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Lei in posa da Hans Holbein

Gli occhi, più grigi che cerulei, ti chiedi se guardino verso un punto lontano. Lo sguardo è fermo, ma forse, consideri, non è che si sia poggiato su un qualche oggetto che la incuriosisca. Quegli occhi non scrutano, non indagano, non cercano. Sono gli occhi, piuttosto, di chi è preso in un suo pensiero e la loro luce proviene dall’interno, come accade a chi non si cura di quanto gli sta d’attorno.

Occhi, allora, che non fanno trasparire una determinata emozione, ma possono rivelare un carattere che affiora e ti si rivela inaspettatamente, allorché cogli d’un tratto l’espressione di uno sguardo che non è rivolto a te o ad altro, ma è concentrato in sé stesso e manifesta, senza avvedersene, uno stato d’animo. Lei è immobile. La testa, lievemente volta a sinistra. E le regolari, poco arcuate labbra, che non ha sottili e non ha piene, tiene serrate. Ferma.

Addirittura la diresti impegnata a evitare, per quanto possibile, il battito delle palpebre. Ed è, con tutta evidenza, attenta a che la posizione del collo non muti d’un ette. È necessario che lei mantenga l’equilibrio prospettico delle linee del suo volto: l’arco della ampia fronte, il rilievo pur dolce dello zigomo, la curva aggraziata del naso e la sinuosità del mento. Lei è immobile da almeno venti minuti. Da tanto infatti, se non ancor più, è in posa. Hans Holbein la sta oggi ritraendo. Lei non sa a che punto sia l’esecuzione del ritratto, né quanto ancora debba restare immobile.

Non è rivolta, si è detto, al pittore. Non è in grado di seguire dunque l’andamento della sua mano, il procedere della matita sul foglio e intuire quanto resti ancora da fare. Se lo chiede, ora, dopo avere, si accorge, perso da un po’ la cognizione del tempo. Da quanto? E per quanto? Holbein, nel frattempo, non l’ha richiamata pregandola di non muoversi, sollecitandola a mantenersi attenta alla consegna di restare in quella postura nella quale l’aveva, fin dall’inizio della seduta, atteggiata.

È che in lei, una volta resasi sicura d’essere in grado di restar composta e senza perdere il controllo, certi pensieri o non previsti ragionamenti avevano preso a muoversi seguendo taluni loro percorsi spontanei, assai vicini, se non proprio gli stessi, ai sentieri lungo i quali si avviano e fanno talvolta ressa immagini, frasi interrotte e ripetute più d’una volta invariate, sospese e mozze prima che il corpo si affidi al sonno e col sonno alla chimera dei sogni.

Lei avverte ora un disagio che cerca di non mostrare chiedendosi: sono quegli intimi, non compiuti e incontrollati miei pensieri che Holbein ha or ora registrato e trasposto nelle linee riconoscibili del mio volto? Senza dubbio, tu che osservi quegli occhi più grigi che cerulei, constati che Holbein li ha disegnati mentre erano intenti a guardar le figure, le parole e le commiste luci che dentro di lei, immobile e in posa, si stavano muovendo e la portavano lontano. Nel momento, che era sparito Holbein e la stanza con lui e c’era invece lei perduta in sé stessa a ritrovarsi.

Così, se non il tutto della sua vita, certamente molto, tu che lei guardi dopo cinque secoli, di lei, del suo carattere percepisci intatto ed ai tuoi occhi vivo. Lei: Ritratto di signora inglese con cappello e cuffia, lapis rosso e nero, lumeggiature bianche su carta dipinta in acquarello rosa, tagliata lungo i contorni, 280×190 millimetri, Londra, British Museum (n. 1910 2 12 105).

Ritrae Holbein colei che gli è di fronte in sintonia con lo stato dell’animo che al momento la tiene, con l’intento di fissare quel sentimento vivo nel costrutto del disegno che egli viene eseguendo. Da una sintonia a una simmetria. La relazione istituita in presenza trasferisce quel ‘presente’ della indelebile forma ritratto come un tempo che si afferma integro e attuale in te che quel ritratto osservi. Quel disegno fu eseguito da Holbein negli anni del secondo soggiorno in Inghilterra, circa un decennio, dal 1532 al 1543, quando il pittore quarantaseinne fu tra le vittime della peste che infuriò quell’anno. Non si è conservato il nome di lei. Non il nome, ma molto di lei so di conoscere.

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ProtonMail protegge la privacy dei cittadini di Hong Kong

L’aria a Hong Kong si è fatta irrespirabile. E non solo per i lacrimogeni. Da quando la Cina ha voluto e ottenuto la nuova Legge sulla sicurezza nazionale, l’ex protettorato inglese rischia di trasformarsi in uno stato di polizia. Un’insieme di misure progettate per eliminare la privacy, ampliare la censura e limitare la libertà di parola hanno distrutto l’idea di quella Hong Kong autonoma e democratica che avevamo conosciuto attraverso le oceaniche manifestazioni degli studenti. Perfino le prossime elezioni che dovevano tenersi a Settembre saranno rimandate con la scusa della pandemia, tanto che il movimento democratico grida all’imbroglio. Nel frattempo quelli che resistono si organizzano usando forme innovative, e segrete, di comunicazione: tatzebao in codice, simbologie ricavate dai giochi di ruolo e, ovviamente, comunicazioni crittografate.

Per questo ProtonMail, il popolare servizio di posta elettronica cifrata ha deciso di scendere in campo per aiutare la causa della democrazia donando il 50% delle entrate di luglio e agosto a due organizzazioni per i diritti civili: 612 Humanitarian Relief Fund e Stand With Hong Kong.

Il 612 Humanitarian Relief Fund fornisce supporto finanziario, medico e psicologico alle persone arrestate durante manifestazioni pro-democrazia e annovera tra gli amministratori del fondo il vescovo emerito di Hong Kong Joseph Zen, l’avvocato per i diritti civili Margaret Ng e l’attivista per i diritti LGBT Cyd Ho.

Stand With Hong Kong è invece un’organizzazione che supporta il movimento democratico di Hong Kong con campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale e pressing informativo sui governi.

ProtonMail punta a raccogliere per le due organizzazioni circa HK $ 1.000.000 (circa US $ 130.000) per favorire la libertà d’espressione visto che dall’introduzione della legge sulla Sicurezza nazionale le installazioni di ProtonVPN, l’app per navigare in sicurezza e aggirare la censura del web, sono aumentate a Hong Kong del 3000%, raggiungendo la terza posizione nell’app store di riferimento.

Per superare la Grande muraglia cinese infatti, proprio ProtonVPN potrebbe diventare essenziale per mettersi al sicuro da ogni accusa di “sovversione”, chiacchiere comprese, e sfuggire alle tattiche che il governo cinese usa col suo popolo: delazioni, censura, perquisizioni ingiustificate, processi segreti, confessioni forzate e torture.

ProtonMail, creato da Jason Stockman, Andy Yen e Wei Sun al Cern, il Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra – dove è nato anche il Web -, grazie al contributo di una comunità internazionale di crittografi e scienziati, sta insomma dando una lezione di quella che si chiama responsabilità sociale a tutti i grandi player del settore che di fronte all’invasione della privacy degli utenti di Hong Kong fanno orecchie da mercante.

Da quando l’azienda è stata fondata da scienziati che si sono incontrati al Cern nel 2013, ProtonMail ha aiutato oltre 20 milioni di persone a proteggere facilmente le loro comunicazioni email con la crittografia end-to-end.

ProtonMail ci riesce grazie al controllo totale della sua infrastruttura che si trova in Svizzera sotto mille metri di roccia ed è gratuita e open source: con un piccolo abbonamento di pochi euro al mese è possibile attivare diverse caselle sicure di posta elettronica e, se anche il nostro interlocutore non avesse un account ProtonMail potrebbe comunque scambiarsi messaggi crittografati usando il PGP. Il protocollo creato da Zimmermann è infatti pienamente integrato dalla sua applicazione mobile e web, per iOs e Android.

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Perché in estate c’è più caldo che in altre stagioni

Oggi vi voglio fare una domanda da scienziati, difficilissima. Lo so, non saprete rispondere, ma voglio che proviate ugualmente a rispondere con la vostra intelligenza e la vostra fantasia, poi io vi dirò se vi siete avvicinati alla verità oppure no. La domanda è: perché in estate c’è più caldo?

«Perché si va al mare». «Cosa c’entra? Il mare c’è anche in inverno». «Ma non fa caldo, in inverno». « Allora cosa c’entra il mare? non è per quello… Per me in estate c’è più caldo perchè dipende dal sole. È il sole che è più caldo, allora è per quello». «Ma se piove? Anche in estate piove». «Allora?» «Anche se non c’è il sole, in estate c’è sempre più caldo, vuol dire che non può essere il sole». «Per me è il sole, perché è lui che fa la luce e la luce del sole è come una lampadina, che tu, se la lampadina è accesa, non puoi toccarla perché se la tocchi poi ti scotti». «È vero, ti puoi bruciare».

«È vero, il sole è come una grande lampadina che sta in mezzo al cielo e vola in alto e in basso, ma piano piano, non velocemente…» «C’è più caldo perché c’è l’estate. Se eri in inverno, anche se c’era il sole, non era così caldo.» «Forse in estate il sole si avvicina di più alla terra, come se tu avvicini di più la mano a una lampadina accesa, senza toccarla, non ti scotti però senti più caldo, senti che un po’ ti brucia….». «C’è più caldo perché se vai al mare e ti sdrai sulla sdraia in spiaggia, dopo ti abbronzi. Invece nelle altre stagioni non ti abbronzi, non c’è abbastanza la luce forte che ti abbronza…» «Per me c’è più caldo perché si suda di più». «Sì, poi ti viene anche la stanchezza.»

Allora, andiamo con ordine: prima mi dite se anche per voi in estate c’è più caldo e da cosa ve ne accorgete, poi mi dite, secondo voi, perché c’è più caldo. «C’è più caldo perché appena fai una corsetta sudi subito». «Anche per me c’è più caldo perché io me ne sono accorta. Io lo sapevo già.» «Sì, per me c’è più caldo perché lo senti nelle orecchie, ti sudano le orecchie, le mani, la pelle». «Mi sono accorta anche io che è più caldo in estate, lo avevo detto anche alla mia mamma e al mio papà.» «Ma non sempre. Solo quando c’è il sole». «Però in estate c’è quasi sempre il sole».

«C’è più caldo perché io mi metto i sandali e non ho freddo ai piedi, altrimenti avevo freddo». «In estate c’è più caldo perché anche la nostra pelle lo sente, le orecchie, la bocca, tutto il corpo è più riscaldato. Però non hai la febbre.» «In estate ti metti dei vestiti più leggeri anche di quelli che ti metti in primavera.» «In estate il caldo può arrivare anche fino a 40». «Per me c’è più caldo perché ci sono le quattro stagioni e ogni stagione ha il suo calore» «Perché puoi fare il bagno nell’acqua del mare e non è così fredda come in inverno che non ci puoi neanche andare nell’acqua. O se ci vai, dopo ti ammali…» «Per me c’è più caldo ma dipende molto anche da come ti vesti, se ti metti in costume hai meno caldo…»

Bene, ora riprovate a dirmi perché per voi c’è più caldo… «Per me perché il sole forse si avvicina alla terra e i raggi sono più caldi o più lunghi». «Per me il caldo viene dal vento…In estate l’aria del vento, è più calda…» «Per me succede che tutto è più caldo, in estate, anche l’acqua, anche l’aria, anche i sassi… Non so bene perché, ma è come una magia…» «C’è più caldo perché c’è più sole, invece in inverno o nelle altre stagioni ce ne è meno.» «Ma anche di notte è meno caldo, in estate». «Non è vero, in estate è freddo, di notte, non puoi andare a fare il bagno, c’è freddo…» «Il freddo viene quando c’è buio, quando ci sono le nuvole. Poi la pioggia è fredda. Quando piove c’è freddo, allora…» «Per me c’è più caldo perché le nuvole sono bianche, invece nelle altre stagioni sono nere e vuol dire che dentro alle nuvole non c’è solo il vento ma anche la pioggia».

«Sì, c’è freddo, ma meno, meno freddo che in una notte in inverno…» «Per me il caldo viene ai piedi, dalla terra. Infatti io in estate mi metto i sandali che mi prepara la mamma, così ho meno caldo. Se io non ho i piedi che mi sudano, io sto meglio.» «Ma quello perché ci sono anche i tuoni e i lampi e la pioggia e la neve che è fredda…» «Io non lo so, maestro, però è vero, mi sono accorto anche io che in estate c’è più caldo». «Abbiamo detto giusto, maestro? Abbiamo indovinato? È più caldo per il sole? O per un’altra cosa?»

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Una rete pubblica eco-digitale

I dati del Digital Economy and Society Index (Desi 2020) sono impietosi. Secondo lo studio della Commissione europea l’Italia è al quart’ultimo posto nel continente per tasso di digitalizzazione. La recente esperienza della pandemia ci ha disvelato non solo le magre statistiche, bensì la grama vita vissuta di un paese per molti versi arretrato.

Molte ragazze e ragazzi non hanno il computer per l’educazione a distanza, come si è tristemente constatato. Uno dei motivi delle difficoltà sta nella mancanza di una adeguata rete di diffusione della banda larga e ultralarga: una rete unica interna alla sfera pubblica. Un compito di tale delicatezza, che ha a che fare con il tessuto nervoso della società, non può dipendere dalla mera competizione di mercato e dalle logiche della concorrenza. Attualmente convivono diverse reti, ma la contesa è «duopolistica».

Si incontrano e si scontrano Tim-Telecom e Open Fiber, quest’ultima (così voluta dall’allora premier Matteo Renzi) vincitrice dei recenti bandi di gara di Infratel (la società del ministero dello sviluppo) per coprire le cosiddette «aree bianche», vale a dire i territori di più difficile connessione. A quanto sembra, i risultati ottenuti dal gruppo di Enel e Cassa depositi e prestiti non sono in linea con le previsioni.

Al di là dei debiti dell’ex monopolista e delle difficoltà dell’incumbent fors’ però, si è già in un’altra fase: dove domina la tecnologia (pericolosa per la salute?) del 5G. E mentre preme l’accelerazione impressa alla e dalla transizione digitale, uno dei punti qualificanti del Recovery Fund. Digital first è lo slogan preferito dell’epoca, non a caso. Ecco perché, allora, sulla costruzione di una forte e capillare rete unica non si può tergiversare. E non è (solo) una questione di pur comprensibili equilibri societari.

Siamo di fronte ad un passaggio chiave, in cui – tra l’altro – potrebbe trovare nuova linfa anche il servizio pubblico radiotelevisivo, conferendo la struttura degli impianti RaiWay. È augurabile che i vari decisori chiudano la partita, a cominciare da Tim-Telecom, che ha tenuto ieri il suo consiglio di amministrazione, ma limitandosi a vagliare l’opzione dell’entrata in scena del Fondo statunitense privato Kkr.

Parliamo di Tim-Telecom innanzitutto, in quanto lo stato italiano, dopo la politica dissipativa che ha condizionato la peggiore delle privatizzazioni, ha l’obbligo di rilanciare la vecchia azienda.

Non si può immaginare una rete pubblica imperniata solo sulla specifica newco di casa Telecom , ma un ruolo significativo va svolto dall’apparato che ha costruito la prima intelligenza connettiva italiana. Che Cassa depositi e prestiti svolga compiutamente la sua missione, ora salomonicamente suddivisa a metà tra i due contendenti.

Ri-nazionalizzare la struttura portante (non i servizi, ovviamente) delle telecomunicazioni? E perché no? Meglio farlo dalla via maestra, piuttosto che attraverso l’Enel. Un po’ d’ordine democratico in simile confusa vicenda ci vorrebbe proprio. Naturalmente, se arrivano i fondi americani è doveroso ricorrere allo strumento di garanzia del Golden power. Tuttavia, se la quota destinata al digitale dei fondi europei non si investe sulla rete pubblica, che senso ha ipotizzare scenari futuribili senza avere le basi di partenza?

Insomma, i soggetti interessati, dal governo alle aziende interessate, programmino una strategia adeguata. Non è una partito di Risiko.
Una rete pubblica deve essere «neutra», aperta e attenta ai bisogni comunicativi di una società in profondo mutamento. Una rete che attraversi tutti i media con lo spirito pubblico: indipendenza, pluralismo, qualità. E con il coinvolgimento della miriade di operatori locali, che rappresentano il volto migliore della liberalizzazione del settore.

Intendiamoci. Scriviamo di rete di telecomunicazioni, ma a ben vedere la compagnia di giro, da Vivendi e Mediaset in poi, è sempre quella, come nelle serie televisive. Quindi, serve una scossa generale. Infine, la rete pubblica è la vera linea di un contrasto dinamico della cavalcata degli Over The Top. E sì, e stesse opportunità di Google e compagni possono essere offerte dalla sfera pubblica. Dallo Stato innovatore, con modelli e algoritmi trasparenti.

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Piacenza, droga e tortura. Una assuefazione

Ci risiamo! E vedremo quanto durerà stavolta l’attenzione dei media, lo stupore degli ingenui, l’indignazione degli smemorati. Forse un po’ più del solito, poiché l’accorto magistrato è ricorso al sequestro dell’intera caserma dei carabinieri di Piacenza; il solo arresto dei suoi gestori non avrebbe prodotto la stessa visibilità.

Ma se è la prima volta che ciò succede, le inchieste per violenze sugli arrestati e illegalità in divisa non sono certo rare, pur costituendo nient’altro che la punta dell’iceberg di un fenomeno che solo a Genova 2001 è emerso nella sua profondità.

Ai riflettori su Piacenza e alla pubblica esecrazione hanno certo contribuito i risvolti a luci rosse ma, più di tutto, la compresenza di droghe e di spaccio. Argomento così rodato e assorbente ma mandare presto in secondo piano pestaggi e arresti ingiustificati. La violenza istituzionale esercitata su stranieri e marginali pare, e non da oggi, essere considerata meno grave di quella, assai più raramente, esercitata nei riguardi di cittadini inseriti.

Del resto, vi è chi, in passato, non ha esitato a teorizzare che i “colletti bianchi” finiti in carcere ne abbiano a soffrire molto di più, non essendo quella prospettiva nell’ordine del previsto e del “naturale”. Ci sarà pure un motivo se carcere e tortura sono storicamente – e impunemente – riservati a poveri, tossicodipendenti e ribelli.

Come ebbe a raccontare anni fa un commissario che, pur tardivamente, ruppe il muro dell’omertà, senza peraltro provocare alcuno scandalo o inchiesta: i compiti della squadra di torturatori della polizia, del quale ammetteva di aver fatto parte nella lotta al terrorismo, erano quelli di «applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili». Insomma, violenze e torture sui fermati erano la norma, ma in quel momento storico, secondo il funzionario semi-pentito, “dall’alto” arrivò l’autorizzazione a fare lo stesso nei confronti dei militanti armati.

In quegli stessi anni (primi ’80) e luoghi (Veneto) di cui il commissario ha raccontato in un’intervista (“L’Espresso” del 9 aprile 2012), era presente un altro personaggio che, in qualche modo, ci riporta a Piacenza: Gianpaolo Ganzer, ufficiale dei carabinieri del nucleo di Dalla Chiesa, a capo dell’Anticrimine di Padova, poi a sua volta generale e comandante del ROS. Nel 2010, ancora in servizio (andrà in pensione nel 2012), con altri 13 carabinieri venne condannato a 14 anni «per aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida» (condanna ridotta nel 2013 a 4 anni e 11 mesi, prescritta nel 2016).

In buona sostanza (e qui l’ambivalenza del termine è assai calzante), Ganzer avrebbe fatto in grande quel che i più ruspanti carabinieri piacentini facevano in piccolo. Sono passati pochi anni, ma quella vicenda pare archiviata nella memoria pubblica come tante altre simili, sia pur di minore eclatanza. Tutto dimenticato. O quasi. Tocca infatti ora convenire con un commento Twitter dell’avvocato Carlo Taormina: «In fin dei conti i carabinieri di Piacenza ripagavano i confidenti facendoli spacciare e malmenavano quelli che arrestavano. Routine! Ganzer fu assolto per ben di più». Anche l’avvocato è invecchiato, tanto da confondere prescrizione e assoluzione, ma il resto dell’affermazione è indiscutibile, a prescindere dal suo autore.

Ecco. Questa è la routine. Questo è «quello che fanno tutte le squadre mobili». Si eccepisce che il crimine non si può affrontare con i guanti bianchi. Più o meno lo stesso disse Vincenzo Muccioli ai tempi del processo per l’omicidio Maranzano, prima ucciso nella comunità di San Patrignano e poi scaricato tra l’immondizia a Napoli. La droga e il proibizionismo sono stati e continuano a essere la comoda coperta per mille nefandezze.

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Stato di eccezione o di confusione?

Amici in vacanza in Campania mi dicono che a Capri, contro le trasgressioni alle regole anti-coronavirus, sono intervenuti persino i cani poliziotto nelle aree delle varie tumultuose movide.
In rete trovo conferma della notizia, solo che le operazioni – condotte dai Carabinieri in effetti con un certo dispiegamento di mezzi, dell’aria e del mare, e di uomini accompagnati dai fedeli segugi a quattro zampe – erano dirette a intercettare traffici di droga. Qualcosa è stato trovato, compresi – a quanto leggo – guidatori di imbarcazioni in “stato di ebbrezza”.
Siamo tutti più o meno stressati dal caldo e dalle notizie sul virus e a volte facciamo confusione.
Ma come non confondersi per come stanno andando le cose?

Confusione, antica parola latina, dal significato chiaro: se le cose si fondono insieme non si distinguono più le une dalle altre, e “il discernimento pare impossibile”, scrive il bel sito Una parola al giorno: quindi non si tratta di “un semplice sbalestramento perché ho preso una botta in testa, anzi è estremamente specifico e complesso: lo stato confusionale è un’impossibilità di organizzare la massa variegata di stimoli che si ricevono”. I fatti si accavallano sotto i nostri stanchi occhi, le informazioni si contraddicono da un medium all’altro. Anche voi state pensando alla faccenda dei treni di questi giorni?

Dunque – a quanto, forse, ho capito – c’era una volta un decreto governativo che impone in tutti i luoghi chiusi, compresi mezzi di trasporto, distanziamento e mascherine. Il famoso metro, più o meno “statico” (per citare una delle cangianti invenzioni normative diffuse dal ministero dell’istruzione). Il decreto però, come quasi tutte le italiche leggi, prevede “deroghe”. Quindi l’affollamento dei treni era perfettamente legale. Ma il ministro della sanità, dopo severi rimbrotti del Comitato tecnico scientifico, e telefonate forse burrascose con la collega dei Trasporti, emette l’ordinanza: immediato dietrofront, sui treni distanziamento obbligatorio! Non è nemmeno chiaro, altresì, quanto può ordinare l’ordinanza, e le Regioni del Nord – quantomeno sui trasporti pubblici locali – si guardano dall’applicarla.

Trenitalia si affanna a promettere rimborsi dei biglietti e viaggi alternativi ai malcapitati che si accalcano nelle stazioni. Italo invece sopprime addirittura numerosi convogli. Ma come, verrebbe da pensare, se i posti diminuiscono obbligatoriamente per difendersi dal virus, e un sacco di gente vorrebbe andare in vacanza, i treni, semmai, dovrebbero poter essere moltiplicati! I capi dell’azienda si difendono dicendo che sarebbero stati “illegali”.

L’osservatore incredulo si domanda: ma era proprio impossibile trovare una soluzione un po’ diversa? Che so, concordare un periodo di qualche giorno per tornare alla “normalità” del distanziamento, lasciando magari ai cittadini la scelta di rinunciare al viaggio (ma con rimborso del biglietto) e non creare, o almeno limitare, questa specie di pandemonio? Lo “stato di emergenza”, appena prorogato, forse non prevede l’uso del buonsenso.

L’ottimo Sabino Cassese si affanna a ripetere – ieri sulle pagine del Corriere della sera – che le riforme più urgenti, e persino poco costose, sarebbero quelle in grado di rimettere un pochino in funzione il variopinto apparato tardo bizantino dello Stato. Anche lui, però, ha ceduto alla tentazione di confondersi con i Salvini e i Bocelli anti-mascherine in un convegno al Senato un tantino confuso. Si temeva una cupa deriva autoritaria della cara Repubblica verso lo “stato di eccezione”. Siamo invece precipitati in un originale “stato di confusione”, temo permanente.

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L’emergenza e il narcisismo dell’esclusione

l problema della pandemia non sembra essere per nulla risolto. Da più parti si attende una seconda ondata, negli Stati Uniti e in Brasile le cose vanno di male in peggio, in vaste aree del mondo non si hanno notizie chiare e affidabili e anche in Europa si torna a parlare di lockdown. La contagiosità della malattia, combinata con il suo tasso di letalità (2-3%), mantiene sospesa, come spada di Damocle, sulle nostre teste, la situazione di emergenza sanitaria.

Tenendoci nel dilemma, irrisolvibile se restiamo dentro la logica che lo produce, di convivere con la morte o di sopravvivere rinunciando anche a un livello minimo di qualità della nostra vita, vivere per non morire. Si spera nel vaccino e nei farmaci che possono migliorare la cura. La speranza è fondata, i ricercatori ci stanno arrivando, per quanto ogni giorno che passa i danni economici, sociali e psicologici aumentano. Dalla crisi del Covid usciremo, con le ossa rotte, ma continuando a restare in un sistema di pensiero chiuso in se stesso, dalle emergenze non usciremo mai.

Tutte le evidenze inconfutabili (come la pericolosità del Covid) racchiudono in sé un limite: splendendo nella loro forza di testimonianza possono nascondere altre evidenze, offuscare la relazione tra il visibile e l’invisibile che determina la conoscenza vera. Da tempo le evidenze emergenziali oscurano la loro causa principale: la concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un’oligarchia di accaparratori dei beni comuni, la riduzione della popolazione mondiale in una massa di esclusi a vari livelli.

La speculazione e lo sfruttamento dominano il nostro panorama di vita, corrompono la cultura e la ricerca scientifica e distruggono le relazioni di scambio tra di noi. Rendono impossibile una politica di prevenzione, di gestione lungimirante delle grandi questioni che ci affliggono: il degrado dell’ambiente, la mancanza di tempo libero, la desolazione degli spazi della convivenza e della comunicazione, l’irrigidimento identitario e la chiusura nei confronti dell’alterità, il deragliamento dei flussi migratori.

Riducono il governo del mondo alla soluzione di emergenze separate l’una dall’altra, all’inseguimento continuo di situazioni potenzialmente catastrofiche che hanno superato il limite di guardia. Il permanente stato di necessità incentiva uno stato psicologico collettivo che privilegia l’egoismo e l’autoreferenzialità e aggrava ulteriormente, in un infernale circuito vizioso, la diseguaglianza. Come si possa andare aventi in un mondo di sempre più stringente interdipendenza tra i popoli con un drammatico squilibrio negli scambi, nessuno se lo chiede e nella riunione dei capi di governo europei la questione non è stata nemmeno sfiorata.

Nel suo recente libro “La Città degli esclusi” (ETS) Fabio Ciaramelli individua nel contrasto tra la massimizzazione dei profitti e l’espansione dei consumi, prodotto dalla crisi, la principale causa dell’impasse della democrazia oggi. La sua ipotesi resta valida anche se il rapporto tra causa e effetto viene capovolto, se, in altre parole, consideriamo la crisi e il conseguente “stato di eccezione permanente” (Agamben) in cui ci troviamo come il prodotto del contrasto tra profitto e consumo. I due narcisismi -quello del profittante che espandendo senza limiti il suo guadagno, finisce per riflettersi totalmente, senza via d’uscita, in esso e quello del consumista che fa del consumo la ragione del suo essere- sono entrati in collisione tra di loro.

Hanno creato un cortocircuito in cui l’espulsione dell’altro è diventata esclusione di sé dalla vita: privazione dei poveri del consumo dei beni e privazione dei ricchi della possibilità di goderne veramente. Come afferma Ciaramelli: “la perfetta autoreferenzialità prende di mira l’esclusione dell’altro ma culmina nell’autodistruzione”.

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«Viale del mare Pietro Ingrao» a Sperlonga

Solo contemplare l’onda:/senza invocare transito/o cibo: ospitarla/nella mente, senza frutto,/senza tentare alcuna costa,/né alcuna schiuma/frangere. Non più strumento:/leggere il mare». Si tratta di Solo, un componimento che trascrivo dalla raccolta di Pietro Ingrao, L’alta febbre del fare, pubblicata da Mondadori nel 1994.

La poesia è rivelatrice di un tratto della cultura di Ingrao e non solo della sua poetica, ma, a dirla in breve, dei modi interni e delle motivazioni profonde che agiscono nella sua disposizione a pensare la ‘politica’, a interrogarsi cioè sulla elaborazione di una praxis che realizzi una estensione degli ambiti di libertà di ciascuno. «Solo contemplare» è l’attitudine di chi voglia intendere il mondo in un contatto che si afferma tanto più intenso quanto più esente da ragioni d’ordine strumentale.

Una posizione che, per limitarci qui a richiamare un testo celebrato e assai noto di Marx, le Tesi su Feuerbach del 1845, espone il concetto di praxis di Ingrao ad obiezioni che chiedono precisazioni e messe a punto indispensabili. Nell’XI tesi, a sazietà ripetutamente citata, all’interpretare (interpretieren) il mondo, Marx contrappone il cambiare (verändern) il mondo, una indicazione che, sappiamo bene, segna cento e più anni della vicenda del socialismo e del comunismo. Presuppone Ingrao una distinzione tra l’interpretare di Marx e il contemplare? E quale costrutto connette o, almeno, coordina il leggere, nel convincimento di Ingrao («leggere il mare»), a l’interpretare? E saper leggere è condizione del poter cambiare? E il contemplare come si articola per addivenire ai processi pratici di mutazione, farsi componente attiva di cambiamento: un dipanarsi della contemplazione in rivoluzione?

Domande che mi sono posto e ho cercato di circostanziare altre volte riflettendo sugli scritti di Ingrao e commentando i suoi contributi soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Ma non son questi, non semplici, gli argomenti che intendo qui trattare. Stanno bene sullo sfondo, perché lo spunto di questa nota mi è fornito dalla decisione del Comune di Sperlonga di intitolare a Ingrao una delle strade che portano alle spiagge, aperte come ali sui due versanti di quel tratto di costa dominato dalla città, a nord verso il Circeo, a sud verso Formia.

Questo è il mare che fin dall’infanzia Ingrao ha contemplato, dove si è immerso nel corso degli anni per le sue lunghe nuotate e che ha trasposto in poesia. Sul filo della memoria, e varie volte, Ingrao ha rievocato la casa e i luoghi di Lenola, il paese natale: «La vista del mare dal Colle, racconta, era qualcosa di molto preciso e molto intenso, perché individuava una lontananza e una suggestione di toni, anche molto netti. Il luogo dove ho vissuto queste sensazioni era proprio la spianata del Colle, a due passi da casa mia. Salivo verso il Santuario e lì c’era subito il bordo da cui vedevo tutta la vallata, la costa e il mare con le isole Pontine.

Era lo scenario di una alterità profondamente marcata rispetto al paesaggio campestre lenolese e quasi si incarnava in questa dimensione delle isole. Da bambino non mi portavano al mare. Ma, dall’affaccio che si apre alla straordinaria vista, mi appariva quella visione che ora cerco di evocare dicendo della immaginosità dell’isola. Si formulava per me la parvenza dell’isola come un da raggiungere. Un da raggiungere che emergeva e svaniva sul filo dell’orizzonte». L’oltre, una costruzione della mente che finge interminati spazi e poiché dispone lo spazio effettuale entro una determinata composizione prospettica, fa, del luogo, un paesaggio.

Stefano D’Arcangelo, assessore ai beni culturali e all’assetto del territorio del comune di Sperlonga, nell’intitolare il «Viale del mare Pietro Ingrao», ha rammentato il pratico, fattivo impegno profuso da Ingrao nella difesa della integrità di quel tratto di costa quando, nel 1974, assai forti erano gli interessi ad una speculazione senza regole.
Ha ricordato la sua attenzione al paesaggio, appunto, che non era per Ingrao un’area, un sito, ma un senso delle distanze, delle vedute e degli orizzonti. Percorsi e soste ove la natura è memoria condivisa.

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Il politico razzista che non sa usare la crittografia

La storia della sicurezza e dei mezzi per ottenerla è antica quanto l’uomo ma, se parliamo di sicurezza delle informazioni e dei dati, questa storia è più recente.

Per proteggere la segretezza delle comunicazioni scritte le varie culture hanno escogitato diversi sistemi e la crittografia è uno di questi.

Branca della Crittologia, l’arte e la scienza delle scritture segrete, la Crittografia serve a trasformare un messaggio in chiaro in un messaggio cifrato, incomprensibile per chi non deve leggerlo, grazie a un codice condiviso con l’interlocutore e una chiave di cifratura.

Tra i primi esempi d’uso di un codice cifrato c’è una tavoletta di cera del 1900 a.c. dove serviva a nascondere informazioni commerciali. E la storia umana è densa di esempi d’uso di tecniche crittografiche, come la Steganografia dei tempi di Plutarco, il cifrario che Cesare usava coi suoi generali, o il disco cifrante di Leon Battista Alberti.

I codici cifrati sono stati a lungo un affare di politici, diplomatici ed eserciti, di chi si attende un vantaggio nel nascondere le proprie intenzioni e scoprire quelle altrui. Ma con l’automazione delle comunicazioni le cose sono cambiate e oggi, nell’era digitale, la crittografia, basata su algoritmi matematici, è presente in molte attività quotidiane: quando usiamo bancomat e carte magnetiche, la pay tv e i siti web sicuri. Oppure per proteggere i messaggi via Internet.

La stessa informatica moderna nasce dalla battaglia tra crittografi e crittanalisti. Lo sforzo necessario per rompere il codice segreto della macchina nazista Enigma è alla base della teoria computazionale di Alan Turing e della costruzione del computer Colossus per riuscirci.

Disciplina a lungo dimenticata nonostante l’avvento di Internet, che era pensata per scambiarsi dati e ricerche scientifiche su una rete di computer dentro una comunità di poche centinaia di persone che già si conoscevano.

Gli stessi hacker che hanno sviluppato una cultura coeva a Internet ritenevano che la trasparenza del codice fosse una sufficiente garanzia di robustezza e la base di ogni forma di collaborazione. Solo con la lettera agli hobbisti del 1976 di Bill Gates la condivisione del software verrà spacciata come un atto non etico che prefigura il reato di violazione di proprietà intellettuale.

In quegli anni ricomincia un certo interesse intorno alla crittografia, che però rimane in gran parte una questione accademica, fino ai tentativi del governo statunitense di affermare uno standard crittografico aggirabile per scopi difensivi e di sorveglianza.

Ma la creazione del software PGP, Pretty Good Privacy, da parte di Phil Zimmermann, cambia le carte in tavola. La sua testardaggine di libertario vuole un sistema per cifrare le comunicazioni utilizzabile da chiunque, e lo diffonde. Per questo motivo verrà perseguitato dal governo che considerava il suo crittosistema a chiave pubblica un’arma da guerra in quanto basato sulla «crittografia forte». Il governo lascerà cadere queste accuse e Pgp cambierà il mondo delle comunicazioni segrete.

Oggi la crittografia serve la necessità di riservatezza delle comunicazioni quotidiane che ha fatto la fortuna di software e app di messaggistica crittografate.

Geert Wilders tutto questo però non lo sa. Pochi giorni fa il politico olandese anti-immigrazione, amico di Salvini e leader del Partito per la Libertà, ha confermato di essere lui la persona coinvolta nell’hackeraggio di 36 profili Twitter, ed ha dichiarato di essere preoccupato per la riservatezza di alcune conversazioni avute sul social con dissidenti politici. Non conosce la crittografia.

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Lettere a un compagno di classe

Avete preparato le lettere a S? Me le leggete?

«Caro S spero che tu stai bene. Mi dispiace che tu non partecipi alle video lezioni. Caro S stai facendo i compiti? Spero che tu non faccia arrabbiare la tua mamma. Caro S cosa hai fatto durante il Coronavirus? Ti siamo mancati noi amici? Caro S ti voglio mandare un disegno che ho fatto con la tempera. Ciao.» «Caro S ti dico ciao. Sai che ti vedo sempre insieme a tua sorella? Io sto bene. Durante il giorno faccio i compiti, vado a giocare fuori, faccio merenda, poi vado a fare un giro fuori, poi ceno. Tu invece cosa fai? Ti diverti a casa? Ci vediamo. Ciao.» «Caro S stai bene? Mi dispiace che ti hanno rubato lo zaino. S noi stiamo facendo il corsivo e i numeri fino a 20. Ciao.» «Caro S ti scrivo con tanto affetto. Stai studiando? Perché io sì. Io sto molto bene. E tu invece stai bene? Sei un po’ simpatico e un po’ birichino, ma ti voglio bene. Sei molto forte per sopravvivere a questa lotta del Coronavirus. Ciao.» «Caro S come stai? Caro S come mai non vieni alle video lezioni? Spero che in seconda mi conoscerai meglio. Caro S spero che l’anno prossimo sarai gentile con me. Ciao da L» «Caro S mi ricordo di te. Caro S a scuola leggeremo una storia insieme, faremo 1 2 3 stella nel cortile della scuola. A scuola ti poterò un vasetto di Nutella. Caro S torneremo ad abbracciarci.» «Caro S mi farai uno dei tuoi massaggi. Caro S sei un bravo ballerino. Caro S ti voglio bene. Ciao.» «Caro S mi manchi un botto. Ti ricordi quando scavavamo le buche a scuola e quando facevamo le gare di corsa? Ti ricordi quando stavamo seduti in mensa? Oppure quando cercavamo il tesoro o oggetti preziosi con Lele e abbiamo trovato lo scudo di un personaggio? Caro S speroni vederti presto. Caro S spero che stai bene. Ciao.» «Caro S sei mio amico. Caro S mi manca giocare con te. Caro S spero di rivederti presto. Caro S ti mando un abbraccio nel vento. Ciao S Il tuo amico N» «Caro S mi mancano i giochi che facevamo a scuola, mi manchi tu, mi mancano i tuoi scherzi. Caro S il maestro ci ha raccontato che i ladri ti hanno rubato i materiali di scuola. Caro S ti manca la scuola? Ciao.»

«Caro S mi dispiace per quello che ti hanno fatto i ladri, ma noi e gli altri amici abbiamo pensato di farti un regalo. Caro S ti manchiamo? Ciao.» «Caro S sei bello. Caro Sai che in questi giorni io e le mie sorelle e le mie amiche giochiamo insieme? Caro Sei bravo. Ciao.» «Caro S perchè non partecipi alla lezioni sul computer? Non ti piacciono? Non hai il tablet o il computer? Ciao S io voglio dirti che mi manchi. Ciao S noi ci vediamo in strada. Ciao S noi ci vediamo a scuola in seconda.» «Caro S mi manchi tanto. Caro S ti voglio tanto bene. Caro S come stai? Caro S con me sei sempre stato gentile. Caro S grazie per i tuoi regali. Ciao da E.» «Caro S come stai? Stai sempre nella tua casa? Tu hai la casa o stai sul camper? Ti ho visto alla casetta del latte con i tuoi fratelli. Caro S hai imparato a leggere e a scrivere? Ciao da G» «Caro S è da tanto tempo che non ci vediamo per colpa di questa malattia che si chiama Coronavirus. Caro S mi manchi tanto. Caro S ti voglio bene. Vorrei rivederti presto, giocare con te. Caro S sei simpatico e divertente.» «Caro S come stai? Tutto bene? Io sto bene, ti scrivo una lettera così mi distraggo un po’ e vorrei dirti quanto mi manca la mia classe e tutti i miei amici e andare a giocare tutti insieme e fare merenda tutti insieme. S ti ricordi delle nostre mattinate e dei nostri pomeriggi che passavamo dal lunedì al venerdì insieme? Ti voglio bene come a un fratello. Sei il mio migliore amico. Mi manchi davvero tanto. Spero di rivederti presto. A presto e un bacio dalla tua cara amica F» «Caro S io mi ricordo quando venivi a scuola con me e spero di vederti ancora in seconda. Caro S non mi sono dimenticata di te. Tu S sei simpatico. Io ti voglio bene. Io voglio giocare insieme a te e noi dopo giochiamo tutti insieme.»