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Alias Domenica

Un campione di sapienza e di sarcasmo, degno di venire immortalato sebbene non sia ancora nato

Ogni romanzo di Ian McEwan arriva preceduto da un coro di mormorii, passaparola, esclamazioni, per quel che ne è filtrato dai giornali stranieri e per il pregustato piacere che ne deriverà. Perciò, già saprete – a questo punto – quale ospite ingrato si è intromesso nella sua narrativa. Dotato di una voce autorizzata a pronunciarsi unicamente grazie alla mancanza di leggi e di senso del pudore di cui gode il genere romanzesco, è un soggetto senza nome, perché… non ancora nato. Ma questo, probabilmente, vi era già noto.

Ora, provate a immaginare cosa possa dire, fare e pensare un feto nelle mani di un mediocre scrittore: raccapricciante, vero? Bene, McEwan – da quell’intrattenitore sfavillante che è – ha fatto di questo feto alle soglie del nono mese di incubazione un campione di sapienza e di sarcasmo, degno di venire immortalato, a dispetto della sua incerta volontà di nascere.

Fin quasi all’ultima pagina del libro, egli si trova Nel guscio, questo il titolo del romanzo (traduzione di Susanna Basso, perfettamente mimetica del virtuosismo dell’autore , Einaudi, pp. 173, euro 18,00) poi, effettivamente, si vedrà costretto ad accelerare i tempi, forare il sacco amniotico con le unghie e venire alla luce: sarà il climax improvviso di una vicenda che si avviava lentamente a una soluzione sinistra, l’inatteso avvento di un deus ex machina in questa tragedia colorata di farsa, che si stava avvolgendo su se stessa, come quel cordone ombelicale con cui il nascituro aveva provato, in un passaggio delle sue disavventure, a strozzarsi pur di farla finita. Poi se n’era pentito, finché – a due settimane dalla scadenza prestabilita – esaurita la pazienza, aveva rinunciato a starsene rintanato per il tempo che ancora gli spettava.

Le cose, del resto, si stavano mettendo davvero troppo male. Non soltanto da mesi sopportava la separazione dal padre, John – stimato poeta e coraggioso editore di esordienti talentuosi – che la madre Trudy aveva allontanato per farsi bellamente i fatti suoi con il di lui fratello, Claude, agente immobiliare di scarsa fortuna, nonché futuro zio del nascituro; ma aveva dovuto assistere impotente alla orrenda tresca che i due amanti avevano ordito per avvelenare il suo povero padre, onde sgombrare il campo dall’incomodo e intestarsi la villa di famiglia.

Nulla era stato risparmiato al nascituro, soprattutto sul versante di Claude, volgare e stupido prima ancora che assassino: «La sua esistenza ostacola il mio diritto a una vita felice affidata alle cure di entrambi i genitori». Ma non sono che considerazioni iniziali, piccoli assaggi di quel che sarebbe successo. Il tutto inframezzato dai continui assalti alla discutibile virtù della madre, nonostante la sua delicata condizione di gestante: quei focosi amplessi che il nascituro vive come un «giretto mattutino sul Muro della Morte». Poi il dubbio più feroce: «La mia storia con Trudy non funziona… Non è suo l’amore che vacilla. È il mio. È il mio risentimento a mettersi tra noi. Mi rifiuto di affermare che la odio. Ma abbandonare un poeta, qualsiasi poeta, per Claude!»

Partecipe impotente di quanto accade intorno a lui, il feto è informato sulla minacciata disintegrazione dell’Europa, sulla tragedia dei migranti e sul riscaldamento globale dalla radio che gli arriva, sebbene attutita, mentre annaspa per capire quanto si stia tramando ai danni di suo padre. E se, come Amleto, pur vivendo in un guscio può considerarsi «il re di uno spazio infinito», anche lui dovrà mettere fine ai propri indugi, alle sue elucubrazioni e ai suoi vacillamenti: «Non permettere – si ordina – che tua madre e il tuo zio incestuoso avvelenino tuo padre. Non sprecare giorni preziosi della tua indolenza capovolta. Vieni al mondo e agisci!»