come dengue, funzionante in vitro.

Medici cubani in partenza per il Sud Africa per aiutare durante la pandemia salutano i parenti, foto Ap

Contemporaneamente il presidente Díaz-Canel Bermúdez afferma nuovamente una guerra fredda mai terminata. Le pagine del Granma illustrano il virus che “iguala a todos” , come notato da Frei Betto, il teologo amico di Fidel, gli Stati Uniti che mettono in ginocchio Cuba e il virus che mette in ginocchio gli Stati Uniti, mostrando la fallibilità della “cultura capitalista dello scarto umano” spietata con i loser.

Mentre il quotidiano Juventud Rebelde commenta in rima lo sbarco a Torino della seconda brigata internazionale cubana Henri Reeves “El mundo agradece, el imperio se enfurece”, il discorso mediatico combatte il miedo pandemico facendo memoria degli eroi rivoluzionari ma anche di simboli di resistenza nazionale come il mitico “Changa”, giocatore di pelota mancino, astro delle squadra habanera Industriales.

I termini della lotta contro il Covid-19 sono militari: lucha, batalla, combate e necessità di disciplina.

Questi stessi termini, da noi al centro di un dibattito sulla violazione delle libertà individuali, il biopotere, (si veda il blog Una Voce di Giorgio Agamben nel sito Quodlibet), il linguaggio «metaforico marziale» (si vedano i contributi di Giovanni Pizza, Guerra alla guerra e Sul contagio di Agamben nel blog Treccani Storie Virali) a Cuba sono normali.

Anche in questo caso il diverso peso delle parole e il dibattito o, al contrario, l’assenza di dibattito sulla loro legittimità invita riflettere.

A Cuba, dove la condizione di allerta quotidiana è rammentata dai murales “con la guardia en alto”, dove la sagoma del Che illuminata di notte veglia sulla Plaza de la Revolución e quella speculare di Camilo Cienfuegos rivolge a Fidel un “Vas bien”, dove versi dell’apostolo dell’indipendenza Martí, quali “Somos un ejercito de luz y nada prevalecerá contra nosotros” sono un riferimento per la collettività, dove si conoscono i protocolli per gli uragani, si fan file rispettose per la guagua (autobus) o l’almendrón (taxi collettivo), e si inventano strategie urbane per trovare pollo, caffè, o formaggio, e dove ci si saluta con un cordiale “seguimos el combate”, questo linguaggio è una semantica di piena attualità.

Gergo simbolico del quotidiano regime del resolver, all’ora del giorno in questo maggio in cui l’isola si appresta a fronteggiare il picco dei contagi già superiori ai 1800 (salud.msp.gob.cu), questo linguaggio ha due matrici.

Una autoctona, fieramente impura e mestiza, che risale all’epoca della colonia, la schiavitù e le guerre d’indipendenza; l’altra, esterna: una longeva oppressione statunitense, denunciata, ancora di più oggi, da quella sorta di figura linguistica assoluta, cristallizzata negli anni, che è la parola cubana bloqueo.

Elena Zapponi è un’antropologa della Sapienza Università di Roma. Le foto in pagina sono AP /LaPresse

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Goli Otok, da isola prigione a resort senza memoria

Il 4 maggio 1980, a Lubiana, moriva Josip Borz, il maresciallo Tito. Il leader della lotta partigiana contro l’occupazione nazi-fascista, il padre della Jugoslavia, che fino alla sua dissoluzione sanguinosa è stata per decenni la porta girevole tra i blocchi, il miglior passaporto del mondo, quello che permetteva di andare a Washington e a Mosca.

Non è sempre stato così, però. Subito dopo la guerra, per un periodo, la leadership di Tito è stata meno salda, in particolare dopo la rottura con Mosca del 1948. Ed è il quel periodo storico che si inquadra la vicenda dei confinati politici di Goli Otok.

Foto Christian Elia

Il traghetto avanza lento, girando attorno all’isola, prima di trovarsi di fronte una piccola baia. A sinistra un ristorante, a destra un improbabile bancarella, dove è possibile farsi una foto con il cartonato di un vestito a strisce da detenuto.

Benvenuti a Goli Otok, l’isola nuda, tre chilometri per tre. Quasi uno scoglio nell’Adriatico, che dal 1949 al 1957, però, diventò un buco nero. E per certi versi lo è ancora. L’associazione Documenta è, come si definisce, un centro di ricerca per fare i conti con il passato. Nelle repubbliche della ex-Jugoslavia non è sempre facile, la Croazia non fa differenza. Accompagnare dei viaggi della memoria all’isola di Goli Otok è parte delle loro attività.

Foto Christian Elia

«All’epoca della rottura con l’Urss anche Tito era debole, non aveva ancora il controllo totale e molti alti dirigenti non erano d’accordo con la sua decisione. Goli Otok divenne una naturale conseguenza di questa fragilità. Il nostro obiettivo, oggi, è impedire che questo posto diventi un’attrazione turistica fine a se stessa, come Alcatraz, o che diventi l’ennesimo resort turistico delle isole croate. Al momento, nessuna istituzione è realmente interessata a prendere una decisione», racconta Boris Stamenic, coordinatore per Documenta dell’area della cultura della memoria.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, la Jugoslavia guidata dal maresciallo Tito rompe i rapporti con Mosca. Il Cominform, l’organizzazione che riuniva i partiti comunisti europei, guidata dall’Urss, nel 1948 espelle Belgrado per insanabili divergenze ideologiche. In Jugoslavia si radica l’idea di non essere al sicuro da un attacco esterno. A farne le spese i cosiddetti ‘cominformisti’, che era poi un modo per definire i militanti comunisti – jugoslavi e non – fedeli alla linea di Stalin.

Foto Christian Elia

Goli Otok diventa l’isola prigione per loro. La vicenda storica di quegli anni ha prodotto tanta memorialistica. Tra tutti i testi che si possono reperire, di sicuro, un posto di riguardo spetta a Giacomo Scotti, scrittore e giornalista italiano che dalla fine della Seconda Guerra mondiale emigrò in Jugoslavia seguendo i suoi ideali, ma capace poi di essere un testimone indipendente delle varie fasi del Paese. Sulle sue tracce, tanti giovani storici hanno iniziato a confrontarsi con il tema.

«Della repressione dei cominformisti si cominciò a parlare diffusamente negli anni Ottanta, complice la crisi ideologica vissuta dal socialismo jugoslavo in quel periodo. Testimonianze su Goli Otok hanno continuato ad essere pubblicate negli anni, ma l’interesse non è tale da determinare un vero e proprio intervento sul sito. In generale, questa situazione si spiega con il processo di “nazionalizzazione della memoria” che ha seguito la transizione e le guerre jugoslave. Se prima erano ricordate quasi esclusivamente le vittime del nazifascismo, con la guerra si impongono definitivamente narrazioni nazionali sostenute dalla commemorazione esclusiva delle vittime della propria nazionalità nel corso della storia», spiega Marco Abram, storico, che lavora con Osservatorio Balcani Caucaso.

Foto Christian Elia

Dall’ingresso dell’isola si dipanano un paio di strade che ruotano attorno alla costa. Su quel piazzale avveniva, secondo le memorie dei sopravvissuti, il rituale dello stroj, il benvenuto, con i detenuti veterani costretti a picchiare i nuovi arrivati, come a ribadire una ‘redenzione’ in corso.

Gli edifici, per quanto segnati dall’abbandono e dalle intemperie, sono ancora là. Secondo le stime, impossibili da verificare fino in fondo, essendo la gestione dell’isola affidata al tempo alla UDBA, la polizia segreta jugoslava, furono almeno 500 le vittime, ma secondo altre molte di più, tenendo conto di chi è morto qui o in seguito per gli stenti patiti. Tra loro anche degli italiani.

Foto Christian Elia

«In Italia, la memoria di Goli Otok si è affermata in modo piuttosto inedito, soprattutto a causa dell’esperienza dei cosiddetti monfalconesi (operai dei cantieri navali di Monfalcone che dopo la guerra scelsero il socialismo jugoslavo ndr) – racconta Abram – Delle migliaia di migranti che si spostarono dall’Italia alla Jugoslavia nel dopoguerra, a Goli Otok ne finirono alcune decine. Tuttavia, Goli Otok spesso finisce integrata nella narrativa sulle Foibe e sull’Esodo, suggerendo che si trattò di un ulteriore persecuzione contro gli italiani, piuttosto che il prodotto di un duro scontro ideologico. In realtà il ruolo del fattore nazionale nella repressione fu limitato. Innanzitutto, di rado viene ricordato come la aperta opposizione della parte più politicamente attiva dei “monfalconesi” fu in grado di mettere in grossa difficoltà le autorità jugoslave, che – quantomeno inizialmente – cercarono un compromesso, passando solo dopo qualche tempo a metodi più duri. Inoltre, se la maggior parte dei lavoratori rientrò gradualmente in Italia, non mancarono coloro che decisero di restare, accettando le posizioni titoiste».

Foto Christian Elia

La vita dei prigionieri politici era scandita da tre impianti: lavorazione del legno, dei metalli e delle pietre. Si, le pietre. Tutto attorno, tra gli arbusti e gli alberi, Goli Otok è formata da sassi lisci, levigati dal vento che batte furiosamente l’isola e che le è valsa il suo nome. I detenuti, in una sorta di castigo di Sisifo, prendevano queste pietre, le lavoravano. Così hanno costruito i loro stessi alloggiamenti.

Alle circa otto ore di lavoro al giorno, a seconda delle capacità psicofisiche, si alternavano momenti pubblici di confronto ‘ideologico’ e interrogatori. Tra i sassi che si sono fatti edifici, oltre agli alloggiamenti per detenuti e sorveglianti, spiccano il bowling, che serviva ai guardiani per ammazzare il tempo e  il famigerato reparto 102, isolato, per gli ‘agitati’, o la fossa 101, per i detenuti in isolamento.

Il giro continua, tra edifici ancora in piedi e edifici successivi, quando dopo la metà degli anni ’50 i detenuti politici – complice la morte di Stalin e la normalizzazione delle relazioni con l’Urss – sostanzialmente i detenuti politici vennero rilasciati. Divenne un riformatorio per giovani complicati, con scuola e avviamento al lavoro, attivo fino al 1988.

Foto Christian Elia

Ed ecco che, lentamente, iniziò l’oblio. Documenta si batte perché questo non avvenga, qui e altrove, ma il turismo incalza, però, mettendo a rischio tutto questo. E sui progetti di turisticizzazione non si fanno grandi misteri. Già nel 2015 prima e nel 2018 dopo si è tornati a parlare con insistenza di progetti di riqualificazione. Senza memoria. Il 31 maggio di quest’anno si è concluso il periodo di pre-tutela statale della località e la decisione del Ministero della Cultura non è ancora stata presa.

Un gruppo di persone, legate all’associazione Ante Zemljar di Zagabria, dedicata al poeta partigiano che conobbe la reclusione sull’isola, che riunisce parenti di vittime e di detenuti di Goli Otok, accende delle candele e richiama l’attenzione di media e opinione pubblica sulla preservazione di questo luogo.

«Il problema è che a nessuno interessano queste persone – racconta Bozo Kovacevic, figlio di un detenuto politico, volto noto della politica croata, ex ambasciatore in Russia – Per cominciare non sono classificabili secondo le divisione etno-confessionali di oggi: non sono cattolici, ortodossi o musulmani. Erano comunisti. E sfuggono quindi anche ai profili di perseguitati del comunismo su cui si concentra la narrazione dei paesi del blocco. Perché erano più comunisti dei loro persecutori. Infine ci sono i nostalgici della ex-Jugoslavia, che si basano sull’effettiva differenza che esisteva con altri paesi del blocco, ma che non amano ricordare gli anni duri. Sono persone che sono finite qui per le loro idee, che hanno sofferto per restare fedeli a quello in cui credevano e per il quale avevano combattuto il nazi-fascismo. Dimenticare sarebbe come condannarli di nuovo».

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Reportage

I dimenticati di Rosarno tra paura e non lavoro

Girare in macchina a Rosarno e nei paesi vicini fa impressione, in giro ci sono poche auto e tantissime biciclette, quelle con le quali i migranti si muovono dalle tendopoli ai campi di arance, passando per i piccoli negozi alimentari gestiti da altri migranti e dove è possibile trovare spezie e cibo africani.

Il lavoro dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro rientra tra quelli fondamentali per il nostro Paese, quindi non si può bloccare. Le arance che arrivano nelle tavole degli italiani vengono raccolte dai 1.200 braccianti, tutti migranti, che vivono nei comuni di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauro e Taurianova in campi formali e informali, in condizioni sanitarie precarie e che oggi fanno paura non solo ai braccianti ma anche alle istituzioni.

I casi di coronavirus nella Piana di Gioia Tauro sono pochi e tra questi al momento non ci sono migranti. Questa situazione però sembra poter esplodere da un momento all’altro e nel momento in cui dovesse esserci il primo contagio la diffusione sarebbe velocissima.

«VIVIAMO IN 7 O IN 8 in ogni tenda, non c’è spazio per stare lontani. Nella tendopoli siamo circa 500 e ci sono solamente 7 bagni, il contagio sarebbe immediato e scontato. Non abbiamo né mascherine né guanti, solo un po’ di igienizzante per le mani quando entriamo e quando usciamo dal campo» racconta Mohammed, Ivoriano di 22 anni che vive nella tendopoli di San Ferdinando.

Di fatto è l’unica ufficiale nella zona, è nata dalle ceneri della vecchia, che sorgeva a poche centinaia di metri e della quale si vedono ancora i resti, mai smaltiti dopo lo show delle ruspe del Marzo 2019.

L’igienizzante al campo lo ha portato una rete solidale composta da diverse associazioni, tra cui Mediterranean Hope. Ci sono arrivati perché hanno visto il totale disinteresse delle istituzioni nei confronti dei braccianti.

Un migrante si disinfetta con l’igienizzante portato da una rete solidale (Foto: Valerio Nicolosi)

«Sono lavoratori di una filiera indispensabile e come tali vanno trattati. Quello che stiamo facendo noi non basta, andrebbero requisiti gli hotel della zona oltre che assegnare i beni confiscati alle mafie. Solo così tutti sarebbero più sicuri contro il virus» dice Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope che ogni due giorni fa il giro dei campi, formali e informali, proprio per consegnare l’igienizzante.

IN UNO DI QUESTI CAMPI, quello di Taurianova, c’è la condizione peggiore: tra le 150 e le 200 persone vivono senza acqua e senza elettricità in edifici fatiscenti ricoperti di amianto.

«Quando ci siamo trovati a fare l’attività di informazione per la prevenzione in questo contesto è stato difficile, se non c’è acqua come possiamo spiegare che bisogna lavarsi bene e spesso?» racconta Ilaria Zambelli di Medu, Medici per i diritti umani, che prima dell’emergenza lavorava con il resto del team medico con una clinica mobile nei campi della zona.

«Da sempre riscontriamo problemi respiratori, circa un quarto dei braccianti ne soffre per via delle condizioni di vita e di salute» aggiunge la dottoressa. Le baracche e le tende sono umide e fredde, il lavoro nei campi molto duro, quindi anche se l’età media è molto bassa i polmoni e le vie respiratorie ne risentono.

LA PIOGGIA DEGLI ULTIMI giorni ha ridotto i terreni a fanghiglia e nel campo di Taurianova, nato attorno ad un’ex casa agricola, per passare da una tenda all’altra è necessario fare lo slalom tra le pozzanghere. Dietro all’edificio fatiscente c’è una cisterna grande abbastanza per garantire l’acqua a tutti per due giorni, ma non è collegata.

«Fino a qualche giorno fa era collegata ad una fonte a poche centinaia di metri ma essendo abusivo la polizia l’ha staccata, senza darci alternative» ci dice Issa, che è appena tornato dal lavoro nei campi, lui è uno dei pochi che ancora ha un’occupazione.

La tendopoli di San Ferdinando, l’unica ufficiale nella zona della Piana di Gioia Tauro (Foto: Valerio Nicolosi)

La stagione delle arance sta per finire e il lavoro scarseggia, inoltre la gran parte di loro non ha un contratto e quindi se viene fermato per strada non ha una giustificazione per l’autocertificazione. Il problema nei prossimi giorni sarà proprio questo: l’assenza di lavoro e quindi di cibo. In una condizione di normalità sarebbero andati a Saluzzo, in Piemonte, per raccogliere le mele o in Puglia per i pomodori.

Altri contesti ma stessa tipologia di sfruttamento. Invece oggi in 1.200 sono bloccati in Calabria, dove non possono lavorare e vivono di stenti.

«È NECESSARIO CHE SI PENSI ad una pianificazione del lavoro su questo territorio. Da anni assistiamo all’arrivo e alla partenza di queste persone e in mezzo, nel periodo in cui lavorano, la politica non si occupa di loro nonostante facciano un lavoro importante ma soprattutto programmabile. Questa emergenza dovrebbe darci la possibilità di ripensare al modello che abbiamo conosciuto fino ad oggi» spiega Andrea Tripodi, sindaco di San Ferdinando che insieme alle organizzazioni che lavorano con i braccianti da giorni chiede l’intervento della Regione. «Queste persone sono un’umanità offesa da queste condizioni, si aspettano una risposta civile che noi dovremmo garantire» conclude il sindaco.

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Reportage

Si salvi (solo) chi può. L’arrivo del coronavirus a Città del Messico

In Messico sentiamo arrivare la ola del contagio e sembra di vedere due volte lo stesso film. La scorsa settimana un’amica dall’Italia mi ha avvertito della gravità della situazione e dell’importanza di iniziare ad adottare misure preventive anche qui. Un messaggio molto simile le era arrivato due settimane prima dalla Cina. Allora le era sembrato esagerato, così come lo è sembrato inizialmente anche a me. «Pensi di restare in Messico? Ti senti sicura a stare lì durante la pandemia?».

Queste domande hanno innescato un principio di realtà che pochi avevano una settimana fa tra colleghi e conoscenti a Città del Messico. «Il coronavirus presto arriverà qui».

Nel giro di poche ore è iniziata una fase di doloroso spaesamento. Nei social degli italiani in Messico si alternano notizie sulle centinaia di morti giornaliere nel nostro Paese a meme che dipingono il nuovo virus come un problema esclusivo dei ricchi europei o delle classi alte messicane che possono permettersi viaggi in Europa.

In alcune pagine Facebook compaiono commenti che hanno una gran presa sulle masse piene di risentimento sociale nei confronti del Vecchio Mondo, luogo di antichi saccheggiatori, assassini, da sempre vettori di malattie mortali.

«Adesso che l’Europa è debole, è il momento di andarci a riprendere tutto l’oro che ci hanno rubato». «Il virus non attacca i prietos (termine dispregiativo per denominare le persone dalla pelle scura, usualmente indigeni, nda). Questa volta mi sono salvato».

Duole osservare questo volto apparentemente cinico del Messico che si gira dall’altra parte e viene voglia di urlare che siamo tutti umani, che nessuno merita di morire, neanche i tanto odiati “ricchi”. E che siamo interconnessi, se si contagiano i ricchi europei e messicani, non ci vuole niente che il virus contagi tutti gli altri.

No. Questi appelli all’uguaglianza non possono funzionare. Non ha senso invocare l’identità dell’essere umano in uno dei Paesi in cui vivono i più poveri e i più ricchi del mondo. In cui più della metà della popolazione lavora nell’economia informale, senza alcun diritto né garanzie. In cui le condizioni lavorative spesso sono pessime e i salari insufficienti. Come sempre, i più vulnerabili pagheranno con la vita il prezzo di una società che, in nome di una crescita economica selvaggia, si è dimenticata delle persone (oltre che della natura). Come eviteranno il contagio gli anziani che, non avendo alcun tipo di pensione, fanno le pulizie sotto la metro o imbustano la spesa nei supermercati? Per le classi privilegiate, il Covid-19 è un virus spaventoso, ma non necessariamente mortale, per gli altri è la fine.

La prima reazione a questa fine annunciata è stata il rifiuto, la minimizzazione e la burla. I giorni passano e il governo federale messicano delibera che le scuole chiuderanno due settimane prima della data prevista per le vacanze di Pasqua. C’è chi pensa a dove trascorrere le “vacanze del coronavirus”.

Arriva il ponte per il natalizio di Benito Juárez, primo Presidente indigeno del Messico, e gli hotel di Acapulco si riempiono al 90%. Le spiagge sembrano quelle di Rimini ad agosto. Chi resta in città, invece, se ne va al Vive Latino, festival musicale che attrae migliaia di persone. I voli dall’Italia e dal resto d’Europa continuano ad arrivare e non viene applicato alcun tipo di test sui passeggeri.

19 marzo 2020, Condor Sbarbatti sul palco del festivale Vive Latino

Fino a qualche giorno fa un italiano non poteva incontrare altre persone nella via di casa, ma poteva arrivare in Messico e viaggiare contagiando – chi lo saprà mai – le persone incrociate lungo il cammino.

All’inizio di questa settimana qualcuno inizia a dire che forse sarebbe giusto restare a casa. Altri ammoniscono di non idealizzare la quarantena, rispondono che è da privilegiati, che si può fare in Europa, non qui. E poi in Messico ci sono il dengue, il narco, la violenza, i femminicidi, i sequestri, i terremoti, le inondazioni. Si cerca di arrivare vivi – e soprattutto vive – a casa a fine giornata. «Cosa ci può fare un virus». Nel frattempo nel cimitero di Bergamo sono finiti i posti.

Viviamo un brutto film in cui le storie si biforcano e i finali saranno prevedibilmente diversi. In Italia chi esce da casa senza una giustificazione rischia la denuncia. Qui chi esce da casa rischia di contagiarsi, ma non può fare altrimenti.

Perché le imprese obbligano ad andare a lavoro, che significa trascorrere diverse ore nei mezzi di trasporto in una megalopoli che ormai conta 20 milioni di abitanti. O perché quello che si guadagna basta per sopravvivere e non dà nessuna possibilità di risparmio.

Una collega che tre giorni fa scherzava nervosamente sulla faccenda, ieri ha confessato che non sa come disinfettare le giacche del marito che torna dal lavoro e che la sua famiglia continua ad uscire nell’ottica – diffusissima in Messico nei confronti di qualsiasi sciagura – che «se ci tocca, pazienza». Oggi ci invia il contatto di una tanatologa, nel caso dovesse servire.

Il virus approda in un Messico rassegnato, sfiduciato, disuguale. Il Presidente Andrés Manuel López Obrador afferma in conferenza stampa che è tutto sotto controllo, il sistema sanitario è preparato e mostra degli amuleti che lo accompagnano. Ma non riesce a convincere neppure se stesso. Il personale dell’Istituto Nazionale delle Malattie Respiratorie (INER) protesta da giorni per la mancanza di un protocollo per affrontare l’emergenza. Si diffondono articoli in cui si mostra che il virus si sta diffondendo molto più lentamente in Messico che in Italia e in Spagna.

Tra i commenti di queste pubblicazioni appaiono le prime testimonianze che fanno temere un collasso precoce del sistema sanitario. «Mia madre ha pneumonia da domenica in Morelos e la secretaría de salud non vuole applicarle la prova». «Non ci sono test disponibili per diagnosticare coronavirus negli ospedali pubblici. Mio cognato lavora nel seguro, ho varie amiche infermiere e non ci sono i tamponi, rimandano indietro i possibili casi con un foglio che dice ‘possibile coronavirus’ ad aspettare che peggiorino […]».

Città del Messico (foto di Miriam Tombino)

Tra i corridoi – ormai virtuali – dell’Università Nazionale Autonoma del Messico si mormora che si potrà verificare una grave crisi sociale con violenza annessa. Non mancherà chi non accetterà di interrompere le proprie fragili attività economiche per combattere un virus che, fin dal principio, è stato considerato un problema dell’altro, una montatura per far entrare in crisi il nuovo governo di sinistra – o più a sinistra dell’anteriore -, un’invenzione dei media per distogliere l’attenzione da altri temi urgenti, l’ultima trovata degli Stati uniti per mettere in ginocchio la Cina, etc.

Ciò che è chiaro è in Messico non tutti potranno fare il sacrificio di restare a casa. Come in un film distopico, chi potrà isolarsi dalla società, rintanarsi, prima o poi ce la farà. Si salverà (solo) chi potrà.

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Reportage

Per battere il virus «sforzo rivoluzionario» in Nord Corea

Nell’aeroporto di Pyongyang solo un centinaio di persone affolla la sala partenze in attesa del volo che le porterà a Vladivostok, in Russia, da dove ognuno proseguirà il viaggio verso le proprie destinazioni. Il personale sanitario, bardato con tute e maschere di protezione controlla la temperatura ad ogni singolo passeggero prima dell’imbarco.

Il Covid-19 fa paura anche qui e dopo aver messo sotto «stretta osservazione medica confinata» per quattro settimane circa 370 stranieri residenti nel Paese, il governo ha deciso di togliere la quarantena a più di 200 di essi. Altri 3.700 cittadini nordcoreani delle provincie di Kwangwon, al confine con la Corea del Sud e di Jagang, al confine cinese sono stati dichiarati non infetti dopo aver passato un mese in isolamento.

Pyongyang International Airport, i controlli sui passeggeri in partenza per Vladivostok (Ap)

Rimangono ancora segregate circa 7 mila persone nelle provincie settentrionali e meridionali di Phyongan, le zone considerate più a rischio in quanto direttamente collegate con la ferrovia che collega Pyongyang con Pechino.

Sotto particolare attenzione è Sinuiju, il capoluogo di 360 mila abitanti sul fiume Yalu, oltre le cui rive c’è la città cinese di Dandong. Da qui transitano la quasi totalità delle merci che dalla Cina arrivano sui mercati nordcoreani e fino a qualche settimana fa, ogni giorno centinaia di commercianti nordcoreani valicavano il confine andando a comprare prodotti cinesi per poi rivenderli, più o meno legalmente, in tutto il Paese.

Dalla fine di gennaio la Corea del Nord ha bloccato le proprie frontiere con la Cina e la Russia mentre dal 20 febbraio ha chiuso scuole e luoghi di aggregazione. Le merci in arrivo sono sottoposte a una quarantena di dieci giorni e il Paese cerca in tutti i modi di difendersi da quello che gli organi d’informazione hanno definito essere un’«emergenza nazionale» che potrebbe mettere in ginocchio un’economia già affaticata a causa degli embarghi imposti dalle Nazioni unite. Kim Jong-un ha chiesto alla popolazione uno «sforzo rivoluzionario» per far fronte al pericolo che incombe.

Le politiche di contenimento alla diffusione del COVID-19 sono facilitate da due fattori: una singola catena di comando che decide le azioni da intraprendere e da un sistema collettivistico ormai collaudato che predilige il bene sociale alla libertà individuale.

In questo senso giocano un ruolo determinante le numerose manifestazioni di piazza e i Mass Games in cui la coordinazione, il senso dell’unisono, la consonanza nell’azione e nel pensiero sono elementi determinanti alla riuscita delle celebrazioni. Questi raduni trovano poi amplificazione nella vita quotidiana e nelle attività di tutti i giorni: in nome di una solidità etica e nazionale la resilienza del popolo nordcoreano si esibisce nelle situazioni più critiche.

La gestione dell’emergenza viene coordinata in collaborazione con équipe mediche che dettano le regole da seguire all’intero sistema. La più grande preoccupazione di Pyongyang è che un’eventuale epidemia virale farebbe collassare l’intero sistema sanitario, indebolito non solo da errate scelte politiche e gestionali, ma anche dagli embarghi imposti dalle Nazioni unite e che si ripercuotono anche sulla gestione umanitaria.

Le politiche sanitarie di Pyongyang si sono concentrate sulla prevenzione e sulle malattie tipiche delle fasce più giovani della popolazione, lasciando praticamente senza difese gli ultrasessantenni, il 14% della popolazione, che, in caso di contagio da COVID-19, sarebbe più esposta al pericolo.

I Centri epidemiologici di Pyongyang, Phyongan meridionale e Hwanghae settentrionale hanno già iniziato a utilizzare i 1.500 kit diagnostici del COVID-19 inviati da Mosca, mentre 700 “volontari su ruote” della Croce Rossa girano nei villaggi più remoti con megafoni e messaggi registrati per informare la popolazione sul comportamento da tenere per evitare il contagio.

Nel frattempo Trump, in nome dell’amicizia personale che lo lega a Kim Jong-un, dopo aver bocciato la proposta di inasprimento delle sanzioni avanzata dal Dipartimento del Tesoro Usa ha promesso aiuti di assistenza umanitaria a Pyongyang in cambio della riapertura dei colloqui con la Corea del Sud.

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Reportage

Mille soldati per impedire il ritorno dei migranti

Il delta dell’Evros somiglia a una grande palude in cui per chilometri e chilometri l’acqua è intervallata solo da piccole linee di terra dove passano le jeep militari. Fino a poco tempo fa questa zona era solo per i pescatori e gli appassionati di birdwatching. Oggi invece gli avvistamenti non sono per gli aironi e i rapaci ma per i migranti. Lungo le strade sterrate e non, si trovano di tanto in tanto delle colonnine di pietra a forma di chiesa ortodossa con la bandiera greca sopra. Come le molliche di pollicino ti accompagnano lungo la strada, fino a vedere in mezzo al nulla, al centro di quella che sembra una palude, una chiesa messa lì a difendere i valori del cristianesimo contro gli «infedeli». Basta alzare gli occhi e poco più avanti, a meno di due chilometri, si possono vedere i minareti delle moschee di Enez, cittadina al di là del confine. Essere «infedeli» è una questione di prospettive, basta nascere dal lato opposto e tutto è capovolto.

«ORA IN QUESTO PUNTO ne passano pochi, la polizia è schierata lungo il fiume. Quando non c’era tutta questa tensione era più facile passare», ci racconta Zaky, pescatore di 60 anni con una lunga barba e le rughe di chi lavora sotto il sole. «Passano su piccole barchette, ci sono persone che in cambio di soldi potrebbero portare anche voi da una sponda all’altra», chiosa prima di rimettersi a sistemare il motore della sua barca. Chiedere di andare con lui la mattina seguente non sortisce nessun effetto: «No, non voglio problemi con la polizia», dice.

IL FIUME in questo punto è molto basso e la corrente è pochissima, attraversarlo a piedi è facile e la notte offre maggiore possibilità di passare inosservati in questa pianura sterminata. Poco più avanti, dove sono attraccate alcune piccole barche, ci sono due casette di legno. Un tempo erano un punto d’appoggio dei pescatori, oggi sono lasciate in stato di abbandono. Dentro, oltre a vecchi vestiti, ci sono bottiglie di plastica e cicche di sigarette recenti, segno che delle persone sono state qui, ci hanno passato del tempo e non volevano farsi vedere. I mozziconi sono negli angoli più nascosti.

QUA VICINO, poco a nord della foce dove la linea di confine si stacca dal fiume per un breve tratto e rientra verso ovest, barchette di pescatori turchi aiutano i migranti ad attraversare il fiume. Pochi metri e sono dall’altra parte, nonostante lì non sia ancora Europa e per chilometri ci saranno agenti in divisa e civili a dare loro la caccia. Proprio in questo punto il 2 marzo scorso la polizia greca ha sparato a Mohammed Arab, un ragazzo di 22 anni di Aleppo. Le autorità greche hanno negato, ma grazie a uno studio di Forensic Architecture è stato possibile risalire al luogo esatto e all’orario e inchiodarle davanti all’evidenza dei fatti.

INTANTO A NORD, a Kastanies, la situazione è di stallo totale. Oggi sono arrivati circa 500 militanti di Alba Dorata, l’organizzazione fascista che ha dichiarato di essere armata per la caccia ai migranti e coordinata dalla polizia. Un segnale pericoloso, ma in linea con quello che sta avvenendo in Grecia con questa svolta militarista e di sospensione dei diritti umani.

«SONO ARRIVATO fino alla rete dove ci sono i profughi e la situazione è grave, ho visto cose molto dure e questo non è accettabile», così ha esordito alla conferenza stampa davanti alla frontiera di Kastanies Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale, che ha voluto essere qui per dare sostegno alla branca greca dell’organizzazione che in altri luoghi dà sostegno ai migranti già presenti in Grecia e si sta preparando a supportare quelli che chiedono di entrare.

«VOGLIAMO DARE UN AIUTO a tutti loro, provando a entrare nella “no man’s land” con i nostri operatori. Il comitato internazionale ha predisposto 300 mila franchi svizzeri per le attività della Croce Rossa Greca già in corso e soprattutto per quelle che andranno fatte nelle prossime settimane», aggiunge Rocca prima di attaccare duramente Ursula von der Leyen. «Che questo confine sia definito “lo scudo d’Europa” dalla presidente della Commissione Europea è inaccettabile, gli scudi servono a difendersi dalle armi, mentre qui ci sono persone. Le parole hanno un peso e vanno usate bene», afferma il presidente.

È OLTRE QUELLO SCUDO che questa mattina Suleyman Soylu, ministro degli Interni turco, ha dichiarato che invierà mille agenti delle forze di polizia speciali lungo il confine «per impedire il respingimento dei profughi da parte delle Grecia». Un’escalation che sembra non fermarsi ma che anzi, potrebbe crescere giorno dopo giorno.

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Reportage

Caccia al rifugiato, al confine il fuoco incrociato di Grecia e Turchia

La crisi politica tra Turchia e Unione europea non si ferma e schiacciati in mezzo continuano a esserci i profughi siriani. La frontiera di Kastanies, lungo il fiume Evros, è il simbolo di questa crisi: la polizia e i militari greci che presidiano ogni centimetro di confine, una rete con il filo spinato dietro la quale urlano i profughi siriani chiedendo di poter passare e, alle loro spalle, la polizia turca.

Sono le 9 del mattino quando dal cancello blindato della frontiera sentiamo i primi lacrimogeni partire: uno sparo ovattato, un rumore sordo che annuncia l’inizio di una lunga mattinata di scontri. La stampa non può avvicinarsi, siamo a poche centinaia di metri e si sentono bene le urla dei migranti e gli spari dei lacrimogeni.

Dopo un’ora il rumore degli spari non è più ovattato, i gas hanno lasciato il posto alle granate stordenti e poco dopo anche alle pallottole di gomma.

Quando la tensione scende ai giornalisti è consentito avvicinarsi fino a poche decine di metri dalla rete di confine: i siriani urlano ai giornalisti di aiutarli, di raccontare quello che sta accadendo loro, di denunciare. Intanto i militari greci e turchi continuano il loro gioco sporco sparandosi lacrimogeni a vicenda, soprattutto sparandoli contro i siriani. Un gioco a distanza che tiene in ostaggio qualche migliaio di persone.

Quando la tensione è altissima e sul fronte europeo si decide di schierare altri militari per aumentare la pressione sui profughi, i giornalisti sono invitati ad allontanarsi e tornare al punto di partenza, dietro il cancello della frontiera, potendo solo ascoltare e non guardare.

A fine giornata il bilancio è pesante: secondo le fonti turche ci sarebbero un morto e cinque feriti. La autorità greche smentiscono ma i video girati sul lato turco e caricati sui social network mostrano i feriti, anche gravi, colpiti proprio dai lacrimogeni e dalle pallottole di gomma.

Nelle campagne che accompagnano il fiume Evros verso il mare, l’esercito presidia ogni incrocio e capita spesso di vedere dei rifugiati bloccati lungo la strada, arrestati proprio dai militari. In serata anche gli agricoltori della zona di Kastanies hanno messo a disposizioni i loro trattori per presidiare la zona, partecipando a questa caccia all’uomo senza sosta, anche nei campi arati.

In totale secondo il governo di Atene, negli ultimi cinque giorni sono state arrestate 231 persone, 32.423 quelle fermate sul confine.

La tolleranza zero continua anche nelle isole greche, anche se in quel caso impedire completamente che arrivino via mare è impossibile. A Lesbo il sovraffollamento rischia di far implodere una situazione già molto complicata.

Ieri le autorità hanno radunato circa 500 migranti nel porto di Mitylene ma ancora non c’è una soluzione per loro. Il governo di Atene nei giorni scorsi si è affrettato a dichiarare illegali tutti quelli che stanno arrivando in questi giorni, sospendendo di fatto la Convenzione di Ginevra nel paese che è stato la culla della democrazia.

Però, nonostante gli appelli di propaganda, il premier Mitsotakis dovrà fare i conti con la geopolitica attuale, che non gioca a suo favore: l’Europa si lava le mani appoggiando la difesa delle frontiere greche ma al tempo stesso non redistribuendo i migranti nei 27 paesi membri, nemmeno in una formazione ridotta di volenterosi.

Erdogan, dal canto suo, ieri ha accusato proprio i paesi europei di non rispettare i diritti umani, immedesimandosi per un giorno nei panni di un paladino dei diritti. Sicuramente non accetterà che i profughi siriani siano riportati indietro e al tempo stesso non è possibile rimpatriarli in Siria, dove proprio la Turchia è impegnata militarmente al fianco di alcune organizzazione islamiste, contro il regime di Assad.

«Se i paesi europei vogliono risolvere la questione, devono sostenere gli sforzi della Turchia per soluzioni politiche e umanitarie in Siria». Il messaggio del “sultano” di Ankara a Bruxelles è molto chiaro e in vista dell’incontro di oggi con Putin, dove la Turchia spera di ottenere un cessate il fuoco immediato ad Idlib, l’Unione europea deve decidere se farsi carico della situazione accogliendo i migranti, se cedere alle pressioni turche e sostenerla nella battaglia nel nord-ovest della Siria, o se andare avanti con il braccio di ferro rischiando, oltre alla crisi diplomatica, una crisi militare con un paese membro della Nato e con un esercito tra i più organizzati al mondo.

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Il Texas «californizzato» spaventa i repubblicani

Il Texas, secondo stato più grande d’America dopo l’Alaska e il secondo più popoloso dopo la California, è percepito come radicalmente di destra, ma non è stato sempre così. Vero è che bisogna tornare al 1976 e a Jimmy Carter per trovare l’ultima volta che il Texas ha votato per un presidente democratico. Questa tendenza, però, potrebbe cambiare a causa di ragioni strutturali.

Il Texas si sta progressivamente de-ruralizzando e urbanizzando. Due processi fratelli, ma uno – l’urbanizzazione – è causa dell’altro. Le previsioni dicono che la popolazione urbana nei prossimi 40 anni raddoppierà, principalmente a causa della migrazione interna. Nuovi impieghi nell’high tech, costo della vita più basso e una qualità di vita più elevata, fanno del Texas una terra appetibile per molti giovani e meno giovani professionisti che si trasferiscono nelle aree urbane, trasformandole.

«SONO ARRIVATO QUI A AUSTIN tre anni fa dal Mississippi – racconta Ben, 34 anni, ingegnere informatico -. Ero a un bivio, ma tra San Francisco e Austin e non ho avuto dubbi: San Francisco è molto cara, per un posto letto avrei pagato quanto per la casa che ho affittato qui, dove non mi sento isolato in un luogo ostile».

Tra il 2010 e il 2014 a Austin sono arrivati più di 20 mila nuovi abitanti per lo più provenienti dal resto d’America, tanto che il governatore repubblicano Greg Abbott aveva avvertito che il Texas corre il rischio di essere «californizzato».

«Sono venuta qui con mio marito – dice Hanna, 29enne – dal Tennessee, dove e non c’erano molte opportunità. Lui è architetto, io qui lavoro in una galleria che supporta e promuove gli artisti locali. C’è molto senso di comunità in Texas, più che in Tennessee dove chi viene da fuori è visto con sospetto».

La maggior parte di questi nuovi arrivati votano per i democratici e non ne fanno mistero. «Ho abitato in diverse città Usa – racconta Michael, comproprietario di un negozio di cappelli artigianali – Nel sud abiterei solo qui a Austin, o forse a New Orleans. Ma il Texas va in una direzione diversa: c’è fermento qui».

«I REPUBBLICANI non hanno davvero capito cosa sta succedendo in Texas – ha dichiarato al Washington Post Manny Garcia, direttore esecutivo del Partito democratico del Texas – C’è un nuovo elettorato del Texas ed è in aumento».

Sostenuto da un’infusione di denaro proveniente da donatori in tutta la nazione, il Partito democratico texano ha in programma di capitalizzare questo momento con tattiche e sforzi raramente impiegati nelle campagne locali.

(foto Ap)

«Non sono venuta qui per scelta ma perchè si era aperta un’opportunità – spiega Elizabeth, ricercatrice di ingegneria meccanica 38enne dell’Arkansas, che da Brooklyn si è trasferita a Dallas – ho spedito curriculum in luoghi meno complicati di New York. Se fai un giro per il Texas in macchina vedi quanto si sono allargate le città a discapito dei centri rurali. Sono nati quartieri nuovi, aree urbane e suburbane che non sono zone dormitorio ma vive e stimolanti. Certo che è diverso da New York, ma non in accezione negativa».

IL CAMBIAMENTO della popolazione ha trasformato l’area in un campo di battaglia politico. Alcune contee che erano un epicentro per l’opposizione del tea party alle politiche di Obama, nel 2018 sono state vinte dal democratico semi sconosciuto Beto O’Rourke contro il famosissimo padre del tea party Ted Cruz.
«C’è solo un’ultima grande contea urbana in Texas ad essere repubblicana, tutte le altre sono già passate ai democratici – ha dichiarato Jeremy Bradford, direttore esecutivo del Garrant County Tarrant, ultima contea del Gop -. Sappiamo di essere una specie di ultima difesa per mantenere repubblicano il Texas, il cambiamento delle aree urbane non è qualcosa che prendiamo alla leggera».