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Alias Domenica

Una irrinunciabile intimità con i margini

Quando esce in Canada, nel maggio del 1974, la seconda raccolta dei racconti di Alice Munro, Una cosa che volevo dirti da un po’, preceduta solo da Danza delle ombre felici, William French – il critico del «Globe and Mail» – si domanda: «Per quanto tempo ancora l’autrice potrà continuare a sfruttare gli stessi temi?»
Da allora Alice Munro ha pubblicato altre undici raccolte – l’ultima, Uscirne vivi, nel 2012 – e smentendo il critico ha continuato a raccontare l’Ontario, dove è tornata a vivere dopo vent’anni passati nel Nord Ovest del paese: per quasi altri quarant’anni, dunque, riprende a descrivere il paesaggio del Canada orientale, i suoi abitanti, i loro costumi, le loro eccentricità, le loro vicende, e soprattutto le loro relazioni, rendendoli temi dominanti delle sue storie, materia senza limiti alla quale attingere, instancabile, sempre e solo nella forma del racconto e senza lasciarsi incantare dalla sirena degli editori, che pretendevano da lei il sospirato romanzo.

Passeranno molti anni dalla pubblicazione di Una cosa che volevo dirti da un po’ – ora riproposto nella traduzione di Susanna Basso da Einaudi (pp. 272, euro 19,50) prima che in un’intervista a Mona Simpson e Jeanne McCullough, del 1994, l’autrice riveli il perché della sua insistenza sugli stessi temi: «Amavo Eudora Welty, Flannery O’Connor, Katherine Anne Porter, Carson McCullers. Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale… Sono arrivata alla conclusione che era quello il nostro territorio, mentre il grande romanzo sulla vita reale era territorio degli autori di sesso maschile. Non so come sia nata dentro di me la sensazione di essere ai margini, dato che non vi ero certo stata spinta. Forse perché ero nata in una situazione marginale.»

Non è un caso che le scrittrici preferite da Munro siano quelle e non altre: come lei prediligevano il racconto e erano ancorate a una terra d’origine povera e sparsamente abitata, un mondo di villaggi isolati e comunità permeate di religiosità. Nella narrativa di Munro sono i personaggi a risaltare, mentre il paesaggio geografico e culturale, più di quello politico e sociale, fa da sfondo alle loro vicende, che proprio per questo assumono quelle caratteristiche di normale straordinarietà che non cessa di stupire.

È il ritorno a Wingham, la cittadina d’origine, a rivitalizzare la vena creativa che aveva stentato a emergere negli anni del matrimonio e della maternità, vissuti a Vancouver e Victoria: parte da lì una nuova stagione e un nuovo orientamento nella carriera dell’autrice. Se aveva sposato Jim Munro nel 1951, era stato soprattutto per sfuggire alla ristrettezze economiche e culturali dell’Ontario rurale e della sua famiglia; ma nel 1970 il matrimonio comincia a traballare, e qualche anno dopo Alice torna nell’Ontario, dove ritrova e sposa il suo primo amore, Gerald Fremlin, un geografo, e da quel momento il paesaggio canadese, peraltro mai eclissato dai suoi racconti, diventa essenziale. Si direbbe che le vicende dei personaggi creati dall’autrice, sempre più strani e marginali, siano stati influenzati dalla scoperta tardiva della natura del luogo, della sua importanza.

Ma qui, in questi vecchi racconti – alcuni dei quali pubblicati per la prima volta in Italia – sono proprio i «temi» che French reputava troppo fragili per nutrire la narrativa di un’autrice di cui peraltro aveva riconosciuto il talento, a dominare il testo.

Nel 1981, parlandone in un’intervista radiofonica a Tim Struthers, Munro dice che «Materiali» e «La valle dell’Ottawa» sono per lei i racconti migliori della raccolta. «Anche “Winter Wind” – aggiunge – non è male». Ciò che a French era sfuggito è che almeno questi tre racconti contengono un argomento niente affatto marginale, destinato a ripresentersi successivamente in altre raccolte, e sempre trattato con consumata abilità: «Materiali» è un’analisi della funzione dello scrittore, che Munro riferisce a se stessa e al blocco della scrittura che in quel momento la affiggeva. Leggendo un racconto dell’ex marito, Hugo, scrittore diventato famoso dopo il divorzio, la protagonista e voce narrante osserva: «Parla di Dotty. Naturalmente il personaggio è stato modificato in cose di poco conto e l’episodio cruciale che la riguarda è stato inventato o preso in prestito da qualche storia vera». E prosegue: «Ecco Dotty, tirata fuori dal mondo reale ed esposta alla luce, sospesa all’interno della splendida gelatina trasparente che Hugo ha passato la vita a realizzare. Si tratta di un numero di magia, non c’è altro modo per definirlo… Di un dono felice e meraviglioso… (Dotty) ha fatto il suo ingresso nel mondo dell’Arte. Non capita a tutti».

Le piccole magie della scrittura di Alice Munro sono ben note: spesso solo le ultime righe svelano quel che sta dietro gli andirivieni temporali di un racconto, il perché di un matrimonio o di un divorzio, di una nascita o di una morte, fino a quel momento improbabili, o addirittura inspiegabili. È quanto succede anche in «Come ho conosciuto mio marito», e in «Vento d’inverno», il racconto che Munro gudicava «non male». E forse è stato uno di questi piccoli capolavori narrativi, già presenti agli esordi, a svelare a French il «talento tutt’altro che limitato» della scrittrice.

Prendiamo il finale di «L’Ottawa Valley»: dopo aver raccontato la famiglia d’origine della madre con toni brillanti, leggeri, quasi caricaturali, in una serie di «fotografie…dove tutti risultano abbastanza nitidi», la narratrice aggiunge: «Il problema, l’unico problema, resta mia madre. È per raggiungere lei che è stato intrapreso l’intero viaggio… eppure rimane indistinta, i suoi contorni fluttuano e sfumano.»
È una rivelazione intima, anticipatrice del ricorrente tema che riguarda il rapporto difficile e irrisolto con la madre, presente in parecchi dei racconti scritti nei quarant’anni anni seguenti, e finalmente affrontato nell’ultima raccolta, Uscirne vivi. Qui, la protagonista che è ormai chiaramente l’autrice stessa, ricorda come la madre avesse l’abitudine di denunciare i suoi comportamenti irrispettosi al padre, cui delegava il compito di impartirle dure punizioni corporali; ricorda anche un episodio spesso evocato dalla madre, che sarebbe stata protagonista del salvataggio della piccola Alice da un leggendario tentativo di rapimento: Munro non ha dubbi sulle cinghiate, frutto delle istigazioni materne, mentre ne ha molti sulla veridicità dell’episodio eroico che le viene raccontato. Ma decide comunque di concludere – anche qui sono le ultime righe di un racconto, per di più l’ultimo che pubblica – scrivendo: «Di certe cose diciamo che  non si possono perdonare, e che non ce le perdoneremmo mai. E invece poi lo facciamo, lo facciamo di continuo.»